“Tokyo Godfathers” di Satoshi Kon

(Giappone, 2003)

C’è una domanda che questo film si porta dietro fin dal primo fotogramma, anche se non la pronuncia mai ad alta voce: cosa succede quando le persone che la società ha deciso di non vedere si trovano a dover fare la cosa più visibile del mondo, cioè prendersi cura di qualcun altro?

Satoshi Kon non era il tipo da domande retoriche. Era il tipo da risposte inaspettate, da narrazioni che sembrano andare in una direzione e poi svoltano senza avvisare, da personaggi che non si comportano come i personaggi dovrebbero comportarsi. Aveva già dimostrato tutto questo con “Perfect Blue” nel 1997 e con il bellissimo “Millennium Actress” nel 2002. Con “Tokyo Godfathers”, nel 2003, decide di cambiare registro senza cambiare natura: lascia da parte il perturbante e l’onirico per abbracciare qualcosa di più caldo, di più carnale, di più umanamente disordinato.

Il risultato è il suo film forse più accessibile ma, certamente, più commovente.

Siamo a Tokyo, la notte di Natale. Un alcolizzato di mezza età di nome Gin che ha perso la propria famiglia chissà quando e chissà come, un’adolescente di nome Miyuki che è fuggita di casa dopo aver aggredito il padre — un poliziotto, guarda caso — e una drag queen di nome Hana, con un desiderio materno talmente incontenibile da sembrare – e forse diventare alla fine… – una forza della natura. Tre persone che non avrebbero mai dovuto incontrarsi, che non avrebbero niente da dirsi, che vivono ai margini di una metropoli di quattordici milioni di abitanti come se la città stessa preferisse non vederli. Eppure sono lì, insieme, a cercare cibo tra i rifiuti, come si fa quando non si può fare altro.

Ed è proprio tra quei rifiuti che trovano una neonata abbandonata.

Da questo momento in poi “Tokyo Godfathers” prende la struttura narrativa del road movie — un genere che è sempre, in fondo, la storia di un viaggio interiore mascherato da spostamento fisico — e la trasporta nelle viscere di una città notturna, caotica, meravigliosa ma anche indifferente. I tre protagonisti decidono di cercare la madre della bambina, e questa decisione apparentemente semplice si trasforma in una serie di incontri, coincidenze e piccoli miracoli laici che scombussolano ogni schema previsto.

Satoshi Kon era uno di quei rari autori che sapevano usare l’animazione non come un limite ma come una libertà. I tre protagonisti potrebbero facilmente scadere nel cliché — il barbone, la ribelle, la drag queen — e invece Kon li tratta con una dignità che non ha niente di paternalistico. Gin è un bugiardo e lo sa, ma i bugiardi spesso mentono perché la verità che portano dentro fa troppo male da mostrare agli altri. Miyuki è arrabbiata con il mondo intero, come lo si è a quell’età quando si ha tutto il diritto di esserlo, ma la sua rabbia nasconde un dolore, che il film – sapientemente… – aspetta prima di mostrarci. E Hana — forse il ritratto più straordinario dei tre — è uno di quei personaggi che riesci a vedere solo quando un autore ha deciso di non aver paura di niente: una donna intrappolata in un corpo che non sente suo, con un amore materno che non ha trovato dove posarsi, e che in quella neonata abbandonata vede qualcosa che va oltre la compassione.

Intorno a loro Tokyo di notte pulsa come un organismo vivo. Kon disegna la città con una precisione quasi ossessiva — i vicoli, i neon, i palazzi che scompaiono nella nebbia invernale, i rifugi improvvisati dove si sopravvive al freddo con dignità inventata — e questa attenzione al dettaglio non è decorativa ma narrativa. La città non è lo sfondo della storia: è il quarto personaggio, quello che contiene tutti gli altri, quello che allo stesso tempo esclude e permette, che isola e, in certe notti, miracolosamente avvicina.

Il film è pieno di coincidenze che in un’altra storia sembrerebbero inverosimili. Qui no. Qui funzionano, perché Kon ha avuto la saggezza di costruire intorno a esse un’atmosfera in cui il caso e il destino non si escludono ma si mescolano, come accade — a pensarci bene — anche nella vita vera. Quante volte una piccola deviazione di percorso ha cambiato tutto? Quante volte una persona incontrata per caso ha detto o fatto qualcosa che ha riaperto una porta che si credeva chiusa per sempre?

È un film sulla redenzione, certo. Ma non di quella redenzione comoda e preconfezionata che qualcuno offre e qualcun altro riceve. È una redenzione che si guadagna passo dopo passo, tra un dialogo e l’altro, tra una confessione strappata e un perdono che nessuno ha il coraggio di chiedere esplicitamente. Ognuno dei tre protagonisti ha un conto aperto con il proprio passato, e la neonata — con la sua assoluta impotenza, con il suo bisogno totale e indiscriminato — diventa lo specchio in cui ciascuno di loro finisce per riconoscersi.

Satoshi Kon ci ha lasciati nel 2010, a soli quarantasei anni. Troppo presto. Ma il cinema d’animazione giapponese, ancora oggi, ha in lui uno dei suoi maestri più originali, capace come pochi altri di portare sullo schermo disegnato la complessità e la contraddizione dell’esistenza adulta. “Tokyo Godfathers” è, in questo senso, il suo film più generoso: il meno oscuro, il più abbracciabile, quello in cui la speranza non è un’illusione ma una scelta consapevole, anche quando fa paura, anche quando non ci si crede del tutto.

Dedicato, come diceva lo stesso Kon, a tutti quelli che vivono ai margini. E anche a chi, comodamente sistemato al centro, ogni tanto ha il coraggio di guardarsi intorno.

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