“Anatomia di una caduta” di Justine Triet

(Francia, 2023)

Questo film, diretto da Justine Triet, è un’opera che fonde brillantemente il dramma giudiziario con un intenso ritratto psicologico. Al centro della storia c’è Sandra (interpretata magistralmente da Sandra Hüller), una scrittrice di successo che si trova accusata della morte del marito, trovato senza vita, nella neve fuori dal loro chalet nelle Alpi francesi, nei pressi di Grenoble.

Triet, che scrive la sceneggiatura insieme ad Arthur Harari, costruisce un racconto stratificato che va ben oltre il semplice “chi è stato?”. Il film esplora le dinamiche di una relazione matrimoniale complessa, mettendo in discussione le verità apparenti e rivelando come anche i legami più intimi possano essere soggetti a interpretazioni contrastanti.

Particolarmente toccante è il rapporto tra Sandra e il figlio undicenne Daniel, ipovedente a causa di un incidente stradale di cui il padre si è sempre ritenuto responsabile, bambino che poi diventerà il testimone chiave nel processo. La presenza del piccolo aggiunge un livello di complessità emotiva alla narrazione, trovandosi diviso tra l’amore per la madre e la ricerca della verità sulla morte del padre.

La regia di Triet eccelle nel mantenere l’ambiguità fino alla fine, utilizzando sapientemente lunghe scene di dialogo e un montaggio che alterna presente e passato. Il film ricorda in alcuni elementi “La verità“, diretto dal maestro Henri-Georges Clouzot nel 1960 e con un’indimenticabile Brigitte Bardot, specialmente nella sua esplorazione delle profondità dell’animo umano di fronte alla Legge a volte statica e superficiale, e nell’uso del processo come dispositivo narrativo per svelare gli strati più profondi della storia.

Sandra Hüller offre una performance straordinaria, costruendo un personaggio sfaccettato che sfugge a facili categorizzazioni. La sua interpretazione di straniera in una terra straniera – che negli interrogatori in tribunale alla fine preferisce parlare in inglese piuttosto che in francese, lingua che conosce meno – riesce a mantenere un’ambiguità che tiene lo spettatore in costante tensione, contribuendo significativamente alla forza del film.

Fra i numerosi premi vinti in tutto il mondo, questa pellicola ha ottenuto la Palma d’Oro a Cannes nel 2023 e l’Oscar come migliore sceneggiatura sempre nel 2023, confermandosi come uno dei film più significativi degli ultimi anni.

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“La morte di Belle” di Georges Simenon

(Adelphi, 2013)

“La morte di Belle” è un romanzo noir psicologico che Simenon pubblicò nel 1957. La storia è ambientata in una piccola città americana dove Spencer Ashby, un tranquillo professore universitario, viene accusato dell’omicidio di Belle, una giovane studentessa che alloggiava in casa sua.

Il romanzo si distingue dalla tipica produzione di Simenon per l’ambientazione americana anziché francese, ma mantiene intatti gli elementi caratteristici dello stile dell’autore: l’analisi psicologica approfondita del protagonista, l’atmosfera opprimente e claustrofobica, e l’esplorazione delle dinamiche sociali di una piccola comunità molto spesso ipocrita e perbenista.

La narrazione si concentra non tanto sulla risoluzione del caso, quanto sull’effetto devastante che l’accusa ha sulla vita di Spencer Ashby. Simenon esplora magistralmente il progressivo sgretolamento della rispettabilità del protagonista, il sospetto che si insinua tra i vicini, e la crisi del suo matrimonio con la moglie Christine.

Il maestro Simenon ci regala l’ennesimo ritratto di una donna, la stessa Belle, fuori dagli schemi e per questo biasimata dalla piccola comunità chiusa e bigotta, che la tratta come corpo estraneo e per questo non si stupisce “troppo” che qualcuno alla fine l’abbia uccisa.

Particolarmente efficace è il modo in cui l’autore descrive la metamorfosi della piccola comunità: da luogo apparentemente idilliaco a ambiente ostile e giudicante. Il romanzo diventa così un’acuta riflessione sulla fragilità della reputazione e sul modo in cui la società tende a condannare ancor prima di un verdetto ufficiale.

Il finale, tipicamente simenoniano, lascia il lettore con un senso di inquietudine e amarezza sulla natura umana e sulla facilità con cui le certezze della vita possono essere sovvertite da un singolo evento.

È un’opera che rappresenta perfettamente la capacità di Simenon di trasformare una storia di cronaca nera in un’analisi profonda della psicologia umana e delle dinamiche sociali, confermando il suo talento nel creare romanzi che vanno ben oltre il genere poliziesco tradizionale.

Il maestro Simenon è sempre lui, anche oltreoceano.

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“Ratataplan” di Maurizio Nichetti

(Italia, 1979)

Questa pellicola segna l’esordio alla regia del poliedrico Maurizio Nichetti, non a caso prodotta da Franco Cristaldi, che dimostrò grande intuizione nel sostenere questo progetto innovativo e sperimentale per il cinema italiano del tempo.

Il film rappresenta una ventata d’aria fresca nel panorama cinematografico dell’epoca, fondendo elementi del cinema muto con la tradizione della commedia all’italiana più classica. Nichetti, che oltre a dirigere è anche protagonista, interpreta Colombo: un giovane ingegnere precario che per sbarcare il lunario fa il cameriere in un bar, muovendosi in una Milano industriale fredda e nebbiosa – che di lì a poco diventerà quella famigerata “Milano da bere” degli edonistici anni Ottanta – città dove cerca di realizzare i suoi sogni romantici e professionali.

L’aspetto più rivoluzionario dell’opera sta nel suo linguaggio cinematografico: quasi privo di dialoghi, il film si affida principalmente alla mimica, ai rumori e alla musica, creando situazioni surreali e poetiche che rimandano ai grandi maestri del cinema muto come Charlie Chaplin e Buster Keaton. E proprio alla scena finale dello splendido “Tempi moderni” di Chaplin, Nichetti si rifà per quella finale di questa pellicola, in cui si ritrova con la ragazza degli stracci interpretata da Angela Finocchiaro. La scelta di questo registro non è un mero esercizio di stile, ma serve a sottolineare l’alienazione e l’incomunicabilità della società contemporanea.

Particolarmente riuscite sono le sequenze in cui Colombo costruisce i macchinari ideati per realizzare i suoi desideri e che sembrano poi acquistare vita propria, così come le scene di vita quotidiana trasformate in coreografie quasi dadaiste. Il film riesce nell’intento di far ridere senza ricorrere alla battuta facile, costruendo la comicità su situazioni visive e gag fisiche perfettamente orchestrate.

La produzione di Cristaldi si rivela fondamentale non solo per aver dato fiducia a un regista esordiente, ma anche per aver garantito al film una qualità tecnica e una distribuzione che ne hanno permesso il successo. La fotografia nitida e la precisione del montaggio contribuiscono a valorizzare le performance fisiche degli attori e la costruzione meticolosa delle scene comiche.

“Ratataplan” si distingue anche per la sua critica sociale sottile ma efficace: attraverso il protagonista il film affronta temi come la difficoltà dei più giovani, anche se titolati, ad entrare nel mondo del lavoro, la disumanizzazione della società industriale e la solitudine delle metropoli moderne. Tutto mantenendo sempre un tono leggero e poetico che rende la visione godibile fino all’ultimo fotogramma.

Il film rappresenta un importante esempio di come il cinema italiano della fine degli anni Settanta stesse cercando nuove strade espressive, allontanandosi sia dalla commedia tradizionale che dal cinema politico dell’epoca. Il successo di pubblico e critica ottenuto da “Ratataplan” dimostrò che c’era spazio anche per un cinema diverso, capace di sperimentare con linguaggi nuovi pur mantenendo un appeal popolare.

A distanza di oltre quarant’anni, “Ratataplan” rimane un’opera significativa nella storia del cinema italiano, un esempio di come si possa fare innovazione nel solco della tradizione, e una testimonianza del talento di Maurizio Nichetti come autore completo, capace di fondere regia, recitazione e scrittura in un linguaggio cinematografico personale e ben riconoscibile.

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“Fermata per 12 ore” di Victor Vicas

(USA, 1957)

Questa pellicola rappresenta uno di quei casi in cui Hollywood si è confrontata con la letteratura del grande John Steinbeck, cercando di trasportare sul grande schermo l’intensità della sua narrativa. Il film prende le mosse da “La corriera stravagante“, trasformando il viaggio steinbeckiano in un’opera che oscilla tra il melodramma e il film di tensione.

La trama segue il percorso di una corriera attraverso strade secondarie della California, con un gruppo di passeggeri costretti a una sosta forzata in mezzo alla campagna, quando l’autobus rimane impantanato in una pozza, provocata dalle piogge torrenziali, che hanno costretto il mezzo a prendere una strada sterrata alternativa. Qui, come in una sorta di camera a pressione sociale, i personaggi sono costretti a confrontarsi con i propri demoni interiori e con quelli degli altri viaggiatori.

Rick Jason interpreta Juan Chicoy, il conducente della corriera, con una presenza scenica che cerca di rendere la complessità del personaggio letterario, anche se inevitabilmente ne semplifica le sfumature psicologiche. Interessante la prova di Jayne Mansfield nei panni di una passeggera che porta con sé il peso di un passato complicato, ruolo che l’attrice interpreta con una sensibilità inaspettata per chi la conosceva solo come sex symbol. Così come è da ricordare l’interpretazione di Joan Collins nel ruolo di Alice Chicoy, moglie alcolista di Rick.

La regia di Vicas si distingue per come gestisce gli spazi ristretti, trasformando l’interno della corriera in un microcosmo claustrofobico, dove le tensioni si accumulano come vapore in una pentola a pressione. La fotografia in bianco e nero di Charles G. Clarke contribuisce a creare un’atmosfera tesa e vagamente noir, distaccandosi dall’impianto più realistico del romanzo.

Se il film perde inevitabilmente parte della profondità filosofica e sociale dell’opera di Steinbeck, riesce comunque a mantenere una sua dignità narrativa, trasformando il materiale originale in un prodotto cinematografico che riflette le convenzioni e le esigenze del cinema americano degli anni ’50. Il risultato è un’opera che, pur non raggiungendo le vette del romanzo, offre uno spaccato interessante della società americana del periodo, filtrata attraverso le lenti del melodramma hollywoodiano.

Il vero limite del film sta forse nel non aver osato abbastanza nel tradurre visivamente la crudezza e l’amarezza della visione steinbeckiana, optando per soluzioni più convenzionali e rassicuranti. Nonostante questo, “Fermata per 12 ore” rimane un esempio interessante di come il cinema degli anni ’50 si confrontasse con la letteratura americana contemporanea, cercando un difficile equilibrio tra fedeltà al testo e necessità commerciali.

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“My Name Is Loh Kiwan” di Kim Hee Jin

(Corea del Sud, 2024)

L’amore, quando arriva, spesso lo fa con una forza che travolge ogni cosa: distanze, differenze culturali e, a volte, anche le nostre paure più radicate così come i nostri dolori più profondi. È proprio questa la grande lezione che il regista sudcoreano Kim Hee Jin ci offre con il suo emozionante lungometraggio “My Name Is Loh Kiwan”.

Il film racconta la storia di Loh Kiwan (Song Joong-ki), un giovane nordcoreano che fugge dal suo Paese alla ricerca di una nuova esistenza in Belgio, dove spera di vivere una vita dignitosa, come promesso a sua madre in punto di morte, nel pieno rispetto dei diritti e dei doveri di un cittadino uguale agli altri.

Durante il suo viaggio, però, non solo deve fare i conti con il peso del proprio passato e con le difficoltà di integrazione in un mondo completamente diverso dove non è vero che tutti hanno gli stessi diritti, ma anche con un amore inatteso e travolgente: quello per Ma Ri (Choi Sung Eun), una ragazza, anche lei di origini nordcoreane e naturalizzata belga, tormentata da cicatrici interiori e da un’esistenza in bilico.

Hee Jin costruisce un racconto intimo e al tempo stesso universale, dove le vicende personali dei due protagonisti diventano un pretesto per esplorare temi complessi e attuali, come l’identità, l’appartenenza, il diritto a una vita dignitosa e alla felicità. La regia è asciutta ma intensa, e utilizza le atmosfere malinconiche delle periferie belghe per sottolineare il senso di alienazione che pervade le vite di Loh e Ma Ri, stranieri in una terra straniera che non si sforza minimamente di accoglierli se non per sfruttarli.

I due protagonisti, interpretati magistralmente da Song Joong Ki e Choi Sung Eun, regalano al pubblico una prova che tocca corde profonde. La loro chimica sullo schermo è palpabile, e le loro performance riescono a trasmettere ogni sfumatura di un amore che nasce, cresce e lotta contro le difficoltà.

“My Name Is Loh Kiwan” è anche un’opera che invita alla riflessione: il contrasto tra la rigidità del regime nordcoreano e la libertà (spesso solo apparente…) del mondo occidentale mette in luce le grandi contraddizioni della società contemporanea. Hee Jin non scivola mai nel didascalico, ma lascia che siano le immagini e i silenzi a parlare, rendendo la narrazione ancora più potente.

Se il finale può sembrare prevedibile, è la strada percorsa dai personaggi a lasciare il segno: una via fatta di gesti quotidiani, di parole non dette e di piccoli atti di coraggio. Perché in fondo, come ci ricorda questo film, è nelle cose semplici che risiede la vera grandezza dell’amore.

Nel panorama cinematografico internazionale, “My Name Is Loh Kiwan” – scritto dallo stesso Kim Hee Jin assieme a Hae Ji Cho – si distingue per la sua delicatezza e profondità. Un’opera che non si limita a raccontare una storia, ma che ci invita a guardare oltre le nostre barriere, siano esse fisiche o emotive.

Un film da vedere con il cuore aperto, perché è proprio lì che le sue immagini troveranno dimora, e dedicato a chi è costretto a fuggire dalla propria casa per sopravvivere e far sopravvivere anche solo il ricordo delle persone che si sono sacrificate nella speranza di un futuro migliore.

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“La milleduesima notte” di Joseph Roth

(Garzanti, 1965)

Joseph Roth, con la sua penna poetica e spietata, ci guida nella Vienna crepuscolare dell’Impero austro-ungarico. La milleduesima notte è un capolavoro che mescola il grottesco con il tragico, lasciando nel lettore una profonda riflessione sulla fragilità della gloria e delle certezze umane.

Tra i grandi scrittori del Novecento, Roth si distingue per la capacità di raccontare i crolli e le disillusioni del suo tempo con una delicatezza poetica e una lucidità spietata, entrambe miste ad un’ironia sottile e implacabile che trova pari solo fra quelle di giganti della parola scritta come Franz Kafka e Robert Musil. La milleduesima notte è una delle sue opere più affascinanti, capace di condensare in poche pagine tutta la grandezza e la fragilità dell’animo umano.

Pubblicato per la prima volta nel 1939, poco prima della morte del suo autore, questo romanzo ci porta nella Vienna degli ultimi anni dell’Impero austro-ungarico, un mondo ormai al crepuscolo che Roth ha saputo raccontare con amore e malinconia in tutta la sua produzione. Qui, però, il tono si fa più amaro, quasi disincantato, come se l’autore volesse anticipare il destino ineluttabile non solo di un impero, ma anche di un’epoca intera.

La storia prende il via con un episodio in apparenza semplice: lo scià di Persia arriva in visita a Vienna per un tour diplomatico, ed è accolto con tutti gli onori dalla nobiltà locale. Tuttavia, dietro la facciata scintillante della diplomazia e del protocollo, si nasconde una realtà di solitudine, avidità e ipocrisia. La narrazione si sviluppa in modo fluido, alternando descrizioni dettagliate e dialoghi incisivi, e Roth ci regala un affresco vivido di una società ormai vuota, aggrappata a un passato glorioso che sta inesorabilmente svanendo.

Attraverso personaggi che sembrano usciti dalle pagine di una fiaba – lo scià, i nobili decaduti e i loro servitori – Roth ci parla della condizione umana in modo universale. La sua penna è implacabile nel descrivere le meschinità e le ambizioni dei suoi protagonisti, ma al tempo stesso non manca mai di compassione.

Uno degli aspetti più affascinanti del romanzo è il suo linguaggio: semplice e limpido, ma carico di una tensione emotiva che esplode in dettagli apparentemente insignificanti, capaci però di evocare mondi interi. Roth non ha bisogno di lunghe digressioni per raccontarci la decadenza di un impero: gli basta descrivere un salone riccamente arredato ma polveroso, o uno sguardo fugace tra due personaggi.

La milleduesima notte è una lettura breve, ma intensa, che lascia un segno profondo. Non è solo una riflessione sulla fine di un mondo, ma anche un monito per chiunque voglia ignorare le lezioni della storia. Roth ci ricorda che ogni impero, ogni gloria, è destinata a svanire, lasciandosi dietro solo il ricordo ricoperto da un velo di malinconia.

Questo libro è non solo per chi ama la letteratura mitteleuropea, ma per chiunque voglia scoprire un capolavoro capace di parlare al cuore e alla mente. Roth, con la sua prosa elegante e incisiva, ci invita a riflettere sulla fragilità delle nostre certezze e sull’importanza di mantenere viva la memoria.

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“Matador” di Pedro Almodóvar

(Spagna, 1986)

“Matador” rappresenta uno dei vertici della poetica del grande cineasta spagnolo. Scritto dallo stesso regista in collaborazione con lo scrittore Jesús Ferrero, il film è un affresco erotico e crudo che dissolve i confini tra passione, morte e sessualità.

La narrazione si snoda attorno a Diego (Nacho Martìnez), ex torero frustrato rimasto per sempre claudicante “per colpa” di un toro, e María (Assumpta Serna), un’avvocatessa dalla sessualità violenta e trasgressiva. Accanto a loro, Antonio Banderas interpreta Angel, giovane personaggio schiacciato dalla figura materna, simbolo di un’ipocrita bigotteria cattolica che soffoca le pulsioni individuali attraverso subdoli sensi di colpa.

Almodóvar costruisce un racconto dove la tauromachia diventa metafora sessuale, e l’uccisione – sia nell’arena che nel letto – assume una dimensione quasi rituale di un orgasmo. La regia trasforma la violenza in una coreografia erotica, dove l’istinto e la pulsione di morte si intersecano con un’eleganza quasi sperimentale.

La colonna sonora si arricchisce della splendida “Esperame en el cielo”, interpretata magistralmente da Mina, che carica di ulteriore pathos emotivo le sequenze più turbanti che precedono la scena finale.

I protagonisti si configurano come creature irrisolte che sfuggono alla morale borghese, facendo della trasgressione la loro unica forma di libertà. Lo stile visivo raggiunge vertici di straordinaria potenza: colori accesi, dettagli feticistici e simbolismi sessuali si compongono in un mosaico di provocazione estetica e di indagine psicologica.

“Matador” conferma Almodóvar – che appare in un delizioso cameo – come uno dei più audaci registi contemporanei, capace di trasformare il melodramma in un territorio di sperimentazione dove il desiderio diventa linguaggio e la sessualità un campo di battaglia esistenziale.

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“Passaggio in India” di David Lean

(USA/UK, 1984)

“Passaggio in India” di David Lean è un’opera maestosa che si staglia come un monumento al tramonto definitivo dell’impero britannico, un film che ho avuto il privilegio di rivedere recentemente e che continua a scuotermi nel profondo. Lean, con la sua caratteristica maestria visiva, dipinge un affresco monumentale dell’India coloniale degli anni ’20 del secolo scorso, trasformando il romanzo di Edward Morgan Forster (pubblicato per la prima volta nel 1924) in un’esperienza cinematografica che trascende i confini del semplice adattamento letterario.

La pellicola si muove con la grazia di un elefante cerimoniale attraverso i vicoli polverosi di Chandrapore, dove si consuma il dramma della giovane Adela Quested (una brava ed enigmatica Judy Davis), della signora Moore (una superba Peggy Ashcroft) e del dottor Aziz (un ottimo Victor Banerjee). Le grotte Marabar, vero cuore metafisico del film, si ergono come un enigma insondabile, un labirinto dove la presunta razionalità occidentale si sgretola definitivamente di fronte all’infinito mistero dell’Oriente.

Lean orchestra ogni elemento con la precisione di un orologiaio svizzero: la fotografia di Ernest Day cattura la luce accecante dell’India con una tale intensità da far quasi percepire il calore soffocante sullo schermo. La colonna sonora di Maurice Jarre, con i suoi temi orientali intrecciati a melodie britanniche, crea una tensione musicale che rispecchia perfettamente il conflitto culturale al centro della narrazione.

Ma è nella rappresentazione delle relazioni umane che il film raggiunge le sue vette più alte. L’amicizia impossibile tra Aziz e il professor Fielding (James Fox) diventa una metafora della frattura insanabile tra due mondi, mentre il processo che segue l’incidente nelle grotte svela gli abissi di feroce pregiudizio e incomprensione che separano colonizzatori e colonizzati. Non è un caso, quindi, che Lean affidi la parte di Godbbole, un docente di filosofia induista ad Alec Guinness.

Ciò che più mi colpisce, a ogni visione, è come Lean – che scrive la sceneggiatura ispirandosi all’adattamento di Santha Rama Rau – riesca a mantenere un equilibrio perfetto tra l’epica storica e l’intimità psicologica. Non cade mai nella facile tentazione dell’esotismo superficiale, ma scava invece nelle profondità dell’animo umano, rivelando le crepe che si aprono quando culture diverse si scontrano senza veramente comprendersi.

“Passaggio in India” è un film che respira con lentezza, che richiede pazienza e attenzione, ma che ripaga lo spettatore con una ricchezza di significati e una profondità emotiva rare nel cinema contemporaneo. È un’opera che, come le grotte Marabar stesse, continua a echeggiare nella mente molto tempo dopo i titoli di coda.

Il vero trionfo di Lean sta nell’aver creato non solo un film sull’India coloniale, ma un’opera universale sulla natura dell’incomprensione umana, sul peso dei pregiudizi e sulla possibilità – o impossibilità – di una vera comprensione tra culture diverse. Un capolavoro che, quarant’anni dopo la sua uscita, mantiene intatta la sua forza dirompente e la sua attualità.

D’altronde, oggi, stiamo ancora tutti pagando l’arrogante e prepotente imperialismo britannico.

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“Mandy” di Alexander Mackendrick

(UK, 1952)

Nel panorama del cinema britannico degli anni ’50, “Mandy” si staglia come un’opera di straordinaria sensibilità nel trattare il tema della disabilità, evitando sia il facile sentimentalismo che la freddezza clinica. Mackendrick affronta la storia di una bambina sordomuta con uno sguardo lucido e al contempo profondamente umano, costruendo un racconto che va ben oltre il semplice “film sulla disabilità”.

La piccola Mandy, interpretata con sorprendente naturalezza dalla giovanissima Mandy Miller, diventa il prisma attraverso cui il regista esplora non solo le sfide quotidiane di chi vive con una disabilità, ma anche e soprattutto le reazioni, spesso contraddittorie, di una società impreparata ad accogliere la diversità. La macchina da presa si muove con delicatezza negli spazi claustrofobici della casa familiare, trasformandola in una metafora dell’isolamento che troppo spesso accompagnava allora, e purtroppo accompagna ancora oggi a volte, la disabilità.

Particolarmente interessante è l’approccio di Mackendrick nel rappresentare il mondo sonoro – o meglio, la sua assenza – dal punto di vista della protagonista. Il regista gioca magistralmente con il silenzio, trasformandolo da limitazione a strumento narrativo, creando sequenze di potente impatto emotivo che ci permettono di entrare in contatto con l’esperienza soggettiva di Mandy.

La pellicola si distingue anche per come affronta il tema dell’educazione dei bambini sordi, mostrandoci gli sforzi pionieristici di quegli anni nel campo della logopedia. Il personaggio dell’insegnante Dick Searle (Jack Hawkins) incarna quella fiducia nelle possibilità di progresso e integrazione che caratterizzava il dopoguerra britannico, pur senza cadere in facili ottimismi.

Ma è nel ritratto dei genitori di Mandy che il film raggiunge le sue vette più alte. Siamo ancora agli inizi degli anni Cinquanta e la tensione tra il padre (Terence Morgan), ancorato a un senso di ipocrita vergogna sociale, e la madre (Phyllis Calvert), determinata invece a dare alla figlia ogni possibile opportunità, diventa il vero cuore drammatico della narrazione. Attraverso il loro conflitto – che acquista nel suo apice i toni del melodramma cinematografico tipico di quegli anni – Mackendrick esplora le complesse dinamiche familiari che si creano attorno alla disabilità, mostrando come questa possa diventare sia fonte di divisione che di crescita personale.

Anche per questo “Mandy” resta ancora oggi un’opera di sorprendente modernità, che ci ricorda come il cinema possa affrontare temi complessi con intelligenza, rispetto e sensibilità. Un film che parla di disabilità parlando soprattutto di umanità, di pregiudizi da superare e di barriere – non solo fisiche – da abbattere.

La fotografia in bianco e nero di Douglas Slocombe contribuisce a creare un’atmosfera insieme realistica e poetica, mentre la sceneggiatura di Nigel Balchin e Jack Whittingham – ispirata al romanzo “The Day is Ours” di Hilda Lewis – riesce nell’impresa di raccontare una storia profondamente umana senza mai scadere nel pietismo o nella vuota compassione.

In conclusione, “Mandy” si configura come un’opera fondante il modo equilibrato e sincero in cui il cinema ha rappresentato la disabilità, aprendo la strada a un approccio più maturo e consapevole. Un film che merita di essere riscoperto e che, a distanza di oltre settant’anni, continua a parlarci con straordinaria attualità.

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“Lunana: Il villaggio alla fine del mondo” di Pawo Choyning Dorji

(Buthan/Rep. Pop. Cinese, 2019)

Questa è un’opera che celebra la sacra missione dell’insegnamento e ci ricorda quanto sia prezioso seminare conoscenza nelle menti dei più giovani.

“Lunana: Il villaggio alla fine del mondo” ci trasporta in un angolo remoto del Bhutan, dove un giovane insegnante svogliato, Ugyen (che ha il viso di un bravo Sherab Dorji), inizia controvoglia un viaggio che cambierà per sempre la sua vita. Io che amo scrivere, sono rimasto affascinato dalla potenza metaforica di questo cammino fisico che diventa spirituale: otto giorni di salita verso uno dei villaggi più isolati del pianeta, a quasi cinquemila metri d’altitudine, dove non c’è elettricità e il caldo del fuoco è l’unico conforto nelle gelide notti himalayane.

E mi ha colpito profondamente la frase che nel film pronuncia il capo del villaggio: “Un maestro tocca il futuro”. Che verità sublime! Ogni insegnante è come un giardiniere che pianta semi destinati a germogliare nel tempo, a fiorire nelle generazioni future. E Ugyen, inizialmente accecato dal miraggio di una carriera da cantante in Australia, scopre proprio a Lunana il vero significato di questa nobile e unica missione.

La purezza dello sguardo dei bambini di Lunana, la loro sete di conoscenza, il rispetto quasi sacrale che nutrono per la figura dell’insegnante, sono come uno specchio che riflette l’essenza più pura dell’educazione. In un’epoca in cui troppo spesso l’insegnamento viene svilito e burocratizzato, e c’è chi consiglia caldamente – anche da autorevoli scranni… – alle nuove generazioni di non studiare e andare il più presto possibile a lavorare, questo film ci ricorda che educare significa letteralmente “condurre fuori”, far emergere il potenziale che ogni essere umano racchiude dentro di sé per far progredire così l’intera società.

Il regista Pawo Choyning Dorji ha avuto il coraggio di girare in condizioni estreme, con attori non professionisti, creando un’opera di rara autenticità. La maestosità dei paesaggi himalayani fa da cornice a una storia intima di trasformazione, dove la semplicità della vita a Lunana rivela verità profonde sull’importanza di trasmettere non solo nozioni, ma valori e saggezza.

Vedere Ugyen che gradualmente si risveglia alla sua vocazione di insegnante, circondato da una comunità che considera l’educazione un tesoro prezioso, ci ricorda quanto sia fondamentale il ruolo degli insegnanti nel plasmare il futuro della società. Ogni bambino è come un libro ancora da scrivere, e gli insegnanti sono i custodi dell’inchiostro con cui verranno tracciate le prime fondamentali parole.

Questo film è una gemma rara nel panorama cinematografico contemporaneo, un’opera che ci ricorda come l’educazione sia la chiave per aprire le porte del futuro. È un inno alla nobiltà dell’insegnamento, alla sua capacità di trascendere le barriere culturali e geografiche per toccare l’essenza stessa dell’umanità.

“Lunana: Il villaggio alla fine del mondo” è una pellicola da guardare a cuore aperto, lasciandoci trasportare tra le vette dell’Himalaya dove, in un piccolo villaggio alla fine del mondo, si celebra quotidianamente il miracolo dell’educazione. Perché, come ci insegna questa storia, un vero maestro non solo tocca il futuro: lo plasma, lo nutre, lo fa sbocciare come un fiore in alta quota che sfida le intemperie per regalare al mondo la sua bellezza.

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