“Anatomia di una caduta” di Justine Triet

(Francia, 2023)

Questo film, diretto da Justine Triet, è un’opera che fonde brillantemente il dramma giudiziario con un intenso ritratto psicologico. Al centro della storia c’è Sandra (interpretata magistralmente da Sandra Hüller), una scrittrice di successo che si trova accusata della morte del marito, trovato senza vita, nella neve fuori dal loro chalet nelle Alpi francesi, nei pressi di Grenoble.

Triet, che scrive la sceneggiatura insieme ad Arthur Harari, costruisce un racconto stratificato che va ben oltre il semplice “chi è stato?”. Il film esplora le dinamiche di una relazione matrimoniale complessa, mettendo in discussione le verità apparenti e rivelando come anche i legami più intimi possano essere soggetti a interpretazioni contrastanti.

Particolarmente toccante è il rapporto tra Sandra e il figlio undicenne Daniel, ipovedente a causa di un incidente stradale di cui il padre si è sempre ritenuto responsabile, bambino che poi diventerà il testimone chiave nel processo. La presenza del piccolo aggiunge un livello di complessità emotiva alla narrazione, trovandosi diviso tra l’amore per la madre e la ricerca della verità sulla morte del padre.

La regia di Triet eccelle nel mantenere l’ambiguità fino alla fine, utilizzando sapientemente lunghe scene di dialogo e un montaggio che alterna presente e passato. Il film ricorda in alcuni elementi “La verità“, diretto dal maestro Henri-Georges Clouzot nel 1960 e con un’indimenticabile Brigitte Bardot, specialmente nella sua esplorazione delle profondità dell’animo umano di fronte alla Legge a volte statica e superficiale, e nell’uso del processo come dispositivo narrativo per svelare gli strati più profondi della storia.

Sandra Hüller offre una performance straordinaria, costruendo un personaggio sfaccettato che sfugge a facili categorizzazioni. La sua interpretazione di straniera in una terra straniera – che negli interrogatori in tribunale alla fine preferisce parlare in inglese piuttosto che in francese, lingua che conosce meno – riesce a mantenere un’ambiguità che tiene lo spettatore in costante tensione, contribuendo significativamente alla forza del film.

Fra i numerosi premi vinti in tutto il mondo, questa pellicola ha ottenuto la Palma d’Oro a Cannes nel 2023 e l’Oscar come migliore sceneggiatura sempre nel 2023, confermandosi come uno dei film più significativi degli ultimi anni.

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“La verità” di Henri-Georges Clouzot

(Francia, 1960)

Con questo film Brigitte Bardot entra ufficialmente nel firmamento delle stelle del cinema.

Ma non è certo questo il suo pregio più importate. Dietro la macchina da presa, infatti, c’è Henri-Georges Clouzot, uno dei migliori registi noir transalpini (che ebbe un periodo oscuro alla fine della Seconda Guerra Mondiale e venne accusato, con il suo “Il corvo” di fare propaganda al nazifascismo, tesi che poi molti intellettuali francesi – soprattutto di sinistra – confutarono permettendogli così di tornare a lavorare, motivo per cui nella locandina del film è assente il cognome Clouzot) che tanti paragonano giustamente al maestro Alfred Hitchcock.

Scritto dallo stesso Clouzot insieme ad altri cinque autori – fra cui sua moglie Vera Clouzot e la scrittrice attivista Christiane Rochefort, nota per i suoi libri dedicati alla sessualità femminile e alla lotta per l’emancipazione delle donne – “La verità” ci racconta la tortuosa vita di Dominique Marceau (la Bardot) accusata dell’omicidio di Gilbert, suo amante e fidanzato di sua sorella Annie.

In un classico Courtroom Drama in bianco e nero ripercorriamo con una serie di flashback e di testimonianze la vita – che molti considerano superficialmente “dissoluta” – della giovane e la sua relazione con il morto.

Attraverso poi gli occhi cinici dell’avvocato Eparvier (Paul Meurisse) che rappresenta la madre di Gilbert, e quelli dell’avvocato Guérin (Charles Vanel) che difende l’imputata, cogliamo il perbenismo più ipocrita della società francese di quegli anni.

Perché la colpa più grande e inaccettabile di Dominique è quella di voler vivere libera e fuori dalle “bigotte” regole sociali e, soprattutto, quello di essere bella e prorompente come la Bardot, che tutti volenti o nolenti vorrebbero possedere…

Nella versione che venne distribuita allora nel nostro Paese, le scene “troppo scabrose” per il mercato italiano vennero censurate, cosa che ancora oggi ci ricorda perché “…tutto il mondo sospirò!” quando BB apparve sullo schermo.

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