“Invictus – L’invincibile” di Clint Eastwood

(USA, 2009)

Alcuni film ti entrano nel corpo prima ancora che nella testa. Non quelli che ti convincono con argomenti raffinati, ma quelli che ti arrivano addosso come un placcaggio da parte di un giocatore che non hai visto arrivare, e quando sei a terra realizzi che stavi aspettando qualcosa del genere da tutta la vita. “Invictus – L’invincibile” di Clint Eastwood è uno di questi.

Lo dico perché sono di parte: ho giocato a rugby per tanti anni e proprio negli anni in cui è ambientata questa pellicola. Conosco il peso di una mischia, il sapore del fango, del sudore e del sangue sulle labbra, quella strana solidarietà che nasce tra persone che si fanno anche del male a vicenda per ottanta minuti e dopo il fischio finale si abbracciano. Questo film, quindi, mi ha parlato in una lingua che capisco prima con la schiena ed il collo e poi con il cervello.

Ma sarebbe riduttivo liquidarlo come un bel film sul rugby. Eastwood, che a quasi ottant’anni girava ancora come un maestro nella pienezza dei suoi poteri, prende il libro di John Carlin “Ama il tuo nemico“ — una inchiesta giornalistica sul miracolo politico e sportivo del Sudafrica post-apartheid — e lo trasforma in qualcosa che va ben oltre il racconto di una Coppa del Mondo. Ne fa un film sulla dignità umana, sulla capacità quasi soprannaturale di scegliere la riconciliazione quando sarebbe molto più comodo, e molto più umano, scegliere l’odio.

Nelson Mandela è appena diventato presidente. Il Sudafrica è formalmente libero dall’apartheid ma la ferita è lì, aperta, purulenta. Gli Springboks — la nazionale di rugby — sono ancora il simbolo vivente di tutto ciò che la popolazione nera ha subito: una squadra quasi interamente bianca, con la maglia verde che per decenni aveva rappresentato la violenza dell’oppressione. La risposta istintiva sarebbe scioglierla, cambiarne i colori, cancellarne la storia come si cancella un graffito sporco dal muro. Ma il grande Nelson Mandela sceglie l’esatto contrario.

Morgan Freeman è Mandela. Non interpreta Mandela: è Mandela. E non è un complimento di circostanza, è la descrizione di una delle grandi prove attoriali del cinema americano degli ultimi trent’anni. Freeman porta in scena una gravità quieta, quasi mistica, che non ha nulla di ieratico o di distante. Il suo Mandela è un uomo che ha riflettuto così a lungo sulla propria umanità da averla affilata come uno strumento di precisione. Quando sorride, quando parla con le sue guardie del corpo – che solo pochi anni prima lo avrebbero massacrato e poi ucciso – quando entra nello spogliatoio degli Springboks, capisci che hai davanti una interpretazione che nasce da qualcosa di più profondo della tecnica. La candidatura all’Oscar era sacrosanta, anche se in quell’annata straordinaria non bastò.

Matt Damon è François Pienaar, il capitano degli Springboks, un ragazzo cresciuto in una famiglia bianca sudafricana con tutti i pregiudizi e le certezze che quel mondo implicava. Anche lui è straordinario, soprattutto perché sceglie una strada opposta a quella di Freeman: dove il suo presidente è tutto quiete e profondità, Pienaar è superficie in trasformazione. Lo guardi cambiare, lentamente, senza che Eastwood metta nessuna didascalia emotiva a spiegarti cosa sta succedendo. Semplicemente, prima e dopo l’incontro con Mandela, è un uomo diverso. E quella differenza passa tutta attraverso il corpo, attraverso il modo in cui cammina, guarda, parla ai suoi compagni.

Eastwood dirige con la mano asciutta di sempre. Niente eccessi, niente musica che ti suggerisca quando commuoverti, niente inquadrature che urlano la propria bellezza. Le sequenze delle partite hanno una fisicità vera, quasi documentaristica: il rugby in scena fa male, come deve. I placcaggi sono placcaggi, le mischie hanno il peso specifico delle mischie. Per chi il rugby lo ha vissuto sulla propria pelle, è una differenza che si sente immediatamente: non sono coreografie cinematografiche ma riproduzioni fedeli di quel caos organizzato che è il gioco più bello del mondo.

La finale mondiale della Rugby World Cup 1995, quella a Johannesburg contro gli All Blacks, è il climax verso cui tutto converge. Ma Eastwood ha la saggezza di non trasformarla in un momento da cartolina. La tensione che costruisce non viene dall’incertezza del risultato — chiunque conosca la storia sa come è andata… — ma dalla comprensione di cosa quella partita rappresentava per milioni di persone che la guardavano. Quando Mandela entra in campo con la maglia numero 6 di Pienaar, quando la folla inizia a scandire il suo nome mescolando bianchi e neri in quell’urlo unico, hai la sensazione fisica di assistere a qualcosa che ha davvero cambiato il corso delle cose.

Il titolo della pellicola viene da una poesia di William Ernest Henley, quella che Mandela copiava su foglietti e distribuiva ai compagni di prigionia a Robben Island per tenerli in piedi nelle giornate più buie. I versi finali — “Io sono il padrone del mio destino: io sono il capitano della mia anima” — risuonano nel film non come uno slogan ma come una conquista. La più difficile. Quella che non si ottiene vincendo una Coppa del Mondo ma decidendo ogni mattina, per ventisette anni dietro le sbarre, di non lasciare che l’odio finisca per fare il lavoro dei carcerieri.

“Invictus” è un film che non ha bisogno di inventarsi niente per essere grande. La realtà che racconta è già, di per sé, quasi impossibile da credere. Eastwood ha avuto l’intelligenza di fidarsi di quella storia, di non abbellirla né drammatizzarla, di lasciarla respirare. E di trovare due attori capaci di portarla in scena con la dignità che meritava.

Alla fine resta l’immagine che non si dimentica: Mandela che indossa quella maglia verde per salutare i giocatori prima della finale. Quello è il gesto che ha salvato un paese da una sanguinaria guerra civile, il simbolo della costanza granitica e invincibile di un uomo che ha saputo cambiare la storia.

Per me, che quella partita e quel gesto li ho visti in diretta appiccato al televisore – e per essere onesto tifando Nuova Zelanda e il suo inafferrabile Jonah Lomu – questo film è un pezzo di storia. Chi ci ha giocato sa che il rugby è anche una filosofia di vita che ti insegna, fra le mille cose, che a volte basta un cambio di direzione appena percettibile per trovare lo spazio e andare in meta.

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“Cry Macho – Ritorno a casa” di Clint Eastwood

(USA, 2021)

Texas, 1979. Michael “Mike” Milo (un inossidabile Clint Eastwood) è un anziano cowboy e addestratore di cavalli. Sulla parete del suo salotto troneggiano numerosi premi vinti in quasi tutti i rodei del Paese, con accanto i relativi articoli incorniciati che elogiavano le sue prestazioni eccezionali.

L’ultimo della fila però racconta del grave incidente avvenuto proprio durante un rodeo, nel quale un cavallo rovinandogli addosso gli ha spezzato la schiena, ponendo fine alla sua gloriosa carriera. Nel grande ranch di Howard Polk, dove Milo da decenni si occupa di addestrare e curare i cavalli, c’è una novità: il suo capo ha trovato un sostituto più giovane e soprattutto più entusiasta di lui.

Ma il rapporto fra Milo e Polk è molto più profondo di quello classico fra un datore di lavoro e il suo dipendente. Infatti, poco dopo il grave incidente alla schiena, Milo iniziò a prendere sempre più antidolorifici che alla fine lo resero dipendente dai medicinali e poi anche dalla bottiglia. Soprattutto quando sua moglie e suo figlio perirono in un incidente automobilistico.

Milo diventò così un fantasma inaffidabile e “inutile”, ma Howard Polk non lo cacciò, anzi lo aiutò ad uscire dal tunnel per rimettersi in piedi. Così, quando un anno dopo averlo licenziato, lo stesso Polk si presenta a casa di Milo chiedendogli un favore, il vecchio cowboy non si può rifiutare. Howard ha un ex moglie e un figlio tredicenne a Città del Messico. Per vecchie ragioni legali non può più mettere piede in Messico ma vuole fortemente Rafo, suo figlio, che non vede da parecchi anni, e così chiede a Milo di trovarlo e convincerlo a seguirlo in Texas nel suo ranch.

Milo in pochi giorni raggiunge la capitale messicana e trova Rafo che vive in strada facendo combattere il suo gallo “Macho”, ma…

Come tutte le ultime fatiche del grande Eastwood, anche questa è crepuscolare e assai intimista, e possiede un accento romantico e al tempo stesso ottimista. Il viaggio di Milo è anche un lungo tragitto emotivo dentro se stesso, durante il quale si dovrà confrontare con un giovanissimo adolescente, cresciuto suo malgrado troppo presto, che rappresenta pure quel figlio morto troppo presto con cui lui non ha mai avuto il tempo di litigare.

A novantuno anni suonati Clint Eastwood produce, dirige, scrive – assieme a Nick Schenk col quale ha collaborato già nelle splendide pellicole “Gran Torino” e “Il corriere – The Mule” – e interpreta una pellicola da vedere e godere fino all’ultima dissolvenza.

La genesi dell’adattamento dell’omonimo romanzo scritto da N. Richard Nash (1913-2000) e pubblicato per la prima volta nel 1975 è fra le più lunghe e complicate della storia del cinema americano. Per molti anni la storia di Mike Milo ha attirato attori di primo calibro come Burt Lancaster o Roy Scheider. Nel 1988 la parte venne offerta proprio a Eastwood che dovette rinunciarci perché già impegnato nelle riprese di un altro film.

Durante il suo mandato come Governatore della California, Arnold Schwarzenegger annunciò che, uno volta terminata la sua carriera politica, sarebbe tornato al cinema interpretando proprio la storia di Milo, ma i successivi problemi legali legati al divorzio con la moglie fecero naufragare il progetto.

Così a distanza di oltre trent’anni Eastwood veste i panni di un uomo che – come ci ricorda lo stesso Milo – da giovane aveva tutte le risposte ma da anziano non se ne ritrova più neanche una.

“La notte brava del soldato Jonathan” di Don Siegel

(USA, 1970)

Cominciamo col dire che il titolo in italiano c’entra con la storia del film come i cosiddetti cavoli a merenda. Perché quello originale è “The Beguiled”, che letteralmente si traduce come: l’ingannato.

Identico titolo lo possiede anche il romanzo da cui è tratto il film, pubblicato per la prima volta nel 1966 e scritto dallo statunitense Thomas P. Cullinan (1919-1995), e il cui primo titolo era “A Painted Devil” (Un diavolo dipinto).

Baci e abbracci, quindi, al nostro distributore e a chi per lui ha scelto il titolo italico.

A parte ciò, questa pellicola del maestro Don Siegel è davvero indimenticabile, sia per la regia, che per le fantastiche atmosfere gotiche, morbose e claustrofobiche che solo un grande autore poteva creare.

Siamo in Virginia, durante la Guerra di Secessione. Nella fastosa, ma ormai decadente, villa di famiglia persa nella campagna Martha Farnsworth (una bravissima Geraldine Page) ha istituito un collegio femminile. A coadiuvarla sono la ventenne Miss Edwina Morrow (Elizabeth Hartman) che si occupa con Miss Matha dell’educazione delle sei ospiti, tutte adolescenti; e Hallie (Mea Mercer) la donna di colore schiava da sempre della famiglia Farnsworth.

L’atmosfera di quiete surreale e l’ostentata serenità, soprattutto sull’esito del conflitto che vede sempre più in difficoltà l’esercito confederato a cui lo Stato della Virginia appartiene, vengono messe in crisi quando l’educanda più piccola, la dodicenne Amy (Pamelyn Ferdin), mentre è in cerca di funghi nella campagna circostante trova un soldato nordista gravemente ferito.

L’uomo, che dice di chiamarsi Jonathan McBurney (Clint Eastwood) riesce a farsi portare nel collegio per essere curato e, soprattutto, scampare alle pattuglie sudiste che battono la zona.

Se all’inizio Miss Martha ospiterà il clandestino solo per dimostrare alle sue collegiali la propria carità cristiana, lentamente, grazie all’avvenenza e alla scaltrezza dell’uomo, i suoi sentimenti cambieranno, così come quelli di tutte le altre residenti nella villa. Ma…

Fra le più crude pellicole di Siegel, con ogni fotogramma impregnato di sangue e di sesso, “La notte brava del soldato Jonathan” è forse un dei film più rilevanti degli anni Settanta, con alcune sequenze che ancora oggi danno i brividi.

Non a caso, nel 2017, Sofia Coppola gira il remake dal titolo “L’inganno” (e non aggiungo altro…) con Colin Farrell nel ruolo di Eastwood, Nicole Kidman in quello della Page e Kirsten Dust nei panni che furono della Hartman.  

“Il corriere – The Mule” di Clint Eastwood

(USA, 2018)

L’ultima fatica di Clint Eastwood è tratta dall’articolo “The Sinaloa Cartel’s 90-Year-Old Drug Mule” di Sam Dolnick, pubblicato sul “New York Times” nel 2014, che raccontava la storia vera di Leo Sharp un ex floricoltore – che durante la presidentza di George W. Bush piantò i suoi fiori anche presso la Casa Bianca – arrestato a 87 anni per essere divenuto un corriere della droga.

Earl Stone (Eastwood) ha visto fallire, a causa di internet, la sua florida azienda di floricoltura. Ma non solo quella, la sua vita personale, infatti, è sprofondata ormai da anni. Il matrimonio con sua moglie Mary (una bravissima Dianne Wiest) è durato solo dieci anni, e il suo rapporto con la figlia Iris (Alison Estwood, vera figlia di Clint) forse anche meno. L’unico che sembra sopravvivere è quello con la nipote Ginny (Taissa Farmiga).

Senza più nulla, tranne il suo vecchio pick up Ford, Earl si presenta alla festa prematrimoniale di Ginny. Lì conosce un ragazzo che rimane particolarmente colpito dal fatto che in numerosi decenni di attività Earl, col suo furgone, non abbia mai preso una multa. Forse ha un lavoro per lui…

Bella pellicola del grande Eastwood . scritta assieme a Nick Schenk – che ci racconta l’ascesa agli inferi di un uomo che ha cercato di “…essere qualcuno da un’altra parte invece del fallimento che era a casa sua…” e che passati abbondantemente gli ottant’anni imbocca la strada del crimine, non essendo un uomo “…da piano B”.

Crepuscolare, intimista ma senza sconti, anche questa volta il duro Eastwood non sbaglia il colpo.

Nel cast anche Bradley Cooper e Andy Garcia.


“Il buono, il brutto, il cattivo” di Sergio Leone

(Italia/Spagna/Germania Ovest, 1966)

Con questo indiscusso capolavoro Sergio Leone chiude la sua cosidetta “trilogia del dollaro” che in pochi anni e tre film lo rende uno dei registi più apprezzati al mondo.

Si chiude anche la sua collaborazione con Clint Eastwood che non reciterà più per il regista romano. Ma l’attore-regista e produttore statunitense non nasconderà mai la stima per Leone, tanto da dedicargli pubblicamente e negli anni più di un film.

Dopo il successo di “Per un pugno di dollari” e “Per qualche dollaro in più”, finalmente Leone può disporre di una produzione ricca e, oltre ai mitici duelli, può realizzare così spettacolari scene di massa che rimangono nella storia del cinema.

La vicenda dei tre “dannati” che, nonostante la guerra civile americana che sta dilaniando il Paese e uccidendo migliaia di uomini donne e bambini, cercano un tesoro è più di una metafora.

I nordisti, che fino a quel momento al cinema erano stati sempre rappresentati come i “buoni” e i “liberatori” nella guerra civile, stavolta hanno anche un volto oscuro e brutale che ha la sua definitiva incarnazione nel caporale Wallace (interpretato da uno spietato Mario Brega) aguzzino senza remore.

Per Leone, infatti, non sempre è netta la differenza fra il bene e il male, e il mondo si divide in due categorie di uomini: “Quelli che hanno la pistola carica …e quelli che scavano”.

Ovviamente, negli anni Sessanta, questa teoria non quadrava con le ferree ideologie partitiche che dominavano oltre che la vita politica del nostro Paese – e su questo nulla da eccepire ovviamente – ma anche quella giornalistica.

Così quando questa pietra miliare della cinematografia mondiale uscì nelle nostre sale, molti solerti critici di partito lo attaccarono senza remore, mettendo in dubbio addirittura la sua struttura narrativa e le capacità registiche di Leone.

I posteri, che siamo noi, giudicano ed emettono l’ardua sentenza su quei “poracci” della carta stampata da “salotto” che, soprattutto grazie a conoscenze e ordini di partito, sono stati ritenuti sagaci critici cinematografici per decenni, ma che oggi fanno tristemente e pateticamente sorridere.

Per capire meglio l’atmosfera in cui venne accolto il film di Leone riporto un breve periodo dell’articolo che scrisse su “L’Europeo” il grande e immortale Enzo Biagi – lui sì davvero come Sergio Leone -, giornalista di una levatura e indipendenza morale ancora oggi molto rara:

“Per fare centro tre volte, come è appunto il caso di Sergio Leone, bisogna essere dotati di vero talento. Non si imbroglia la grande platea, è più facile ingannare certi giovanottoni della critica, che abbondano in citazioni e scarseggiano in idee…”.

Ma tornando al film, scritto da Leone insieme a Luciano Vincenzoni, Age, Furio Scarpelli e il non accreditato Sergio Donati, ancora oggi possiamo godere di inquadrature e piani sequenza senza tempo, che continuano a essere citati e copiati in numerosi blockbuster.

Come il “triello” finale, e la sequenza di chiusura con il Biondo-Eastwood che si allontana a cavallo in una valle dai colori surreali.

Un capolavoro immortale.

…Aridatece registi come Sergio Leone e giornalisti come Enzo Biagi!

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“Fuga da Alcatraz” di Don Siegel

(USA, 1979)

Questo film mi è così rimasto impresso che ricordo ancora oggi molto bene il cinema in cui lo vidi nell’allora prima visione.

E’ tratto dal libro di J. Campbell Bruce che ricostruisce la vera fuga del detenuto Frank Lee Morris avvenuta nel 1962, primo evaso nella storia dell’allora fortezza inviolata che era la prigione di Alcatraz, nella baia di San Francisco.

La pellicola non ci dice se effettivamente Morris e i suoi due complici morirono affogati – come era capitato in precedenza – nel braccio di mare gelido che separa l’isola dalla costa, o la raggiunsero e si dileguarono liberi per sempre.

Sta di fatto che l’ingente spiegamento di forze che allora perlustrò la zona non trovò nessun corpo – primo caso nella storia – cosa che scatenò la fantasia e l’immaginario di molti.

A distanza di tanti anni, rivedere la pellicola diretta dal maestro Don Siegel, e interpretata da un glaciale Clint Eastwood, fa ancora effetto, nonostante tutto quello che è stato realizzato dopo sullo stesso argomento.

Per me poi, che sono un fan di Stephen King, i riferimenti e le citazioni a questo film nel suo racconto “Rita Heyworth e la redenzione di Shawshank” e nella successiva pellicola “Le ali della libertà” di Frank Darabont, mi mandano in sollucchero.