“Cose dell’altro mondo” di Francesco Patierno

(Italia, 2011)

I drammi legati all’immigrazione fanno purtroppo parte della cronaca quotidiana del nostro Paese – e non solo -, un filo nero che attraversa le news con una regolarità che dovrebbe far riflettere e che invece, troppo spesso, viene sfruttato per altri fini. Nonostante questo — o forse proprio a causa di questo — c’è ancora chi si aggrappa alla becera paura del diverso per fare campagna elettorale, o semplicemente per meri interessi personali, trasformando la disperazione di chi arriva da lontano in un comodo capro espiatorio da agitare davanti alle telecamere. Ed è proprio da questo cortocircuito, tanto italiano quanto universale, che Francesco Patierno decide di prendere spunto con Cose dell’altro mondo, commedia del 2011 che ha molti punti in comune con Un giorno senza messicani di Sergio Arau del 2004.

Con spirito ironico — lontano ovviamente dalle tragedie recenti — il film immagina che in una notte di pioggia torrenziale scompaiano tutti gli immigrati di una regione che sembra proprio il Veneto, e più precisamente la provincia di Treviso. Al centro della vicenda c’è Mariso Golfetto (un mattatore Diego Abatantuono), industriale rozzo e sboccatamente razzista che però, con quella incoerenza tutta italiana che il film mette impietosamente a nudo, ha in fabbrica decine di dipendenti extracomunitari, una badante straniera in casa e persino un’amante nigeriana con cui intrattiene una relazione clandestina. Una sera, dopo l’ennesimo show televisivo in cui invoca uno “tsunami purificatore” capace di riportare gli stranieri ai loro paesi, il desiderio si realizza: gli extracomunitari svaniscono nel nulla, senza lasciare traccia.

Finalmente liberi dagli extracomunitari, gli italiani “veri” potranno tornare a riappropriarsi del loro fantastico territorio senza essere costretti a dividerlo con altri? Ovviamente no: da quella notte in poi nascono soltanto nuovi problemi, a cominciare dal crollo produttivo della fabbrica di Golfetto, che senza mano d’opera straniera rischia il fallimento nel giro di poche ore.

Attorno al protagonista si muovono altri due personaggi fondamentali: sua figlia Laura (Valentina Lodovini), maestra elementare che aspetta un bambino da un dipendente di colore all’insaputa del padre con cui non parla da anni, e Ariele (Valerio Mastandrea), poliziotto romano ed ex fidanzato geloso di Laura, che a sua volta convive con pregiudizi non troppo diversi da quelli che dice di combattere. È attraverso gli occhi contraddittori di questi personaggi, ciascuno razzista a modo suo e ciascuno bisognoso degli “altri” per la propria vita quotidiana, che il film pone la fatidica domanda: dobbiamo davvero essere grati a Camillo Benso conte di Cavour per averci consegnato un’Italia unita, se poi la usiamo così male?

Patierno costruisce una commedia amara che non risparmia nessuno, né gli industriali del Nord Est che predicano l’italianità e praticano lo sfruttamento, né i benpensanti che si scoprono razzisti proprio quando credono di non esserlo. Il taxista xenofobo da bar, il sindaco opportunista, il questore che non sa più a chi dare la colpa: sono tutte tessere di un mosaico sociale in cui l’assenza degli stranieri non libera nessuno, ma smaschera semplicemente quanto quella presenza fosse, da sempre, indispensabile.

Non stupisce che anche solo il trailer abbia scatenato polemiche politiche prima ancora dell’uscita in sala, interrogazioni al Ministero dei Beni Culturali sul finanziamento pubblico ricevuto dal film e con un imprenditore che minacciò querele sentendosi diffamato dal personaggio impersonato da Abatantuono. Polemiche che, purtroppo, sono bastate a condizionare la distribuzione di un film che ha incassato poco in sala uscendo quasi in sordina, nonostante un cast di prim’ordine.

Ma diciamocelo chiaramente: davvero in Italia si può parlare così di un argomento simile e riscuotere un vero successo di pubblico? La risposta, purtroppo, sembra essere no: il pubblico italiano, quando si tratta di ridere di sé stesso su temi scomodi come il razzismo, preferisce spesso guardare altrove. Il clamoroso successo di Sole a catinelle e Tolo Tolo di Checco Zalone — capace di incassare cifre monstre proprio affrontando, sia pure con altro registro, il rapporto tra italiani e stranieri — resta l’esilarante eccezione che conferma la regola: da noi si ride volentieri, ma raramente delle proprie contraddizioni più profonde.

Se si tratta, invece, di comizi elettorali, allora è un altro discorso…

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“Tokyo Godfathers” di Satoshi Kon

(Giappone, 2003)

C’è una domanda che questo film si porta dietro fin dal primo fotogramma, anche se non la pronuncia mai ad alta voce: cosa succede quando le persone che la società ha deciso di non vedere si trovano a dover fare la cosa più visibile del mondo, cioè prendersi cura di qualcun altro?

Satoshi Kon non era il tipo da domande retoriche. Era il tipo da risposte inaspettate, da narrazioni che sembrano andare in una direzione e poi svoltano senza avvisare, da personaggi che non si comportano come i personaggi dovrebbero comportarsi. Aveva già dimostrato tutto questo con “Perfect Blue” nel 1997 e con il bellissimo “Millennium Actress” nel 2002. Con “Tokyo Godfathers”, nel 2003, decide di cambiare registro senza cambiare natura: lascia da parte il perturbante e l’onirico per abbracciare qualcosa di più caldo, di più carnale, di più umanamente disordinato.

Il risultato è il suo film forse più accessibile ma, certamente, più commovente.

Siamo a Tokyo, la notte di Natale. Un alcolizzato di mezza età di nome Gin che ha perso la propria famiglia chissà quando e chissà come, un’adolescente di nome Miyuki che è fuggita di casa dopo aver aggredito il padre — un poliziotto, guarda caso — e una drag queen di nome Hana, con un desiderio materno talmente incontenibile da sembrare – e forse diventare alla fine… – una forza della natura. Tre persone che non avrebbero mai dovuto incontrarsi, che non avrebbero niente da dirsi, che vivono ai margini di una metropoli di quattordici milioni di abitanti come se la città stessa preferisse non vederli. Eppure sono lì, insieme, a cercare cibo tra i rifiuti, come si fa quando non si può fare altro.

Ed è proprio tra quei rifiuti che trovano una neonata abbandonata.

Da questo momento in poi “Tokyo Godfathers” prende la struttura narrativa del road movie — un genere che è sempre, in fondo, la storia di un viaggio interiore mascherato da spostamento fisico — e la trasporta nelle viscere di una città notturna, caotica, meravigliosa ma anche indifferente. I tre protagonisti decidono di cercare la madre della bambina, e questa decisione apparentemente semplice si trasforma in una serie di incontri, coincidenze e piccoli miracoli laici che scombussolano ogni schema previsto.

Satoshi Kon era uno di quei rari autori che sapevano usare l’animazione non come un limite ma come una libertà. I tre protagonisti potrebbero facilmente scadere nel cliché — il barbone, la ribelle, la drag queen — e invece Kon li tratta con una dignità che non ha niente di paternalistico. Gin è un bugiardo e lo sa, ma i bugiardi spesso mentono perché la verità che portano dentro fa troppo male da mostrare agli altri. Miyuki è arrabbiata con il mondo intero, come lo si è a quell’età quando si ha tutto il diritto di esserlo, ma la sua rabbia nasconde un dolore, che il film – sapientemente… – aspetta prima di mostrarci. E Hana — forse il ritratto più straordinario dei tre — è uno di quei personaggi che riesci a vedere solo quando un autore ha deciso di non aver paura di niente: una donna intrappolata in un corpo che non sente suo, con un amore materno che non ha trovato dove posarsi, e che in quella neonata abbandonata vede qualcosa che va oltre la compassione.

Intorno a loro Tokyo di notte pulsa come un organismo vivo. Kon disegna la città con una precisione quasi ossessiva — i vicoli, i neon, i palazzi che scompaiono nella nebbia invernale, i rifugi improvvisati dove si sopravvive al freddo con dignità inventata — e questa attenzione al dettaglio non è decorativa ma narrativa. La città non è lo sfondo della storia: è il quarto personaggio, quello che contiene tutti gli altri, quello che allo stesso tempo esclude e permette, che isola e, in certe notti, miracolosamente avvicina.

Il film è pieno di coincidenze che in un’altra storia sembrerebbero inverosimili. Qui no. Qui funzionano, perché Kon ha avuto la saggezza di costruire intorno a esse un’atmosfera in cui il caso e il destino non si escludono ma si mescolano, come accade — a pensarci bene — anche nella vita vera. Quante volte una piccola deviazione di percorso ha cambiato tutto? Quante volte una persona incontrata per caso ha detto o fatto qualcosa che ha riaperto una porta che si credeva chiusa per sempre?

È un film sulla redenzione, certo. Ma non di quella redenzione comoda e preconfezionata che qualcuno offre e qualcun altro riceve. È una redenzione che si guadagna passo dopo passo, tra un dialogo e l’altro, tra una confessione strappata e un perdono che nessuno ha il coraggio di chiedere esplicitamente. Ognuno dei tre protagonisti ha un conto aperto con il proprio passato, e la neonata — con la sua assoluta impotenza, con il suo bisogno totale e indiscriminato — diventa lo specchio in cui ciascuno di loro finisce per riconoscersi.

Satoshi Kon ci ha lasciati nel 2010, a soli quarantasei anni. Troppo presto. Ma il cinema d’animazione giapponese, ancora oggi, ha in lui uno dei suoi maestri più originali, capace come pochi altri di portare sullo schermo disegnato la complessità e la contraddizione dell’esistenza adulta. “Tokyo Godfathers” è, in questo senso, il suo film più generoso: il meno oscuro, il più abbracciabile, quello in cui la speranza non è un’illusione ma una scelta consapevole, anche quando fa paura, anche quando non ci si crede del tutto.

Dedicato, come diceva lo stesso Kon, a tutti quelli che vivono ai margini. E anche a chi, comodamente sistemato al centro, ogni tanto ha il coraggio di guardarsi intorno.

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“Fuga da Alcatraz” di Don Siegel

(USA, 1979)

Questo film mi è così rimasto impresso che ricordo ancora oggi molto bene il cinema in cui lo vidi nell’allora prima visione.

E’ tratto dal libro di J. Campbell Bruce che ricostruisce la vera fuga del detenuto Frank Lee Morris avvenuta nel 1962, primo evaso nella storia dell’allora fortezza inviolata che era la prigione di Alcatraz, nella baia di San Francisco.

La pellicola non ci dice se effettivamente Morris e i suoi due complici morirono affogati – come era capitato in precedenza – nel braccio di mare gelido che separa l’isola dalla costa, o la raggiunsero e si dileguarono liberi per sempre.

Sta di fatto che l’ingente spiegamento di forze che allora perlustrò la zona non trovò nessun corpo – primo caso nella storia – cosa che scatenò la fantasia e l’immaginario di molti.

A distanza di tanti anni, rivedere la pellicola diretta dal maestro Don Siegel, e interpretata da un glaciale Clint Eastwood, fa ancora effetto, nonostante tutto quello che è stato realizzato dopo sullo stesso argomento.

Per me poi, che sono un fan di Stephen King, i riferimenti e le citazioni a questo film nel suo racconto “Rita Heyworth e la redenzione di Shawshank” e nella successiva pellicola “Le ali della libertà” di Frank Darabont, mi mandano in sollucchero.

“Gattaca – La porta dell’universo” di Andrew Niccol

(USA, 1997)

Ma il destino di un essere umano è davvero scritto nel suo DNA?

A questa domanda risponde splendidamente il film diretto da Andrew Niccol già sceneggiatore, fra le altre cose, di “The Truman Show”.

G A C T sono le lettere iniziali delle quattro basi azotate che compongono il DNA: l’Adenina, la Citosina, la Timina e la Guanina: da cui il titolo GATTACA.

Per la seconda parte de titolo – che esiste solo in Italia – “La porta dell’universo”, forse si tratta di uno “astuto” quanto inspiegabile richiamo al film “Stargate”, uscito qualche anno prima (che molti hanno ribattezzato “Starcagate”) e che con questa bellissima pellicola – fortunatamente – non c’entra niente.

Vincent Freeman (Ethan Hawke) – e il nome dice tutto – è uno degli ultimi nati senza l’intervento di un laboratorio specializzato nel creare esseri umani geneticamente perfetti e senza tare.

E’ indiscusso quindi che il suo sogno di diventare navigatore stellare sia impossibile, la concorrenza degli individui perfetti, nuova aristocrazia umana, è imbattibile. Ma la vita, nel corso dei millenni, ha sempre trovato una strada tutta sua…

Nel cast, oltre a Hawke, una bellissima Uma Thurman, un inquietante Jude Law e un grande Gore Vidal. Produce, fra gli altri, anche il grande Danny DeVito.

Da vedere a intervalli regolari.

“Buffalo ’66” di Vincent Gallo

(USA, 1998)

Vincent Gallo è diventato famoso facendo il modello per Calvin Klein.

Ma il suo vero amore è il cinema, amore che lo ha portato a partecipare prima come attore a varie pellicole famose (“La casa degli spiriti” di Billie August del 1993 fra tutte) e poi a debuttare alla regia.

In questa godibilissima e insolita commedia – che ha scritto insieme ad Alison Bagnall, diretto e per la quale ha composto ed interpretato anche le musiche – veste i panni di Billy Brown, un giovane scorbutico che appena uscito di prigione rapisce una ragazza (interpretata da una procace quanto brava Christina Ricci), incontrata in una scuola di tip tap, per portarla a casa dei suoi spacciandola per sua moglie.

L’incontro con i genitori (fantasticamente interpretati da Ben Gazzara e Anjelica Huston) è tanto inquietante quanto esplicativo del suo carattere nevrotico e della sua vita sbandata. Ma la giovane sconosciuta…

Nel cast anche un cameo di Mickey Rourke nei panni dell’allibratore con il quale Billy perde 10.000 dollari, cosa che segnerà la sua esistenza.

Si tratta di una commedia assai originale centrata sulle profonde cicatrici che fin troppo spesso lacerano le persone all’interno della loro stessa famiglia e che, per toni e sfumature, potrebbe aver tranquillamente ispirato “Il lato positivo – Silver Linings Playbook” di David O. Russell del 2012 con Bradley Cooper, Robert De Niro e per il quale Jennifer Lawrence ha vinto l’Oscar come migliore attrice protagonista. 

Da vedere …anche se non si tifa Buffalo.

“Sette spose per sette fratelli” di Stanley Donen

(USA, 1954)

C’è un tipo di amore per il cinema che non si costruisce con la ragione, ma con la memoria, con gli odori del salotto di casa, con la luce del televisore acceso nelle sere d’inverno. Sette spose per sette fratelli, diretto da Stanley Donen nel 1954, appartiene esattamente a questa categoria di film per me: non è (solo) un capolavoro da analizzare con distacco critico, ma è un pezzo della mia infanzia, tornato puntualmente ogni Natale come un parente caro che vive in un’altra città e che si aspetta con gioia.

Sì, lo so, e lo dico subito prima che qualcuno me lo faccia notare: è un film figlio del suo tempo, e come molte pellicole romantiche di quegli anni porta con sé una visione dei rapporti fra uomini e donne che oggi definiremmo, quantomeno, poco progressista. Il riferimento al ratto delle Sabine, evocato apertamente nella sceneggiatura come modello (sciagurato) da seguire per “conquistare” una moglie, è tutto tranne che un esempio da imitare, e guardarlo con gli occhi di oggi fa un po’ sorridere e un po’ storcere il naso. Eppure, dite quello che volete: io di questo film ne sono innamorato, senza riserve, con quella tenerezza incondizionata per le cose che ci hanno formato.

Tratto da un celebre musical andato in scena a Broadway, il film arriva nelle mani di uno dei più grandi coreografi e regi­sti che il cinema americano abbia mai avuto: Stanley Donen. Basterebbe scorrere la sua filmografia per capire di che pasta fosse fatto questo autore, capace di firmare Cantando sotto la pioggia (1952) appena due anni prima, e poi ancora Indiscreto (1958), L’erba del vicino è sempre più verde (1960), Sciarada (1963), fino ai più malinconici e adulti Due per la strada (1967) e The Little Prince (1974) o al fantascientifico distopico Saturn 3 (1980). Donen è stato uno dei pochi regi­sti capaci di far dialogare la leggerezza del musical con una vena più sottile, a tratti agrodolce, che negli anni si è fatta sempre più evidente nella sua produzione. In Sette spose per sette fratelli, però, siamo ancora nel pieno della sua vena più solare e spettacolare, quella che sa trasformare un cantiere edile, delle asce da boscaiolo e un mucchio di legname in un palcoscenico di danza memorabile.

Ed è proprio qui che il film raggiunge la sua vetta più alta, quella che lo consegna definitivamente alla storia del cinema: la sequenza di ballo ambientata nel cantiere, con i fratelli Pontipee e i pretendenti delle ragazze che si sfidano a colpi di salti, capriole e passi acrobatici sopra assi di legno e travi in equilibrio. È coreografia allo stato puro, firmata da Michael Kidd, capace di trasformare il lavoro manuale in gesto atletico e il gesto atletico in danza vera e propria. Non è solo intrattenimento: è un pezzo di cinema che ha insegnato a generazioni di coreografi e regi­sti come si possa raccontare energia, competizione e desiderio senza bisogno di una sola parola.

Al centro della storia ci sono naturalmente i sette fratelli Pontipee, boscaioli rozzi e generosi che vivono isolati sulle montagne dell’Oregon, e le sette ragazze che, loro malgrado, finiranno per innamorarsene, in un crescendo di equivoci, gelosie, canzoni orecchiabili e colori sgargianti tipici del Technicolor più smagliante. Fra i sette fratelli, la mia preferenza va senza esitazione a Gedeone, forse il più impulsivo e insieme il più sincero del gruppo, quello che meglio incarna l’ingenuità un po’ goffa che rende simpatici anche i personaggi meno raccomandabili.

E se dovessi scegliere una sposa, fra le sette meravigliose protagoniste, la mia scelta cadrebbe senza dubbio su Dorcas, interpretata da una splendida Julie Newmar, allora agli inizi della sua carriera e già dotata di quella presenza scenica felina che pochi anni dopo l’avrebbe consacrata come una delle Catwoman più iconiche della storia della televisione, nella celebre serie televisiva Batman degli anni Sessanta. C’è qualcosa di curiosamente coerente nel vederla già qui, giovanissima, muoversi con quella grazia elastica e quello sguardo magnetico che diventeranno il suo marchio di fabbrica.

Sette spose per sette fratelli resta, con tutti i suoi limiti storici e ideologici, un film gioioso, luminoso, capace di far scattare in piedi anche lo spettatore più pigro durante le sue scene di danza. È cinema popolare nel senso più nobile del termine: quello che intrattiene, fa sognare e, volente o nolente, resta dentro per sempre. E per me, ogni dicembre che passa, torna a essere l’appuntamento fisso con un pezzo della mia infanzia che non ha alcuna intenzione di appassire.

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“VIP, mio fratello superuomo” di Bruno Bozzetto

(Italia, 1968)

Questa pellicola rappresenta uno dei più brillanti esempi del genio creativo di Bruno Bozzetto, maestro indiscusso dell’animazione italiana. In questo lungometraggio visionario, il regista milanese non si limita a intrattenere, ma costruisce una satira tagliente sulla società dei consumi, anticipando con sorprendente lucidità tematiche che sarebbero diventate centrali nei decenni successivi.

La storia ruota attorno alla dinastia dei VIP, una famiglia di supereroi geneticamente perfezionati che da generazioni proteggono il mondo. L’ultimo erede, SuperVip, incarna tutte le qualità dell’eroe tradizionale: alto, muscoloso, intelligente e dotato di superpoteri. Suo fratello minore, MiniVip, rappresenta invece il fallimento genetico della stirpe: minuto, miope, goffo e apparentemente privo di qualsiasi capacità straordinaria.

Quando la perfida Happy Betty – magnate della catena di supermercati HB – mette in atto un piano diabolico per conquistare il mondo, nemmeno SuperVip può resistere. La malefica industriale ha infatti sviluppato un congegno rivoluzionario: un minuscolo razzo che, inserito nel cervello umano, trasforma le persone in consumatori zombie, completamente assuefatti alla pubblicità televisiva e pronti ad acquistare compulsivamente i prodotti HB. In un colpo di scena che sovverte il classico paradigma dell’eroe, sarà proprio il sottovalutato MiniVip a doversi fare carico del destino dell’umanità.

Ciò che rende “VIP mio fratello superuomo” un’opera straordinaria è la sua incredibile capacità di previsione socioculturale. Nel 1968, quando in Italia esisteva solo la televisione pubblica e il concetto di televisione commerciale era ancora embrionale, Bozzetto immaginava già gli effetti potenzialmente devastanti della pubblicità televisiva sulla psiche umana e sul comportamento dei consumatori. La visione distopica di persone ridotte a automi del consumo anticipa sorprendentemente i dibattiti che si sarebbero sviluppati negli anni ’80 e ’90 sull’influenza dei media.

Altrettanto profetica è la caratterizzazione dei personaggi. Nel contrasto tra SuperVip e MiniVip, Bozzetto demolisce il culto della perfezione fisica e dell’apparenza, proponendo un antieroe vulnerabile ma dotato di intelligenza emotiva e resilienza, caratteristiche che alla fine si riveleranno più preziose della forza bruta. Questa decostruzione dell’archetipo dell’eroe tradizionale anticipa di decenni l’evoluzione del genere supereroistico contemporaneo.

L’influenza di questa pellicola sulla cultura pop successiva è innegabile e vastissima. “I gemelli” (1988) di Ivan Reitman, con la coppia DeVito-Schwarzenegger, riprende palesemente la dinamica dei fratelli diversissimi costretti a collaborare. Ma l’eco del lavoro di Bozzetto si estende ben oltre.

La famiglia di supereroi in uniforme rossa de “”Gli incredibili” (2004) della Pixar richiama immediatamente l’estetica dei VIP, mentre la critica al consumismo sfrenato e alla manipolazione mediatica è diventata un tema ricorrente in numerose opere contemporanee.

Dal punto di vista stilistico, Bozzetto crea un universo visivo inconfondibile. Il suo tratto essenziale ma estremamente espressivo, unito a un uso sapiente del colore e a soluzioni di montaggio innovative, conferisce al film un’identità unica. Le sequenze psichedeliche che rappresentano le allucinazioni pubblicitarie sono particolarmente memorabili e testimoniano la volontà sperimentale dell’autore.

Lo stile grafico minimalista di Bozzetto non è solo una scelta estetica, ma anche una dichiarazione d’intenti: contrapporre la semplicità genuina dell’animazione artigianale italiana al gigantismo dell’industria americana, dimostrando come sia possibile creare opere profonde anche con mezzi limitati.

“VIP mio fratello superuomo” si inserisce nella trilogia di lungometraggi che, insieme a “West & soda” (1965) e “Allegro non troppo” (1976), rappresenta l’apice della carriera di Bozzetto. Ciascuna di queste opere reinterpreta e sovverte generi cinematografici consolidati: il western, il film di supereroi e il film musicale.

A distanza di oltre mezzo secolo, questo capolavoro dell’animazione italiana conserva intatta la sua forza satirica e la sua capacità di intrattenere spettatori di tutte le età. In un’epoca in cui il dibattito su consumismo, manipolazione mediatica e culto dell’apparenza è più attuale che mai, rivedere “VIP mio fratello superuomo” significa riscoprire non solo un classico dell’animazione, ma anche un’opera di straordinaria attualità.

Come tutte le creazioni di Bozzetto – dal “Signor Rossi” ai cortometraggi più sperimentali – questo film conferma il talento visionario di un autore che ha saputo elevare il cinema d’animazione italiano a livelli di eccellenza internazionale, combinando intrattenimento, riflessione sociale e innovazione stilistica in un equilibrio perfetto.

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“Una poltrona per due” di John Landis

(USA, 1983)

Louis Winthorpe III (Dan Aykroyd) è l’aristocratica giovane promessa manageriale della potentissima agenzia finanziaria Duke & Duke, in mano ai fratelli Mortimer (Don Ameche) e Randolph (Ralph Bellamy) Duke.

Randolph, oltre ad amare la finanza e – come il fratello – i soldi che questa produce, è un patito di studi sociologici. Per questo sfida il fratello con una scommessa: le contingenze ambientali incidono in maniera determinante sul comportamento umano, qualsiasi uomo onesto, messo in condizioni critiche può diventare un criminale, e viceversa.

Per un dollaro come posta Mortimer accetta, e quando il ladruncolo Billy Ray Valentine (uno strepitoso Eddie Murphy) gli capita fra i piedi…

John Landis firma una memorabile commedia a incastro – che consacra al grande successo internazionale Eddy Murphy e l’esplosiva Jamie Lee Curtis (nel ruolo della prostituta Ophelia) – che si vede e rivede cento volte senza stancarsi mai.

E poi, a riguardandola oggi, si legge ancora meglio quella graffiante critica all’America “edonista” e “reaganiana” protagonista del decennio.

“Quarto potere” di Orson Welles

(USA, 1941)

Ispirato alla vera vita del magnate dell’informazione William Randolph Hearst – e nonostante l’età – “Quarto potere” è un film che va visto e rivisto periodicamente, come si fa con certi riti necessari alla comprensione del presente. L’ascesa e la caduta politica e sociale di Charles Foster Kane sono fra le migliori fotografie del secolo breve, quel Novecento tragico e contraddittorio che ha partorito sogni e mostri in egual misura.

Come capita spesso per i capolavori che anticipano i tempi, la pellicola d’esordio di Orson Welles fu un clamoroso flop al botteghino. Le ire che suscitò a Hollywood – soprattutto quelle dello stesso Hearst, che si vide spiattellato sullo schermo in tutta la sua grandezza e miseria – segnarono per sempre la carriera cinematografica del giovane enfant prodige. Welles aveva poco più di venticinque anni quando realizzò quest’opera, eppure già possedeva quella maturità visionaria che avrebbe fatto scuola per generazioni di registi.

Tanto per chiarire, il nome Rosebud (in italiano Rosabella) che nel film è la slitta con cui giocava da bambino il protagonista – elemento chiave nella narrazione, oggetto di una ricerca ossessiva che attraversa l’intera pellicola – nella realtà dei fatti era l’appellativo con cui Hearst chiamava le parti intime della sua amante Marion Davies. Un dettaglio piccante, certo, ma anche emblematico della ferocia con cui Welles demoliva il mito dell’uomo potente, riducendolo alle sue pulsioni più intime e segrete.

Per comprendere meglio Welles e il suo capolavoro consiglio di vedere il film per la tv “RKO 281 – La vera storia di Quarto potere” diretto nel 1999 da Benjamin Ross, che ricostruisce dettagliatamente la genesi travagliata dell’opera, le battaglie legali, le pressioni politiche, il tentativo di Hearst di far distruggere ogni copia del film. È una storia nella storia, un meta-cinema che illumina quanto sia sempre stato rivoluzionario – …e pericoloso – raccontare certe verità.

Ciò che rende “Quarto potere” immortale non è solo la sua audacia narrativa o le innovazioni tecniche che introdusse (la profondità di campo, i movimenti di macchina, il montaggio non lineare, l’uso drammatico delle ombre), ma la sua capacità di raccontare una parabola universale sul potere, sulla solitudine, sull’impossibilità di possedere davvero ciò che conta. Kane può comprare tutto – giornali, opere d’arte, politici, persino l’amore – eppure muore solo, pronunciando una parola che nessuno comprende, aggrappato al ricordo di un’innocenza perduta per sempre.

Il film anticipa temi che sono oggi più attuali che mai: la manipolazione dell’informazione, il culto della personalità, la costruzione mediatica del consenso, il conflitto tra verità e propaganda. Ogni inquadratura di “Quarto potere” è una lezione di cinema e di vita, ogni dialogo nasconde strati di significato che emergono solo alla visione successiva.

Non è un caso, quindi, che il film che ripercorre le vicende di Julian Assange si intitoli “Il quinto potere”. Welles aveva capito, con decenni di anticipo, che il vero potere nel mondo moderno non è quello dei re o dei generali, ma quello di chi controlla l’informazione, di chi decide cosa la gente deve sapere e cosa deve ignorare. Kane è il prototipo del moderno magnate dei media, anticipazione inquietante di figure che avremmo poi incontrato nella realtà, nel recente passato, fino ai signori dei social network contemporanei.

“Quarto potere” rimane un’opera necessaria, un vaccino contro la retorica del successo a ogni costo, un memento sulla vanità delle ambizioni terrene. Immortale, davvero. Perché, come mi è già capitato di ricordare: certi film non invecchiano, semplicemente ci aspettano, pronti a rivelarci qualcosa di nuovo ogni volta che torniamo a guardarli.

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Federico Fellini

A vent’anni dalla morte del grande Federico Fellini è ancora viva e fertile la sua eredità.

Al cinema, come molti della mia generazione, in realtà ne ho viste poche di opere felliniane: “E la nave va” (1983) con la mia scuola media, “Ginger e Fred”(1986), ”Intervista”(1987) e “La voce della Luna”(1990).

Il resto della sua cinematografia  – tranne poi in qualche rara retrospettiva in pellicola – solo attraverso il piccolo schermo.

E nonostante questo, film come “La strada”, “Le notti di Cabiria”, “La dolce vita”, il grande “8 e ½” e “Amarcord” mi hanno stregato e affascinato.

Del suo genio, soprattutto oggi, tutti ne parlano sviscerandone ogni piccolo elemento ma, oltre a queste cose, io vorrei semplicemente ricordare la grande ironia che impregna ogni sua opera. Non è un caso che fosse nato come autore di battute e gag, fra gli altri di Aldo Fabrizi, lavoro per il quale incontrerà Sergio Amidei, Roberto Rossellini e Anna Magnani sul set di “Roma Città Aperta”.

Film per il quale firma due scene memorabili: l’imbarazzo di don Pietro (interpretato da Fabrizi) davanti alla statua di una ninfa nuda e la fantastica battuta: “ammappelà Don Piè che padellata che j’avete dato!” che poco dopo dice un ragazzino alla stesso don Pietro.

Di battute e sketch esilaranti sono pieni tutti i suoi film, ma io ne preferisco due su tutte: la ricostruzione di una sera all’avanspettacolo durante la Seconda Guerra Mondiale in “Roma”, e i due pittori sospesi sulla grande scenografia in “Intervista”.

Un ultima cosa: leggendo di come Fellini fosse stato e sia tutt’ora un monumento alla cultura italiana, l’emblema di come il genio italico possa essere amato e preso ad esempio nel mondo mi chiedo – oggi come vent’anni fa – ma perché allora aveva tutti quei problemi per trovare produttori disposti a finanziargli un film?

Mi ricordo bene, infatti, che alla fine degli anni Ottanta, fra gli addetti ai lavori, ci si lamentava di questo. E’ vero, il cinema italiano a causa della televisione era economicamente – e non solo! – in crisi.

Ma era davvero così complicato e rischioso produrre un film che certamente poi si sarebbe stato venduto in tutto il mondo? I più maligni imputavano la cosa non tanto a ragioni di distribuzione, ma a una specie di ripicca nata dal film “Ginger & Fred”.

Nel film una vecchia coppia di ballerini viene richiamata sulla ribalta per partecipare a uno show revival presso una televisione privata, il cui proprietario è uno strano commendatore che vanta di avere un passato artistico di nome Lombardoni …ma certamente si tratta di cattiverie, solo cattiverie!