“Delitto nella strada” di Don Siegel

(USA, 1956)

C’è un momento in “Delitto nella strada” in cui il giovane Frankie Dane, interpretato da un ventisettenne John Cassavetes che sembra averne la metà, guarda nel vuoto con quegli occhi che già contenevano tutto il grande cinema che avrebbe fatto dopo. Don Siegel gira questo film nel 1956, in pieno clima da panico morale per la delinquenza minorile, ma riesce a fare qualcosa di più profondo di un semplice monito sociologico.

Frankie è il capo di una gang di quartiere, una di quelle figure che il cinema americano dell’epoca amava rappresentare come la vera minaccia incombente sui sobborghi rispettabili. Ma Siegel, che non è mai stato un moralista semplice, ci mostra un ragazzo schiacciato da una violenza che viene da lontano, da una casa dove il padre è un’ombra alcolizzata e la madre una presenza stanca che non riesce più a raggiungerlo. La violenza non è una scelta per Frankie, è l’unica lingua che conosce.

Il film nasce da un dramma televisivo e mantiene quella concentrazione claustrofobica degli spazi ristretti: i vicoli, i muri scrostati, gli androni bui dove questi ragazzi si ritrovano a pianificare un omicidio che sembra più una dimostrazione di esistenza che un vero crimine premeditato. Vogliono uccidere McAllister, il vecchio del palazzo che ha osato denunciarli. È un gesto che ha più a che fare con l’affermazione di sé che con la vendetta.

Cassavetes porta in scena una fragilità mascherata da durezza che è straordinaria. Quando parla, quando si muove, c’è sempre qualcosa che traballa sotto la superficie, come se il suo personaggio fosse costantemente sul punto di crollare o di esplodere. Non è il teppista stereotipato del cinema di quegli anni, tutto spavalderia e giacca di pelle. È un ragazzo che fa paura perché ha paura, che urla perché nessuno lo ascolta, che cerca di costruire un’identità attraverso la violenza perché nessuno non gli ha mostrato altri strumenti.

Attorno a lui, Siegel costruisce un piccolo mondo di disperazione metropolitana. Ci sono gli altri ragazzi della gang: Baby, il più giovane, ancora salvabile, e Lou, interpretato da un giovane Sal Mineo che porta il suo sguardo malinconico da “Gioventù bruciata”. C’è l’assistente sociale Wagner, che diventa l’unica figura adulta capace di vedere oltre la maschera di questi ragazzi. Non è il salvatore paternalista, è un uomo che tenta un dialogo impossibile con chi ha smesso di credere che qualcuno possa capirlo.

La regia di Siegel è asciutta, quasi documentaristica in certi momenti. Non cerca di abbellire questi vicoli, non romanticizza la povertà né la rabbia. Le inquadrature sono spesso strette, i personaggi sembrano sempre intrappolati dentro lo schermo, schiacciati dalle pareti, dai soffitti bassi, dall’impossibilità di un orizzonte. È un cinema che respira l’atmosfera da guerra fredda urbana, dove il nemico non è fuori ma dentro, nei sotterranei della società del benessere.

C’è una scena, verso la fine, in cui Frankie parla con Wagner e per un momento crolla la facciata. Cassavetes la interpreta con una vulnerabilità che spacca lo schermo: il ragazzo che ha passato tutto il film a mostrarsi invincibile si rivela per quello che è, un bambino terrorizzato che non sa come uscire dalla trappola che lui stesso ha costruito. È in momenti come questo che si capisce perché Cassavetes sarebbe diventato il cineasta delle emozioni senza filtro.

Forse “Delitto nella strada” non è un capolavoro, ha i limiti della sua origine televisiva e delle soluzioni narrative un po’ troppo didascaliche imposte dall’epoca. Ma è un film necessario, uno di quei tasselli che ci raccontano come il cinema americano stava provando a guardare nelle crepe del sogno americano. Siegel, che avrebbe fatto dei gangster e degli antieroi la sua cifra stilistica, qui mostra già la sua capacità di trovare l’umanità nei luoghi più oscuri.

E poi c’è John Cassavetes, che in questo film trova forse il primo vero personaggio della sua carriera, un ragazzo che è già tutto ciò che lui avrebbe messo nei suoi film futuri: la disperazione, la difficoltà di comunicare, la violenza come maschera della paura, l’impossibilità di essere compresi.

È un film che parla di una gioventù perduta senza mai essere pietoso, che mostra la violenza senza glorificarla, che prova a capire senza giustificare. E oggi, settant’anni dopo, continua a raccontarci qualcosa di vero sulla rabbia di chi non ha voce.

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“Dollari che scottano” di Don Siegel

(USA, 1954)

Il maestro Don Siegel ci racconta una storia sul lato più delicato della vita di un tutore della Legge. Uscendo ogni mattina da casa con la consapevolezza di poter non farvi ritorno la sera per i grossi rischi e i gravi pericoli che il mestiere di poliziotto possiede, è davvero semplice rimanere moralmente integro, senza cadere in tentazione?

La risposta non è così ovvia e banale come superficialmente può sembrare. E Siegel ce lo racconta con una grande regia, in un periodo in cui a Hollywood era professionalmente “pericoloso” parlare di “mele marce” non legate alle famigerate attività anti-americane.

Oltre alla sua superba regia, il valore di questo ottimo film in bianco e nero sta anche nella sua sceneggiatrice, produttrice e interprete Ida Lupino. Inglese di nascita, ma proveniente da un antica famiglia di artisti italiani, la Lupino è stata una delle più importanti personalità della Hollywood degli anni Quaranta e Cinquanta, tanto da essere una fra le prime donne a esordire dietro la macchina da presa – basta ricordare che il primo Oscar alla regia vinto da una donna è stato assegnato nel 2010 – oltre che scrive e interpretare ruoli di donne molto particolari e fuori dai canoni del tempo che le volevano “binariamente” angeli del focolare o rovina famiglie.

E’ la Lupino che, insieme al suo ex marito il produttore Collier Young, scrive e produce la pellicola, ed è sempre lei ha scegliere Siegel per la regia. Nel cast, oltre a lei, spiccano Steve Cochran – che pochi anni dopo interpreterà “Il grido” di Antonioni – Howard Duff, allora marito della Lupino, e Dorothy Malone.

“La notte brava del soldato Jonathan” di Don Siegel

(USA, 1970)

Cominciamo col dire che il titolo in italiano c’entra con la storia del film come i cosiddetti cavoli a merenda. Perché quello originale è “The Beguiled”, che letteralmente si traduce come: l’ingannato.

Identico titolo lo possiede anche il romanzo da cui è tratto il film, pubblicato per la prima volta nel 1966 e scritto dallo statunitense Thomas P. Cullinan (1919-1995), e il cui primo titolo era “A Painted Devil” (Un diavolo dipinto).

Baci e abbracci, quindi, al nostro distributore e a chi per lui ha scelto il titolo italico.

A parte ciò, questa pellicola del maestro Don Siegel è davvero indimenticabile, sia per la regia, che per le fantastiche atmosfere gotiche, morbose e claustrofobiche che solo un grande autore poteva creare.

Siamo in Virginia, durante la Guerra di Secessione. Nella fastosa, ma ormai decadente, villa di famiglia persa nella campagna Martha Farnsworth (una bravissima Geraldine Page) ha istituito un collegio femminile. A coadiuvarla sono la ventenne Miss Edwina Morrow (Elizabeth Hartman) che si occupa con Miss Matha dell’educazione delle sei ospiti, tutte adolescenti; e Hallie (Mea Mercer) la donna di colore schiava da sempre della famiglia Farnsworth.

L’atmosfera di quiete surreale e l’ostentata serenità, soprattutto sull’esito del conflitto che vede sempre più in difficoltà l’esercito confederato a cui lo Stato della Virginia appartiene, vengono messe in crisi quando l’educanda più piccola, la dodicenne Amy (Pamelyn Ferdin), mentre è in cerca di funghi nella campagna circostante trova un soldato nordista gravemente ferito.

L’uomo, che dice di chiamarsi Jonathan McBurney (Clint Eastwood) riesce a farsi portare nel collegio per essere curato e, soprattutto, scampare alle pattuglie sudiste che battono la zona.

Se all’inizio Miss Martha ospiterà il clandestino solo per dimostrare alle sue collegiali la propria carità cristiana, lentamente, grazie all’avvenenza e alla scaltrezza dell’uomo, i suoi sentimenti cambieranno, così come quelli di tutte le altre residenti nella villa. Ma…

Fra le più crude pellicole di Siegel, con ogni fotogramma impregnato di sangue e di sesso, “La notte brava del soldato Jonathan” è forse un dei film più rilevanti degli anni Settanta, con alcune sequenze che ancora oggi danno i brividi.

Non a caso, nel 2017, Sofia Coppola gira il remake dal titolo “L’inganno” (e non aggiungo altro…) con Colin Farrell nel ruolo di Eastwood, Nicole Kidman in quello della Page e Kirsten Dust nei panni che furono della Hartman.  

“Rivolta al blocco 11” di Don Siegel

(USA, 1954)

Con questo film il maestro Don Siegel ci parla di uno dei temi sociali più scottanti nell’America del Novecento: la durissima vita nelle carceri; argomento che fra gli altri aveva affrontato – in maniera straordinaria – qualche decennio prima Jack London nel suo splendido “Il vagabondo delle stelle”.

Scritto da Richard J. Collins, “Rivolta al blocco 11” si ispira ai veri drammatici disordini che nel 1952 investirono trentacinque carceri statunitensi sovraffollate, dove i detenuti, disperati e incattiviti, causarono milioni di danni.

Il film inizia come un vero e proprio documentario, con una voce fuori campo che descrive la disumane condizioni in cui sono costretti a vivere numerosi carcerati, ospiti forzati di vecchi istituti di pena, molti dei quali costruiti nel secolo precedente e mai rinnovati. Infine, lo speaker parla della Riforma Carceraria che il Governo, dopo decenni, ancora non ha approvato.

Entriamo così nel blocco 11, che ospita quasi quattro volte i detenuti per cui era stato costruito, e dove la situazione è ormai incandescente. Così, per la svista di una guardia, un manipolo di galeotti prende possesso del braccio e, tenendo in ostaggio i secondini, chiede al direttore Reynolds di poter parlare con i giornalisti per denunciare la situazione dietro le sbarre.

Il direttore asseconda la richiesta, ma nel carcere arriva poco dopo il Governatore che vorrebbe sedare con la forza la rivolta visto che il resto del grande carcere è in subbuglio.

A salvare la situazione è lo stesso direttore Reynolds, convinto sostenitore della non violenza e della concertazione, che tenta di mediare in ogni modo fra il Governatore e i detenuti. Alla fine le richieste di quest’ultimi verranno accettate, ma il loro portavoce condannato ad ulteriori vent’anni e il Reynolds costretto alle dimissioni…

Siegel firma magistralmente un’insolita denuncia civile a favore di coloro che “hanno sbagliato”, ma che lo Stato deve redimere e non dimenticare.

Girato all’interno del penitenziario di Folsom a Represa in California, con veri detenuti come comparse, “Rivolta al blocco 11” è giustamente considerato fra i migliori film carcerari americani mai girati.

Per la chicca: nel 1979 Siegel tornerà a raccontare una storia “dietro le sbarre” ispirata a eventi realmente accaduti nel superbo “Fuga da Alcatraz” con un grande Clint Eastwood.

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“Il caso Drabble” di Don Siegel

(UK, 1974)

Ci sono molti critici (…ma d’altronde se non criticano loro?) convinti che questo del maestro Don Siegel sia uno dei suoi film minori. Certo, non parliamo di “Contratto per uccidere”, “Chi ucciderà Charley Varrick?” o “Fuga da Alcatraz”, ma non scherziamo: stiamo parlando comunque  di un maestro del cinema thriller – e non solo – che nel suo genere ha davvero – ancora oggi – pochi rivali.

Il maggiore John Tarrant (un glaciale e implacabile Michael Caine) ha lasciato l’Esercito di Sua Maestà per entrare nei Servizi Segreti, nell’unità Anti Guerriglia. Se la sua carriera sembra promettere bene, il suo matrimonio ne ha risentito così tanto da naufragare, infatti la sua ex moglie vive in un’altra casa con il loro unico bambino.

Mentre Tarrant tenta di infiltrarsi in un gruppo terroristico affiliato all’Ira, suo figlio viene rapito. A casa della sua ex moglie arriva una telefonata di un tale signor Drabble (letteralmente infangare) che in cambio dell’incolumità di suo figlio chiede a Tarrant una partita di diamanti acquistati segretamente dal capo della sua unità Cedric Harper (un molto ironicamente “british” Donald Pleasence) solo qualche giorno prima.

Ovviamente il Governo di Sua Maestà non può trattare coi terroristi e così il riscatto non verrà pagato. Ma il punto è anche un altro: come facevano a sapere i rapitori delle pietre preziose? Uno strano giro di contingenze porta a far cadere i sospetti proprio su Tarrant. Ma un agente del Servizio Segreto è addestrato ad affrontare ogni situazione di petto, e così…

Ottimo thriller con ottimi interpreti fra cui spiccano anche Delphine Seyrig e il sempre cattivo John Vernon.

Per la chicca: nelle sequenze iniziali appare in un piccolissimo ruolo un giovanissimo John Rhys-Davies che qualche anno dopo vestirà i panni di Sallah l’amico fidato del Prof. Henry Jones Jr, e soprattutto quelli di Gimli il Nano nella Trilogia de “Il Signore degli Anelli”.

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“Il tesoro di Vera Cruz” di Don Siegel

(USA, 1949)

La mano del maestro Don Siegel si sente e si vede tutta, in questo classico noir anni Quaranta. L’intrigo complicato c’è, la bella femme fatale pure, ma soprattutto c’è quell’elemento che lo distingue dalla maggior parte degli altri film contemporanei di genere: l’ironia.

C’è un momento, verso la metà di “Il tesoro di Vera Cruz”, in cui Robert Mitchum, pistola in pugno, occhi socchiusi e sigaretta sospesa da qualche parte tra le labbra e il nulla, recapita una battuta da commedia brillante con la stessa naturalezza con cui un altro attore chiederebbe un caffè al bar. Attorno a lui, polvere rossa, cactus storti e il sole messicano che non perdona nessuno. Eppure quella battuta potrebbe tranquillamente funzionare in un salotto di Manhattan, con un bicchiere di champagne al posto della Colt. Ecco, in quel preciso momento si capisce tutto di questo piccolo grande film, e si capisce soprattutto perché Don Siegel, già allora, era un maestro.

Siegel aveva alle spalle una carriera ancora giovane ma già solidissima, costruita sulla capacità di fare cinema di genere con una consapevolezza e un’ironia – appunto! – che i suoi contemporanei spesso non potevano permettersi o semplicemente non si sognavano. “The Big Steal” — che i nostri distributori, con l’inventiva geografica che li ha sempre contraddistinti, hanno ribattezzato “Il tesoro di Vera Cruz”, aggiungendo un tesoro che nel film non esiste e storpiando per buona misura il nome della città, già da decenni scritto tutto attaccato: Veracruz — arriva nel 1949 e porta già impressa tutta la sua firma.

La storia parte con la classica entrata del protagonista su un bastimento che approda nel porto di Veracruz. A bordo c’è il tenente Douglas Anderson, interpretato da un Robert Mitchum in forma smagliante, tutto mascella, voce bassa e sguardo da chi ne ha viste troppe. Ad accoglierlo non c’è nessuna banda musicale: c’è il capitano Vincent Blake (William Bendix, efficacissimo nei panni del bullo con la divisa), che lo assale non appena mette piede a bordo. Ne nasce una colluttazione come si deve, e Anderson ha la meglio — rubando documenti e scomparendo nella città come sa fare chi ha imparato presto a non fidarsi di nessuno, tantomeno degli ufficiali superiori.

Nel dedalo di Veracruz, Anderson incrocia Joan Graham, e qui entra in scena Jane Greer, che rende il suo personaggio qualcosa di più sfumato e interessante della classica femme fatale da manuale. Joan ha un conto aperto con un certo Jim Fisher (Patric Knowles): l’uomo le ha promesso il matrimonio, si è preso duemila dollari e si è volatilizzato. Anderson invece insegue Fisher per ben altri motivi: accusa quell’individuo di aver sottratto un milione di dollari dalle casse dell’esercito americano, facendo ricadere la colpa su di lui. Con Blake che gli soffia sul collo, il tempo stringe. Ma in questo film, come in tutti i noir che si rispettano, la verità è sempre un’altra cosa rispetto a quella che sembra, e le apparenze sono la materia prima con cui il genere costruisce le sue trappole migliori.

Quello che distingue “Il tesoro di Vera Cruz” dalla media dei noir contemporanei non è tanto la trama — intricata quanto basta, mai esasperata — né la fotografia, né la regia, per quanto tutte e tre queste componenti funzionino benissimo. Ciò che lo rende davvero speciale è quel registro ibrido e irresistibile, quell’ironia pungente che trasuda da ogni scena come il sudore sotto il sole implacabile del Messico. Le battute hanno il ritmo e il tono della sophisticated comedy, il genere cinematografico che negli anni Trenta e Quaranta aveva nel dialogo brillante la sua ragione di vita. Ma qui quelle battute vengono pronunciate in mezzo al nulla desertico, tra inseguimenti in jeep su strade sterrate, sparatorie improvvise e personaggi che non si fidano l’uno dell’altro nemmeno per un secondo. Il contrasto è straniante, divertente e cinematograficamente preciso: Siegel sa esattamente quello che sta facendo, e la sensazione è che lo stia facendo anche con un certo godimento.

Mitchum, dal canto suo, è perfetto per questo doppio registro. È uno di quegli attori che riescono a essere contemporaneamente seri e ironici senza che il risultato sembri mai forzato, e in questo film quella caratteristica è messa a frutto in maniera quasi chirurgica. Anche il rapporto che si sviluppa tra Anderson e Joan Graham ha quel sapore acidulo e brillante della coppia da commedia che si scontra e si provoca mentre il mondo le crolla addosso.

La sceneggiatura porta la firma di Daniel Mainwaring — lo stesso che qualche anno dopo avrebbe scritto il soggetto di “L’invasione degli ultracorpi“, altro titolo destinato a entrare nell’olimpo del cinema di genere americano — e di Gerald Drayson Adams, a partire dal racconto “The Road to Carmichael’s” di Richard Wormser. Il lavoro sui dialoghi è solido, il ritmo non cala mai, e i colpi di scena vengono serviti con il tempismo giusto, senza esibizionismi inutili.

“Il tesoro di Vera Cruz” è un film che non ha mai goduto della fama che merita, probabilmente perché si colloca in quella zona di confine tra generi che all’epoca poteva disorientare e che ancora oggi rende difficile etichettarlo con precisione. Non è un noir puro, non è una commedia, non è un film d’azione: è tutte e tre le cose assieme, cucite con la mano sicura di un regista che aveva capito, prima di molti altri, che i generi sono strumenti, non gabbie. Per chi ama il cinema americano degli anni Quaranta, è una di quelle visioni che lasciano il segno.

Imperdibile.

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“La morte viene da Scotland Yard” di Don Siegel

(USA, 1946)

Questo è il primo lungometraggio diretto dal grande Don Siegel.

La Seconda Guerra Mondiale è appena finita e, per cercare di tornare alla normalità il più presto possibile, si adatta per il grande schermo il romanzo giallo “Il grande mistero di Bow”, scritto dall’inglese Israel Zangwill nel 1890.

Ma tutta la pellicola, anche se parla di eventi consumatisi nel secolo precedente, è impregnata di un grave e opprimente senso di colpa. Chi è giustiziato, ma anche chi giustizia, non è senza peccato e così, proprio come alla fine di una guerra devastante e sanguinaria come fu quella del 1939-1945, anche alla fine de “La morte viene da Scotland Yard” nessuno trionfa davvero.

Londra, 1890. Il Sovrintendente di Scotland Yard George Edward Grodman (Sidney Greenstreet, fra i volti più rappresentativi del grande noir americano) ha condotto una difficile inchiesta per trovare l’assassino della ricca signora Constant, uccisa barbaramente nella sua casa. I pochi indizi hanno portato a un manovale indigente, che non è riuscito a fornire un vero alibi. Poche ore dopo l’esecuzione dell’uomo nel carcere di New Gate, a Scotland Yard arrivano le prove indiscutibili della sua innocenza. Grodman viene sollevato dal suo incarico e al suo posto viene nominato John R. Buckley (Georges Coulouris), da sempre suo antagonista.

Grodman si ritira a vita privata. Proprio davanti alla sua abitazione però vive Arthur Kendall, nipote della Costant e suo unico erede. La notte in cui anche questo verrà trovato pugnalato nella sua stanza chiusa dall’interno, per Buckley inizieranno i veri problemi…

Bellissimo esempio di noir in costume e d’atmosfera. Se il romanzo di Zangwill fu fra quelli che di fatto crearono – dopo gli scritti del grande Edgar Allan Poe – il genere cosiddetto del mistero della camera chiusa, ovvero di un enigma poliziesco apparentemente irrisolvibile, il film del maestro Siegel invece punta più sui caratteri e sui sentimenti, ovviamente anche quelli più bassi e miseri, dei suoi protagonisti.

Da vedere.

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“Chi ucciderà Charley Varrick?” di Don Siegel

(USA, 1973)

Come ogni film del maestro Don Siegel, anche questo “Chi ucciderà Charley Varrick?” è un capolavoro. Tratto dal romanzo “The Looters” di John H. Reese, è sceneggiato da Howard Rodman e Dean Riesner, autore di script di film come  “La stangata”, “U-boot 96” e “Starman”, nonché collaboratore di Mario Puzo e Francis Ford Coppola per la stesura della sceneggiatura de “Il Padrino – Parte III”.  

Charley Varrick (uno stratosferico Walter Matthau che qui, dopo essere diventato un’icona della commedia, con le sue gomme da masticare usate al posto delle sigarette diventa un’icona anche del poliziesco, partecipando successivamente a una manciata di pellicole noir di tutto rispetto) arriva camuffato da anziano claudicante accompagnato dalla moglie Nadine (Jacqueline Scott) davanti alla filiale della Western Fidelity Bank di Tres Crucers, una piccola cittadina non lontana da Albuquerque.

Mentre la moglie lo aspetta in auto, Charley, con l’ausilio di due complici mascherati rapina la piccola filiale. Poco prima di uscire però arriva casualmente la polizia che ingaggia una sparatoria con Nadine. Anche dentro la banca scoppia il caos e al suolo rimangono un bandito e una guardia giurata. Charley e il complice riescono a fuggire con Nadine, che ha ucciso un poliziotto ferendone gravemente un altro.

Nel posto isolato in cui i malviventi eseguono il cambio auto Nadine muore, colpita mortalmente nella sparatoria davanti alla banca. Charley ha pochi istanti per salutarla e ricordare la loro storia.

Si erano sposati poco dopo essersi conosciuti, anni prima, quando lui era un pilota acrobatico di aerei nelle fiere che giravano il Paese. Dopo aver rischiato l’osso del collo per l’ennesima volta, Charley decise di passare alla disinfestazione agricola. Ma la concorrenza spietata delle grandi compagnie costrinse lui e Nadine a sanare i bilanci della ditta di famiglia rapinando ogni tanto qualche piccola filiale di provincia. La cosa funzionava – tanto da far cambiare la ragione sociale in “Charley Varrick: l’ultimo indipendente” – e senza spargimenti di sangue, destando poi poco interesse nella Polizia visto che il malloppo era sempre al massimo di qualche migliaio di dollari.

Ma stavolta le cose sono andate storte. Un poliziotto e una guardia giurata morti, e un secondo agente in fin di vita, vogliono dire caccia spietata da parte delle forze dell’ordine.

Quando Charley e l’ultimo complice sopravvissuto Harman (Andrew Robinson) arrivano nel loro rifugio e aprono i sacchi della banca le cose si complicano ancora di più: il bottino supera i 760.000 dollari, mentre al notiziario ufficialmente la Western Fidelity Bank dichiara un ammanco di neanche 2.000 dollari.

Se Harman è euforico, Charley è molto preoccupato, visto che capisce che i soldi che ha fra le mani li ha rubati inconsapevolmente alla malavita organizzata. Harman vorrebbe iniziare a spassarsela subito, fregandosene di tutto, e allora Charley è costretto a elaborare una via di fuga molto complicata e pericolosa…

Splendido thriller d’antologia, con una sceneggiatura ad orologeria perfetta. Grande Matthau ma grandi anche tutti gli altri attori, caratteristi meno famosi ma allora molto presenti al cinema e in televisione, ottimi complici dell’atmosfera cupa e claustrofobica che il maestro Siegel riesce a costruire in ogni fotogramma del film (come John Vernon che qui interpreta il presidente della Western Fidelity Bank e qualche anno dopo verrà scelto da Ettore Scola per interpretare il marito della Loren ne “Una giornata particolare”).  Cameo dello stesso Siegel per veri intenditori, così come la spettacolare scena finale. Da vedere.   

Per la chicca: in una sequenza Charley seduce Sybil Fort, interpretata dall’attrice Felicia Farr. Che c’è di strano? Niente, solo che Felicia Farr dal 1962 è stata la moglie di …Jack Lemmon!

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“Contratto per uccidere” di Don Siegel

(USA, 1964)

Qui, gente, parliamo di uno dei capolavori della cinematografia mondiale, uno di quei film che hanno fatto la storia del cinema e che sono stati copiati – e ancora oggi lo sono – per la loro bellezza, il loro ritmo e il loro fascino.

Dallo stesso racconto “The Killers” di Ernest Hemingway, nel 1946 Robert Siodmak dirige “I gangsters” con Burt Lancaster e Ava Gardner. Bel film, ma niente a che vedere con questo capolavoro che il maestro Don Siegel gira quasi vent’anni dopo.

Siegel (che per la cronaca si è laureato a Cambridge), preso in considerazione proprio per girare “I gangsters”, sconvolge il racconto di Hemingway che trova folgorante all’inizio ma, giustamente, deludente alla fine. E così riduce i flashback e costruisce una storia intorno a un uomo che davanti ai suoi assassini non ha la minima voglia di scappare.

Charlie (uno straordinario Lee Marvin da Oscar, ma che vince “solo” il BAFTA) e il suo giovane socio Lee (Clu Gulager) fanno irruzione in un istituto per non vedenti. Il loro obiettivo è l’insegnante di meccanica Johnny North (un bravissimo e irrequieto John Cassavetes) che freddano nell’aula in cui sta insegnando, senza nessuna difficoltà. Anzi, l’uomo avvertito del loro arrivo, non fugge e aspetta la morte senza ribellarsi. La cosa insospettisce troppo Charlie che decide di scoprire la storia di North e soprattutto chi li ha pagati per ucciderlo…

Nel cast deve essere ricordata anche la bravissima e bellissima Angie Dickinson, fra le dive più eleganti e attraenti di Hollywood, nello splendido ruolo di Sheila, una Dark Lady come poche altre. Mentre nella parte dell’astuto e feroce Jack Browning c’è Ronald Reagan alla sua ultima interpretazione di rilievo prima di intraprendere, pochi mesi dopo, la carriera politica che lo portò a essere prima Governatore della California e poi Presidente degli Stati Uniti. Se questo non è l’ambito per parlare delle sue capacità di statista (delle quali ancora oggi comunque paghiamo le drammatiche conseguenze) la recitazione statica, inespressiva e obsoleta di Reagan – che già mostra quella tinta mogano scuro che poi ostenterà in tutte le foto dalla Stanza Ovale nel corso dei suoi due mandati – è davvero l’unico neo del capolavoro di Siegel.

Questo “Contratto per uccidere“ doveva essere il primo vero e proprio film realizzato interamente per la televisione, ma una volta montato venne considerato troppo “audace” e violento e così distribuito nelle sale con tanto di censura.

Ogni fotogramma merita di essere ricordato, ma la scena finale è una delle più strepitose e suggestive di tutto il cinema.

Quanto è stato copiato? Vincent e Jules, i personaggi che interpretano John Travolta e Samuel L. Jackson in “Pulp Fiction”, tanto per fare un esempio, Quentin Tarantino secondo voi da chi li ha “presi”?

Un capolavoro assoluto.

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“L’invasione degli ultracorpi” di Don Siegel

(USA, 1956)

Il 5 febbraio del 1956 usciva nelle sale americane “L’invasione degli ultracorpi” diretto dal grande Don Siegel. Girato a basso costo, il film di Siegel è oggi uno dei più grandi cult della storia del cinema – e non solo quello di fantascienza – che vanta numerosi remake.

Tratto dall’omonimo romanzo di Jack Finney – mentre la sceneggiatura è firmata da Daniel Mainwaring e, i non accreditati, Sam Peckinpah e Walter Wagner – “L’invasione degli ultracorpi” ci racconta l’incubo che vive il Dottor Miles J. Bennell (Kevin McCarthy, che rimarrà indelebilmente legato a questo ruolo, e a quello del professor Walter Jameson nell’episodio “Lunga vita a Walter Jameson”, 24esimo della prima serie storica del grandioso “Ai confini della realtà” andata in onda a cavallo fra gli anni Cinquanta e Sessanta) quando si accorge che Santa Maria, la piccola cittadina in cui vive, è invasa da una forma perfida e subdola di extraterrestri capaci di sostituirsi agli esseri umani quando questi dormono, prendendone poi le perfette sembianze.

A causa del limitatissimo budget, il film non contiene quasi effetti speciali, se non quelli per far ingrandire o spostare i famigerati baccelloni. Cosa che ancora oggi ci sottolinea la grande arte di Siegel che riesce comunque a spaventarci attraverso colpi di scena e atmosfere cupe e claustrofobiche.

Ma chi sono gli extraterrestri che nel sonno prendono il posto dei nostri cari, agendo poi con una freddezza glaciale e senza sentimenti? Per rispondere non possiamo dimenticare gli anni in cui il film arrivò in sala, anni di piena Guerra Fredda in cui “il terrore rosso” echeggiava negli Stati Uniti come una minaccia inesorabile.

Anche se Siegel ha sempre negato questo esplicito riferimento, la paura del Comunismo invadeva negli anni Cinquanta ogni campo della cultura e della vita quotidiana degli USA, e la freddezza degli alieni che non hanno sentimenti e li porta ad agire come automi, smentisce il regista.

Per la chicca: nel primo remake ufficiale della pellicola – “Totò nella Luna” diretto da Steno nel 1958 con i suoi “cosoni” è solo una (riuscita) parodia – che Philip Kaufman dirige nel 1978 e che si intitola “Terrore dallo spazio profondo”, il grande Don Siegel appare in un piccolo cameo come tassista “collaborazionista” degli alieni.

Da vedere.