(USA, 1976)
Gente, qui parliamo di uno dei primi capolavori di John Carpenter che già mostrava il talento distintivo del regista destinato a diventare un maestro del cinema di genere.
Girato con un budget estremamente limitato di soli 100.000 dollari, questo thriller d’azione urbano racconta la storia di un commissariato di polizia in via di chiusura nel distretto 13 di Los Angeles, che si ritrova sotto assedio da parte di una banda di criminali determinati a uccidere per vendicarsi.
Ciò che colpisce di questo film è l’efficacia con cui Carpenter crea tensione utilizzando mezzi semplici ma efficaci. La colonna sonora minimalista (composta superbamente dallo stesso Carpenter), l’illuminazione essenziale e l’ambientazione claustrofobica contribuiscono a creare un’atmosfera di minaccia costante.
Austin Stoker nei panni del tenente Bishop e Darwin Joston in quelli del detenuto condannato a morte Napoleone Wilson, offrono due interpretazioni convincenti, con Wilson che emerge come un anti-eroe affascinante nella migliore tradizione carpenteriana.
Il film si distingue per alcune scene di violenza sorprendentemente crude per l’epoca, inclusa una famigerata sequenza che rimane scioccante anche per gli standard odierni. Carpenter – che nella sequenza si ricava un piccolo cameo nei panni di uno dei numerosissimi assalitori affamanti di sangue – non esita a mostrare la brutalità urbana in modo diretto, stabilendo un tono che influenzerà molti dei suoi lavori successivi.
“13° distretto: le brigate della morte” deve molto a “La notte dei morti viventi” di George Romero e ai western di Howard Hawks (in particolare “Un dollaro d’onore”), creando un ibrido di generi che avrebbe definito lo stile inconfondibile di Carpenter.
Nonostante qualche imperfezione tecnica dovuta al budget limitato, il film rimane un esempio eccellente di cinema indipendente americano degli anni ’70 e un’opera fondamentale nella filmografia di Carpenter che anticipa i temi e le tecniche che il regista avrebbe perfezionato in “Halloween” e “La cosa”.
Insomma: un cult assoluto.
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