“La Rosa Purpurea del Cairo” è una delle opere più affascinanti della filmografia di Woody Allen, un gioiello cinematografico che esplora il confine sottile tra fantasia e realtà.
Ambientato durante la Grande Depressione, il film racconta la storia di Cecilia (interpretata magnificamente da Mia Farrow), una cameriera infelice, ma che trova conforto nella magia del cinema. La sua esistenza grigia, segnata da un matrimonio fallimentare con Monk (un bravissimo Danny Aiello) un marito disoccupato alcolista e violento, viene illuminata solo dalle ore trascorse nella piccola sala cinematografica locale.
La svolta surreale avviene quando Tom Baxter (che ha il viso di Jeff Daniels), protagonista del film “La Rosa Purpurea del Cairo”, esce letteralmente dallo schermo per incontrare la sua più grande ammiratrice. Questo espediente narrativo geniale permette ad Allen di esplorare una delle sue tematiche preferite: il potere trasformativo dell’arte e l’illusione come rifugio.
Ciò che rende il film straordinario è la sua stratificazione: è contemporaneamente una commedia romantica, una riflessione meta-cinematografica e una parabola amara sulla vita. Allen gioca magistralmente con i livelli di realtà, creando una storia che è tanto incantevole quanto malinconica.
La conclusione del film è profondamente toccante e rappresenta la perfetta metafora dell’esperienza cinematografica: i sogni proiettati sullo schermo offrono una temporanea via di fuga, ma inevitabilmente le luci si riaccendono e dobbiamo confrontarci con la realtà delle nostre vite.
La fotografia di Gordon Willis, con le sue tonalità seppia che contrastano il mondo reale con quello del cinema in bianco e nero, contribuisce a creare questa struggente dicotomia visiva tra sogno e realtà.
“La Rosa Purpurea del Cairo” rimane una delle riflessioni più poetiche sul potere del cinema di trasportarci altrove, pur riconoscendo, con malinconica saggezza, che quella magia ha inesorabilmente i suoi limiti temporali. Un film sul cinema che diventa esso stesso dimostrazione del perché amiamo tanto la settima arte.
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Con “Ombre e nebbia” Woody Allen ci porta in un territorio inusuale per il suo stile, ma non per il suo spirito irrequieto e curioso. Questo film del 1991, girato interamente in un bianco e nero meravigliosamente espressionista, è una sorta di omaggio al genio di Franz Kafka e al cinema muto, ai thriller noir degli anni ’30 e a quel mondo visionario che registi come Fritz Lang e Friedrich Wilhelm Murnau hanno saputo creare. Per girarlo, la produzione ha realizzato un set di oltre 2.000 metri quadrati, uno dei più grandi mai creati a New York.
Tratto dal racconto “Morte” che lo stesso Allen pubblicò nel 1972 nella raccolta “Citarsi addosso” – poi ripubblicata nel nostro Paese col titolo “Senza piume” nel 2023 – la trama del film segue Kleinman, interpretato dallo stesso Allen, un uomo qualsiasi che si trova, suo malgrado, coinvolto in una caccia a un misterioso assassino che terrorizza una città avvolta dalla nebbia. Sembra quasi una fiaba, ma di quelle oscure, dove il protagonista si muove senza una vera direzione, perso in un mondo popolato da figure eccentriche, tutte in qualche modo distaccate dalla realtà. La caccia all’assassino, in fondo, è solo una scusa per esplorare i grandi temi che Allen ama affrontare: la paura, l’incertezza, il significato (…o la mancanza di significato) dell’esistenza.
L’atmosfera onirica è resa perfettamente grazie a una regia che non ha paura di prendersi i suoi tempi e un cast di altissimo livello: oltre a Mia Farrow, ci sono John Malkovich, Jodie Foster, Kathy Bates, John C. Reilly, Madonna e tanti altri come John Cusack, che poi interpreterà il delizioso “Pallottole su Broadway” diretto dallo stesso Allen nel 1995. Ognuno dei personaggi interpreta una piccola parte di questo strano mosaico umano. Ciascuno è alla ricerca di qualcosa, e come spesso accade nei film di Allen, alla fine non trovano molto, se non ulteriori domande.
“Ombre e nebbia” è un film che non offre risposte semplici né confortanti. È un’opera che ti lascia con la sensazione che tutto sia effimero e fugace, come la nebbia che copre e scopre le strade della città senza nome, fotografata superbamente da Carlo Di Palma. Allen non ci risparmia il suo umorismo sottile e intellettuale, ma qui è più cupo, quasi cinico, come se volesse ricordarci che la vita, alla fine, è solo una lunga serie di tentativi di sfuggire alle nostre paure.
Non è un film facile o convenzionale. Chi ama il Woody Allen più leggero e spensierato, quello delle commedie romantiche o dei dialoghi fulminanti, potrebbe trovare questo lavoro troppo distante dai suoi gusti. Ma per chi è disposto a seguire Allen in questa incursione nel crepuscolo, “Ombre e nebbia” è un’esperienza affascinante, che riflette sul cinema, sulla filosofia e sulla nostra fragile condizione umana.
Molti critici, soprattutto quelli italiani, hanno paragonato giustamente questa malinconica e divertente pellicola di Woody Allen ad “Amarcord” di Federico Fellini.
Infatti, il genio newyorkese, che non appare nel film anche se è sua la voce narrante (doppiata come sempre in maniera sublime da Oreste Lionello nella nostra versione) ci trasporta agli inizi degli anni Quaranta nel Queens, quartiere periferico della Grande Mela dove è nato e cresciuto.
E attraverso gli occhi del giovane Allan Stewart Königsberg alias Joe (Seth Green) riviviamo quegli anni funestati dall’ombra della guerra che si combatteva in Europa, e il cui centro nevralgico emozionale e culturale era la radio.
Così seguiamo la routine quotidiana che si consuma nella casa dove vive Joe assieme ai suoi genitori (la madre è interpretata da Julie Kavner, attrice che collaborerà molto con Allen e che dal 1989 dona la voce originale a Marge Simpson nei mitici “I Simpsons“) condivisa per pure ragioni economiche con gli zii Abe (Josh Mostel, figlio di Zero Mostel attore vittima del maccartismo e che con Allen ha interpretato un ruolo semi-autobiografico su quegli anni ne “Il prestanome” di Martin Ritt) Ceil e la loro figlia adolescente, zia Bea (Dianne West) eternamente in cerca della sua anima gemella e i nonni.
L’unico grande mezzo di fuga dalle fatiche e dalle delusioni della vita quotidiana è la radio attraverso la quale si possono vivere avventure e viaggi fantastici, e i cui protagonisti in realtà sono, loro malgrado, molto reali come per esempio Sally White (Mia Farrow) che da semplice venditrice di sigari nei nightclub diventa incredibilmente la protagonista di un programma radiofonico di gossip tutto suo. Cameo pregiato per Diane Keaton che si esibisce come cantante in una serata radiofonica.
Memorabile, e molto “felliniana”, è la scena in cui Joe viene portato per la prima volta al cinema ed entra nel maestoso e splendido “Radio City Music Hall” nel quale proiettano “Scandalo a Filadelfia” di George Cukor.
Per amanti di Woody Allen e nostalgici doc.
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Da molti considerato un immaginario seguito di “Io e Annie”, questo “Hannah e la sue sorelle” è il successo più ampio di pubblico e critica degli anni Ottanta firmato da Woody Allen. Critica che osannò – forse giustamente – molto di più quel capolavoro che è “Zelig”, che invece il pubblico accolse con molta – inspiegabile oggi – freddezza rispetto a questo.
Oltre ad alcuni elementi palesi di “Io e Annie”, in questo film Allen ci mette molto del suo amore per Ingmar Bergman. Le protagoniste del film sono tre sorelle, così come nel suo bergmaniano puro “Interiors” del 1978, c’è la ricerca drammatica del senso della vita e, infine, l’attore simbolo del cinema bergmaniano Max Von Sydow. Il tutto miscelato ovviamente con la geniale ironia del cineasta newyorkese.
Hannah (Mia Farrow), Holly (Dianne West) e Lee (Barbara Hershey) sono tre sorelle che vivono a New York. Le loro esistenze si intrecciano fra amore, sostegno, competizione e invidia. Hannah è un attrice di prosa di successo, felicemente sposata con Eliot (Michael Caine), un consulente economico anche lui di notevole successo. Quando questo si accorge di essere attratto da Lee, che convive con Frederick (Von Sydow) un noto pittore molto più grande di lei, rimane sorpreso dall’essere ricambiato. Holly cerca di seguire le impronte di Hannah in teatro, ma senza riuscirci. Mickey (lo stesso Allen), primo marito di Hannah, è un autore televisivo di successo che entra in crisi quando crede di avere un tumore. Le cose cambieranno per tutti grazie alla fortuna – tema tanto caro ad Allen – all’amore e alla fiducia in se stessi.
Superbo film corale che funziona come un orologio svizzero, con qualche battuta davvero stellare.
Premio Oscar – strameritato – per la Migliore Sceneggiatura Originale, e a Michael Caine e Diane West come Migliori Attori non Protagonisti. In un piccolo ruolo appare anche un giovane John Turturro, che quasi trent’anni dopo dirigerà lo stesso Allen in “Gigolò per caso”.
Woody Allen è sparito dentro il suo stesso film. E lo ha fatto con tale maestria che ci sono voluti più di quarant’anni perché il mondo se ne accorgesse davvero.
“Zelig” arriva nel 1983 come un oggetto non identificato nel panorama della commedia americana: né carne né pesce, né documentario né fiction, né semplice parodia né saggio filosofico. È tutte queste cose insieme, cucite con il filo invisibile di chi sa esattamente quello che sta facendo ma preferisce non dirtelo. Il pubblico dell’epoca non sapeva dove metterlo, e allora lo mise da parte. Fu un mezzo flop commerciale. Oggi è considerato uno dei capolavori assoluti del cinema mondiale. La storia, come al solito, ha avuto l’ultima parola.
Il film è costato ad Allen più di qualsiasi altro suo progetto, e non solo in termini economici, ma anche di ingegno tecnico e ossessione artigianale. Il materiale d’archivio degli anni Venti e Trenta è stato fuso con le sequenze girate appositamente in bianco e nero attraverso un lavoro di effetti speciali che ancora oggi lascia basiti per la sua precisione. Leonard Zelig compare accanto a Babe Ruth, scherza con Jack Dempsey e applaude in divisa nazista dietro ad Hitler, e ci credi. Non perché sei ingenuo, ma perché Allen ha costruito ogni inquadratura con la cura di un falsario che rispetta troppo l’originale per farne una banale copia.
Eppure al botteghino fu una delusione.
Non è difficile capire perché, col senno di poi. Il pubblico del 1983 aveva già imparato ad amare Woody Allen — lo aveva seguito dalla comicità fisica e surreale di “Prendi i soldi e scappa” fino alla malinconia sofisticata di “Manhattan” — ma si aspettava qualcosa di riconoscibile. Qualcosa che somigliasse alla sua firma. E invece Allen aveva deciso di scomparire dentro il formato, di fare del mezzo il messaggio, di trasformare la parodia del documentario in uno strumento filosofico. Non era quello che il pubblico cercava, anche se era quello di cui aveva bisogno.
Il confronto con “Prendi i soldi e scappa” è inevitabile, e rivela tutto. Anche lì c’era un finto documentario, anche lì un antieroe buffo e sconfitto al centro della scena. Ma Virgil Starkwell era un personaggio comico nel senso pieno e classico del termine: una macchina da gag, un corpo che inciampava nel mondo con risultati esilaranti. Le sue disavventure erano surreali, puro slapstick, liberatorie. Si rideva di lui con la leggerezza di chi sa che il confine tra la fiction e la realtà è ben segnato.
Leonard Zelig, invece, non ti permette quella distanza.
Zelig è un uomo che non esiste. O meglio: è un uomo che esiste solo nella misura in cui riesce da assomigliare a chi ha intorno. In presenza di medici diventa medico. Tra gli obesi ingrassa. Tra gli afroamericani scurisce la pelle. Tra i nazisti — e questa è forse la sequenza più disturbante e necessaria del film — si trasforma in uno di loro. Non è cattiveria. Non è debolezza. È qualcosa di molto più inquietante: è il bisogno disperato di essere accettato, il terrore di esistere senza un contesto che ti definisca, l’incapacità di reggere il peso di una propria identità.
Allen costruisce intorno a questo personaggio un’architettura narrativa che parla di conformismo, di massa, di identità liquida: concetti che negli anni Ottanta erano tutt’altro che risolti. Non a caso “Zelig” viene analizzato ancora oggi nei corsi universitari di psicologia sociale, di storia, di teoria del cinema. Non perché sia un film difficile — è anzi godibilissimo, pieno di humour sottile e di trovate visive memorabili — ma perché tocca qualcosa che non passa.
Mia Farrow nei panni della psichiatra Eudora Fletcher è la spalla perfetta: lucida, tenera, capace di contenere senza soffocare. Il suo è l’unico personaggio che veda davvero Zelig, non il fenomeno ma l’uomo, e questa è forse la cosa più romantica che Allen abbia mai messo in scena, nascosta com’è dentro una satira fredda e chirurgica.
“Zelig” è un film sull’invisibilità volontaria, sul prezzo della normalità, sulla violenza silenziosa dell’omologazione. Ma è soprattutto un film onesto, nel senso più raro del termine: Allen non guarda Zelig dall’alto, non lo giudica, non lo assolve. Lo riconosce. E in quel riconoscimento — in quella confessione travestita da commedia — sta il suo gesto più coraggioso.
Siamo tutti un po’ Leonard Zelig. Tutti abbiamo cambiato voce in una stanza sbagliata, sorriso a un’opinione che non condividevamo, modificato qualcosa di noi per non disturbare il paesaggio. La domanda che Allen lascia nell’aria, senza risponderle, è semplice e feroce: fino a dove?
Un capolavoro immutabile, come tutte le cose vere.
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C’è un tipo di malinconia che fa ridere, e un tipo di comicità che fa venire un nodo alla gola: Woody Allen, quando è in stato di grazia, riesce a farli coincidere nello stesso fotogramma. Il 27 gennaio del 1984, quando Broadway Danny Rose arriva nelle sale americane, il regista newyorchese firma una delle sue fotografie più riuscite del mondo dello spettacolo di seconda fascia, quello fatto di camerini polverosi, agenti squattrinati e sogni che non decollano mai davvero.
Come piace tanto ad Allen, che di espedienti narrativi ne ha sempre avuti in abbondanza, il film non si limita a raccontare una storia: la fa ricostruire, tavolino dopo tavolino, da un gruppo di vecchi agenti e comici che si scambiano aneddoti in un locale newyorchese. Fra loro c’è, senza travestimenti di finzione, il vero Jack Rollins, storico produttore dello stesso Allen e, tanto per dare la misura del personaggio, anche del David Letterman Show. È un espediente che Allen userà e affinerà più volte nella sua filmografia, quello della memoria collettiva che si fa racconto corale, ma qui ha un sapore particolare: sembra davvero di essere seduti a quel tavolo, ad ascoltare vecchie glorie di un mestiere che non esiste quasi più.
Al centro di questi ricordi c’è Danny Rose, piccolo agente teatrale interpretato dallo stesso Woody Allen, uomo capace di rappresentare i clienti più improbabili del panorama newyorchese: ballerini in ciabatte, pinguini ammaestrati, cantanti dalla voce incerta. È un personaggio che vive di ottimismo cronico e di un’etica professionale quasi commovente nella sua ingenuità: l’ennesima variazione narrativa sull’uomo piccolo travolto da eventi più grandi di lui.
L’episodio più significativo che il gruppo rievoca riguarda il rapporto tra Danny e il cantante Lou Canova, interpretato da Nick Apollo Forte, personaggio che incarna alla perfezione l’archetipo del crooner italoamericano decaduto, sospeso fra vanità e insicurezza. A Danny tocca il compito, tanto delicato quanto rischioso, di “custodire” durante un evento pubblico l’amante di Lou, Tina Vitale, una prosperosa femme fatale interpretata da Mia Farrow in una delle sue prove più sorprendenti, lontanissima dalla fragilità che il pubblico associava alle sue interpretazioni precedenti con lo stesso Allen. Farrow costruisce un personaggio duro, diffidente, dal linguaggio tagliente, e il contrasto fisico e caratteriale con il piccolo agente nevrotico che le sta accanto genera gran parte della comicità e, insieme, della tenerezza del film.
Gordon Willis, direttore della fotografia che aveva già firmato capolavori come Manhattan e Io e Annie, sceglie qui un bianco e nero elegante e vagamente nostalgico, capace di restituire una New York che sembra già ricordo di se stessa nel momento stesso in cui viene filmata. È una scelta che rafforza il senso di favola metropolitana che pervade tutto il film, come se ogni scena fosse già raccontata al passato, filtrata dalla memoria affettuosa di chi quel mondo lo ha vissuto davvero.
Non è fra i titoli di Woody Allen che di solito vengono ricordati per primi, schiacciato nella memoria collettiva da opere più ambiziose e più celebrate uscite nello stesso decennio. Eppure Broadway Danny Rose è davvero una piccola perla: un film che parla di lealtà, di fallimento e di quella strana dignità che si nasconde in chi continua a credere nei propri sogni anche quando tutto intorno suggerisce di arrendersi.
Da recuperare, magari in una serata in cui si ha voglia di ridere e commuoversi nello stesso respiro, con la stessa naturalezza con cui Danny Rose continuava a credere nei suoi improbabili artisti. E poi si può apprezzare Woody Allen/Danny Rose che si esibisce come comico fra il pubblico di un grande albergo. Anche se la scena dura molto poco e Allen veste i panni di un comico destinato a fallire e poi a fare come ripiego l’agente, ci sono due o tre fulgidi lampi di quelle che furono le sue vere, giovanili ed esilaranti esibizioni.
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