“Sette spose per sette fratelli” di Stanley Donen

(USA, 1954)

C’è un tipo di amore per il cinema che non si costruisce con la ragione, ma con la memoria, con gli odori del salotto di casa, con la luce del televisore acceso nelle sere d’inverno. Sette spose per sette fratelli, diretto da Stanley Donen nel 1954, appartiene esattamente a questa categoria di film per me: non è (solo) un capolavoro da analizzare con distacco critico, ma è un pezzo della mia infanzia, tornato puntualmente ogni Natale come un parente caro che vive in un’altra città e che si aspetta con gioia.

Sì, lo so, e lo dico subito prima che qualcuno me lo faccia notare: è un film figlio del suo tempo, e come molte pellicole romantiche di quegli anni porta con sé una visione dei rapporti fra uomini e donne che oggi definiremmo, quantomeno, poco progressista. Il riferimento al ratto delle Sabine, evocato apertamente nella sceneggiatura come modello (sciagurato) da seguire per “conquistare” una moglie, è tutto tranne che un esempio da imitare, e guardarlo con gli occhi di oggi fa un po’ sorridere e un po’ storcere il naso. Eppure, dite quello che volete: io di questo film ne sono innamorato, senza riserve, con quella tenerezza incondizionata per le cose che ci hanno formato.

Tratto da un celebre musical andato in scena a Broadway, il film arriva nelle mani di uno dei più grandi coreografi e regi­sti che il cinema americano abbia mai avuto: Stanley Donen. Basterebbe scorrere la sua filmografia per capire di che pasta fosse fatto questo autore, capace di firmare Cantando sotto la pioggia (1952) appena due anni prima, e poi ancora Indiscreto (1958), L’erba del vicino è sempre più verde (1960), Sciarada (1963), fino ai più malinconici e adulti Due per la strada (1967) e The Little Prince (1974) o al fantascientifico distopico Saturn 3 (1980). Donen è stato uno dei pochi regi­sti capaci di far dialogare la leggerezza del musical con una vena più sottile, a tratti agrodolce, che negli anni si è fatta sempre più evidente nella sua produzione. In Sette spose per sette fratelli, però, siamo ancora nel pieno della sua vena più solare e spettacolare, quella che sa trasformare un cantiere edile, delle asce da boscaiolo e un mucchio di legname in un palcoscenico di danza memorabile.

Ed è proprio qui che il film raggiunge la sua vetta più alta, quella che lo consegna definitivamente alla storia del cinema: la sequenza di ballo ambientata nel cantiere, con i fratelli Pontipee e i pretendenti delle ragazze che si sfidano a colpi di salti, capriole e passi acrobatici sopra assi di legno e travi in equilibrio. È coreografia allo stato puro, firmata da Michael Kidd, capace di trasformare il lavoro manuale in gesto atletico e il gesto atletico in danza vera e propria. Non è solo intrattenimento: è un pezzo di cinema che ha insegnato a generazioni di coreografi e regi­sti come si possa raccontare energia, competizione e desiderio senza bisogno di una sola parola.

Al centro della storia ci sono naturalmente i sette fratelli Pontipee, boscaioli rozzi e generosi che vivono isolati sulle montagne dell’Oregon, e le sette ragazze che, loro malgrado, finiranno per innamorarsene, in un crescendo di equivoci, gelosie, canzoni orecchiabili e colori sgargianti tipici del Technicolor più smagliante. Fra i sette fratelli, la mia preferenza va senza esitazione a Gedeone, forse il più impulsivo e insieme il più sincero del gruppo, quello che meglio incarna l’ingenuità un po’ goffa che rende simpatici anche i personaggi meno raccomandabili.

E se dovessi scegliere una sposa, fra le sette meravigliose protagoniste, la mia scelta cadrebbe senza dubbio su Dorcas, interpretata da una splendida Julie Newmar, allora agli inizi della sua carriera e già dotata di quella presenza scenica felina che pochi anni dopo l’avrebbe consacrata come una delle Catwoman più iconiche della storia della televisione, nella celebre serie televisiva Batman degli anni Sessanta. C’è qualcosa di curiosamente coerente nel vederla già qui, giovanissima, muoversi con quella grazia elastica e quello sguardo magnetico che diventeranno il suo marchio di fabbrica.

Sette spose per sette fratelli resta, con tutti i suoi limiti storici e ideologici, un film gioioso, luminoso, capace di far scattare in piedi anche lo spettatore più pigro durante le sue scene di danza. È cinema popolare nel senso più nobile del termine: quello che intrattiene, fa sognare e, volente o nolente, resta dentro per sempre. E per me, ogni dicembre che passa, torna a essere l’appuntamento fisso con un pezzo della mia infanzia che non ha alcuna intenzione di appassire.

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