“L’ultimo uomo della Terra” di Sidney Salkow e Ubaldo Ragona

(Italia/USA, 1964)

Nel 1964, una coproduzione italo-americana con paternità divisa ufficialmente tra Ubaldo Ragona e Sidney Salkow – ma le cronache del tempo raccontano di una presenza di Ragona quasi nulla – partorisce quello che – assieme a “Il giorno dopo la fine del mondo” di Ray Milland del 1962 – diventerà il capostipite del cinema apocalittico moderno: “L’ultimo uomo della Terra”. Un piccolo gioiello che anticipa di quattro anni “La notte dei morti viventi” di George Romero e rappresenta il primo – e molti sostengono il migliore assieme a “1975: occhi bianchi sul piante Terra” di Boris Sagal del 1971 – adattamento del romanzo “Io sono leggenda” di Richard Matheson.

Vincent Price, lontano dai salotti gotici dei film di Roger Corman, si trova qui catapultato in una dimensione quasi documentaristica. Il suo dottor Robert Morgan si aggira per una Roma deserta con la rassegnata determinazione di un impiegato: di giorno sterminare vampiri dormienti, di notte difendersi dal loro assedio. È un monologo di solitudine devastante, reso ancora più intenso dalla voce di un grande Emilio Cigoli nel doppiaggio italiano, che conferisce al personaggio una dignità malinconica straziante.

La genialità del film sta anche nella trasformazione di un budget risicato in virtù estetica. Le riprese nell’EUR – quartier monumento alla megalomania fascista – si rivelano scelta perfetta. Le geometrie razionaliste, i palazzi bianchi e deserti diventano il teatro ideale per questa meditazione sulla fine della civiltà. Roma, città eterna, si trasforma in necropoli moderna. La fotografia in bianco e nero di Franco Delli Colli crea atmosfere di cupa desolazione che anticipano il cinema apocalittico degli anni Settanta.

Il film procede con ritmo ipnotico: sveglia, colazione solitaria, sterminio di vampiri, rifornimento, ritorno a casa prima del tramonto, difesa notturna. È una liturgia della sopravvivenza filmata con distacco documentaristico, che trasforma l’horror in tragedia esistenziale. C’è qualcosa di profondamente angosciante in questa ripetitività, in questa vita ridotta a pura meccanica biologica.

Matheson collaborò alla sceneggiatura con lo pseudonimo “Logan Swanson”, parzialmente insoddisfatto del risultato. Forse fu troppo severo: il film trasmette perfettamente il senso di alienazione totale del romanzo. La seconda parte, con l’arrivo di altri sopravvissuti, perde parte della forza ipnotica ma rivela il vero messaggio: Morgan, ultimo rappresentante dell’umanità originaria, è diventato lui stesso il mostro, la leggenda. Chi è il mostro? Chi il salvatore? Tutto dipende dal punto di vista.

Ignorato alla sua uscita – fu un flop clamoroso soprattutto in Italia – il film è diventato col tempo un cult assoluto. Romero ha ammesso apertamente che “La notte dei morti viventi” deve moltissimo a questa pellicola. Confrontato con i remake successivi mantiene intatta una dignità artistica superiore proprio grazie alla povertà di mezzi. Dove i film successivi puntano sugli effetti speciali, qui troviamo meditazione esistenziale.

In un’epoca che ha appena attraversato una pandemia globale, che vive nell’ossessione dell’apocalisse climatica, rivedere questo gioiello dimenticato significa confrontarsi con un cinema che aveva il coraggio di guardare negli abissi senza distogliere lo sguardo. Vincent Price ci regala una delle sue interpretazioni più toccanti e clamorosamente sottovalutate, un monumento alla resistenza umana.

Un piccolo capolavoro del cinema di fantascienza che continua a interrogarci sulla natura dell’umanità, sulla solitudine esistenziale e sul significato stesso di sopravvivenza. Perché, come ci insegna la storia del dottor Morgan, a volte sopravvivere non basta: bisogna anche capire per cosa vale la pena continuare a vivere.

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Vincent Price

Il 25 ottobre del 1993 se ne andava Vincent Price.

Nato a Saint Louis il 27 maggio 1911, Vincent Price è il rampollo di una ricca famiglia americana: suo nonno inventò la prima crema di lievito tartaro rendendo più che benestanti tutti i suoi eredi.

Appassionato d’arte, si laurea a Yale in storia dell’arte e prosegue i suoi studi a Londra. L’amore per la recitazione arriva attraverso il teatro, ma presto il cinema si accorge di lui: fascinoso, con due occhi blu penetranti, una voce calda e sensuale, e soprattutto alto 193 centimetri.

Ovviamente i suoi sono i ruoli del cattivo o del perfido: nel 1948 interpreta il malvagio cardinale Richelieu ne “I tre moschettieri “ con Gene Kelly e Lana Turner.

Alla fine degli anni Quaranta, alla radio, presta la sua voce a Simon Templar, l’eroe della serie “Il Santo” che nei decenni successivi approderà anche alla televisione e poi al cinema.

E’ negli anni Cinquanta che passa ai film dell’orrore – anche se partecipa al grande “Quando la città dorme” di Fritz Lang del 1956 – con “La maschera di cera” (1953) e il memorabile “L’esperimento del Dottor K” (1958), da cui Cronenberg realizzerà il terrificante remake “La mosca” nel 1986.

Lo stesso Price ha raccontato più di una volta le difficoltà che ebbe per girare la scena finale del film, quando doveva interpretare la “mosca” con la testa del Dottor K che veniva finalmente uccisa: nessuno del cast riusciva a smettere di ridere.

Con gli anni Sessanta arriva la collaborazione col geniale produttore e regista Roger Corman che lo porta ad interpretare film come “Il pozzo e il pendolo” (1961), “I racconti del terrore”(1962) e “La maschera della morte rossa”(1964).

Lo stesso anno interpreta quello che poi sarebbe diventato un cult:  “L’ultimo uomo della Terra” diretto da Ubaldo Ragona e Sidney Salkow, con Giacomo Rossi Stuart e Franca Bettoia, girato a Roma nel quartiere EUR, e tratto dal romanzo di Richard Matheson “Io sono leggenda” – che tornerà numerose volte sul grande schermo in vari adattamenti fra cui spiccano “La notte dei morti viventi “ di George Romero del 1969 e il bellissimo “1975: occhi bianchi sul pianeta Terra” di Boris Sagal del 1971.

Con gli anni Settanta l’horror diventa più cupo e interiore e Price presta le sue fattezze a due grandi pellicole, allora etichettate semplicemente di serie B ma oggi giustamente rivalutate: “L’abominevole Dr. Phibes”(1971) di Robert Fuest, e “Oscar insanguinato” (1973) diretto da Douglas Hickox in cui Price interpreta un attore shakespeariano stroncato dalla critica che torna per vendicarsi spettacolarmente contro i suoi detrattori.

Col passare del tempo le caratteristiche del film del terrore cambiano ma Price rimane vivo nell’immaginario collettivo: è sua la voce terrificante che accompagna l’avvento degli zombie nel video “Thriller” di Michael Jackson del 1983.

Tim Burton lo vuole nel suo “Edward mani di forbice” (1990), ma durante le riprese la sua parte viene ridotta a causa della malattia che lo sta consumando e che pochi anni dopo lo ucciderà.

Per noi Vincent Price è soprattutto un volto dei film dell’orrore, ma grazie (o questa volta a causa?) del doppiaggio ci siamo persi la sua voce profonda e inquietante, con una dizione perfetta che ha stregato generazioni di spettatori.