“Il piatto piange” di Piero Chiara

(Mondadori, 1962)

Il titolo forse inganna. “Il piatto piange” fa pensare alla fame, alla miseria, alle privazioni della guerra. E invece Piero Chiara ci parla di un’altra fame, quella del gioco d’azzardo, del vizio che ti mangia dentro con la stessa voracità di uno stomaco vuoto. Un vizio irresistibile e proibito, come allora era quello del sesso nel nostro Paese, bigotto, perbenista e patriarcale.

Siamo a Luino, sulla sponda varesina del Lago Maggiore, tra i primi anni Trenta e la fine della Seconda Guerra Mondiale. La cittadina di provincia diventa il palcoscenico perfetto per questa storia di ossessioni, desideri e illusioni. Chiara, che quella realtà la conosceva bene, ci porta dentro un mondo fatto di persone normali che cedono al richiamo del gioco, così come a quello del sesso, come si cede a una droga. E tra questi personaggi c’è anche il narratore stesso, che non si tira fuori dalla storia, non giudica dall’alto, ma si mette in mezzo agli altri giocatori con la stessa febbre, la stessa speranza irrazionale.

Il gioco d’azzardo qui non è solo un vizio individuale, è la metafora perfetta della vita in provincia. Perché cosa fai quando sei bloccato in una cittadina sul lago, quando le giornate si susseguono tutte uguali, quando l’orizzonte è sempre lo stesso? Desideri. Giochi. Scommetti. Ti aggrappi all’illusione che la prossima mano, la prossima partita, la prossima scommessa cambierà tutto. È il desiderio di evasione che prende la forma delle carte, dei dadi, delle puntate sempre più azzardate.

Chiara racconta questi personaggi con una partecipazione che non ha nulla di moralistico. Li conosce troppo bene per permettersi di condannarli. Sa che dietro ogni giocatore c’è una vita frustrata, un sogno rimandato, una provincia che stringe come una morsa. Il gioco diventa l’unica finestra su un mondo diverso, anche se è una finestra falsa, una trappola che ti illude di poterti salvare mentre ti sta trascinando a fondo.

La prosa di Chiara è limpida, quasi cronachistica. Non c’è bisogno di artifici letterari quando racconti storie che hanno la forza della verità. Ogni personaggio ha il suo modo di giocare, la sua personale ossessione, ma tutti sono accomunati dalla stessa speranza disperata. E Chiara li segue uno per uno, li osserva mentre si rovinano, mentre perdono tutto, mentre tornano a vincere per poi perdere ancora, senza mai smettere di restituire loro dignità narrativa.

Poi arriva la guerra, e quello che sembrava un dramma privato si scontra con la Storia. I sogni, le illusioni, le piccole manie di provincia si frantumano contro la realtà del conflitto mondiale. Ma Chiara è troppo intelligente per fare del facile simbolismo: la guerra non redime nessuno, non dà lezioni morali. Semplicemente spazza via tutto, anche le piccole ossessioni che sembravano così importanti. A salvarsi, forse, sono quelli che hanno lasciato Luino molto tempo prima.

Quello che rende “Il piatto piange” un romanzo ancora attuale è proprio questa capacità di raccontare la provincia italiana senza caricarla di sentimentalismi. Chiara sa che la vita in provincia è fatta di attese, di noia, di orizzonti limitati. E sa che in quel vuoto si insinuano i vizi, le ossessioni, tutti quei meccanismi di fuga che promettono libertà e consegnano solo nuove catene.

Il gioco d’azzardo diventa così la cifra di un’intera esistenza. Non è solo questione di soldi persi o vinti: è il tentativo disperato di dare un senso a giornate che altrimenti scorrerebbero identiche, è l’illusione di poter controllare il destino quando tutto intorno a te ti dice che sei impotente. È la provincia che sogna di essere altro, e si aggrappa alle carte o al sesso come a un’ancora di salvezza.

Leggere questo romanzo oggi significa rivivere meccanismi che non sono affatto scomparsi. Una certa provincia è ancora lì, con le sue frustrazioni e i suoi desideri repressi. E il gioco, sotto altre forme, continua a essere quella trappola seduttiva che promette una vita diversa mentre ti sta solo svuotando le tasche e l’anima.

Chiara scrive senza illusioni ma anche senza cinismo. I suoi personaggi perdono, si rovinano, vedono i loro sogni infrangersi, ma restano profondamente umani. E alla fine, quando chiudi il libro, capisci che “Il piatto piange” non è solo un romanzo sul vizio, e non solo quello del gioco: è un romanzo sull’impossibilità di fuggire da se stessi, anche quando pensi di avere in mano le carte vincenti.

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“I giovedì della signora Giulia” di Paolo Nuzzi e Massimo Scaglione

(Italia, 1970)

Chiamatemi pure un nostalgico del bianco e nero (anche se questo nello specifico è a colori), ma mi fanno impazzire e mi intrigano come pochi i vecchi sceneggiati della nostra – sparita e compianta – grande televisione.

Questo si ispira al romanzo omonimo di Piero Chiara – scrittore che personalmente apprezzo molto – grande narratore e castigatore dei vizi della ricca provincia italiana del nord, e ci porta nello specifico dentro la magione dell’avvocato Tommaso Esengrini (impersonato da un bravissimo e antipaticissimo Claudio Gora), che un giovedì sera chiama il suo “amico-nemico” di tribunale, l’ispettore Sciancalepre (che ha il viso del vero investigatore privato Tom Ponzi), per chiedergli un supporto morale e logistico visto che la moglie Giulia è scappata di casa.

Ricostruendo gli ultimi giorni prima della scomparsa, Sciancalepre viene a sapere che la signora era usa ogni giovedì andare a Milano per trovare la figlia adolescente, ospite di un rinomato collegio della città. E, soprattutto, l’ispettore scopre che la signora Esengrini aveva una relazione con tale Luciano Barsanti, che era pronto a iniziare una nuova vita con lei a Roma.

Ma nessuno, nemmeno lui, ha notizie della signora che alla fine viene classificata come persona scomparsa.

L’anno successivo, durante i lavori per costruire una piscina nel giardino di villa Esengrini, viene scoperto il corpo della signora Giulia all’interno di una vecchia cisterna che uno smottamento ha riportato alla luce.

L’indiziato principale del delitto diventa subito l’avvocato Esengrini, che però nega tutto portando l’attenzione del PM prima sul Barsanti e poi su Demetrio, il suo tuttofare e assistente personale di studio, abitante anche lui a Villa Esengrini e conoscente fin da bambino della signora Giulia…

La conclusione dello sceneggiato (prodotto da Pietro Germi, e si vede!) si discosta non poco da quella del romanzo – tranquilli non anticipo nessuna delle due – ma mantiene inalterata l’atmosfera cupa e inquietante dello scritto di Chiara.

Per amanti e fini intenditori.

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“La spartizione” di Piero Chiara

(1964/2009 Oscar Mondadori)

Emerenziano Paronzini è un uomo volitivo, e adesso che è giunto alla decisione di prender moglie nulla può fermarlo.

Fra le donne in età da marito disponibili e con un’ottima rendita, nel piccolo paese di Luino, i suoi attenti studi lo portano a concentrarsi sulle tre sorelle Tettamanzi: Fortunata, Camilla e Tarsilla.

Dopo un’assidua frequentazione di casa Tettamanzi, il Paronzini sceglie e si dichiara a Fortunata, la maggiore. Ma con metodo e perseveranza riuscirà a diventare, di fatto, il marito anche delle altre due sorelle, costi quel che costi…

Un delizioso affresco della provincia borghese italiana del Ventennio. Da questo romanzo Alberto Lattuada, con la collaborazione alla sceneggiatura dello stesso Chiara, ha tratto il film “Venga a prendere il caffè da… noi” (1970) con un grande Ugo Tognazzi nel ruolo del Paronzini.

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