“Viale del Tramonto” di Billy Wilder

(USA, 1950)

C’è un film che ha avuto l’impudenza di guardare Hollywood dritto negli occhi e raccontarle quello che nessuno voleva sentirsi dire: che è crudele, che è smemorata, che divora le sue figlie ed i suoi figli e poi li dimentica. Quel film è “Viale del tramonto” di Billy Wilder, un’opera che nel 1950 arrivava come un pugno nello stomaco alla fabbrica dei sogni, spietata quanto una funesta diagnosi medica, tragica e morbosamente affascinante come un incidente stradale dal quale non riusciamo a distogliere lo sguardo.

Billy Wilder – che conosceva molto bene il prezzo dell’illusione – confeziona qui quello che è insieme un noir, un melodramma gotico e un atto d’accusa senza appello contro il sistema che lo aveva reso celebre. La storia è nota ma non per questo meno devastante: Joe Gillis, sceneggiatore squattrinato interpretato da un cinico e perfetto William Holden, si rifugia per caso nella villa decadente di Norma Desmond, diva del cinema muto ormai dimenticata che vive in un mondo parallelo fatto di ricordi e allucinazioni. Lei lo ingaggia per rivedere una sceneggiatura destinata al suo grande ritorno, lui accetta per necessità, e tra i due si instaura un rapporto malato di dipendenza reciproca che li trascinerà entrambi verso un finale tragico quanto inevitabile.

Ma fermiamoci un attimo su Norma Desmond, perché qui si consuma uno dei miracoli più inquietanti della storia del cinema. Gloria Swanson – vera stella del muto caduta nell’oblio proprio come il suo personaggio – offre un’interpretazione che oscilla costantemente tra il grottesco e il sublime, tra la caricatura e la tragedia greca. La sua Norma è una creatura fuori dal tempo, prigioniera volontaria di una gloria passata che si rifiuta di accettare come tale. I suoi occhi spalancati, quei primi piani devastanti, quella gestualità eccessiva che appartiene a un’epoca in cui gli attori dovevano farsi capire senza parole: tutto contribuisce a creare un personaggio insieme mostruoso e profondamente umano.

E poi c’è la villa. Wilder trasforma la dimora di Norma in un personaggio a sé stante: un mausoleo art nouveau dove i topi corrono liberi, dove la piscina è vuota da anni, dove le tende sono perennemente chiuse per proteggere la padrona di casa dalla luce crudele del presente. È uno spazio sospeso, un limbo dove il tempo si è fermato e dove la realtà è stata sostituita da una messa in scena perpetua. Norma organizza serate di bridge con altri relitti del cinema muto – e qui Wilder ha il coraggio cinico di coinvolgere vere glorie del passato come Buster Keaton – trasformando ogni inquadratura in un memento mori sul destino che aspetta chi osa sfidare il tempo.

William Holden, doppiato nella versione italiana da un sempre straordinario Emilio Cigoli, compone un ritratto spietato del maschio americano ridotto a gigolò per necessità economica. Il suo Joe Gillis è cinico perché la vita lo ha reso tale, pragmatico perché Hollywood insegna che l’idealismo è un lusso per chi può permetterselo. La sua voce fuori campo – quella narrazione dall’oltretomba che apre il film con il cadavere galleggiante nella piscina e che sarà copiata centinaia di volte nei decenni successivi – stabilisce fin dall’inizio il tono di disincanto totale che pervaderà l’intera pellicola.

Ma è forse nella figura di Max von Mayerling, l’enigmatico maggiordomo interpretato magistralmente da Erich von Stroheim – lui stesso leggendario regista del cinema muto caduto in disgrazia – che Wilder inserisce la chiave di lettura più profonda. Max non è semplicemente il servitore devoto: è l’artefice della finzione in cui vive Norma, colui che scrive le lettere dei fan inesistenti, che proietta i vecchi film della padrona, che perpetua l’illusione con dedizione quasi religiosa. E quando scopriamo che Max è stato il primo marito di Norma, il suo scopritore e il suo pigmalione, comprendiamo che anche lui è prigioniero del passato quanto lei, forse ancora di più.

La fotografia di John F. Seitz è un capolavoro di espressionismo applicato al cinema americano. Il bianco e nero assume tonalità quasi metalliche, le ombre si allungano minacciose, i contrasti sono esasperati fino a creare un’atmosfera di costante inquietudine. Wilder e Seitz costruiscono un universo visivo che sta a metà strada tra il noir classico e il cinema espressionista tedesco degli anni Venti, fondendo le due tradizioni in una sintesi stilistica che ancora oggi lascia senza fiato.

La sceneggiatura – firmata dallo stesso Wilder insieme a Charles Brackett e D.M. Marshman Jr. – è un prodigio di cinismo e intelligenza. Ogni battuta colpisce come un bisturi, ogni dialogo nasconde strati di significato. Quando Norma dice a Joe: “Io sono ancora grande. È il cinema che è diventato piccolo…”, sta pronunciando una delle frasi più iconiche della storia del cinema, ma sta anche rivelando la tragica cecità di chi si rifiuta di accettare che il mondo va avanti senza di lui.

“Viale del tramonto” venne candidato a undici Oscar, vincendone tre. Gloria Swanson perse la statuetta – che venne conquistata da Judy Holliday per “Nata ieri” -, ma la sua interpretazione rimane per sempre scolpita nella memoria collettiva come uno dei vertici assoluti dell’arte cinematografica.

Ciò che rende questo film eternamente attuale è la sua capacità di parlare di Hollywood raccontando in realtà qualcosa di molto più universale: il rifiuto di invecchiare, l’ossessione per la giovinezza, la difficoltà di accettare che la nostra epoca d’oro è finita e che il mondo appartiene ad altri. Norma Desmond è tragica non perché è pazza, ma perché la sua follia è solo un’amplificazione di paure che appartengono a tutti noi.

La scena finale – che naturalmente non rivelo – è uno dei momenti più potenti e disturbanti mai filmati. È l’apoteosi della follia ma anche la vittoria dell’arte sulla realtà, il trionfo dell’illusione sulla verità.

A ben oltre settant’anni dalla sua uscita, “Viale del tramonto” rimane un’opera devastante nella sua bellezza corrotta. È un film che ha avuto il coraggio di raccontare che Hollywood è un mostro che divora i propri creatori, che la fama è una droga dalla quale non ci si disintossica mai, che dietro le apparenze spesso c’è solo solitudine e disperazione. E lo ha fatto con uno stile così raffinato, con una maestria tecnica così sopraffina, da diventare esso stesso esempio perfetto di quella stessa Hollywood che stava denunciando.

Un capolavoro assoluto che continua a brillare di luce propria sul viale del tramonto del cinema classico, monito eterno su cosa significa vivere di ricordi in un’industria che ha una memoria brevissima.

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“L’ultimo uomo della Terra” di Sidney Salkow e Ubaldo Ragona

(Italia/USA, 1964)

Nel 1964, una coproduzione italo-americana con paternità divisa ufficialmente tra Ubaldo Ragona e Sidney Salkow – ma le cronache del tempo raccontano di una presenza di Ragona quasi nulla – partorisce quello che – assieme a “Il giorno dopo la fine del mondo” di Ray Milland del 1962 – diventerà il capostipite del cinema apocalittico moderno: “L’ultimo uomo della Terra”. Un piccolo gioiello che anticipa di quattro anni “La notte dei morti viventi” di George Romero e rappresenta il primo – e molti sostengono il migliore assieme a “1975: occhi bianchi sul piante Terra” di Boris Sagal del 1971 – adattamento del romanzo “Io sono leggenda” di Richard Matheson.

Vincent Price, lontano dai salotti gotici dei film di Roger Corman, si trova qui catapultato in una dimensione quasi documentaristica. Il suo dottor Robert Morgan si aggira per una Roma deserta con la rassegnata determinazione di un impiegato: di giorno sterminare vampiri dormienti, di notte difendersi dal loro assedio. È un monologo di solitudine devastante, reso ancora più intenso dalla voce di un grande Emilio Cigoli nel doppiaggio italiano, che conferisce al personaggio una dignità malinconica straziante.

La genialità del film sta anche nella trasformazione di un budget risicato in virtù estetica. Le riprese nell’EUR – quartier monumento alla megalomania fascista – si rivelano scelta perfetta. Le geometrie razionaliste, i palazzi bianchi e deserti diventano il teatro ideale per questa meditazione sulla fine della civiltà. Roma, città eterna, si trasforma in necropoli moderna. La fotografia in bianco e nero di Franco Delli Colli crea atmosfere di cupa desolazione che anticipano il cinema apocalittico degli anni Settanta.

Il film procede con ritmo ipnotico: sveglia, colazione solitaria, sterminio di vampiri, rifornimento, ritorno a casa prima del tramonto, difesa notturna. È una liturgia della sopravvivenza filmata con distacco documentaristico, che trasforma l’horror in tragedia esistenziale. C’è qualcosa di profondamente angosciante in questa ripetitività, in questa vita ridotta a pura meccanica biologica.

Matheson collaborò alla sceneggiatura con lo pseudonimo “Logan Swanson”, parzialmente insoddisfatto del risultato. Forse fu troppo severo: il film trasmette perfettamente il senso di alienazione totale del romanzo. La seconda parte, con l’arrivo di altri sopravvissuti, perde parte della forza ipnotica ma rivela il vero messaggio: Morgan, ultimo rappresentante dell’umanità originaria, è diventato lui stesso il mostro, la leggenda. Chi è il mostro? Chi il salvatore? Tutto dipende dal punto di vista.

Ignorato alla sua uscita – fu un flop clamoroso soprattutto in Italia – il film è diventato col tempo un cult assoluto. Romero ha ammesso apertamente che “La notte dei morti viventi” deve moltissimo a questa pellicola. Confrontato con i remake successivi mantiene intatta una dignità artistica superiore proprio grazie alla povertà di mezzi. Dove i film successivi puntano sugli effetti speciali, qui troviamo meditazione esistenziale.

In un’epoca che ha appena attraversato una pandemia globale, che vive nell’ossessione dell’apocalisse climatica, rivedere questo gioiello dimenticato significa confrontarsi con un cinema che aveva il coraggio di guardare negli abissi senza distogliere lo sguardo. Vincent Price ci regala una delle sue interpretazioni più toccanti e clamorosamente sottovalutate, un monumento alla resistenza umana.

Un piccolo capolavoro del cinema di fantascienza che continua a interrogarci sulla natura dell’umanità, sulla solitudine esistenziale e sul significato stesso di sopravvivenza. Perché, come ci insegna la storia del dottor Morgan, a volte sopravvivere non basta: bisogna anche capire per cosa vale la pena continuare a vivere.

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“L’appartamento” di Billy Wilder

(USA, 1960)

C.C. Baxter (uno straordinario Jack Lemmon) è uno degli oltre trentamila dipendenti della compagnia assicurativa che ha la sua sede in uno dei grattacieli più grandi nel centro di Manhattan. Per evitare inutili e prolissi affollamenti, per tutti i numerosissimi impiegati – che superano in numero gli abitanti di Gallarate… – gli orari di entrata e di uscita sono scaglionati.

Nonostante questo, e perché alla propria anonima scrivania si può lavorare e basta in piena solitudine, uno dei maggiori punti d’incontro fra i dipendenti sono gli ascensori stessi, manovrati da un apposito personale. Baxter, quando ci riesce, preferisce sempre prendere quello alla cui pulsantiera c’è Fran Kubelik (Shirley MacLaine) per la quale non nasconde un debole.

Ma oltre Miss Kubelik, Baxter ha altri importanti progetti, come quello di diventare il prima possibile dirigente. Avendo intuito che le sue capacità probabilmente potrebbero non bastare, Baxter ha trovato, quasi per caso, una strada alternativa.

Visto che non è sposato e vive da solo, presta il suo piccolo appartamento in affitto ad alcuni dirigenti che lì possono consumare i propri incontri extraconiugali. I problemi inizieranno quando l’alto dirigente Jeff D. Sheldrake (Fred MacMurray) gli chiederà l’appartamento per i suoi incontri clandestini proprio con Miss Kubelik…

Billy Wilder scrive, assieme a I.A.L. Diamond, e poi dirige una delle commedie sentimentali più divertenti e al tempo stesse graffianti della seconda metà del Novecento. Perché il grande cineasta punta il dito sull’esasperante omologazione che la nuova rivoluzione industriale del secondo dopoguerra provoca negli individui, che diventano dei semplici e scoloriti numeri di matricola, appartenenti a mastodontiche società i cui vertici sono distanti e sconosciuti da tutti.

Questo calzante punto di vista, tema centrale dell’economia occidentale degli anni Cinquanta e Sessanta, accomuna questo film al toccante “I giganti uccidono” diretto da Fielder Cook nel 1956, che già nel decennio precedente lo anticipava.

Sempre come ispirazione, lo stesso Wilder dichiarò più di una volta che, fra le varie pellicole, quella che gli aveva fatto venire l’idea del soggetto era stata soprattutto la splendida “Breve incontro” diretta da David Lean nel 1945, in cui i protagonisti hanno un incontro fugace in un appartamento “prestato” da un collega di lui. 

In originale il soggetto Wilder lo aveva pensato per una commedia teatrale, ma agli inizi degli anni Sessanta era impossibile ricreare in teatro una scenografia così imponente per degli uffici quasi senza fine. Su questo lo stesso Wilder dichiarò, inoltre, che per rendere sconfinato e impersonale il luogo di lavoro di C.C. Baxter, durante le riprese vennero usati specchi, mobili di dimensioni ridotte e persone affette da nanismo.  

La redenzione di C.C. Baxter ha a sua volta ha ispirato molte pellicole, fra le quali spicca senza dubbio “Harry ti presento Sally” diretta da Rob Reiner nel 1989, la cui scena finale calca di fatto, con canzone di fine anno e corsa verso l’amore della propria vita, quella di questo film.

La pellicola riscuote un grande successo di pubblico e vince premi in tutto il mondo: alla Mostra del Cinema di Venezia Shirley MacLaine vince la Coppa Volpi per la sua interpretazione, così come il Golden Globe assieme a Lemmon. In USA il film colleziona 10 candidature agli Oscar aggiudicandosene 5: miglior film, miglior regista, miglior sceneggiatura originale, miglior montaggio e migliore scenografia in bianco e nero.

Infine, non si possono non ricordare, nella nostra versione, i grandi artisti che donarono le voci ai protagonisti quando il film approdò nelle nostre sale, a partire da Giuseppe Rinaldi che doppia magistralmente Lemmon/C.C. Baxter il cui soprannome in italiano è “Ciccibello” mentre in originale è “Bud”, Maria Pia Di Meo che doppia MacLaine/Kubelik e l’immortale Emilio Cigoli che dona la voce a MacMurray/Shaldrake.      

Da vedere a intervalli regolari.  

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“Oscar insanguinato” di Douglas Hickox

(UK, 1973)

Il premio Oscar, in realtà, con questo film non ha nulla a che fare. E’ stato il genio – fin troppo spesso incompreso… – dei nostri distributori a infilarcelo tentando di rendere la pellicola più accattivante per un pubblico nostrano che evidentemente reputava troppo basico per apprezzare un “semplice” premio teatrale inglese.

Perché il riconoscimento in questione è, infatti, un ambitissimo Emmy che una squadra di critici teatrali, spocchiosi e presuntuosi, assegna ogni anno all’artista del palcoscenico che ritiene più degno.

Un paio di anni prima il veterano Edward Lionheart (un grande Vincent Price), noto attore shakespeariano, era convinto di meritarlo ma alla cerimonia, vedendo premiare un giovane e secondo lui inesperto collega, aveva dato in escandescenza presentandosi poi nella casa di uno dei critici per protestare. Lì, però, era stato sbeffeggiato tanto che alla fine Lionheart aveva deciso di gettarsi dal terrazzo direttamente nel Tamigi.

In maniera assai cruenta vengono uccisi inesorabilmente i critici della giura e solo Peregrin Devlin (Ian Hendry) uno di essi, intuisce che le modalità degli omicidi ricalcano quelle di alcune famose opere del grande William Shakespeare, unico autore mai interpretato da Lionheart. Ma l’attore è morto ormai da tempo, anche se il suo cadavere non è mai stato ritrovato.

Così Devlin e la Polizia si rivolgono a Edwina Lionheart (Diana Rigg, che solo qualche anno prima aveva impersonato la sfortunata coniuge dell’agente 007 James Bond) che di mestiere fa la truccatrice. Ma per la giovane è solo un inutile motivo per riaprire una ferita ancora non del tutto cicatrizzata…

Deliziosa pellicola divenuta un vero e proprio cult – il cui titolo originale è “Theatre of Blood” – grazie soprattutto al suo indimenticabile protagonista e ai versi dell’immortale Bardo che fanno da sottofondo a uno dei temi più efficaci e irresistibili della storia umana: la vendetta. “Il conte di Montecristo” docet…

Il tema della spietata e cruenta vendetta è il centro anche della pellicola “L’abominevole Dr. Phibes” sempre con un grande Vincent Price, prodotta e realizzata sempre in Gran Bretagna due anni prima.

Scritto da John Kohn, Stanley Mann e Anthony Greville-Bell questo “Oscar insanguinato” ha un cast di prim’ordine composto oltre che dal protagonista anche dai migliori caratteristi del cinema britannico del momento come Harry Andrews, Robert Morley, Joan Hickson e Michael Hordern.

Anche se a volte la regia psichedelica e frenetica rimane troppo legata alla moda del periodo storico in cui è stato realizzato, questo film merita di essere visto anche solo per ascoltare una delle voci cinematografiche e teatrali più famose del Novecento – come era quella di Vincent Price, che non a caso Quincy Jones e Michael Jackson vollero nel brano “Thriller” – interpretare i versi fra i più belli mai prodotti dalla civiltà umana, e recitati con barocca e spietata bellezza.

E poi diciamoci la verità, ovviamente solo moralmente e non certo fisicamente come nel film, ma ogni tanto alcuni sedicenti e boriosi “critici” non se la meriterebbero una bella strigliata?

Nella versione distribuita nei nostri cinema, noi italiani abbiamo la fortuna di poter godere di un altro grande indimenticabile artista: Emilio Cigoli che doppia superbamente Price ricordandoci, se davvero ce ne fosse bisogno, la grandezza del Bardo anche nella nostra lingua.

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“Non per soldi… ma per denaro” di Billy Wilder

(USA, 1966)

Se nel nostro immaginario lo stereotipo dell’avvocato arraffone e opportunista è l’Azzeccagarbugli de “I promessi sposi” di Alessandro Manzoni, nella cultura americana è senza dubbio lo scaltro Willie Gringrich – il cui cognome significa letteralmente “diventa ricco” – interpretato superbamente in questo film da un eccezionale Walter Matthau, che non a caso vince l’Oscar come miglior attore non protagonista.

Siamo a metà degli anni Sessanta e la società americana, come quella di tutto l’Occidente, sta cambiando molto rapidamente. Questo soprattutto – o purtroppo, dipende dai punti di vista… – grazie al nuovo mezzo di comunicazione di massa che è diventata la televisione. Nella storia della civiltà umana, dopo i racconti verbali tramandati per millenni, solo la radio era riuscita ad entrare capillarmente in ogni focolare domestico. Ma la scatola dei sogni ha anche le immagini e così sbaraglia ogni concorrenza e, soprattutto, ogni resistenza.

Altro grande pilastro sociale negli Stati Uniti è da sempre lo sport, e proprio in quegli anni, molto prima che da noi, qualcuno ha già pensato ai ricchi profitti che il connubio tv/sport può alimentare. E così approdiamo a Cleveland, la patria della squadra di football americano dei Cleveland Browns, proprio durante una partita del massimo campionato ripresa in diretta dalla CBS.

A riprendere i giocatori da bordo campo c’è l’esperto cameraman Harry Hinkle (Jack Lemmon) che proprio alla fine di un’azione di gioco viene travolto involontariamente dal giocatore dei Browns Luther “Boom Boom” Jackson (Ron Rich). Harry, rovinando sulla matassa del telo che copre il campo, perde conoscenza e viene portato in ospedale.

Al suo capezzale si precipitano sua madre (Lurene Tuttle) sua sorella Charlotte (Marge Redmond) e suo marito Willie Gringrich che sente subito l’odore di un risarcimento a sei zeri. Appena ripresosi Harry si sente solo indolenzito, ma Willie lo convince a fingere di avere perso l’uso di una gamba e di un braccio proprio a causa del trauma, visto poi che Charlotte gli ha raccontato che da bambino lui, cadendo dal tetto, si è incrinato una vertebra.

Hinkle si rifiuta categoricamente di mentire, ma il suo diabolico cognato alla fine riesce a convincerlo che il suo stato certamente farebbe tornare la sua ex moglie Sandy (Judi West), scappata un anno prima con un musicista per far decollare la sua carriera di cantante. Intanto, all’ospedale arriva trafelato e turbato “Boom Boom” Jackson, che non riesce a perdonarsi le gravi menomazioni che ha apparentemente causato a Harry.

Nonostante il prestigioso ed esperto studio legale – con tanto di investigatore privato fornito di macchina da presa e microfoni perimetrali – incaricato dall’assicurazione di verificare l’autenticità dei danni subiti da Hinkle, Willie Gringrich riesce ad organizzare un piano a prova di bomba. L’avvocato ha pensato proprio a tutto, tranne all’anima di suo cognato che è un illuso sì, ma onesto…

Superba commedia firmata dal grande Billy Wilder maestro indiscusso del genere hollywoodiano, che rappresenta una neanche troppo velata critica alla televisione e soprattutto al lato voyeuristico e opportunistico che questa fomenta nella società. Ne sono un esempio il morboso spionaggio di Chester Purkey (Cliff Osmond), l’investigatore privato che riprende ed ascolta 24 ore su 24 Hinkle per conto dello studio legale dell’assicurazione; e l’illusione di Sandy di poter diventare un’artista famosa solamente presentandosi “come si deve” in televisione.

Come tutte le opere del maestro Billy Wilder: graffiante e sempre attuale. La pellicola sancisce la definitiva ascesa di Walter Matthau nell’olimpo delle stelle di prima grandezza del firmamento del cinema americano. La bravura di Matthau, in questo ruolo, oscura anche quella del grandissimo Lemmon.

Per la chicca: il titolo originale del film è “The Fortune Cookie” e si riferisce al biscotto della fortuna che Harry apre e nel quale c’è la famosa frase di Abraham Lincoln – che lo stesso Willie Grigrich definisce: “un ottimo presidente, ma un pessimo avvocato…” – che dice: “Potete ingannare tutti per qualche tempo e alcuni per sempre, ma non potete ingannare tutti per sempre”. Frase che forse Wilder e I.A.L. Diamond, autori della sceneggiatura, volevano riferire anche alla televisione? …Ai posteri l’ardua sentenza.

Da ricordare, nella nostra versione, gli stratosferici Renato Turi ed Emilio Cigoli che donano, come sempre superbamente, le voci rispettivamente e Walter Matthau e Jack Lemmon.

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“Il presidente” di Henri Verneuil

(Francia/Italia, 1961)

Ispirata al romanzo “Il presidente” pubblicato dal maestro George Simenon un paio di anni prima, questa pellicola ci offre una rilevante interpretazione di Jean Gabin che veste il ruolo di uno dei più importanti statisti francesi del Novecento.

Appena giunto a Parigi, il Primo Ministro britannico parte con tanto di scorta e codazzo di giornalisti per La Verdière, una piccola località della Provenza dove risiede Émile Beaufort, notissimo politico transalpino, numerose volte Presidente del Consiglio ma ormai ritiratosi da molti anni, suo storico compagno di lotte politiche internazionali.

La stampa francese, e non solo, si chiede e ipotizza l’argomento dell’incontro riservato fra i due, che però nella realtà è soprattutto una rimpatriata amichevole. Beaufort, partito il suo vecchio amico, torna alla sua routine quotidiana fatta di molte medicine, data la sua età e la sua salute cagionevole, e soprattutto fatta di ricordi politici e personali.

Da tempo, infatti, sta dettando alla sua storica segretaria Mademoiselle Milleran (Renée Faure) la sua autobiografia, attraverso la quale rivive i momenti fatidici della sua carriera, come quando fu tradito dal “fedele” assistente Philippe Chalamont (interpretato da un bravissimo Bernard Blier) o quando decise di ritirarsi “ricattato” da quasi tutto il Parlamento per la sua decisione di aderire al progetto dell’Europa Unita.

Leggendo i giornali, ascoltando la radio e guardando la televisione, Beaufort viene a sapere che per risolvere la grave crisi istituzionale che affligge la Francia, il Presidente della Repubblica ha incaricato proprio Chalamont di fare un Governo di unità nazionale.

Visto che possiede un documento assai compromettente per lo stesso Chalamont, Beaufort sa che il suo ex assistente verrà ad incontrarlo prima di accettare l’incarico datogli dal Presidente della Repubblica. E così, nel suo studio solitario il Presidente – così come ormai tutti chiamano Beaufort – contornato dai suoi ricordi attende un incontro che aspetta da oltre vent’anni. Ma la politica è una cosa dura e spietata…

Discreto film centrato sul tema della politica e dei suoi oscuri e bui corridoi che ci regala un grande Gabin in un ruolo insolito nella sua carriera. Proprio per far aderire al meglio al grande attore francese il personaggio, Verneuil e Michel Audiard – autori della sceneggiatura – si discostano dal personaggio originale creato da Simenon per crearne uno abbastanza differente, sia per l’età – il Beaufort del romanzo ha ottantadue anni mentre quello del film settantadue – che per le dinamiche politiche che lo vedono protagonista.

Il risultato comunque merita di essere visto e apprezzato anche a distanza di oltre sessant’anni. Nella nostra versione deve essere ricordato il grande Emilio Cigoli che doppia superbamente, ancora una volta, Jean Gabin.

Per la chicca: nonostante la produzione – così come lo stesso Simenon fece all’uscita del suo romanzo – dichiarò esplicitamente che Beaufort non era ispirato a nessun politico reale, le cronache contemporanee lo associarono a Georges Clemenceau (1841-1929), fautore dell’alleanza franco-britannica nonché artefice del Trattato di Versailles che mise fine alla Prima Guerra Mondiale, politico che lo stesso Gabin/Beaufort cita all’inizio della pellicola.

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“Le piace Brahms?” di Anatole Litvak

(Francia/USA, 1961)

Françoise Sagan (al secolo Françoise Quoirez) nel 1955, a soli 19 anni, pubblicando il suo primo romanzo “Buongiorno tristezza” diventa una delle scrittrici più famose d’Europa e una delle rappresentati di punta del movimento letterario degli “Ussari”. Nel 1959 pubblica il suo quarto romanzo “Le piace Brahms?” che due anni dopo il regista Anatole Litvak porta sullo schermo con protagonista una splendida Ingrid Bergman.

Paula Tessier (la Bergman) è un’arredatrice di discreto successo a Parigi. Dopo il fallimento del suo primo matrimonio e compiuti da poco i quarant’anni, frequenta stabilmente l’industriale Roger Damarest (Yves Montand). Il loro rapporto è apparentemente completo, anche se vivono in case differenti. Ma in realtà a rinunciare a molte cose è soprattutto Paula, visto che a Roger non dispiace una certa indipendenza che gli permette frequenti scappatelle, anche di qualche giorno, con giovani ragazze che comunque per lui “…non significano niente”.

Roger riesce sistematicamente ad evitare di parlare di matrimonio; e anche la sera del loro quinto anniversario Paula la passa da sola a casa vista l’improvvisa e improcrastinabile riunione di lavoro di Roger.

Le cose si stravolgono quando Paula viene chiamata ad arredare l’appartamento appena acquistato dalla Signora Van Der Besh (Jessie Royce Landis), una ricca vedova americana da poco stabilitasi nella capitale francese. E proprio durante gli incontri con la sua cliente Paula conosce Philip (Anthony Perkins), il figlio venticinquenne e molto viziato della Van Der Besh.

Il giovane si innamora subito di Paula che però all’inizio cerca in ogni modo di dissuaderlo. Quando Roger l’abbandona per l’ennesima volta per passare il weekend con una sua giovane conquista, la donna cede alla corte di Philip ed inizia con lui una vera e propria relazione.

Relazione che però fa scandalo visti gli abbondanti quindici anni di differenza fra i due, al contrario dei flirt che consuma Roger con ragazze che spesso hanno ben oltre quindici anni di meno. A Philip non importa di che cosa pensi la gente di loro, si è innamorato corrisposto e questa è l’unica cosa che conta. Paula invece non riesce a sopportare più le occhiate di biasimo che ormai riceve da tutti, e quando Roger le implora di tornare con lui e sposarlo accetta…

Questa pellicola, che non è priva di qualche stereotipo sentimentale, oggi apparentemente potrebbe far sorridere. Può sembrare ridicolo che una donna non riesca a tollerare l’ostracismo che le impone la società se è single e sceglie di frequentare un uomo molto più giovane di lei. Ci sono persino rampanti – e spesso volgari… – definizioni come “cougar” o “milf” che identificano donne che frequentano uomini più giovani. Ma allora perché paritarie determinazioni lessicali, o gergali, non esistono per i signori uomini che frequentano donne giovani o molto più giovani di loro?

Perché, potrebbe rispondere qualcuno, è più “normale!” …E allora questo ci film fa sorridere un pò meno e riflettere un pochino di più. Perché Paula Tessier certo non è vittima di feroci violenze fisiche da parte del suo compagno (come lo sono ancora troppe donne anche nel nostro Paese) ma è preda indifesa del basso, subdolo e micidiale perbenismo – che troppo spesso cela anche il più misero maschilismo – della società che vede una donna senza un uomo accanto priva di ogni ruolo o identità sociale.

Sono passati sessant’anni dalla realizzazione di questo film e le cose fortunatamente sono cambiate, ma ancora non del tutto, soprattutto nella testa di sempre troppe persone.

Da ricordare oltre all’interpretazione della Bergman anche quella di Perkins che viene premiato al Festival di Cannes e con il Donatello per la migliore interpretazione maschile.

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“Nel mezzo della notte” di Delbert Mann

(USA, 1959)

Paddy Chayefsky (1923-1981) è stato un prolifico drammaturgo americano, nonché sceneggiatore di successo e vincitore di tre primi Oscar (per “Marty, vita di un timido” diretto da Delbert Mann nel 1956, “Anche i dottori ce l’hanno” firmato da Arthur Hiller nel 1972 e “Quinto potere” con la regia di Sidney Lumet e realizzato nel 1977).

Visto il successo proprio del delizioso “Marty – Vita di un timido”, Hollywood decide di portare sul grande schermo una delle sue commedie più di successo a Broadway, affidando la regia allo stesso Delbert Mann.

Jerry Kingsley (Fredric March) è un uomo di successo. Immigrato con la famiglia in America a soli quattro anni, col lavoro e la costanza è riuscito a diventare il proprietario di una delle sartorie più importanti di Manhattan. A cinquantasei anni si può permettere un lussuoso appartamento nei pressi di Central Park, un’automobile di una marca prestigiosa e di aiutare economicamente le sue due figlie sposate.

Kingsley però da un paio d’anni è rimasto vedovo, e questo sembra aver sancito il termine definitivo della sua vita sentimentale ed emozionale. Vive ormai con la sorella maggiore, passando le serate nel laboratorio della sua sartoria o a cena da una delle sue figlie. Quando un piovoso pomeriggio passa a casa di Betty (Kim Novak) una delle sue segretarie, per ritirare dei documenti battuti a macchina, la trova nel bel mezzo di una crisi di pianto dovuta la suo recente e difficile divorzio. Kingsley decide così, semplicemente per solidarietà, di tenerle compagnia.

Ma in breve tempo, anche se Betty ha ventiquattro anni, uno in meno di sua figlia minore, per Kingsley la giovane diventa il passaporto per un nuovo viaggio, e la sua esistenza torna ad avere un nuovo significato. Ma le rispettive famiglie e il resto del mondo non riescono a vedere oltre la congrua differenza di età e di disponibilità economica fra i due…

Insolita e piacevole commedia, che ci parla di amore e ipocrisia con delicatezza e coraggio come poche altre pellicole del tempo sanno fare. Sono senza dubbio da ricordare le ottime interpretazioni di Kim Novak e di Fredric March, che durante le riprese aveva già 62 anni, con un passato da sex symbol nel cinema degli anni Trenta (interpretò, per esempio, il ruolo del marito decaduto e alcolista nel primo e storico “E’ nata una stella” del 1937 diretto da Victor Fleming e scritto da Dorothy Parker) e divenne poi un apprezzatissimo attore di teatro, soprattutto del repertorio contemporaneo americano.

Nella nostra versione possiamo apprezzare le splendide voci di Emilio Cigoli, che doppia Fredric March, e Rosetta Calavetta che doppia Kim Novak, due fra le voci più belle e sensuali di quegli anni.

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