“A sangue freddo” di Truman Capote

(Garzanti, 2005)

Poche righe in una pagina interna del New York Times: è tutto ciò che serve a Truman Capote per capire che quella storia è sua. Un agricoltore benestante, la moglie e due figli adolescenti uccisi nella loro fattoria del Kansas, apparentemente senza un perché. Chiunque altro avrebbe voltato pagina. Capote, invece, parte, si porta dietro l’amica Harper Lee (sì, l’autrice dello splendido romanzo Il buio oltre la siepe) e resta laggiù per anni. Ne uscirà, nel 1965, un libro che ha cambiato per sempre il modo di raccontare la cronaca nera.

I fatti, in due righe. La notte del 15 novembre 1959, a Holcomb, la famiglia Clutter viene sterminata a colpi di fucile: Herbert, la moglie Bonnie e i figli Nancy e Kenyon. Gli autori sono due ex detenuti, Dick Hickock e Perry Smith, convinti da una soffiata raccolta in carcere che in casa ci fosse una cassaforte piena di contanti. La cassaforte non esisteva. Il bottino fu una manciata di dollari, una radio e un binocolo. Questo dettaglio da solo basterebbe a spiegare l’impressione che il libro lascia addosso: l’orrore non ha nemmeno bisogno di un vero movente.

Capote chiama la sua creatura non-fiction novel, un romanzo costruito interamente con materiale reale, e la definizione, al di là dell’etichetta, funziona. Il libro alterna due mondi: da una parte la comunità di Holcomb, sconvolta e improvvisamente sospettosa di se stessa, dall’altra i due assassini in fuga tra Messico e Stati Uniti, mentre l’investigatore Alvin Dewey ricompone il puzzle. Il narratore non commenta, non giudica, non alza mai la voce: la prosa è limpida, quasi fredda, e questa freddezza (sì, il titolo allude anche a questo) è la scelta stilistica più coraggiosa dell’intera opera.

Ma il vero motore del libro è Perry Smith. Capote ne fa un personaggio di una complessità che mette quasi a disagio: assassino senza attenuanti, ma anche uomo ferito da un’infanzia di abbandoni, sensibile, vanitoso, con i sogni di un bambino cresciuto male. Non lo assolve, però ci costringe a guardarlo da vicino, ed è un’esperienza scomoda, perché da vicino i mostri assomigliano fin troppo alle persone. Si è scritto molto sull’affinità che l’autore sentiva per lui, quasi un fratello uscito da una porta diversa della stessa casa sfortunata, e la si avverte in ogni pagina.

Personalmente sono convinto che molti dei personaggi letterari oscuri e terrificanti più famosi e riusciti degli ultimi sessant’anni nascano direttamente o indirettamente da questo libro, a partire, solo per fare un esempio, da quelli del maestro assoluto Stephen King.

Tornando al libro: non tutto, però, è oro colato. Col tempo alcune ricostruzioni sono state messe in discussione, e resta un certo disagio sul rapporto tra lo scrittore e i suoi soggetti: Capote frequentò a lungo i due condannati, e il libro, per dirsi concluso, aveva bisogno della loro fine. È un nodo etico che non si scioglie e che, personalmente, considero parte della forza del romanzo più che un suo difetto: A sangue freddo è anche il ritratto di un artista che guarda troppo da vicino, e lo sa.

Poi c’è il film. Nel 1967 Richard Brooks, che si scrive da solo la sceneggiatura, fa una scelta di grande intelligenza: non cerca di “migliorare” Capote, ma di restargli fedele con i mezzi del cinema. Bianco e nero, location autentiche (compresa la casa dei Clutter) e due attori quasi sconosciuti, Robert Blake e Scott Wilson, così somiglianti ai veri assassini da far venire i brividi. Blake, in particolare, è straordinario: il suo Perry è un ragazzo che sembra sempre sul punto di piangere e di uccidere, spesso nello stesso istante. Accanto a loro John Forsythe presta la sua faccia pulita al detective Dewey.

Rispetto al libro, la pellicola però sacrifica inevitabilmente la lenta ragnatela di piccole vite di Holcomb e parte dell’interiorità di Perry, che sulla pagina ha naturalmente più spazio per respirare, ma è uno di quei rari casi in cui pagina e schermo non si fanno concorrenza ma si tengono per mano, e vederli in coppia è forse il modo migliore per apprezzarli entrambi.

Oggi che il true crime è ovunque, tra serie tv, documentari e podcast, è facile dimenticare che tutto è cominciato qui, da un articolo di giornale e da uno scrittore che decise di guardare il male senza distogliere lo sguardo.

Da leggere, e poi da vedere, magari con le luci accese.

Iscriviti e ascolta gratuitamente questa e altre recensioni di libri, film e serie tv sul podcast “La Foglia d’Acanto” disponibile su podCloud Castopod Spotify YouTube e Amazon Music.

“Getaway!” di Sam Peckinpah

(USA, 1972)

“Big” Jim Thompson – come ama chiamarlo il Re Stephen King – scriveva romanzi come si carica un’arma: lentamente, con precisione, e con la piena consapevolezza di cosa succede quando si preme il grilletto. Era uno scrittore texano scomodo, quasi clandestino rispetto ai canoni letterari rispettabili, che nel noir aveva trovato non un genere ma una filosofia: quella di chi sa che gli esseri umani, messi nelle condizioni giuste — o in quelle sbagliate, che spesso coincidono — sono capaci di tutto. Walter Hill prende il suo romanzo, lo porta a Peckinpah, e Peckinpah fa quello che Peckinpah sapeva fare meglio di chiunque altro: lo trasforma in cinema con la stessa delicatezza con cui si spacca con violenza un mattone contro un muro.

Doc McCoy — alias uno Steve McQueen che sembra costruito dalla natura apposta per stare dentro un’inquadratura — esce di prigione nei primi minuti del film, sale in macchina e non dice praticamente nulla. Non serve che dica nulla. McQueen è uno di quegli attori rari che comunicano con il silenzio più di quanto altri riescano a fare con un monologo di tre pagine. Gli basta esistere davanti alla macchina da presa. E Peckinpah lo sa benissimo: lo mette insieme a Carol e poi si fa da parte.

Doc è fuori grazie alla moglie Carol — Ali MacGraw, bellissima con quella sua bellezza diretta e quasi selvatica, senza un grammo di compiacimento — che ha negoziato la libertà del marito con lo sceriffo corrotto Jack Beynon (impersonato, forse non a caso, dallo stesso Ben Johnson che due anni dopo vestirà i panni del capitano Tanner in “Sugerland Express” di Steven Spielberg) in cambio anche di favori che il film, all’inizio, lascia intendere senza esplicitarli. Tra i due il gelo è immediato, tagliente, reale. Non c’è il melodramma del tradimento spiegato e pianto. C’è la tensione silenziosa di due persone che si amano e si feriscono e non sanno, o non vogliono, fare altrimenti. È uno dei ritratti di coppia più onesti che il cinema americano di quegli anni abbia regalato, e lo è proprio perché non vuole essere un ritratto di coppia: vuole essere un film di fuga, e la coppia ci finisce dentro per necessità.

Perché di questo si tratta, alla fine: di una fuga. Doc rapina una banca su imposizione di Beynon, la rapina va storta nel modo esatto in cui le rapine vanno storte nei film di Peckinpah, con sangue e tradimenti e un terzo uomo che sopravvive quando non dovrebbe. Da quel momento in poi Doc e Carol corrono verso il Messico con mezzo mondo alle calcagna: la polizia, i complici che vogliono la loro parte, un pistolero pazzo e tenace interpretato da Al Lettieri con una intensità che mette letteralmente a disagio.

Peckinpah era Peckinpah. Aveva già fatto “Il mucchio selvaggio” tre anni prima, aveva già cambiato il modo in cui Hollywood pensava alla violenza sullo schermo. Qui si contiene: “Getaway!” è meno barocco, meno destabilizzante di certi altri lavori, ma porta la sua firma in ogni scena d’azione, in quel ritmo sincopato che alterna momenti di quiete apparente a esplosioni di violenza brusca e senza preavviso. Il ralenti Peckinpah lo usa con parsimonia, quasi come firma personale nei momenti decisivi.

McQueen e MacGraw si conoscono sul set e si innamorano per davvero — lei lascia il marito per lui, lui lascia la moglie per lei — e questo probabilmente spiega quella chimica strana e autentica che attraversa il film come una corrente elettrica. Non è la chimica del cinema patinato: è qualcosa di più grezzo, più instabile, a tratti persino scomodo. Carol non è un personaggio facile da amare incondizionatamente, e Doc neanche. Sono due persone che si tengono insieme perché la vita fuori da quella coppia è ancora più incomprensibile. Thompson lo capiva. Peckinpah lo mostra senza sentimentalismi.

Ci sono scene in questo film che restano. La sparatoria in albergo, costruita con una precisione quasi geometrica. La scena del treno, con McQueen che risolve un problema nel modo più diretto possibile e MacGraw che regge lo sguardo senza battere ciglio. E poi il Messico finale, quella frontiera che non è mai davvero una salvezza ma soltanto un altro confine, un altro posto dove la storia potrebbe continuare o potrebbe finire.

“Getaway!” forse non è il capolavoro assoluto di Peckinpah — quel posto è occupato solidamente da “Pat Garrett & Billy the Kid”, girato l’anno successivo, o dal già citato “Il mucchio selvaggio” — ma è forse il suo film più accessibile, quello in cui la sua visione del mondo violento e bello trova una forma narrativa precisa, consegnata a due attori capaci di portarla addosso senza farla sembrare un peso.

Il cinema americano degli anni Settanta ha prodotto molte fughe sullo schermo, come per esempio il già citato “Sugarland Express”. Poche però avevano questa temperatura: fredda e bruciante insieme, come il metallo di una pistola lasciata troppo tempo sotto il sole cocente del Texas.

Iscriviti e ascolta gratuitamente questa e altre recensioni di libri, film e serie tv sul podcast “La Foglia d’Acanto” disponibile su podCloud Castopod Spotify YouTube e Amazon Music.

“The Life of Chuck” di Mike Flanagan

(USA, 2024)

C’è qualcosa di profondamente commovente nel modo in cui Mike Flanagan riesce a trasformare anche la più semplice delle esistenze in un affresco cinematografico che tocca le corde più intime dell’animo umano. Con “The Life of Chuck”, l’adattamento cinematografico dello splendido racconto “La vita di Chuck” del Re Stephen King, il regista della serie “Hill House” e di film come “Doctor Sleep” abbandona temporaneamente i territori dell’horror per addentrarsi in quelli, non meno insidiosi, del dramma esistenziale.

La struttura narrativa a ritroso non è solo un espediente stilistico, ma diventa il cuore pulsante di una riflessione sulla fragilità e al contempo sulla straordinaria ricchezza dell’esperienza umana; ma anche su quello che può togliere all’intera comunità non solo la morte di un altro essere umano, ma anche una terribile malattia – come un tumore o una patologia neurodegenerativa – che oltre al corpo consuma e fagocita inesorabilmente ricordi e memorie. Come affermato ufficialmente dallo stesso Stephen King, si tratta di “tre storie separate collegate per raccontare la biografia di Charles Krantz, detto Chuck al contrario”, e Flanagan trasforma questa premessa in un viaggio emotivo di rara intensità.

Tom Hiddleston regala una delle sue interpretazioni più mature e sfaccettate, riuscendo a incarnare non solo l’uomo adulto alle prese con la consapevolezza della fine imminente, ma anche l’energia vitale che ha caratterizzato Chuck in ogni fase della sua esistenza. Il suo Chuck è un uomo qualunque che diventa universale proprio nella sua ordinarietà.

Accanto a lui, Chiwetel Ejiofor e Karen Gillan interpretano Marty e Felicia, una coppia divorziata il cui mondo viene sconvolto dal mistero di Chuck Krantz. La loro presenza non è mai didascalica, ma serve a esplorare come l’esistenza di una persona possa irradiare significato ben oltre i confini della propria vita, toccando destini apparentemente scollegati in modi inaspettati e profondi. Nel cast anche Mark Hamill, nei panni di Albie Krantz, il nonno di Chuck.

La regia di Flanagan dimostra ancora una volta la sua capacità di coniugare intimismo e spettacolarità, creando un equilibrio perfetto tra momenti di pura contemplazione e sequenze di grande impatto visivo. Le tre sezioni del film, “Grazie, Chuck!”, “Artisti di strada per sempre” e “Contengo moltitudini”, si susseguono con un ritmo che mai scade nella retorica, mantenendo sempre viva quella tensione emotiva che è il marchio di fabbrica del regista.

Dal punto di vista tecnico, il film si distingue per una fotografia che sa adattarsi alle diverse atmosfere delle tre epoche narrate, mentre la colonna sonora dei Newton Brothers accompagna il racconto senza mai sovrastarlo, lasciando che sia il peso specifico delle emozioni a guidare il ritmo della narrazione.

“The Life of Chuck” non è il classico film di Stephen King che molti si aspetterebbero, e forse anche in questo risiede la sua forza. È un’opera che parla di vita attraverso la morte, di significato attraverso l’apparente casualità, di universale attraverso il particolare. Flanagan ci regala un film che fa riflettere sulla natura effimera e al tempo stesso eterna dell’esistenza umana, ricordandoci che ogni Chuck Krantz che incontriamo per strada porta dentro in sé storie degne di essere raccontate. E per questo la spina dorsale del film – e del racconto originale di King – è il verso “…contengo moltitudini” da “Canto di me stesso”, poesia che Walt Whitman scrisse nel 1855.

King cita Whitman per ricordarci che ognuno di noi contiene innumerevoli, luminosi e fantastici universi. Indipendentemente dal tempo che ci è concesso, ognuno di loro deve splendere nel cielo, anche solo per una frazione di secondo, per illuminare la nostra esistenza, e spesso anche quella degli altri.

Un’opera matura, emozionante e necessaria, che conferma Mike Flanagan come uno dei narratori più sensibili e profondi del cinema contemporaneo e che ci ricorda, se davvero ce ne fosse ancora bisogno, la grandezza e il genio assoluto del Re Stephen King.

Ascolta gratuitamente questa e altre recensioni di libri, film e serie tv sul podcast “La Foglia d’Acanto” disponibile su podCloud e Castopod Spotify YouTube e Amazon Music. 

“Never Flinch – La lotteria degli innocenti” di Stephen King

(Sperling & Kupfner, 2025)

Stephen King torna dopo due anni di silenzio con un thriller che conferma, ancora una volta, la sua capacità di radiografare le fratture dell’America contemporanea. “Never Flinch – La lotteria degli innocenti” non è solo un ritorno alle scene del crimine, ma un affondo profondo nelle zone d’ombra di una società che sembra aver smarrito la propria bussola morale.

La trama si dipana attorno a un meccanismo di vendetta tanto meticoloso quanto spietato. Un misterioso “Bill Wilson” – che ruba il nome al fondatore degli “Alcolisti Anonimi” – inizia ad uccidere tredici innocenti e un colpevole per l’ingiusta morte di un vero innocente, innescando una spirale di terrore che sfocia nella cittadina fittizia di Buckeye. Il Re orchestra il tutto con la maestria di un direttore d’orchestra che conosce ogni singola nota della partitura del male.

Il vero colpo di genio è il ritorno di Holly Gibney, detective privata che King ha saputo plasmare come uno dei personaggi più autentici e sfaccettati del suo universo narrativo a partire da “Mr Mercedes” del 2014 e nei successivi “Chi perde paga” (2015), “Fine turno (2016), “The Outsider” (2018) e nel racconto breve “Se scorre il sangue”, compreso nell’omonima raccolta di racconti del 2020, per arrivare fino al recente “Holly“. Gibney si trova a dover proteggere Kate McKay, un’attivista femminista carismatica nel mirino di uno stalker, ma questa è solo la superficie di un intreccio che scava nelle profondità della giustizia negata e della rabbia repressa.

Il Re tiene insieme grandi temi e grande intrattenimento, tessendo un racconto che non teme di sporcarsi le mani con droga, alcolismo e, soprattutto, ottuso e violento fondamentalismo religioso. È l’America di oggi, quella che emerge dalle pagine, con le sue contraddizioni e i suoi fantasmi mai del tutto sepolti. King non fa sconti a nessuno, mettendo a nudo meccanismi sociali che producono mostri tanto più terrificanti perché fin troppo reali. “Never Flinch”, “non tentennare” è la frase che riecheggia nelle mente turbata del serial killer.

La prosa del Re, sempre chirurgica nella sua apparente semplicità, qui raggiunge vette di tensione toccate nei suoi migliori lavori recenti. Ogni capitolo è un passo verso l’abisso, costruito con la pazienza di chi sa che il vero orrore nasce dall’attesa, dalla consapevolezza che qualcosa di terribile sta per accadere.

Il noir kinghiano funziona perché non si limita a raccontare una storia di crimine, ma diventa specchio di un’epoca. Esplora le ombre della giustizia e la rabbia che corrode dal di dentro, trasformando vittime in carnefici e innocenti in bersagli.

Holly Gibney si conferma un personaggio di straordinaria umanità, capace di reggere il peso di una narrazione complessa senza mai perdere la sua autenticità. King la manovra con la delicatezza di chi sa di avere tra le mani un gioiello prezioso, facendola crescere pagina dopo pagina fino a renderla l’anima pulsante del romanzo.

“Never Flinch” è Stephen King che fa quello che sa fare meglio: prendere per mano il lettore e condurlo in territori oscuri dove la paura diventa catarsi. Un thriller che sfiora la perfezione, un ritorno alle origini che dimostra come il Re non abbia perso un grammo della sua forza narrativa.

Un romanzo necessario, e le cronache contemporanee purtroppo ce lo sottolineano, che arriva nel momento giusto per raccontare un’America che ha dimenticato il confine tra giustizia e vendetta. Il Re, ancora una volta, ci ricorda perché nessuno sa raccontare l’orrore quotidiano come lui.

E come sempre: viva il Re!

Ascolta gratuitamente questa e altre recensioni di libri, film e serie tv sul podcast “La Foglia d’Acanto” disponibile su Spotify, Amazon Music e YouTube.

“22/11/’63” di Stephen King

(Sperling & Kupfer, 2011)

Nella vasta produzione letteraria del maestro Stephen King, “22/11/’63” si distingue come un’opera che va oltre i confini tradizionali del thriller e dell’horror, per esplorare territori più profondi e complessi. Questo romanzo, pubblicato nel 2011, non è solo un’odissea nel tempo, ma un’esplorazione del destino, del rimpianto e della capacità umana di cambiare il corso della storia, con tutte le implicazioni morali che ne derivano.

La trama ruota attorno a Jake Epping, un insegnante di inglese di una cittadina del Maine, la cui vita ordinaria viene sconvolta quando Al, il proprietario di una tavola calda locale, gli rivela l’esistenza di un portale temporale nel suo retrobottega. Questo varco conduce sempre e solo al 9 settembre 1958. Al, ormai malato terminale, convince Jake a prendere il suo posto in una missione impossibile: impedire l’assassinio di John Fitzgerald Kennedy, avvenuto il 22 novembre 1963.

Il Re ci porta così in un viaggio affascinante attraverso un’America degli anni ’50 e ’60 ricostruita con una precisione quasi maniacale. La descrizione di quel periodo è vibrante, con una cura dei dettagli che fa immergere il lettore in un’epoca diversa, fatta di colori vividi, suoni e odori che sembrano uscire dalle pagine del libro. Ma il romanzo non si limita a essere una semplice cronaca del passato. Attraverso Jake, King esplora la natura del tempo stesso, dipingendolo come qualcosa di resiliente e pericolosamente determinato a mantenere il suo corso.

Uno degli aspetti più intriganti di “22/11/’63” è proprio la rappresentazione del tempo come un’entità quasi viva, che resiste ai cambiamenti. Ogni volta che Jake tenta di alterare eventi del passato, il tempo reagisce, spesso in modi violenti e imprevedibili, quasi a proteggere se stesso. Questa tensione tra il desiderio umano di cambiare il passato e l’ineluttabilità del destino è uno dei temi più potenti del romanzo.

King riesce, come in altri suoi lavori, a fondere elementi di fantascienza con una profonda riflessione sul peso delle scelte individuali. La questione centrale del libro, infatti, non è tanto se Jake riuscirà o meno a salvare Kennedy, ma piuttosto se farlo porterà davvero a un mondo migliore. Il lettore è costantemente sfidato a riflettere sulle conseguenze delle proprie azioni, e su come il desiderio di correggere gli errori del passato possa avere ripercussioni inaspettate e, a volte, disastrose.

Il personaggio di Jake Epping è sviluppato con una grande sensibilità. È un uomo comune, con le sue debolezze e le sue paure, che si trova improvvisamente caricato di una responsabilità enorme. La sua crescita personale, il suo amore per Sadie Dunhill, una donna che incontra nel passato, e i dilemmi morali che affronta rendono Jake uno dei protagonisti più memorabili della produzione di King.

In definitiva, “22/11/’63” è un’opera che si distingue non solo per la sua trama avvincente e l’abilità narrativa del Re, ma anche per la profondità delle domande che solleva. È un romanzo che parla di nostalgia, di amore e di perdita, e che esplora il desiderio universale di poter tornare indietro e cambiare il corso della propria esistenza. Ma, come King ci ricorda con maestria, ogni azione ha un prezzo, e il passato, per quanto tentiamo di cambiarlo, è un fardello che portiamo sempre con noi.

Il maestro Stephen King, ancora una volta, ci regala una storia che è tanto avvincente quanto emozionante, capace di farci riflettere sul tempo, sul destino e sulle scelte che modellano le nostre vite.

Ascolta gratuitamente questa e altre recensioni su Spotify e YouTube.

“Le ali della libertà” di Frank Darabont

(USA, 1994)

Devo essere onesto: mi sono sempre tenuto a distanza dai film che promettono di essere edificanti o, peggio ancora, “di grande ispirazione”. Troppo spesso, questo tipo di pellicole si rivelano moraliste, ricattatorie, o addirittura melense. Ma poi, arriva “Le ali della libertà” (“The Shawshank Redemption”), diretto da Frank Darabont, che con un colpo magistrale riesce a sfuggire a tutte queste trappole, consegnandoci un film che, pur toccando corde profondamente umane, non scade mai nel facile sentimentalismo.

Il film, non a caso tratto dal racconto del Re Stephen King “Rita Heyworth e la redenzione del carcere di Shawshank” (contenuto nella mirabile raccolta “Stagioni diverse” del 1982, che annovera anche “The Body” da cui Rob Reiner ha tratto “Stand By Me – Ricordo di un’estate” e “L’allievo” dal quale Bryan Singer si è ispirato per il suo omonimo film interpretato da un agghiacciante Ian McKellen), si concentra sulla storia di Andy Dufresne (un Tim Robbins davvero in stato di grazia), vice presidente di banca condannato ingiustamente per l’omicidio della moglie e del suo amante.

Da qui ci si potrebbe aspettare un dramma giudiziario o una classica storia di vendetta. E invece no. “Le ali della libertà” sceglie un’altra strada, più sottile, più lenta, ma anche più incisiva. La prigione di Shawshank, che in qualsiasi altro film sarebbe semplicemente lo sfondo di una vicenda di soprusi e violenza, qui diventa un luogo di crescita, un campo di battaglia per l’anima.

Darabont, alla sua prima prova da regista, ha la saggezza di non forzare mai la mano. La sua regia è discreta, rispettosa dei tempi e degli spazi emotivi dei personaggi. La vera forza del film risiede nei piccoli dettagli: lo sguardo sperduto di Andy all’inizio della sua detenzione, l’amicizia che lentamente si costruisce tra lui e Red (un monumentale Morgan Freeman), e il modo in cui la speranza si insinua, quasi furtivamente, tra le crepe della disperazione.

Uno dei temi portanti del film è la libertà. Non quella fisica, che è negata a tutti i detenuti di Shawshank, ma quella mentale, interiore. Andy, pur rinchiuso tra le mura spesse della prigione, riesce a mantenere viva la fiamma della sua dignità e del suo spirito. E lo fa attraverso gesti che sembrano insignificanti: un piccolo sasso scolpito, un vinile delle “Nozze di Figaro” di Wolfgang Amadeus Mozart fatto suonare ad alto volume per tutti i carcerati, una biblioteca costruita con pazienza e determinazione. Sono questi gesti che, alla fine, si rivelano rivoluzionari.

La forza del film sta anche nella sua capacità di non cedere mai alla retorica. Anche nei momenti più toccanti, Darabont – autore pure della sceneggiatura – mantiene un equilibrio narrativo che impedisce al racconto di scivolare nel patetico. Questo equilibrio è amplificato dalla splendida fotografia di Roger Deakins, che sa essere tanto claustrofobica quanto ariosa, con i suoi giochi di luce e ombra che sembrano commentare la condizione esistenziale dei personaggi.

E poi c’è il finale. Non lo svelo per chi non avesse ancora visto il film, ma posso dire che è uno di quei finali che ti lasciano con un nodo alla gola e un senso di catarsi. Non perché sia sorprendente o pieno di colpi di scena, ma perché è onesto, autentico. Un finale che rende giustizia a tutto ciò che è venuto prima, e che ci ricorda che la speranza, quella vera, non è mai ingenua o facile, ma nasce dalla sofferenza e dalla resistenza.

“Le ali della libertà” non è un film perfetto, ma è un film necessario. Un’opera che parla della capacità dell’animo umano di resistere, di trovare luce anche nell’oscurità più profonda, e di spiccare il volo quando tutto sembra perduto. In un mondo in cui spesso siamo prigionieri di noi stessi e delle nostre paure, questo film ci ricorda che la libertà, quella vera, inizia e finisce nella nostra mente.

Quindi, se non lo avete ancora fatto, prendetevi due ore e mezza, e lasciatevi trasportare a Shawshank. Potreste scoprire che, in fondo, le ali della libertà sono già dentro di voi.

Ascolta gratuitamente questa e altre recensioni su Spotify e YouTube.

“From Hell” di Alan Moore e Eddie Campbell

(Italia Magic Press Edizioni, 2017)

Pubblicato per la prima volta nel 1991, questo romanzo grafico è uno dei più famosi in tutto il mondo.

Pochi anni dopo la libera pubblicazione dei documenti secretati per un secolo dalla Polizia di Sua Maestà britannica, Alan Moore ed Eddie Campbell ricostruiscono gli avvenimenti che – molto probabilmente – si celarono dietro gli efferati e sanguinari omicidi nella Londra vittoriana della fine del XIX secolo, il cui autore – ancora ufficialmente ignoto – venne chiamato dai media “Jack lo squartatore”.

Nell’autunno del 1888 la capitale dell’impero britannico viene insanguinata da quattro atroci delitti di donne i cui corpi vennero letteralmente massacrati e mutilati. Dietro tanta efferatezza, Alan Moore autore del testo, ci identifica le alte sfere dell’impero, arrivando addirittura a indicare come mittente la regina Vittoria, disposta a tutto pur di salvare l’onorabilità di suo nipote, il principe Edoardo, e della corona tutta.

Proprio l’erede al trono Edoardo, libertino e bisessuale, poco prima aveva sposato clandestinamente una giovane ragazza del popolo della quale era innamorato, e da lei aveva avuto un figlio. Quando la notizia arriva alle orecchie di Sua Maestà, questa fa rinchiudere subito in un manicomio la ragazza dopo averla fatta lobotomizzare, spedisce il piccolo anonimamente in un orfanotrofio, e incarica il suo medico personale William Gull di far tacere per sempre le quattro amiche della povera sventurata, le uniche che sono a conoscenza della vicenda.

Gull, esperto chirurgo, che però inizia ad avere i primi segni di squilibro mentale, prende il compito come una missione divina, confondendo l’omicidio di alcune povere sventurate, con qualcosa di “sacro” che lo eleverà moralmente e spiritualmente. Ma il “potere” è dalla sua parte, e gli permetterà di godere di una incredibile immunità con relativi depistaggi da parte di alcuni uomini cruciali di Scotland Yard, tutti legati inesorabilmente alla corona e alla massoneria. Solo l’ispettore Abberline intuisce il vero movente…

Strepitoso, gotico e indimenticabile, questo libro è senza dubbio fra i più riusciti esempi di romanzo grafico mai pubblicati. Non a caso l’inglese Alan Moore (classe 1953) è considerato uno degli autori più poliedrici di spicco degli ultimi decenni avendo al suo attivo, oltre questo tomo, i testi di libri – che poi sono stati adattati per il grande e il piccolo schermo – come: “V per Vendetta”, “Watchmen”, “La Lega degli Straordinari Gentlemen” e “Batman: The Killing Joke”.

Il libro contiene anche due appendici. La prima descrive tutte le fonti, per ogni capitolo, da cui è partito Moore per scrivere i suoi testi. La seconda, che si intitola “La Danza degli Acchiappa-polli”, è dedicata a chi, nel corso degli anni, ha millantato di conoscere la verità su Jack lo squartatore, molto spesso per il proprio tornaconto personale, a partire da alcuni giornalisti contemporanei ai fatti del 1888, che senza il minimo scrupolo sfruttarono la vicenda per vendere più copie. D’altronde il Re Stephen King ha intitolato un suo racconto – e la racconta che lo contiene – “Se scorre il sangue“, proprio dal cinico detto giornalistico “Se scorre il sangue si vende”.

Nel 2001 Albert e Allen Hughes dirigono lo splendido adattamento cinematografico “La vera storia di Jack lo squartatore” con un bravissimo Johnny Depp nei panni di Abberline e il grande Ian Holm in quelli di Gull.

Ascolta gratuitamente questa e altre recensioni di libri, film e serie tv sul podcast il podcast “La Foglia d’Acanto” disponibile su Spotify, Amazon Music e YouTube.

“You Like It Darker – Salto nel buio” di Stephen King

(Sperling & Kupfer, 2024)

Eccoci davanti a nuovi racconti firmati dal grande Stephen King.

Questa raccolta ne contiene dodici, di cui due, “L’incubo di Danny Coughlin” e “Serpenti a sonagli” più lunghi degli altri. Forse non è un caso che proprio questi due, assieme a “Laurie” e a “L’Uomo delle Risposte”, siano fra i miei preferiti.

Il libro si apre con “Due bastardi di talento” in cui il Re ci racconta la storia – assai …particolare – di uno scrittore e di un pittore di successo planetario, nati e cresciuti nello stesso piccolo paesino fra i monti americani che, superati i quarant’anni, hanno iniziato a produrre opere che sono diventate fra le più lette e le più pagate del panorama artistico americano.

“Il quinto passo” e “Willy lo Strambo” sono due racconti brevi nella classica e tagliente tradizione del Re, che ci sa narrare come pochi dei mostri più pericolosi di tutti: gli esseri umani. Riassumere anche la solo trama sarebbe un’inutile anticipazione, sia nel rispetto di chi li ha scritti, sia soprattutto, per chi li vuole leggere: vanno assaporati e basta.

“L’incubo di Danny Coughlin”, che è il primo dei due lunghi, ci racconta lo stesso King, che gli è venuto in mente mentre si stava vestendo e si osservava allo specchio allacciarsi la camicia. Danny Coughlin è il custode di una scuola nella sconfinata provincia americana. Ha un passato da alcolista, che gli è costato il matrimonio e una diffida che la sua ex moglie ha chiesto dopo che una sera è stato a strillare sbronzo sotto la sua finestra. Una notte Danny “sogna” i resti del corpo di una ragazza, resti che stanno per essere divorati da un randagio. Il corpo è presso una vecchia stazione di servizio Texaco abbandonata, non lontano da una piccola località in un altro stato, luogo che riconosce, ma dove non ha mai messo piede in vita sua. La curiosità è incontenibile e così Danny, in un giorno di riposo, decide di andare a vedere se quel corpo esiste davvero…

“Finn” è forse il più ironico fra i dodici, ed il protagonista è un ragazzo da sempre sfortunato, tanto da finire nelle mani di una gang criminale e sanguinaria, per un banale quanto inesorabile scambio di persona. 

In “Lungo Slide Inn Road” l’intera famiglia Brown – Frank il padre, Corinne la madre e i due piccoli Billy di undici e Mary di nove anni – stanno accompagnando il padre di Frank a Derry, per salutare la sorella Nan, afflitta da un cancro allo stato terminale. Per fare prima Frank decide di assecondare il desiderio del padre e prendere la vecchia Slide Inn Road, una scorciatoia che deve il suo nome all’albergo Slide Inn che molti anni prima venne distrutto da un incendio. Proprio nei pressi dei ruderi solitari dell’hotel l’auto frana in un piccolo fosso e i due bambini ne approfittano per andare a vedere di persona le vecchie rovine…

“Lo schermo rosso” e “L’esperto di turbolenze” potrebbero essere tranquillamente i soggetti per altrettanti episodi cult dell’indimenticabile serie tv “Ai confini della realtà” di Rod Serling e, come per “Il quinto passo” e “Willy lo Strambo”, accennare anche solo la trama toglierebbe senza dubbio il gusto della prima lettura.

“Laurie” è la storia del rapporto profondo fra Lloyd Sunderland e il suo giovane cane Laurie. Lloyd è rimasto vedovo da circa sei mesi, dopo oltre quarant’anni di matrimonio, e così sua sorella Beth gli porta un cucciolo preso in un canile, dove sarebbe destinato alla soppressione. Si tratta di una femmina nata dall’incrocio fra un terrier e un mudi. All’inizio Lloyd non ne vuole sapere di tenerla, ma col passare dei giorni… In questo breve racconto il Re ci parla in maniera molto dolce e sincera del rapporto fra un essere umano e il suo cane, come sa fare solo un grande scrittore, vero amante del suo amico fedele a quattro zampe.    

Nel 1981 il pubblico americano – e poi quello mondiale – venne terrorizzato dal romanzo di King “Cujo”, in cui un placido e giocherellone cane sanbernardo di oltre settanta chili, dopo essere stato morso da un pipistrello, diventa un rabbioso e feroce assassino che assedia senza tregua Donna Trenton e il suo piccolo figlio Tad, bloccati in una automobile in panne sotto il sole torrido estivo. “Serpenti a sonagli” ci porta oltre quattro decenni dopo da Vic Trenton, padre di Tad e marito di Donna, che sta passando qualche settimana ospite nella lussuosa villa del suo amico Greg a Rattlesnake Key, una delle Florida Keys. Greg era, come Vic, un pubblicitario di successo prima di andare in pensione. In quel periodo dell’anno – l’estate – la piccola isola è quasi disabitata dato il clima torrido e umido, così solo un’altra villa è abitata da una persona. Si tratta di Allie Bell, poco più giovane di Vic, che ha la peculiarità di girare sempre spingendo un passeggino per gemelli vuoto. O meglio, senza alcun bambino sopra, ma con degli indumenti da bambini appoggiati sulle sedute. Vic è stato avvertito in precedenza da Greg di quella “stranezza” della donna, legata al trauma per la morte dei suoi due figli gemelli, avvenuta oltre quarant’anni prima, proprio su quell’isola che allora era infestata dai serpenti a sonagli…  Una bellissima e dolorosissima riflessione sulla vita che inesorabilmente passa, sui suoi drammi, sulle sue tragedie e, soprattutto, sulla capacità – fondamentale per proseguire con più dignità possibile la propria esistenza – di lasciarle andare, che non vuol dire certo però dimenticarle.

“I sognatori”, ambientato agli inizi degli anni Settanta, ha come protagonista il veterano del Vietnam William Davis, e possiede più di un riferimento, non solo d’atmosfera, al romanzo “L’incendiaria” che King scrisse nel 1980.

La prima parte de “L’Uomo delle Risposte” King la scrisse molti anni fa, e solo di recente suo nipote ne trovò la bozza originale e, considerandola valida, gli propose di terminarla. Così ci troviamo nel 1939 quando Phil Parker deve prendere una decisione che sicuramente segnerà la sua vita: accettare il posto sicuro nello studio legale di suo padre e del suo futuro suocero, o seguire il suo istinto e aprirne uno nuovo nella piccola cittadina agricola di Curry, forse destinata ad espandersi. Mentre guida la sua vecchia auto, che ospita nel sedile posteriore la sua laurea nuova di zecca appena presa ad Harvard, Phil nota, sul ciglio della strada di campagna che sta percorrendo, un cartello che avverte che: “L’Uomo delle Risposte è a sole tre miglia di distanza”. Poi ne scorge uno con la scritta “1,5 miglia” e finalmente quello con solo “L’Uomo delle Risposte” sotto il quale è seduto un anonimo tizio di mezz’età all’ombra di un ombrellone. Dopo qualche istante di incertezza Phil decide di concedersi il lusso di questa sorta di “illusione” e, scettico, si siede al tavolo pronto a pagare per avere a disposizione 5 minuti in cui fare tutte le domande che vuole. Ma l’Uomo delle Risposte lo avverte: attenzione a cosa si chiede, se non si è sicuri di voler ascoltare davvero le risposte…    

Dodici racconti che parlano di dolore, di perdita e di scelte definitive, con la classe e la potenza narrativa che solo il maestro Stephen King è capace di regalarci. Da leggere, ricordandosi sempre che i racconti hanno pari dignità dei romanzi, almeno fuori dai confini letterari del nostro Paese.  

Per la chicca: il titolo originale della raccolta è ispirato alla canzone di Leonard Cohen “You Want It Darker”. 

“Mr. Harrigan’s Phone” di John Lee Hancock

(USA, 2022)

Primo adattamento dell’omonimo racconto “Il telefono del Signor Harrigan” di Stephen King, che apre la raccolta “Se scorre il sangue”, pubblicata dal Re nel 2020.

2003, in una cittadina del Maine il piccolo Craig ha dovuto accompagnare al cimitero – …suo malgrado – il feretro di sua madre prematuramente scomparsa. A tenergli la mano c’era suo padre con il quale, disperato, è tornato a casa.

Poco tempo dopo, dalla grande casa in cima alla collina dove finisce la strada in cui abita, arriva una singolare proposta. Il facoltoso signor Harrigan (un inquietante e sempre bravo Donald Sutherland), che da New York si è appena trasferito lì, avendo dei seri problemi di artrite alle mani e per assecondare la sua passione per la lettura, gli chiede di leggere per lui. Così, per pochi dollari all’ora, Craig inizia quasi ogni pomeriggio a salire fino a casa del Signor Harrigan per leggere ad alta voce.

Nei cinque anni trascorsi, Craig (Jeaden Martell, che partecipa anche alla nuova versione cinematografica di “It” del 2019) e Harrigan sono diventati amici e, fra un grande classico della letteratura mondiale e l’altro, si confrontano scambiandosi idee e riflessioni. Il ragazzo non riesce a comprendere come l’anziano posso rifiutare, nonostante i grandi mezzi, tutta la tecnologia che il progresso offre, non possedendo alcun televisore, ma solo una vecchia radio dove ascolta la sua tanto amata musica country.

Eppure, nella dimora di Harrigan, arrivano quotidianamente i più importanti giornali economici del Paese, e non solo, perché li suo ospite, ha scoperto Craig nel corso del tempo, è stato uno dei più scaltri e implacabili assi della finanza della Borsa di New York.   

Siamo agli albori della rivoluzione che gli smartphone porteranno in tutto il globo che, in pochi anni, cambierà lo stile di vita di tutti noi. Anche Craig, quindi, anela il suo primo Iphone e quando il padre, per il suo compleanno gliene regala uno, si sente in paradiso. Vorrebbe condividere la sua gioia con Harrigan, ma l’anziano gli confida di essere molto scettico e prevenuto su questi nuovi “aggeggi”.

Fra le consuetudini di Harrigan c’è quella di regalare per le ricorrenze dei “gratta e vinci” alle persone che lavorano per lui, cosa che naturalmente comprende anche Craig. E proprio il “gratta e vinci” regalatogli consente a Craig di riscuotere 3.000 dollari. Con una parte della somma il ragazzo decide di regalare un Iphone ad Harrigan, che però ne rimane perplesso.

Solo quando Craig gli mostra come è possibile collegarsi in tempo reale col mondo là fuori, come per esempio con la Borsa di New York, l’asso della finanza cambia opinione. Negli incontri successivi Harrigan, che ha preso sempre più dimestichezza con il suo cellulare, confida al giovane tutte le sue perplessità sugli smartphone, oggetti che in mano alle persone sbagliate possono diventare davvero molto pericolosi. Craig, che reputa le riflessioni del suo anziano amico esagerate, sorride divertito.           

Non troppo tempo dopo, un pomeriggio, il ragazzo trova l’anziano morto a causa di un attacco cardiaco nel suo salone, con in mano ancora il cellulare attivo. Craig deve affrontare così un nuovo lutto, e nel momento dell’ultimo saluto, senza che nessuno lo veda, per calmare il suo dolore infila nella tasca della giacca con cui l’anziano è stato vestito il cellulare che gli ha regalato, acceso.

Passano i giorni e il ragazzo scopre che Harrigan gli ha lasciato un lauto fondo fiduciario per consentirgli di fare tranquillamente l’università. Ma la sicurezza economica a volte non basta a tutelare dagli eventi più duri e spiacevoli che la vita ci riserva. Così Craig deve affrontare da solo il bullismo violento di Kenny Yankovich (Cyrus Arnold), irrisolto e scostante compagno di scuola che è convinto che sia stato lui ad informare i professori della sua attività di spacciatore.

Dolorante e preso dallo sconforto, Craig fa il numero di Harrigan che incredibilmente trova attivo, nonostante l’uomo sia stato seppellito già da qualche tempo. Quando parte la segreteria gli lascia istintivamente un messaggio raccontandogli le violenze di Yankovich.

Il giorno dopo Craig viene informato che il suo aguzzino è morto cadendo violentemente a terra, mentre tentava di scappare di casa…

Con una sceneggiatura, scritta dallo stesso Hancock, questa pellicola riporta in maniera quasi integra il suo spirito graffiante e angosciante del racconto originale. Così come lo scritto di King, anche questo film è un’ottima metafora dei pericoli che un uso sconsiderato, superficiale e aggressivo del cellulare – che in pochi istanti ci consente di collegarci al mondo intero – può provocare.

La pandemia e i fatti di cronaca quotidiani ci ricordano quanto questo aspetto oscuro del nostro cellulare sia reale. D’altronde, lo dice anche il grande Vasco Rossi: “Al diavolo non si vende …si regala”.

“Ratto” di Stephen King

(Sperling & Kupfer, 2020)

“Ratto”, ultimo in ordine di pubblicazione dei quattro racconti: “Il telefono del signor Harrigan“, “La vita di Chuck” e “Se scorre il sangue” che dona il titolo alla raccolta, chiude la raccolta firmata dal maestro Stephen King nel 2020.

Drew Larson è un discreto professore di letteratura che ha un passato di autore di racconti di tutto rispetto. Alcuni suoi scritti, infatti, hanno attirato le attenzioni di prestigiose riviste facendolo diventare una delle più interessanti “promesse” letterarie del Paese.

Così Drew, qualche tempo prima, ha sentito il desiderio di scrivere un romanzo per provare a se stesso di essere quella promessa mantenuta. Ma, dopo un discreto inizio, la pagina bianca – o se preferite il monitor bianco – che si ritrovava inesorabilmente davanti agli occhi lo ha fatto vacillare e alla fine crollare, lasciandolo in preda ad un grave esaurimento nervoso.

Nel 2018 Drew si sente pronto ad affrontare una nuova sfida, visto che nella testa gli è venuta un’idea molto originale e assai intrigante per un romanzo western, e per questo si è preso un anno sabbatico dall’insegnamento. Ma sua moglie Lucy entra subito in agitazione, visto poi che Drew vuole andare a scrivere nella sua vecchia casa fra i boschi ad una certa distanza da TR-90, un agglomerato agricolo a molte ore di macchina da casa.

La vecchia abitazione, che lo scrittore ha ereditato da suo padre, è poco più che un capanno isolato fra i monti, che lui negli ultimi anni lui ha affittato nel periodo estivo per contribuire al bilancio familiare. Ma proprio la lontananza da tutto lo rende per Drew il posto ideale, lontano da sua moglie e dai suoi figli piccoli.

Nonostante le proteste di Lucy, Drew parte e dopo molte ore di viaggio raggiunge TR-90. Come è stato sempre abituato a fare, si ferma nell’ultimo emporio disponibile per fare la spesa necessaria per almeno una settimana, e poi prende la strada sterrata che lo porta alla sua vecchia casa.

Come promesso telefona a Lucy per avvisarla di essere arrivato e poi inizia subito a scrivere. Questa volta le pagine bianche non hanno il tempo di turbarlo visto che le idee che gli vengono sono sempre più numerose e originali. Dopo la prima notte passata nella casa, Drew comincia a non sentirsi bene e capisce di aver preso quella brutta influenza che aveva il padrone dell’emporio. Ma il libro procede a meraviglia e così Drew assume due aspirine e continua a scrivere.

Col passare delle ore l’influenza diventa sempre più forte e Lucy, intuendola dalla sua voce al telefono, gli chiede di tornare a casa. Ma Drew non ha alcuna voglia di abbandonare il libro che sembra davvero scriversi da solo. A mettere l’uomo ancora più sotto pressione ci pensa una tempesta di vento e pioggia che si sta dirigendo proprio verso TR-90, che quasi certamente renderà inagibile la strada sterrata che porta al capanno. Lucy gli impone di tornare a casa prima dell’arrivo della perturbazione, ma Drew non intende cedere.

Qualche ora dopo, in preda alla febbre alta e mentre la prima pioggia violentemente inizia a sbattere sul tetto e sulle finestre della vecchia casa, Drew comincia a temere di aver commesso un grave errore perché, improvvisamente, la pagina del suo monitor rimane inesorabilmente bianca. La fragorosa tempesta che si abbatte senza pietà sul capanno, facendo tremare le sue vecchie fondamenta, sembra urlargli nelle orecchie il suo fallimento. Ma un vecchio e malconcio peluche a forma di topo, che qualche inquilino estivo ha dimenticato in una vecchia cesta, sembra fissarlo con interesse, come se volesse parlagli…                 

L’impotenza creativa è uno dei temi cari al maestro Stephen King – “Shining” o “Misery non deve morire” sono solo due fra i più famosi esempi – e anche in questo racconto il Re ci parla senza sconti e con grande efficacia dei sacrifici e dei compromessi che uno scrittore deve fare con se stesso, e con i propri cari, per poter portare a termine un’opera, senza far spegnere la sacra fiamma dell’ispirazione che a volte può essere imponente come un fiume o, molto più spesso, flebile come una candela che sta per spegnersi.

Da leggere, per chi ama scrivere.