“Bulli e pupe” di Damon Runyon

(Longanesi, 1966)

C’è un modo di raccontare i bassifondi di New York che sembra uscito da un juke-box rotto: frasi che scattano al presente anche quando parlano del passato, gangster che si esprimono come cavalieri medievali travestiti da scommettitori, e un narratore che osserva tutto con la faccia di chi non si stupisce più di niente. Questo modo di raccontare ha un nome e un cognome, Damon Runyon, e un titolo che ne racchiude l’essenza meglio di qualsiasi definizione critica: Bulli e pupe.

Runyon, cronista sportivo prima ancora che scrittore di racconti, porta nella narrativa americana un orecchio allenato sul campo, tra ippodromi, ring e sale da biliardo malfamate. E si vede, perché la sua prosa non nasce a tavolino: nasce dalla strada, da un gergo che mescola lo slang dei bassifondi a un registro quasi aulico, con quei tempi verbali al presente storico che trasformano ogni rapina, ogni scommessa, ogni tradimento amoroso in un evento epico raccontato da un cantastorie che ha visto troppe cose per emozionarsi ancora.

Il libro raccoglie una serie di racconti ambientati nella Broadway del Proibizionismo, popolata da personaggi con nomi che sono già un piccolo romanzo a sé: Benny Via del Sud, Dave il Paìno, John lo Spagnolo, Harry il Cavallo, Il Cervello o Macellone. Non sono gangster nel senso classico del cinema hollywoodiano contemporaneo, non sono nemmeno vere canaglie: sono piuttosto piccoli imprenditori dell’illegalità spicciola, giocatori d’azzardo cronici, organizzatori di scommesse clandestine che si muovono in un mondo dove l’onore, per quanto paradossale possa sembrare, conta ancora qualcosa. È un’umanità di malviventi con un loro codice etico interno, spesso più rigido di quello della società “onesta” che li disprezza dall’alto.

Ciò che rende Runyon un autore rivoluzionario, al di là del fascino aneddotico delle sue storie, è proprio la lingua. Quel dialetto newyorkese semi-inventato — sospeso tra il gergo criminale reale e un’invenzione letteraria personalissima — diventerà un marchio di fabbrica capace di attraversare i decenni. Le frasi si allungano con una cadenza quasi orale, come se qualcuno le stesse raccontando al bancone di un bar, tra una scommessa persa e un caffè freddo, e proprio in questa oralità sta la vera scommessa stilistica di Runyon: fare letteratura alta con materiale considerato basso, senza mai tradire nessuno dei due registri.

Non è un caso che questo linguaggio abbia finito per plasmare intere generazioni di narratori e sceneggiatori americani. L’eco di Runyon si sente distintamente in tanto cinema e tanta narrativa newyorkese del secondo Novecento, e Woody Allen, che di Manhattan e delle sue nevrosi urbane ha fatto una firma autoriale, ne è probabilmente l’erede più dichiarato: quel ritmo serrato, quell’ironia che nasce dal contrasto fra un registro forbito e un contenuto tutt’altro che nobile, quella galleria di personaggi improbabili eppure credibilissimi, sono figli diretti della lezione runyoniana, filtrata poi attraverso la propria sensibilità nevrotica e intellettuale.

Va detto che il titolo con cui il libro è conosciuto in Italia porta con sé un piccolo cortocircuito: Bulli e pupe è infatti anche il nome con cui è passato alla storia il celebre musical di Broadway (e poi il film con Frank Sinatra e Marlon Brando) che da questi racconti ha tratto ispirazione, al punto che spesso i due titoli, quello letterario e quello musicale, finiscono per sovrapporsi nella memoria collettiva dei lettori meno attenti. Ma la fonte resta questa: le pagine di Runyon, non le canzoni di Frank Loesser, per quanto quelle canzoni siano poi diventate immortali a loro volta.

Damon Runyon lavora più per accumulo di atmosfera che per costruzione di trama. Ma è un limite – se davvero può essere considerato un limite – che sbiadisce non appena si accetta la vera natura del libro: non un romanzo nel senso tradizionale, ma una collezione di istantanee, di ritratti veloci e definitivi, tenuti insieme da una voce narrante inconfondibile più che da un intreccio.

Bulli e pupe resta, ad oltre novant’anni dalla sua prima pubblicazione – che avvenne nel 1932 -, un piccolo laboratorio linguistico ancora capace di stupire per l’audacia con cui mescola i registri, e di far sorridere per l’umanità paradossale dei suoi protagonisti. Da leggere anche solo per capire da dove viene una parte non piccola della comicità e della lingua letteraria americana che ancora oggi continuiamo a frequentare, magari senza saperlo, ogni volta che ci godiamo un film di Woody Allen o una battuta fulminante scritta su New York.

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“Don Chisciotte made in U.S.A.” di Richard Powell

(Garzanti, 1968)

Immaginate un cittadino statunitense convinto di poter portare la democrazia su un’isola caraibica governata da un dittatore da avanspettacolo. Immaginate che ci creda davvero. Con quella fede incrollabile, quasi infantile, di chi ha letto troppi opuscoli e visto troppo pochi funerali. Ora immaginate che abbia anche ragione, ma nel modo sbagliato, nel momento sbagliato, con le conseguenze sbagliate.

Benvenuti nel mondo di Richard Powell. Un posto dove la satira fa più male della critica seria, proprio perché non sembra farlo.

Powell non era nuovo a questo genere di operazione. Chi ha letto “Vacanze matte” — quel delizioso e sottovalutato “Pioneer, Go Home!” del 1959 — sa già di avere a che fare con uno scrittore capace di imbustare dentro la commedia satirica una critica sociale che morde sul serio. Là erano i burocrati federali a fare le spese del suo sguardo e lo stereotipo più classico della “way of life” a stelle e strisce. Qui tocca alla politica estera americana, ai tiranni da operetta, alle rivoluzioni made in Hollywood e alla tendenza degli Stati Uniti – fin troppo attuale… – nel confondere l’interventismo con la filantropia. Materia potenzialmente esplosiva. Powell la maneggia con quella leggerezza apparente che è il marchio di chi sa esattamente dove sta andando.

La storia è presto detta: un americano ingenuo, idealista fino alla patologia, si ritrova coinvolto in una tragicommedia politica nella Repubblica di San Marco, un’immaginaria isola caraibica in balia di un dittatore grottesco. Il parallelo con Miguel de Cervantes è dichiarato dal titolo e poi abbandonato con intelligenza: non è una parafrasi, è uno specchio. Il protagonista ha la stessa cecità cavalleresca di don Chisciotte, la stessa ostinazione nel voler vedere nobiltà dove c’è solo polvere e opportunismo, lo stesso destino di vedersi sistematicamente smentito dalla realtà senza smettere di crederci un momento.

Powell costruisce la sua repubblica immaginaria con un realismo grottesco che funziona perché non strizza mai l’occhio. I corrotti non sono caricature: sono persone riconoscibili che fanno cose riconoscibili per ragioni riconoscibili. I rivoluzionari non sono eroi: sono individui con le loro meschinità, le loro ambizioni, i loro calcoli. E l’americano nel mezzo — convinto di portare democrazia e libertà su un’isola che non gliele ha mai chieste… — è il personaggio più ridicolo e più umano di tutti, perché la sua buona fede è reale e produce ugualmente disastri.

Non stupisce che Woody Allen ci si sia tuffato dentro con la voracità che ha sempre mostrato verso certi tipi di umorismo. “Il dittatore dello stato libero di Bananas” del 1971 porta sullo schermo quella stessa struttura narrativa — il protagonista trascinato per caso nel vortice di una rivoluzione caraibica da operetta — con il solo, enorme, aggiustamento della voce autoriale. Allen sostituisce la prosa misurata di Powell con il surrealismo nevrotico che è la sua firma inconfondibile. Il risultato è diverso eppure riconoscibile: due cugini che condividono lo stesso genitore narrativo. Ed io, in questo caso, preferisco di gran lunga il libro.

La scrittura di Powell è il vero punto di forza. Asciutta, precisa, con un ritmo che non ristagna mai. Sa essere feroce senza alzare la voce. Una scena in particolare — il discorso del dittatore davanti alla folla plaudente, costruito con l’assurdità logica dei luoghi comuni del potere — raggiunge una qualità satirica che molti autori considerati più seri avrebbero dovuto invidiare. Powell non moralizza mai apertamente: lascia che siano i fatti a parlare, e i fatti che sceglie di raccontare dicono cose molto precise sulla natura del potere e sull’ingenuità di chi crede di poterlo cambiare dall’esterno portandosi dietro i propri pregiudizi culturali come fossero strumenti universali di civiltà.

Il romanzo, secondo me, ha un solo difetto: il finale tende a ricomporre un po’ troppo ordinatamente ciò che il resto del libro si era premurato di scomporre. Come se Powell a un certo punto avesse sentito il peso della propria lucidità e avesse deciso di alleggerirlo con una soluzione narrativa più benevola di quanto la storia meritasse. Ma è un difetto minore in un’opera che per oltre duecentottanta e passa pagine funziona con una precisione quasi meccanica.

“Don Chisciotte made in U.S.A.” è rimasto nel dimenticatoio per decenni, eclissato anche dalla popolarità del film che ne ha preso spunto. È la sorte di certi libri: sopravvivono nell’ombra di qualcosa che hanno generato, come genitori che il mondo riconosce solo attraverso i figli. Meriterebbe una riscoperta, e non solo per ragioni filologiche. Meriterebbe una riscoperta perché le repubbliche caraibiche da operetta, i salvatori stranieri carichi di buone intenzioni e i dittatori che fanno discorsi alle folle plaudenti non sembrano poi così lontani. Anzi: cambiano nome, cambiano latitudine, ma la commedia tragica resta sorprendentemente uguale a se stessa.

Powell lo sapeva già nel 1968. E a giudicare da come vanno le cose, aveva ragione allora quanto oggi.

Da recuperare. Possibilmente senza aspettare altri cinquant’anni.

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“La Rosa Purpurea del Cairo” di Woody Allen

(USA, 1984)

“La Rosa Purpurea del Cairo” è una delle opere più affascinanti della filmografia di Woody Allen, un gioiello cinematografico che esplora il confine sottile tra fantasia e realtà.

Ambientato durante la Grande Depressione, il film racconta la storia di Cecilia (interpretata magnificamente da Mia Farrow), una cameriera infelice, ma che trova conforto nella magia del cinema. La sua esistenza grigia, segnata da un matrimonio fallimentare con Monk (un bravissimo Danny Aiello) un marito disoccupato alcolista e violento, viene illuminata solo dalle ore trascorse nella piccola sala cinematografica locale.

La svolta surreale avviene quando Tom Baxter (che ha il viso di Jeff Daniels), protagonista del film “La Rosa Purpurea del Cairo”, esce letteralmente dallo schermo per incontrare la sua più grande ammiratrice. Questo espediente narrativo geniale permette ad Allen di esplorare una delle sue tematiche preferite: il potere trasformativo dell’arte e l’illusione come rifugio.

Ciò che rende il film straordinario è la sua stratificazione: è contemporaneamente una commedia romantica, una riflessione meta-cinematografica e una parabola amara sulla vita. Allen gioca magistralmente con i livelli di realtà, creando una storia che è tanto incantevole quanto malinconica.

La conclusione del film è profondamente toccante e rappresenta la perfetta metafora dell’esperienza cinematografica: i sogni proiettati sullo schermo offrono una temporanea via di fuga, ma inevitabilmente le luci si riaccendono e dobbiamo confrontarci con la realtà delle nostre vite.

La fotografia di Gordon Willis, con le sue tonalità seppia che contrastano il mondo reale con quello del cinema in bianco e nero, contribuisce a creare questa struggente dicotomia visiva tra sogno e realtà.

“La Rosa Purpurea del Cairo” rimane una delle riflessioni più poetiche sul potere del cinema di trasportarci altrove, pur riconoscendo, con malinconica saggezza, che quella magia ha inesorabilmente i suoi limiti temporali. Un film sul cinema che diventa esso stesso dimostrazione del perché amiamo tanto la settima arte.

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“Conversazioni su di me e tutto il resto” di Woody Allen con Eric Lax 

(La Nave di Teseo, 2024)

Con “Conversazioni su di me e tutto il resto”, il grande regista, sceneggiatore e attore Woody Allen apre una finestra sulla sua vita e la sua carriera, offrendoci uno sguardo unico e intimo sui suoi pensieri più personali. In questo libro, frutto di un lungo dialogo – durato circa trent’anni – con il suo amico e biografo Eric Lax, Allen racconta con il suo stile inconfondibile, fatto di ironia e sagacia, le esperienze che lo hanno formato come artista e come uomo.

Il libro, strutturato come una serie di conversazioni, si sviluppa in un tono colloquiale e rilassato, dove Allen ripercorre la sua carriera dagli inizi come scrittore di battute per programmi televisivi fino a diventare una delle voci più riconoscibili e rispettate del cinema mondiale. Ciò che emerge è un ritratto complesso di un uomo perennemente in bilico tra il desiderio di fare cinema d’autore e la consapevolezza del suo status di intrattenitore.

Uno degli aspetti più interessanti del libro è la schiettezza con cui Allen parla del suo lavoro. Lungi dall’idealizzare la creazione artistica, l’autore si confessa insoddisfatto di molti dei suoi film, sottolineando quanto spesso i risultati sullo schermo non corrispondano alle sue intenzioni originali. È una riflessione affascinante, che ci permette di vedere oltre la superficie dell’artista apparentemente sicuro di sé, rivelando un uomo che, come tutti, lotta contro le proprie insicurezze.

Allen parla anche dei suoi idoli cinematografici e delle influenze che hanno plasmato la sua visione. Le pagine dedicate ai suoi amori cinematografici, da Ingmar Bergman a Federico Fellini, sono un atto d’amore per il cinema d’autore europeo, che ha profondamente segnato il suo stile e la sua poetica. Non manca, inoltre, l’autoironia: Allen scherza su alcuni dei suoi film meno riusciti, accettando con umorismo anche i flop al botteghino, così come si stupisce del grande successo di altri, come “Io e Annie”, “Manhattan” e “Match Point”.

Eric Lax, che lo conosce da anni, guida la conversazione con intelligenza, riuscendo a far emergere non solo la figura dell’artista, ma anche quella dell’uomo dietro la cinepresa. Le riflessioni sulla vita, la morte, l’amore e la ricerca di senso, temi centrali nei film di Allen, qui vengono esplorati in maniera più diretta, con una sincerità che sorprende.

Non mancano, ovviamente, i riferimenti alla travagliata vita personale di Allen, in particolare alle controversie che hanno segnato la sua vita privata negli ultimi decenni. Senza mai scendere nel sensazionalismo, il regista spiega schiettamente la sua versione dei fatti, mantenendo sempre quel tono disincantato che lo caratterizza.

“Conversazioni su di me e tutto il resto” non è solo un libro per appassionati di Woody Allen, ma anche un’opera che offre una visione unica sul processo creativo e sulle sfide che affronta un autore nel corso della sua carriera. È una lettura scorrevole, ricca di aneddoti divertenti e momenti di riflessione più profondi, che dipinge il ritratto di un uomo complesso, che con umorismo e intelligenza continua a interrogarsi su se stesso, sul mondo e, soprattutto, sul suo inspiegabile – …a suo modo di vedere – successo.

In definitiva, il libro è una deliziosa immersione nel mondo di Woody Allen, tra cinema, vita e riflessioni personali. Perfetto per chi è incuriosito dall’artista e dalla sua visione del mondo, ma anche per chi vuole capire di più su cosa significhi creare un film con tutte le incertezze e le frustrazioni che ne derivano. Una lettura che scorre veloce, ma lascia spazio per pensare a lungo dopo averla finita.

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 “Ombre e nebbia” di Woody Allen

(USA, 1991)

Con “Ombre e nebbia” Woody Allen ci porta in un territorio inusuale per il suo stile, ma non per il suo spirito irrequieto e curioso. Questo film del 1991, girato interamente in un bianco e nero meravigliosamente espressionista, è una sorta di omaggio al genio di Franz Kafka e al cinema muto, ai thriller noir degli anni ’30 e a quel mondo visionario che registi come Fritz Lang e Friedrich Wilhelm Murnau hanno saputo creare. Per girarlo, la produzione ha realizzato un set di oltre 2.000 metri quadrati, uno dei più grandi mai creati a New York.

Tratto dal racconto “Morte” che lo stesso Allen pubblicò nel 1972 nella raccolta “Citarsi addosso” – poi ripubblicata nel nostro Paese col titolo “Senza piume” nel 2023 – la trama del film segue Kleinman, interpretato dallo stesso Allen, un uomo qualsiasi che si trova, suo malgrado, coinvolto in una caccia a un misterioso assassino che terrorizza una città avvolta dalla nebbia. Sembra quasi una fiaba, ma di quelle oscure, dove il protagonista si muove senza una vera direzione, perso in un mondo popolato da figure eccentriche, tutte in qualche modo distaccate dalla realtà. La caccia all’assassino, in fondo, è solo una scusa per esplorare i grandi temi che Allen ama affrontare: la paura, l’incertezza, il significato (…o la mancanza di significato) dell’esistenza.

L’atmosfera onirica è resa perfettamente grazie a una regia che non ha paura di prendersi i suoi tempi e un cast di altissimo livello: oltre a Mia Farrow, ci sono John Malkovich, Jodie Foster, Kathy Bates, John C. Reilly, Madonna e tanti altri come John Cusack, che poi interpreterà il delizioso “Pallottole su Broadway” diretto dallo stesso Allen nel 1995. Ognuno dei personaggi interpreta una piccola parte di questo strano mosaico umano. Ciascuno è alla ricerca di qualcosa, e come spesso accade nei film di Allen, alla fine non trovano molto, se non ulteriori domande.

“Ombre e nebbia” è un film che non offre risposte semplici né confortanti. È un’opera che ti lascia con la sensazione che tutto sia effimero e fugace, come la nebbia che copre e scopre le strade della città senza nome, fotografata superbamente da Carlo Di Palma. Allen non ci risparmia il suo umorismo sottile e intellettuale, ma qui è più cupo, quasi cinico, come se volesse ricordarci che la vita, alla fine, è solo una lunga serie di tentativi di sfuggire alle nostre paure.

Non è un film facile o convenzionale. Chi ama il Woody Allen più leggero e spensierato, quello delle commedie romantiche o dei dialoghi fulminanti, potrebbe trovare questo lavoro troppo distante dai suoi gusti. Ma per chi è disposto a seguire Allen in questa incursione nel crepuscolo, “Ombre e nebbia” è un’esperienza affascinante, che riflette sul cinema, sulla filosofia e sulla nostra fragile condizione umana.

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“Harry a pezzi” di Woody Allen

(USA, 1997)

Dopo le vicende che hanno sancito la fine, con alcuni pesanti strascichi legali, del rapporto decennale con Mia Farrow – che lo stesso Allen ha poi raccontato dettagliatamente nel suo delizioso “A proposito di niente” – il genio newyorkese ci dipinge la storia personale di Harry Bloch – suo alter ego, tanto che è lui stesso ad impersonarlo – superbo scrittore ma che nella vita personale è un disastro emotivo per chi ha la “sfortuna” di incontrarlo, soprattutto le donne, sua incontenibile e morbosa ossessione.

Come ogni grande artista, anche Harry Bloch si ispira alla propria vita privata per prendere spunto per le sue opere. Caravaggio, usando come modelle le prostitute che frequentava quotidianamente per dare il volto alla Madonna o ad altre figure sacre che dipingeva nei suoi capolavori immortali, al massimo suscitava lo sdegno degli altri prelati che glieli avevano commissionati.

Harry Bloch, invece, pubblicando i suoi racconti e i suoi romanzi, travolge senza il minimo scrupolo la vita delle persone – e ancora una volta soprattutto quella delle donne… – che ha frequentato o frequenta, mettendone in piazza le debolezze, le miserie e i tradimenti.

Nessuno riesce a perdonare Harry, che con il suo egoismo pretende che il mondo si adatti a lui e non il contrario. Autoreferenziale e viziato, Harry è destinato sempre a rimanere solo. E così, alla fine, gli unici che gli staranno accanto, devoti e fedeli, saranno solo i suoi personaggi.

Naturalmente “Harry a pezzi” non ha nulla a che vedere con le vicende personali e legali – ormai definitivamente chiuse – con il matrimonio fra Allen e Farrow, ma è invece una “semplice” confessione personale del regista che alla realtà preferisce sempre e comunque la – …propria – fantasia, dove le cose funzionano e vanno inesorabilmente in linea con il suo – …assai complicato ed irrisolto – essere.

Con un cast stellare fra cui spiccano Judy Davis, Billy Crystal, Richard Benjamin, Julia Louis-Dreyfus, Kristie Alley ed Elisabeth Shue; e con dei camei davvero eccezionali come quello strepitoso di Robin Williams e Julie Kavner, o di Demi Moore e Stanley Tucci, di Eric Bogosian, Mariel Hemingway, Tobey Maguire e Paul Giamatti, “Harry a pezzi” è senza dubbio fra le migliori pellicole in assoluto di Woody Allen.

Da vedere ad intervalli regolari.

“La maledizione dello scorpione di giada” di Woody Allen

(USA, 2001)

Gli anni Quaranta sono stati per Woody Allen quelli dell’infanzia, che ha magnificamente raccontato nel delizioso “Radio Days“. In questa sua opera, invece, li usa come ambientazione per narrare una storia su uno degli argomenti più affascinanti ed esotici di quel momento: l’ipnotismo.

Negli anni della definitiva esplosione della jazz – musica non a caso tanto amata dallo stesso Allen – la società era incantata da alcuni sedicenti maghi che riuscivano in pochi istanti ad ipnotizzare le persone davanti a un pubblico sempre più numeroso.

Da questo spunto il genio newyorkese scrive dirige e interpreta una deliziosa pellicola in pieno stile hollywoodiano da sophisticated comedy – in cui ha brillato, per esempio, la coppia Katharine Hepburn e Cary Grant – e i cui due ingredienti principali sono l’amore e il mistero. Non è un caso, quindi, se la colonna sonora del film è centrata su alcuni pezzi storici dell’epoca fra cui “Sophisticated Lady” firmata ed eseguita da Duke Ellington, con testo di Irving Mills.

1940, CW Briggs (lo stesso Allen) è l’investigatore più esperto – …e più anziano – di una grande compagnia di assicurazioni di New York. Nonostante i suoi metodi elementari e poco ortodossi, Briggs riesce sempre a smascherare le truffe e a ritrovare i pezzi trafugati e assicurati dalla sua società.

I problemi arrivano quando Chris Magruder (Dan Aykroyd), presidente delle assicurazioni nonché figlio del fondatore, assume Betty Ann Fitzgerald (una bravissima Helen Hunt) per rinnovare e svecchiare la compagnia.

Fra Briggs e Fitzgerald scoppiano però subito delle acredini e delle scintille, e a complicare tutto ci si mette un prestigiatore che una sera, nel locale dove i due assieme a Magruder e ad altri colleghi cenano, li ipnotizza con un ciondolo di giada a forma di scorpione ordinandogli di essere per alcuni momenti due felici innamorati. Intanto, nella città che non dorme mai, iniziano ad essere messi a segno clamorosi furti che hanno come obiettivo gioielli assicurati proprio dalla compagnia di Magruder…

Deliziosa ed esilarante commedia con dei dialoghi irresistibili, grazie anche alla bravura della Hunt che riesce davvero a tenere testa ad Allen come poche altri attrici hanno saputo fare. Un grande omaggio ai film di quegli anni, su cui già calava inesorabile la terribile ombra del secondo conflitto mondiale, che con una risata riuscivano a far sopravvivere gli spettatori alla “orribile realtà”, come la chiama Briggs/Allen in una delle ultime scene.

Nel cast anche una prorompente e fascinosa Charlize Theron e Wallace Shan, quest’ultimo uno degli attori preferiti in assoluto da Allen.

“Un colpo di fortuna – Coup de Chance” di Woody Allen

(USA/Francia, 2023)

Woody Allen torna a parlarci dell’importanza della fortuna nella vita.

Dopo il bellissimo “Match Point” il genio newyorkese ci racconta una nuova storia di amore, desiderio e delitto. Questa volta siamo a Parigi, dove vive Fanny Moreau (Lou de Laâge) e lavora presso una prestigiosa casa d’aste. Una mattina – …per caso – incontra per strada Alain (Niels Schneider) un suo vecchio compagno di liceo, ai tempi in cui entrambi vivevano a New York.

Fanny racconta ad Alain di essere diventata la signora Fournier, sposa devota di Jean Fournier (un bravissimo Melvil Poupaud) facoltoso personaggio di rilievo dell’alta finanza transalpina. Alain, invece, fa lo scrittore e dopo aver girato il mondo, sta finendo di scrivere il suo ultimo romanzo nella capitale francese.

Fanny accetta piacevolmente i successivi inviti di Alain a pranzo, mentre il ruolo di “moglie trofeo” nel quale l’ha incastonata Jean le inizia a stare sempre più stretto. Ma Jean, per arrivare dove è arrivato nel mondo della finanza, ha imparato a provocarla la fortuna e non più ad aspettarla, e tutte le cose che vuole le prende, come qualche tempo prima ha “preso” Fanny, e non è certo disposto a perderle facilmente. A casa Fournier, intanto, arriva Camille (Valérie Lemercier), la madre di Fanny, che ha un carattere e un approccio alla vita molto simile a quello di Jean. Infatti, come al genero, anche a Camille piace molto fare trekking e andare a caccia di cervi…

Scritto e diretto, ma non interpretato, da Allen questo film ci ricorda come l’autore americano sia particolarmente bravo a raccontare drammi, e non solo commedie. L’anima tragica di Allen – che lui stesso più volte ha reclamato in varie interviste – ci regala un racconto delizioso delle debolezze, delle ingenuità e delle cattiverie di noi esseri umani che, indipendentemente dal nostro status o conto bancario, siamo preda di atti e desideri spesso profondi e senza remore. Ma alla fine, di questo prima o poi tutti se ne devono fare una ragione, a far oscillare l’ago del destino ci pensa sempre e solo lei: la Dea Fortuna.

E poi Woody Allen in questa pellicola ci ricorda anche quanto possa essere inutilmente crudele la caccia …chapeau!

“Senza piume” di Woody Allen

(La Nave di Teseo, 2023)

Pubblicato per la prima volta nel 1976 e in italiano col titolo “Citarsi addosso”, “questo libro “Senza piume” – curato in questa edizione da Daniele Luttazzi – contiene brevi pezzi e racconti che Woody Allen ha scritto fino ai primi anni Settanta, periodo in cui ha deciso di dedicarsi quasi completamente al cinema.

Già adolescente Woody Allen era uno dei più noti e ben pagati autori di battute per artisti del cabaret, della radio e della televisione. Rileggere i suoi scritti, sempre e comunque divertenti ed esilaranti, non stanca mai.

Certo, la sua arte col corso dei decenni – e anche a seguito delle sue vicissitudini personali – è cambiata evolvendosi. Ma il genio newyorkese rimane sempre ironico e pungente. Fra i racconti c’è quello che poi, modificato dalla stesso autore, è diventato il soggetto del suo film “Ombre e nebbie”, così come è semplice – e al tempo stesso godibilissimo – scovare in battute o gag accenni o riferimenti a sue successive opere cinematografiche.

Nonostante la grande ironia che permea ogni pagina, non si può che condividere quello che lo stesso Allen disse in un’intervista qualche anno fa, sostenendo di essere un autore di tragedie – nel senso classico del termine – e non di commedie, e che il suo pubblico, ormai da decenni, commette un inspiegabile …errore.

“Zero Gravity” di Woody Allen

(La Nave di Teseo, 2022)

Dopo l’esilarante e al tempo stesso amara autobiografia “A proposito di niente”, il genio newyorkese Woody Allen torna a scrivere un libro. Questa volta si tratta di una raccolta di diciannove racconti, alcuni già comparsi sul “New Yorker”, altri invece inediti.

Tutti sempre divertenti e a volte malinconici che ci narrano di una società e una cultura che, quantomeno, lascia molto a desiderare. Cosa che ci ricorda l’intramontabile frase del grande Groucho Marx – sempre molto amato da Allen – che più o meno diceva così: “Non voglio far parte di un club che accetti tra i suoi soci uno come me”. Ecco, Woody Allen, con questi racconti sembra dirci che mal sopporta la cultura contemporanea, anche se volente o nolente lui stesso vi fa parte ed è considerato – giustamente! – una delle punte di diamante più rilevanti.

Se proprio devo scegliere, costretto davanti al plotone d’esecuzione, dico “Crescere a Manhattan”, bello e struggente che sfiora molti – se non tutti – argomenti e ambientazioni preferiti da sempre da Allen e narrati in numerose delle sue pellicole, a partire dalla città che non dorme mai: New York.

Arrivati all’ultima pagina, come capita solo coi grandi libri, ci intristiamo diventando nostro malgrado orfani di pagine e parole che ci hanno riempito l’anima e il cuore, facendoci ridere, sorridere a volte diventare malinconici.

Anche se Dio è morto, Marx (…Karl) è morto, tu Woody resisti e scrivi ancora …mi raccomando!

D’altronde, come diceva sempre il grande Marx (stavolta ancora Groucho): “All’infuori del cane, il libro è il migliore amico dell’uomo. Dentro il cane è troppo scuro per leggere”.