“Tugèin” di Bruno Bozzetto e Grégory Panaccione

(ReNoir, 2022)

Il grande Bruno Bozzetto torna a pubblicare un fumetto, ma stavolta ne scrive solo i testi, a disegnarlo è Grégory Panaccione. Ma la magia del maestro visionario milanese è sempre la stessa.

Questo volume in realtà è stato pubblicato in Francia nel 2020 e solo a novembre scorso è approdato anche nel nostro Paese. Così, in piena pandemia, quando tutto il mondo era stravolto dal Covid-19 col terrore di essere spazzato via anche da uno solo starnuto, Bozzetto ci racconta la storia di un piccolo essere antropomorfo che cerca disperatamente la sua Tugéin.

Come sempre, però, gli esseri umani ne vogliono approfittare con la scusa del bene superiore, tentando così di celare il loro mero interesse personale. Ma essere piccoli non vuol dire per forza essere stupidi o sprovveduti…

Nel libro c’è un delizioso omaggio all’attrice Maureen O’Sullivan, che nella realtà è stata anche la mamma di Mia Farrow e con lei ha recitato in “Hannah e le sue sorelle” di Woody Allen, proprio nel ruolo di sua madre.

Con atmosfere deliziosamente alla Bozzetto, assistiamo alla storia di un essere tanto piccolo – ma che negli ultimi tempi diventato tanto importante… – che cerca suo malgrado una cosa sola nella vita, che è poi quella che cerchiamo tutti: l’amore.

Da leggere, come tutte le opere del grande Bruno Bozzetto.

“Minivip & Supervip. Il mistero del Via Vai”

(Bao Publishing, 2018)

Per festeggiare i cinquant’anni dall’uscita nelle sale del mitico lungometraggio animato “VIP: mio fratello superuomo“, Minivip e Supervip sono tornano in una godibilissima avventura a fumetti.

Il nostro pianeta è quasi totalmente vittima dell’inquinamento dovuto all’uso sconsiderato dei combustibili fossili per assecondare gli spostamenti delle persone e delle merci. La situazione sembra senza speranza, anche per i fratelli supereroi Minivip e Supervip, visto poi che quest’ultimo è depresso dopo essere stato lasciato dalla sua storica compagna Lisa che lo considerava un ostacolo alla sua carriera di giornalista d’assalto.

Minivip invece è felice, nonostante la grave situazione del pianeta, perché la sua compagna Nervustrella è incinta. Ma il terribile inquinamento ha reso la Terra anche l’ambiente ideale per ospitare le uova della terribile Fertile Sempiterna, un gigantesco lucertolone che vive sul pianeta Sparky, che invece a causa della sua crescente umidità è diventato inadatto. Così la diabolica Fertile Sempiterna, grazie ai Via Vai – degli strumenti a forma di torcia elettrica in grado di spostare cose e esseri viventi in qualsiasi luogo dell’universo, senza l’ausilio di alcuna energia – decide di portare le sue uova sulla Terra dove, una volta schiuse, prenderanno il controllo totale. Ma sulla sua strada, il diabolico lucertolone, si imbatterà loro malgrado nei fratelli Vip…   

Sfizioso sequel per i due fratelli supereroi nati dalla penna geniale di Bruno Bozzetto. La sceneggiatura di questo volume è stata scritta dallo stesso Bozzetto prendendo spunto dallo script per un film – mai prodotto – che aveva redatto insieme a Nicola Ioppolo. I disegni, davvero belli, sono firmati da Gregory Panaccione.

E’ proprio nei momenti più difficili e complicati che abbiamo bisogno dei supereroi. Minivip & Supervip magari non riusciranno a sconfiggere tutti i mali, ma almeno ci fanno ridere e sorridere, medicina fra le più importanti della storia.   

“West & Soda” di Bruno Bozzetto

(Italia, 1965)

Il genio di Bruno Bozzetto era già luminoso nel 1965, anno in cui uscì questo suo primo lungometraggio che, oltre a rappresentare un pilastro del nostro cinema d’animazione, racconta già di quel fenomeno culturale detto degli “Spaghetti Western” che in breve tempo conquisterà il pianeta.

In un piccolo villaggio disperso nel selvaggio West padroneggia il Cattivissimo che, grazie alla sua disonestà, si è impadronito di tutti i terreni e le fattorie della zona. L’unico piccolo fazzoletto di terra che ancora non gli appartiene è la fattoria della bella Clementina. E quando il Cattivissimo decide di passare alle maniere forti, arriva nel piccolo villaggio il bello e bravo Johnny, pistolero superbo…

Vero capolavoro del cinema d’animazione, questo film, scritto da Bozzetto insieme ad Attilio Giovannini, oltre ad essere ancora irresistibile, vanta numerose citazioni e richiami: non si può non pensare, infatti, al “Mezzogiorno e mezzo di fuoco” di Mel Brooks, a “Mucche alla riscossa” prodotto dalla Disney nel 2004 o al nome del perfido del film e alla serie d’animazione “Cattivissimo Me”.

“Sotto il ristorante cinese” di Bruno Bozzetto

(Italia, 1986)

Alla sua uscita, purtroppo, questo delizioso film del nostro più famoso e geniale cartoonist Bruno Bozzetto è stato accolto molto freddamente.

Una favola dolce, surreale e minimalista stonava nella rampante Italia edonista della seconda metà degli anni Ottanta.

Nella Milano “da bere”, la storia del monotono Ivano (Claudio Botosso) che suo malgrado sta per sposare la grande manager Ursula (un’antipaticissima Nancy Brilli) ma che incontra nel posto più improbabile dell’universo Eva (una solare e ingenua Amanda Sandrelli) proprio non ci poteva stare.

E invece oggi, a distanza di trent’anni, la storia recente del nostro Paese ci dice che avremmo fatto tanto meglio ad andare al cinema a vedere questo film, piuttosto che rimanere a casa a guardare la tv…

Una favola da vedere soprattutto a Natale.

“Allegro non troppo” di Bruno Bozzetto

(Italia, 1976)

Ogni tanto capita di tornare su un film che ami e scoprire che il tempo non lo ha scalfito. Non perché lo tratti con i guanti bianchi del cinefilo reverente, ma perché certe opere nascono già complete, già definitive in ogni loro parte. “Allegro non troppo” di Bruno Bozzetto è uno di questi film. Ottantacinque minuti splendidi e indimenticabili, scritti insieme a Guido Manuli e a un giovanissimo Maurizio Nichetti, che avrebbe poi debuttato dietro la macchina da presa tre anni dopo con il delizioso “Ratatataplan“.

Parliamoci chiaro: chiunque abbia mai visto “Fantasia” di Walt Disney — quel capolavoro del 1940 che univa musica classica e animazione con un respiro visionario difficile da eguagliare — sa benissimo che l’omaggio di Bozzetto è dichiarato, esplicito, quasi sfacciato nella sua consapevolezza. Ma “Allegro non troppo” non è mai semplice imitazione. È piuttosto il modo in cui un artista italiano, con la sua ironia, la sua malinconia, il suo gusto per il grottesco e per il poetico insieme, trasforma una fonte di ispirazione in qualcosa di completamente proprio. Bozzetto non copia Disney: gli risponde. E lo fa con una voce così personale e così riconoscibile che il confronto, alla fine, smette di essere pertinente.

Il film è strutturato come una serie di animazioni ispirate a grandi brani di musica classica — Vivaldi, Sibelius, Dvorák, Debussy, Ravel, Albinoni — ciascuna con la propria identità visiva e narrativa. Non c’è un filo che le unisce, non c’è un personaggio che attraversa tutto il film. C’è invece una qualità comune, un’atmosfera che le rende tutte riconoscibilmente figlie dello stesso sguardo: la capacità di essere insieme comiche e commoventi, surreali e universali, leggere nella forma e profonde nella sostanza.

Tra tutti i brani animati — e qui devo essere onesto nel dichiarare la mia prospettiva personale — quello che resta inciso nella memoria con maggiore forza è il “Bolero” di Maurice Ravel. Una scimmia che beve una bottiglia di Coca-Cola, e da quella bottiglia abbandonata inizia a germinare la vita. Un pulcino, un bruco, una rana, piccole creature che si moltiplicano e crescono e si trasformano seguendo l’inesorabile accumulo del Bolero, quella costruzione musicale che non concede tregua, che si gonfia e si espande fino all’esplosione finale. Bozzetto ci mette dentro tutto: l’origine del mondo, l’evoluzione della specie, il ciclo della natura, le conseguenze consapevoli e inconsapevoli dei gesti umani. E lo fa con una matita che è allo stesso tempo precisa e libera, scientifica e poetica. È animazione che vale da sola un biglietto del cinema, e ci mancherebbe.

Ma sarebbe riduttivo fermarsi alle sequenze animate, per quanto straordinarie. Perché “Allegro non troppo” ha un’altra anima, forse quella più originale e meno imitabile: gli intervalli in bianco e nero girati dal vivo all’interno di un grande teatro vuoto, magnificamente onirici nella loro atmosfera sospesa tra il reale e il surreale.

In questo teatro si muovono personaggi che sembrano usciti da un sogno buffo e malinconico insieme. C’è un direttore d’orchestra feroce e spietato, di quelli che trattano i musicisti come materia da plasmare a proprio piacimento. C’è un’orchestra composta da arzille musiciste attempate, con le loro facce rugose e i loro strumenti e i loro segreti. C’è un presentatore scalcinato e vanaglorio che introduce le animazioni con la solennità di chi si sente molto più importante di quanto sia — e Maurizio Micheli lo interpreta con una bravura che trasforma ogni sua apparizione in una piccola perla di comicità raffinata. E poi c’è lui: il disegnatore muto, interpretato da un giovane Nichetti con quella fisicità sgraziata e tenera che diventerà la sua cifra stilistica, molto simile al personaggio che avrebbe portato sullo schermo in “Ratatataplan”. Un uomo che non parla ma comunica tutto con il corpo, con gli occhi, con il modo in cui si muove in questo teatro vuoto e si innamora della bella ragazza delle pulizie.

Quella storia d’amore silenziosa, sullo sfondo di un mondo sontuoso e volutamente artificiale, ha qualcosa di chapliniano. Non è un paragone buttato lì per alzare il tono: è un’osservazione precisa su come Nichetti attore — e Bozzetto regista nel guidarlo — sapesse già allora che la comicità più vera nasce dal corpo, dal gesto, dalla capacità di dire con un’occhiata quello che cento parole non riuscirebbero a esprimere.

E pensare che Bozzetto aveva contatto Claudio Abbado per il ruolo serio e professionale del direttore d’orchestra, sulla falsa riga di “Fantasia”, ma che solo pochi giorni prima dell’inizio delle riprese Manuli e Nichetti ebbero l’intuizione dell’orchestra composta da anziane musiciste, vittime di un feroce e arcigno direttore, che poi i tre svilupparono nel teatro vecchio, vuoto e in bianco e nero.

“Allegro non troppo” è un’opera straordinaria, irriverente e geniale. Uno di quei dieci film che chiunque dovrebbe portare con sé sull’isola deserta, non solo per rivederselo quando l’umore è grigio, ma perché contiene qualcosa di essenziale su cosa può fare il cinema quando è nelle mani di chi lo ama davvero.

E sì: da far vedere a scuola. Non come compito, non come dovere culturale. Ma come regalo.

Per la chicca: la figlia di John Lasseter, fondatore della Pixar, si è laureata scrivendo una tesi proprio sull’opera di Bozzetto.

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“VIP, mio fratello superuomo” di Bruno Bozzetto

(Italia, 1968)

Questa pellicola rappresenta uno dei più brillanti esempi del genio creativo di Bruno Bozzetto, maestro indiscusso dell’animazione italiana. In questo lungometraggio visionario, il regista milanese non si limita a intrattenere, ma costruisce una satira tagliente sulla società dei consumi, anticipando con sorprendente lucidità tematiche che sarebbero diventate centrali nei decenni successivi.

La storia ruota attorno alla dinastia dei VIP, una famiglia di supereroi geneticamente perfezionati che da generazioni proteggono il mondo. L’ultimo erede, SuperVip, incarna tutte le qualità dell’eroe tradizionale: alto, muscoloso, intelligente e dotato di superpoteri. Suo fratello minore, MiniVip, rappresenta invece il fallimento genetico della stirpe: minuto, miope, goffo e apparentemente privo di qualsiasi capacità straordinaria.

Quando la perfida Happy Betty – magnate della catena di supermercati HB – mette in atto un piano diabolico per conquistare il mondo, nemmeno SuperVip può resistere. La malefica industriale ha infatti sviluppato un congegno rivoluzionario: un minuscolo razzo che, inserito nel cervello umano, trasforma le persone in consumatori zombie, completamente assuefatti alla pubblicità televisiva e pronti ad acquistare compulsivamente i prodotti HB. In un colpo di scena che sovverte il classico paradigma dell’eroe, sarà proprio il sottovalutato MiniVip a doversi fare carico del destino dell’umanità.

Ciò che rende “VIP mio fratello superuomo” un’opera straordinaria è la sua incredibile capacità di previsione socioculturale. Nel 1968, quando in Italia esisteva solo la televisione pubblica e il concetto di televisione commerciale era ancora embrionale, Bozzetto immaginava già gli effetti potenzialmente devastanti della pubblicità televisiva sulla psiche umana e sul comportamento dei consumatori. La visione distopica di persone ridotte a automi del consumo anticipa sorprendentemente i dibattiti che si sarebbero sviluppati negli anni ’80 e ’90 sull’influenza dei media.

Altrettanto profetica è la caratterizzazione dei personaggi. Nel contrasto tra SuperVip e MiniVip, Bozzetto demolisce il culto della perfezione fisica e dell’apparenza, proponendo un antieroe vulnerabile ma dotato di intelligenza emotiva e resilienza, caratteristiche che alla fine si riveleranno più preziose della forza bruta. Questa decostruzione dell’archetipo dell’eroe tradizionale anticipa di decenni l’evoluzione del genere supereroistico contemporaneo.

L’influenza di questa pellicola sulla cultura pop successiva è innegabile e vastissima. “I gemelli” (1988) di Ivan Reitman, con la coppia DeVito-Schwarzenegger, riprende palesemente la dinamica dei fratelli diversissimi costretti a collaborare. Ma l’eco del lavoro di Bozzetto si estende ben oltre.

La famiglia di supereroi in uniforme rossa de “”Gli incredibili” (2004) della Pixar richiama immediatamente l’estetica dei VIP, mentre la critica al consumismo sfrenato e alla manipolazione mediatica è diventata un tema ricorrente in numerose opere contemporanee.

Dal punto di vista stilistico, Bozzetto crea un universo visivo inconfondibile. Il suo tratto essenziale ma estremamente espressivo, unito a un uso sapiente del colore e a soluzioni di montaggio innovative, conferisce al film un’identità unica. Le sequenze psichedeliche che rappresentano le allucinazioni pubblicitarie sono particolarmente memorabili e testimoniano la volontà sperimentale dell’autore.

Lo stile grafico minimalista di Bozzetto non è solo una scelta estetica, ma anche una dichiarazione d’intenti: contrapporre la semplicità genuina dell’animazione artigianale italiana al gigantismo dell’industria americana, dimostrando come sia possibile creare opere profonde anche con mezzi limitati.

“VIP mio fratello superuomo” si inserisce nella trilogia di lungometraggi che, insieme a “West & soda” (1965) e “Allegro non troppo” (1976), rappresenta l’apice della carriera di Bozzetto. Ciascuna di queste opere reinterpreta e sovverte generi cinematografici consolidati: il western, il film di supereroi e il film musicale.

A distanza di oltre mezzo secolo, questo capolavoro dell’animazione italiana conserva intatta la sua forza satirica e la sua capacità di intrattenere spettatori di tutte le età. In un’epoca in cui il dibattito su consumismo, manipolazione mediatica e culto dell’apparenza è più attuale che mai, rivedere “VIP mio fratello superuomo” significa riscoprire non solo un classico dell’animazione, ma anche un’opera di straordinaria attualità.

Come tutte le creazioni di Bozzetto – dal “Signor Rossi” ai cortometraggi più sperimentali – questo film conferma il talento visionario di un autore che ha saputo elevare il cinema d’animazione italiano a livelli di eccellenza internazionale, combinando intrattenimento, riflessione sociale e innovazione stilistica in un equilibrio perfetto.

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