
(Longanesi, 1966)
C’è un modo di raccontare i bassifondi di New York che sembra uscito da un juke-box rotto: frasi che scattano al presente anche quando parlano del passato, gangster che si esprimono come cavalieri medievali travestiti da scommettitori, e un narratore che osserva tutto con la faccia di chi non si stupisce più di niente. Questo modo di raccontare ha un nome e un cognome, Damon Runyon, e un titolo che ne racchiude l’essenza meglio di qualsiasi definizione critica: Bulli e pupe.
Runyon, cronista sportivo prima ancora che scrittore di racconti, porta nella narrativa americana un orecchio allenato sul campo, tra ippodromi, ring e sale da biliardo malfamate. E si vede, perché la sua prosa non nasce a tavolino: nasce dalla strada, da un gergo che mescola lo slang dei bassifondi a un registro quasi aulico, con quei tempi verbali al presente storico che trasformano ogni rapina, ogni scommessa, ogni tradimento amoroso in un evento epico raccontato da un cantastorie che ha visto troppe cose per emozionarsi ancora.
Il libro raccoglie una serie di racconti ambientati nella Broadway del Proibizionismo, popolata da personaggi con nomi che sono già un piccolo romanzo a sé: Benny Via del Sud, Dave il Paìno, John lo Spagnolo, Harry il Cavallo, Il Cervello o Macellone. Non sono gangster nel senso classico del cinema hollywoodiano contemporaneo, non sono nemmeno vere canaglie: sono piuttosto piccoli imprenditori dell’illegalità spicciola, giocatori d’azzardo cronici, organizzatori di scommesse clandestine che si muovono in un mondo dove l’onore, per quanto paradossale possa sembrare, conta ancora qualcosa. È un’umanità di malviventi con un loro codice etico interno, spesso più rigido di quello della società “onesta” che li disprezza dall’alto.
Ciò che rende Runyon un autore rivoluzionario, al di là del fascino aneddotico delle sue storie, è proprio la lingua. Quel dialetto newyorkese semi-inventato — sospeso tra il gergo criminale reale e un’invenzione letteraria personalissima — diventerà un marchio di fabbrica capace di attraversare i decenni. Le frasi si allungano con una cadenza quasi orale, come se qualcuno le stesse raccontando al bancone di un bar, tra una scommessa persa e un caffè freddo, e proprio in questa oralità sta la vera scommessa stilistica di Runyon: fare letteratura alta con materiale considerato basso, senza mai tradire nessuno dei due registri.
Non è un caso che questo linguaggio abbia finito per plasmare intere generazioni di narratori e sceneggiatori americani. L’eco di Runyon si sente distintamente in tanto cinema e tanta narrativa newyorkese del secondo Novecento, e Woody Allen, che di Manhattan e delle sue nevrosi urbane ha fatto una firma autoriale, ne è probabilmente l’erede più dichiarato: quel ritmo serrato, quell’ironia che nasce dal contrasto fra un registro forbito e un contenuto tutt’altro che nobile, quella galleria di personaggi improbabili eppure credibilissimi, sono figli diretti della lezione runyoniana, filtrata poi attraverso la propria sensibilità nevrotica e intellettuale.
Va detto che il titolo con cui il libro è conosciuto in Italia porta con sé un piccolo cortocircuito: Bulli e pupe è infatti anche il nome con cui è passato alla storia il celebre musical di Broadway (e poi il film con Frank Sinatra e Marlon Brando) che da questi racconti ha tratto ispirazione, al punto che spesso i due titoli, quello letterario e quello musicale, finiscono per sovrapporsi nella memoria collettiva dei lettori meno attenti. Ma la fonte resta questa: le pagine di Runyon, non le canzoni di Frank Loesser, per quanto quelle canzoni siano poi diventate immortali a loro volta.
Damon Runyon lavora più per accumulo di atmosfera che per costruzione di trama. Ma è un limite – se davvero può essere considerato un limite – che sbiadisce non appena si accetta la vera natura del libro: non un romanzo nel senso tradizionale, ma una collezione di istantanee, di ritratti veloci e definitivi, tenuti insieme da una voce narrante inconfondibile più che da un intreccio.
Bulli e pupe resta, ad oltre novant’anni dalla sua prima pubblicazione – che avvenne nel 1932 -, un piccolo laboratorio linguistico ancora capace di stupire per l’audacia con cui mescola i registri, e di far sorridere per l’umanità paradossale dei suoi protagonisti. Da leggere anche solo per capire da dove viene una parte non piccola della comicità e della lingua letteraria americana che ancora oggi continuiamo a frequentare, magari senza saperlo, ogni volta che ci godiamo un film di Woody Allen o una battuta fulminante scritta su New York.
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