“Don Chisciotte made in U.S.A.” di Richard Powell

(Garzanti, 1968)

Immaginate un cittadino statunitense convinto di poter portare la democrazia su un’isola caraibica governata da un dittatore da avanspettacolo. Immaginate che ci creda davvero. Con quella fede incrollabile, quasi infantile, di chi ha letto troppi opuscoli e visto troppo pochi funerali. Ora immaginate che abbia anche ragione, ma nel modo sbagliato, nel momento sbagliato, con le conseguenze sbagliate.

Benvenuti nel mondo di Richard Powell. Un posto dove la satira fa più male della critica seria, proprio perché non sembra farlo.

Powell non era nuovo a questo genere di operazione. Chi ha letto “Vacanze matte” — quel delizioso e sottovalutato “Pioneer, Go Home!” del 1959 — sa già di avere a che fare con uno scrittore capace di imbustare dentro la commedia satirica una critica sociale che morde sul serio. Là erano i burocrati federali a fare le spese del suo sguardo e lo stereotipo più classico della “way of life” a stelle e strisce. Qui tocca alla politica estera americana, ai tiranni da operetta, alle rivoluzioni made in Hollywood e alla tendenza degli Stati Uniti – fin troppo attuale… – nel confondere l’interventismo con la filantropia. Materia potenzialmente esplosiva. Powell la maneggia con quella leggerezza apparente che è il marchio di chi sa esattamente dove sta andando.

La storia è presto detta: un americano ingenuo, idealista fino alla patologia, si ritrova coinvolto in una tragicommedia politica nella Repubblica di San Marco, un’immaginaria isola caraibica in balia di un dittatore grottesco. Il parallelo con Miguel de Cervantes è dichiarato dal titolo e poi abbandonato con intelligenza: non è una parafrasi, è uno specchio. Il protagonista ha la stessa cecità cavalleresca di don Chisciotte, la stessa ostinazione nel voler vedere nobiltà dove c’è solo polvere e opportunismo, lo stesso destino di vedersi sistematicamente smentito dalla realtà senza smettere di crederci un momento.

Powell costruisce la sua repubblica immaginaria con un realismo grottesco che funziona perché non strizza mai l’occhio. I corrotti non sono caricature: sono persone riconoscibili che fanno cose riconoscibili per ragioni riconoscibili. I rivoluzionari non sono eroi: sono individui con le loro meschinità, le loro ambizioni, i loro calcoli. E l’americano nel mezzo — convinto di portare democrazia e libertà su un’isola che non gliele ha mai chieste… — è il personaggio più ridicolo e più umano di tutti, perché la sua buona fede è reale e produce ugualmente disastri.

Non stupisce che Woody Allen ci si sia tuffato dentro con la voracità che ha sempre mostrato verso certi tipi di umorismo. “Il dittatore dello stato libero di Bananas” del 1971 porta sullo schermo quella stessa struttura narrativa — il protagonista trascinato per caso nel vortice di una rivoluzione caraibica da operetta — con il solo, enorme, aggiustamento della voce autoriale. Allen sostituisce la prosa misurata di Powell con il surrealismo nevrotico che è la sua firma inconfondibile. Il risultato è diverso eppure riconoscibile: due cugini che condividono lo stesso genitore narrativo. Ed io, in questo caso, preferisco di gran lunga il libro.

La scrittura di Powell è il vero punto di forza. Asciutta, precisa, con un ritmo che non ristagna mai. Sa essere feroce senza alzare la voce. Una scena in particolare — il discorso del dittatore davanti alla folla plaudente, costruito con l’assurdità logica dei luoghi comuni del potere — raggiunge una qualità satirica che molti autori considerati più seri avrebbero dovuto invidiare. Powell non moralizza mai apertamente: lascia che siano i fatti a parlare, e i fatti che sceglie di raccontare dicono cose molto precise sulla natura del potere e sull’ingenuità di chi crede di poterlo cambiare dall’esterno portandosi dietro i propri pregiudizi culturali come fossero strumenti universali di civiltà.

Il romanzo, secondo me, ha un solo difetto: il finale tende a ricomporre un po’ troppo ordinatamente ciò che il resto del libro si era premurato di scomporre. Come se Powell a un certo punto avesse sentito il peso della propria lucidità e avesse deciso di alleggerirlo con una soluzione narrativa più benevola di quanto la storia meritasse. Ma è un difetto minore in un’opera che per oltre duecentottanta e passa pagine funziona con una precisione quasi meccanica.

“Don Chisciotte made in U.S.A.” è rimasto nel dimenticatoio per decenni, eclissato anche dalla popolarità del film che ne ha preso spunto. È la sorte di certi libri: sopravvivono nell’ombra di qualcosa che hanno generato, come genitori che il mondo riconosce solo attraverso i figli. Meriterebbe una riscoperta, e non solo per ragioni filologiche. Meriterebbe una riscoperta perché le repubbliche caraibiche da operetta, i salvatori stranieri carichi di buone intenzioni e i dittatori che fanno discorsi alle folle plaudenti non sembrano poi così lontani. Anzi: cambiano nome, cambiano latitudine, ma la commedia tragica resta sorprendentemente uguale a se stessa.

Powell lo sapeva già nel 1968. E a giudicare da come vanno le cose, aveva ragione allora quanto oggi.

Da recuperare. Possibilmente senza aspettare altri cinquant’anni.

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“Il soldato” di Richard Powell

(Garzanti, 1962)

C’è una categoria di scrittori americani che il Novecento ha saputo produrre con una certa abbondanza e che poi, con altrettanta generosità, ha provveduto a dimenticare quasi completamente. Richard Powell appartiene a questa categoria e, come mi è già capitato di ricordare, è ora di rimediare.

Nato nel 1908, laureato a Princeton, cronista di razza, veterano della Seconda Guerra Mondiale e poi pubblicitario, Powell ha scritto romanzi che attraversano generi diversi con una disinvoltura che oggi farebbe invidia a molti. È lo stesso autore che con “L’uomo di Filadelfia” del 1956 aveva costruito un affresco corale e generazionale di tale spessore da meritarsi, fra le altre cose, un adattamento cinematografico con Paul Newman: uno di quei romanzi in cui si respira un’intera città e un intero Paese, la loro storia, le loro ambizioni, i loro compromessi. Con “Vacanze matte” del 1959 aveva regalato ai lettori una commedia leggera come una bolla di sapone eppure capace di raccontare, con delizioso sarcasmo, l’ingenuità americana che si scontra con il mondo reale, libro dal quale è addirittura stato tratto un musical con Elvis Presley, il che già la dice lunga sulla capacità di Powell di muoversi su frequenze diverse senza mai perdere il controllo del proprio tono narrativo. Non a caso, quindi, dal suo “Don Chisciotte, U.S.A.” del 1966, Woody Allen si ispirerà per “Il dittatore dello stato libero di Bananas” del 1971. 

“Il soldato”, pubblicato per la prima volta nel 1960 da Scribner’s e poi uscito in edizione tascabile nel 1962 — l’anno in cui in Italia arrivava in libreria grazie a Garzanti — è probabilmente il romanzo in cui Powell si è avvicinato di più alla propria esperienza diretta: quella della guerra nel Pacifico, vissuta in prima persona, con tutto il peso che questo comporta. Ma attenzione: nonostante le apparenze, non è un romanzo di guerra nel senso più tradizionale del termine.

Il protagonista è il tenente colonnello William A. Farralon, un ufficiale che all’inizio della storia è considerato da tutti — superiori, commilitoni, suo padre generale pluridecorato e probabilmente anche da se stesso — un perdente senza speranza. Una carriera al rallentatore, una reputazione incrinata dall’accusa di codardia, un trasferimento verso un incarico di nessun conto in un angolo dimenticato del teatro asiatico-pacifico tra il 1942 e il 1943. Eppure sarà proprio in quel contesto dimenticato, tra le spiagge e le giungle di un’area immaginaria del Sud Pacifico, che Farralon troverà la strada per riscattarsi e — naturalmente — conquistare la donna giusta.

La trama, descritta così, suona come un romanzo di formazione in divisa militare. E in un certo senso lo è. Ma quello che rende “Il soldato” davvero interessante è il modo in cui Powell la racconta. L’ironia è la cifra costante di tutto il libro, quell’ironia amara e appuntita che appartiene a chi ha visto la guerra da vicino e sa benissimo che il confine tra il gesto eroico e quello ridicolo è spesso sottilissimo, e che la burocrazia militare può essere tanto devastante quanto il fuoco nemico. È la stessa ironia presente in “L’uomo di Filadelfia”, applicata però a un contesto più aspro, dove le conseguenze degli errori si misurano in vite umane e non in carriere spezzate o reputazioni macchiate.

Rispetto a “Vacanze matte”, che era costruito come una commedia leggera e quasi senza ombre, “Il soldato” mostra un Powell più maturo e disposto a lasciare che la realtà entri nelle pagine con tutto il suo peso. La guerra c’è, i morti ci sono, la paura è presente. Ma Powell non cede mai alla retorica del romanzo di guerra tradizionale, non si abbandona alla celebrazione vuota né all’antieroismo di maniera. Il suo è uno sguardo pragmatico e disincantato su come funziona davvero un esercito: con le sue gerarchie assurde, i suoi privilegi incomprensibili, i suoi meccanismi di promozione che sembrano seguire una logica tutta propria.

Farralon è un personaggio che ha il grande pregio di essere umano fino all’osso. Non è un eroe, non è un vigliacco, è semplicemente un uomo che cerca di fare il proprio dovere in condizioni avverse, e che alla fine — grazie a una combinazione di competenza, fortuna e buon senso — riesce dove sembrava destinato al fallimento. È il tipo di protagonista che Powell sapeva costruire meglio di chiunque altro: quello che non chiede ammirazione ma ottiene simpatia.

Peccato che questo scrittore, in Italia, sia stato di fatto quasi dimenticato. Perché chi ama la narrativa americana del Novecento, quella che sapeva essere popolare senza essere banale, intrattenimento senza essere superficiale, farebbe bene a cercare Richard Powell. Anche a costo di setacciare qualche biblioteca o qualche bancarella di libri usati. Ne vale la pena.

Buona lettura.

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“Vacanze matte” di Richard Powell

(Bibliotheka Edizioni, 2025)

C’è un tipo di romanzo che non ha la minima intenzione di prendersi sul serio. Non perché sia superficiale, non perché manchi di sostanza, ma perché ha capito una cosa fondamentale: il riso è una forma di intelligenza, e far ridere con stile è un’arte che pochissimi padroneggiano davvero. Richard Powell era uno di quei pochissimi.

Già autore dello splendido “L’uomo di Filadelfia“, quel capolavoro di commedia nera ambientata nelle fondamenta traballanti del sogno americano, Powell torna nel 1959 con “Vacanze matte” e dimostra che il suo talento non era un colpo di fortuna. Era metodo. Era visione. Era quella capacità rarissima di guardare l’essere umano nel momento in cui si mette in vacanza — cioè nel momento in cui abbassa tutte le difese e si rivela per quello che è davvero — e di trasformare quello spettacolo in pagine che si leggono con il sorriso fisso e la sensazione crescente di essere stati smascherati.

La storia parte da un’idea apparentemente semplice: una famiglia americana parte per le vacanze. Padre, figli, aspettative disallineate, nervi già tesi prima ancora di caricare i bagagli in macchina. Powell prende questo scenario che potrebbe sembrare un cliché e lo lavora dall’interno, come un orologiaio che smonta il meccanismo e te lo mostra ingranaggio per ingranaggio, finché non riesci più a credere che quelle cose complicatissime riuscissero davvero a segnare l’ora.

Il protagonista, e la voce narrante, è Toby il figlio maggiore e ventenne di una famiglia però che non è quella classica da spot televisivo: i Kwimper rappresentano una unità sociale molto particolare. Padre, figlio maggiore e due gemelli, alle soglie dell’adolescenza, sono privi di una moglie/madre, l’unica figura femminile presente è Holly, la babysitter. Inoltre i Kwimper vivono di sussidi statali per la disoccupazione e per l’invalidità alla schiena del loro figlio maggiore, causata da un incidente mentre questo prestava servizio nell’esercito.

Già questa è una combinazione originale e insolita per l’epoca, ma Powell è solo all’inizio. Nel percorso per raggiungere la loro meta estiva i Kwimper decidono di prendere una scorciatoia che gli farà imboccare una strada appena terminata. Quando si ritrovano senza benzina sono costretti ad accamparsi alla meno peggio sul ciglio della nuova infrastruttura in attesa dei soccorsi. E quando, quasi casualmente, scoprono che per un mero errore burocratico proprio quel ciglio dove si sono accampati non appartiene ad alcun ufficio pubblico, decidono così di colonizzarlo, visto che un’antica legge federale consentirà loro di reclamarlo dopo che ci avranno vissuto per almeno sei mesi…

“Vacanze matte” – il cui titolo originale è il più graffiante “Pioneer, Go Home!” – è un romanzo che merita di essere recuperato non solo per il plot insolito e originale. Powell scrive con una leggerezza che non è mai superficialità. Ogni situazione comica ha radici serie. Ogni equivoco rivela qualcosa di vero sui personaggi. Ogni disastro è in realtà un piccolo saggio mascherato sulla famigerata “way of life” americana della fine degli anni Cinquanta.

I dialoghi sono, forse, la cosa più bella. Powell, evidentemente, sapeva ascoltare le persone quando erano arrabbiate, quando erano stanche, quando erano deluse, quando cercavano di sembrare qualcos’altro rispetto alla loro vera realtà. Per questo i dialoghi sembrano improvvisati ma sono invece calibratissimi, come le battute di un jazzista che suona note sbagliate perfettamente al momento giusto.

C’è poi la gestione del caos. Perché “Vacanze matte” è un romanzo in cui le cose vanno storte con una precisione quasi geometrica, in cui ogni piano fallisce esattamente nel modo meno previsto e più inevitabile. Powell costruisce le sue situazioni con la pazienza di un ingegnere e le fa esplodere con la nonchalance di un bambino che soffia su un castello di carte. Il risultato è una serie di scene che restano in testa molto dopo aver chiuso il libro.

Siamo nel 1959, e l’America che Powell ritrae è quella del benessere di facciata, della felicità obbligatoria, del sogno a rate. La vacanza come metafora è perfetta per smontare quella mitologia: è il momento in cui il copione della vita quotidiana si inceppa, in cui la famiglia scopre che stare insieme ventiquattro ore su ventiquattro è tutt’altra cosa rispetto allo stare insieme nelle pause tra un impegno e l’altro, soprattutto quando si combatte una dura battaglia contro la burocrazia del Governo, entità dai confini labili ma dai “servitori” spesso miopi e implacabili.

Powell non predica, però. Non sale in cattedra, non vuole insegnarci niente. Ci fa ridere, e nel riderti tra le mani ti fa pensare. È il miglior tipo di letteratura: quella che non si annuncia come tale.

Se avete amato “L’uomo di Filadelfia”, “Vacanze matte” è un appuntamento obbligatorio. Se non lo conoscete ancora, partite da lì e arrivate qui. Il viaggio ne vale la pena, anche se — e forse soprattutto …se — le cose andranno storte lungo la strada.

Per la chicca: nel 1962 Gordon Douglas dirige l’adattamento cinematografico dal titolo “Lo sceriffo scalzo” con nientepopodimeno che Elvis Presley nel ruolo di Toby, cosa che però banalizza la caustica critica sociale del romanzo per rendere la pellicola più “fruibile” ai fan del re del rock and roll.

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“L’uomo di Filadelfia” di Richard Powell

(Garzanti, 1965)

C’è un momento, nella letteratura americana degli anni Cinquanta, in cui il romanzo smette di guardarsi allo specchio e comincia a osservare le crepe nel vetro. Richard Powell, che di mestiere faceva il pubblicitario, lo fa con l’immortale “L’uomo di Filadelfia”, pubblicato nel 1958, e lo fa con quella precisione chirurgica che ti lascia addosso più domande che risposte.

La storia è quella di Anthony Judson Lawrence, avvocato di grido della Philadelphia aristocratica, un uomo che incarna tutto ciò che l’America dell’immediato secondo dopoguerra vuole credere di avere: successo, rispettabilità, controllo. Powell lo mette su un piedistallo e poi, pagina dopo pagina, gli sega le gambe. Non con violenza, non con clamore. Con la lentezza insopportabile della verità che emerge.

Perché Lawrence è un uomo che ha costruito la sua vita su fondamenta che non gli appartengono. A partire da tre generazioni prima, dalla sua bisnonna arrivata come sguattera dall’Irlanda nella Filadelfia della seconda metà dell’Ottocento, passando per sua nonna e sua madre. Ma lui è riuscito dove le sue antenate, anche perché donne, non hanno potuto. Lui frequenta i club giusti, difende i clienti giusti. Ma sotto la superficie patinata c’è il vuoto e soprattutto l’opportunismo. Opportunismo che Tony, suo malgrado e a suon di schiaffoni materiali e morali, ha imparato a seguire. E quando arriva il caso che metterà alla prova non solo le sue capacità professionali ma l’intera impalcatura della sua esistenza, Powell ci costringe a stare lì, a guardare.

Il romanzo funziona perché Powell non giudica. Non ti dice che Lawrence è un ipocrita o una vittima del sistema. Te lo mostra, semplicemente. E nel mostrarlo, ti fa capire quanto sia facile scivolare in quella stessa trappola. Quanto sia sottile il confine tra chi sei davvero e chi fingi di essere per così tanto tempo da dimenticare la differenza.

C’è una Filadelfia che emerge da queste pagine, ed è una città di ombre lunghe e salotti polverosi, dove i cognomi contano più dei meriti e dove il passato è una condanna travestita da privilegio. Powell la dipinge con l’affetto amarognolo di chi conosce bene quel mondo, ma non ne è più complice.

La scrittura è asciutta, senza fronzoli. Powell non perde tempo in descrizioni inutili o divagazioni psicologiche. Va dritto al punto, sempre. E il punto è scomodo: cosa resta di un uomo quando toglie la maschera e scopre che sotto non c’è quasi nulla?

“L’uomo di Filadelfia” è uno di quei romanzi che oggi leggiamo con una certa nostalgia, non per il mondo che descrive – quel mondo meritava di crollare – ma per la capacità di Powell di metterlo in scena senza sconti, senza la tentazione di offrire soluzioni facili o redenzioni immeritate.

È un libro che parla di un’epoca precisa, ma le domande che solleva sono ancora tremendamente attuali. Quanto di noi è autentico? Quanto siamo disposti a sacrificare per mantenere una facciata? E quando finalmente decidiamo di essere onesti, è troppo tardi?

Powell non risponde. Ti lascia lì, con Lawrence, a guardare le macerie. E forse è proprio questo il suo regalo più grande: non la consolazione, ma la lucidità. Quella lucidità feroce che è il primo passo per smettere di mentire, agli altri e a se stessi.

Un romanzo che merita di essere riscoperto, non come documento storico, ma come specchio. Uno specchio che continua a riflettere limpido e spietato, anche dopo quasi settant’anni.

Per la chicca: nel 1959 Vincent Sherman dirige “I segreti di Filadelfia”, ispirato a questo splendido romanzo, con protagonista il grande Paul Newman, e con la sceneggiatura firmata anche Dalton Trumbo, che però smussa le parti più taglienti della critica caustica di Powell.

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