Checco Zalone, al secolo Luca Medici, dopo quattro film (diretti da Gennaro Nunziante) come protagonista e autore della sceneggiatura passa anche dietro la macchina da presa, e ci racconta una delle tragedie del nostro tempo: l’immigrazione clandenstina dal continente africano verso l’Europa.
Ma soprattutto Zalone – che ha scritto la sceneggiatura insieme a Paolo Virzì – ci narra le miserie di noi europei, e in particolare di noi italiani, che non sopportiamo più le continue “invasioni” dal mare.
Senza pietà per nessuno Luca Medici descrive come il nostro popolo, che certo economicamente non se la passa poi così bene – e anche se è abbastanza semplice individuare i responsabili, questo non è l’ambito giusto per citarli… – così preoccupato di sbarcare il lunario diventa facile preda di rigurciti fascitoidi e razzisti che lo portano ad individuare nell’uomo “nero” (tradizionalmente poi sessualmente più dotato…) il responsabile di tutto.
Così – per la felicità di pochi scaltri – non si accorge che a succhiargli il sangue è lo stesso uomo “bianco” che sfrutta anche i poveri immigrati che cercano solo una vita il più possibile dignitosa.
Con varie esileranti battute e gag alla Zalone – alcune davvero taglienti e senza sconti – “Tolo Tolo” ci gira a forza la faccia verso una tragedia devastante che si continua a consumare alle nostre porte, e che avrà conseguenze per molti decenni, ma che molti vogliono colpevolmente considerare su un’altra galassia.
E allora, dopo la sequenza finale con tanto di cartoni animati, non possiamo che parafrasare Dalla e De Gregori (quest’ultimo presente nella colonorra sonora del film con la sua “Viva l’Italia”) sussurrando: “…E piangendo ci viene da ridere…“.
I drammi legati all’immigrazione fanno purtroppo parte della cronaca quotidiana del nostro Paese – e non solo -, un filo nero che attraversa le news con una regolarità che dovrebbe far riflettere e che invece, troppo spesso, viene sfruttato per altri fini. Nonostante questo — o forse proprio a causa di questo — c’è ancora chi si aggrappa alla becera paura del diverso per fare campagna elettorale, o semplicemente per meri interessi personali, trasformando la disperazione di chi arriva da lontano in un comodo capro espiatorio da agitare davanti alle telecamere. Ed è proprio da questo cortocircuito, tanto italiano quanto universale, che Francesco Patierno decide di prendere spunto con Cose dell’altro mondo, commedia del 2011 che ha molti punti in comune con Un giorno senza messicani di Sergio Arau del 2004.
Con spirito ironico — lontano ovviamente dalle tragedie recenti — il film immagina che in una notte di pioggia torrenziale scompaiano tutti gli immigrati di una regione che sembra proprio il Veneto, e più precisamente la provincia di Treviso. Al centro della vicenda c’è Mariso Golfetto (un mattatore Diego Abatantuono), industriale rozzo e sboccatamente razzista che però, con quella incoerenza tutta italiana che il film mette impietosamente a nudo, ha in fabbrica decine di dipendenti extracomunitari, una badante straniera in casa e persino un’amante nigeriana con cui intrattiene una relazione clandestina. Una sera, dopo l’ennesimo show televisivo in cui invoca uno “tsunami purificatore” capace di riportare gli stranieri ai loro paesi, il desiderio si realizza: gli extracomunitari svaniscono nel nulla, senza lasciare traccia.
Finalmente liberi dagli extracomunitari, gli italiani “veri” potranno tornare a riappropriarsi del loro fantastico territorio senza essere costretti a dividerlo con altri? Ovviamente no: da quella notte in poi nascono soltanto nuovi problemi, a cominciare dal crollo produttivo della fabbrica di Golfetto, che senza mano d’opera straniera rischia il fallimento nel giro di poche ore.
Attorno al protagonista si muovono altri due personaggi fondamentali: sua figlia Laura (Valentina Lodovini), maestra elementare che aspetta un bambino da un dipendente di colore all’insaputa del padre con cui non parla da anni, e Ariele (Valerio Mastandrea), poliziotto romano ed ex fidanzato geloso di Laura, che a sua volta convive con pregiudizi non troppo diversi da quelli che dice di combattere. È attraverso gli occhi contraddittori di questi personaggi, ciascuno razzista a modo suo e ciascuno bisognoso degli “altri” per la propria vita quotidiana, che il film pone la fatidica domanda: dobbiamo davvero essere grati a Camillo Benso conte di Cavour per averci consegnato un’Italia unita, se poi la usiamo così male?
Patierno costruisce una commedia amara che non risparmia nessuno, né gli industriali del Nord Est che predicano l’italianità e praticano lo sfruttamento, né i benpensanti che si scoprono razzisti proprio quando credono di non esserlo. Il taxista xenofobo da bar, il sindaco opportunista, il questore che non sa più a chi dare la colpa: sono tutte tessere di un mosaico sociale in cui l’assenza degli stranieri non libera nessuno, ma smaschera semplicemente quanto quella presenza fosse, da sempre, indispensabile.
Non stupisce che anche solo il trailer abbia scatenato polemiche politiche prima ancora dell’uscita in sala, interrogazioni al Ministero dei Beni Culturali sul finanziamento pubblico ricevuto dal film e con un imprenditore che minacciò querele sentendosi diffamato dal personaggio impersonato da Abatantuono. Polemiche che, purtroppo, sono bastate a condizionare la distribuzione di un film che ha incassato poco in sala uscendo quasi in sordina, nonostante un cast di prim’ordine.
Ma diciamocelo chiaramente: davvero in Italia si può parlare così di un argomento simile e riscuotere un vero successo di pubblico? La risposta, purtroppo, sembra essere no: il pubblico italiano, quando si tratta di ridere di sé stesso su temi scomodi come il razzismo, preferisce spesso guardare altrove. Il clamoroso successo di Sole a catinelle e Tolo Tolo di Checco Zalone — capace di incassare cifre monstre proprio affrontando, sia pure con altro registro, il rapporto tra italiani e stranieri — resta l’esilarante eccezione che conferma la regola: da noi si ride volentieri, ma raramente delle proprie contraddizioni più profonde.
Se si tratta, invece, di comizi elettorali, allora è un altro discorso…
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