“Breve incontro” di David Lean

(UK, 1945)

Ci sono film che entrano nella storia del cinema dalla porta principale, a tamburi battenti, con i loro effetti speciali o i loro budget stellari. E poi ci sono quelli che vi entrano in punta di piedi, quasi di nascosto, portando con sé nient’altro che una storia minima, due visi su uno schermo, e quella capacità rara e preziosa di raccontare il dolore con la stessa intensità con cui si racconta la gioia. “Breve incontro” di David Lean appartiene senza riserve a questa seconda categoria, e lo fa con una grazia e una precisione che, a distanza di oltre ottant’anni dalla sua realizzazione, lasciano ancora senza fiato.

Tratto dall’omonima pièce teatrale di Noël Coward — drammaturgo, compositore e uomo di teatro fra i più brillanti del Novecento britannico e non solo — il film nasce già con una materia prima di straordinaria qualità. Ma David Lean, che in quegli anni sta affinando un mestiere destinato a portarlo alle vette di “Hobson il tiranno“, “Il ponte sul fiume Kwai”, “Lawrence d’Arabia”, “La figlia di Ryan” o “Passaggio in India“, non si limita a trasporre: plasma, trasforma, costruisce. Con pochi mezzi ma con una visione cinematografica cristallina, trasforma un atto unico teatrale in uno dei più toccanti e memorabili film mai realizzati.

La storia, in apparenza, è di una semplicità disarmante. Alec Harvey (Trevor Howard) e Laura Jesson (Celia Johnson) si incontrano per caso nel bar di una stazione ferroviaria nella provincia inglese dell’immediato dopoguerra. Lui è medico marito e padre, lei è moglie e madre. Entrambi hanno una vita ordinata e rispettabile che li aspetta a casa. Eppure, settimana dopo settimana, quello che nasce come un incontro fortuito diventa appuntamento, attesa, necessità. Un amore adulto, pudico, mai consumato, che brucia tanto più intensamente proprio perché costretto a restare quasi interamente nei confini di uno sguardo, di una mano sfiorata, di un silenzio condiviso.

Lean ha l’intelligenza e il coraggio di raccontare tutto questo attraverso un lungo flashback, narrato in prima persona dalla stessa Laura con la voce interiore che scorre con le immagini come un fiume sommerso. È una scelta che oggi potrebbe sembrare convenzionale, ma che nel 1945 aveva il sapore di qualcosa di genuinamente nuovo. Il film si apre con la scena finale — i due amanti che si salutano per l’ultima volta, interrotti dall’irruzione inopportuna di una logorroica conoscente — e poi torna indietro nel tempo per mostrarci come si è arrivati lì. Quando quella stessa scena torna nel finale, con la stessa inquadratura, le stesse parole, la stessa luce fioca del locale, noi spettatori la viviamo in modo completamente diverso. È come rileggere un libro sapendo già come va a finire: tutto cambia, tutto pesa di più.

È allora che si capisce davvero la portata di quella frase che Laura pronuncia mentre osserva il marito — tranquillo, sereno, ignaro — leggere il suo giornale davanti al caminetto: “Come è facile mentire quando si ha la certezza di essere creduti”. Poche parole che racchiudono un universo intero di rimorso e rassegnazione, di rimpianto e di quella particolare solitudine che si prova non quando si è soli, ma quando si è incompresi da chi ci vuole bene. Il marito di Laura non è un uomo cattivo, e il film non lo tratta come tale. È semplicemente un uomo che non vede, perché Laura ha costruito intorno a sé un muro di normalità che nessuno potrebbe facilmente scalfire. Ma la vita — e l’amore, ancor di più… — difficilmente ci concede sempre quello che ci promette.

Celia Johnson è semplicemente straordinaria. Il suo viso comune, quasi ostentatamente non hollywoodiano, diventa lo specchio perfetto di una donna che vive una tempesta interiore tenendo fermo il timone in superficie. Ogni micro-espressione, ogni sguardo, ogni piccola incrinatura nella voce – e nella nostra versione non a caso è doppiata da una sempre grande Andreina Pagnani – racconta ciò che le parole non dicono. Trevor Howard, alla sua vera consacrazione cinematografica, le è accanto con una presenza sobria e virile che non scivola mai nel romanticismo facile. La loro chimica, fatta più di tensioni trattenute che di slanci, è uno dei miracoli silenziosi di questo film.

Ma “Breve incontro” non è solo recitazione. È fotografia: quella di Robert Krasker, che trasforma la stazione, il bar, il cinema cittadino in luoghi carichi di significati quasi simbolici, dove la luce e l’ombra si contendono ogni fotogramma. È musica: il Secondo Concerto per pianoforte di Sergej Vasil’evič Rachmaninov, scelto con un’intuizione geniale che anticipa di anni l’uso della musica classica nel cinema moderno, diventa la voce stessa dell’inesprimibile, il commento sonoro di ciò che nessun dialogo potrebbe mai rendere. È montaggio, regia, costruzione drammaturgica al servizio di una storia che, nelle mani sbagliate, sarebbe potuta risultare banale o lacrimosa, e che invece mantiene sempre una dignità e un rigore formale degni della migliore letteratura.

Nel 1984 Ulu Grosbard, regista newyorkese di grande sensibilità, firma un remake americano intitolato “Innamorarsi”, con Robert De Niro e Meryl Streep, due dei più grandi attori della loro generazione. Il film è bello, sentito, ben costruito e sarebbe ingeneroso non riconoscerlo. Ma nel confronto con l’originale di Lean emerge con chiarezza quella differenza sottile ma abissale che separa un film di qualità da un capolavoro assoluto.

L’uno racconta una storia d’amore. L’altro racconta cosa significa essere umani.

Un’opera che non si dimentica facilmente.

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2 pensieri su ““Breve incontro” di David Lean”

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