“Ratataplan” di Maurizio Nichetti

(Italia, 1979)

Questa pellicola segna l’esordio alla regia del poliedrico Maurizio Nichetti, non a caso prodotta da Franco Cristaldi, che dimostrò grande intuizione nel sostenere questo progetto innovativo e sperimentale per il cinema italiano del tempo.

Il film rappresenta una ventata d’aria fresca nel panorama cinematografico dell’epoca, fondendo elementi del cinema muto con la tradizione della commedia all’italiana più classica. Nichetti, che oltre a dirigere è anche protagonista, interpreta Colombo: un giovane ingegnere precario che per sbarcare il lunario fa il cameriere in un bar, muovendosi in una Milano industriale fredda e nebbiosa – che di lì a poco diventerà quella famigerata “Milano da bere” degli edonistici anni Ottanta – città dove cerca di realizzare i suoi sogni romantici e professionali.

L’aspetto più rivoluzionario dell’opera sta nel suo linguaggio cinematografico: quasi privo di dialoghi, il film si affida principalmente alla mimica, ai rumori e alla musica, creando situazioni surreali e poetiche che rimandano ai grandi maestri del cinema muto come Charlie Chaplin e Buster Keaton. E proprio alla scena finale dello splendido “Tempi moderni” di Chaplin, Nichetti si rifà per quella finale di questa pellicola, in cui si ritrova con la ragazza degli stracci interpretata da Angela Finocchiaro. La scelta di questo registro non è un mero esercizio di stile, ma serve a sottolineare l’alienazione e l’incomunicabilità della società contemporanea.

Particolarmente riuscite sono le sequenze in cui Colombo costruisce i macchinari ideati per realizzare i suoi desideri e che sembrano poi acquistare vita propria, così come le scene di vita quotidiana trasformate in coreografie quasi dadaiste. Il film riesce nell’intento di far ridere senza ricorrere alla battuta facile, costruendo la comicità su situazioni visive e gag fisiche perfettamente orchestrate.

La produzione di Cristaldi si rivela fondamentale non solo per aver dato fiducia a un regista esordiente, ma anche per aver garantito al film una qualità tecnica e una distribuzione che ne hanno permesso il successo. La fotografia nitida e la precisione del montaggio contribuiscono a valorizzare le performance fisiche degli attori e la costruzione meticolosa delle scene comiche.

“Ratataplan” si distingue anche per la sua critica sociale sottile ma efficace: attraverso il protagonista il film affronta temi come la difficoltà dei più giovani, anche se titolati, ad entrare nel mondo del lavoro, la disumanizzazione della società industriale e la solitudine delle metropoli moderne. Tutto mantenendo sempre un tono leggero e poetico che rende la visione godibile fino all’ultimo fotogramma.

Il film rappresenta un importante esempio di come il cinema italiano della fine degli anni Settanta stesse cercando nuove strade espressive, allontanandosi sia dalla commedia tradizionale che dal cinema politico dell’epoca. Il successo di pubblico e critica ottenuto da “Ratataplan” dimostrò che c’era spazio anche per un cinema diverso, capace di sperimentare con linguaggi nuovi pur mantenendo un appeal popolare.

A distanza di oltre quarant’anni, “Ratataplan” rimane un’opera significativa nella storia del cinema italiano, un esempio di come si possa fare innovazione nel solco della tradizione, e una testimonianza del talento di Maurizio Nichetti come autore completo, capace di fondere regia, recitazione e scrittura in un linguaggio cinematografico personale e ben riconoscibile.

Ascolta gratuitamente questa e altre recensioni di libri, film e serie tv sul podcast il podcast “La Foglia d’Acanto” disponibile su Spotify, Amazon Music e YouTube.

“A che punto è la notte” di Nanni Loy

(Italia, 1994)

Cominciamo dal fatto che sono un fan di Carlo Fruttero e Franco Lucentini, e che il loro omonimo romanzo è fra i miei preferiti in generale.

Aggiungiamoci pure che ad adattarlo per la televisione ci lavora Nanni Loy (coadiuvato da Laura Toscano e Franco Marotta post “Pompieri” e pre “Commesse”) e che da dietro la macchina da presa Loy dirige un grande e crepuscolare Marcello Mastroianni (già minato dalla malattia che pochi mesi dopo lo vincerà) attorniato da un cast di prim’ordine: Max von Sydow, Angela Finocchiaro, Leo Gullotta, Carlo Monni, Ennio Fantastichini, Sergio Fantoni e Alessandro Haber solo per citarne alcuni.

Il commissario Salvatore Santamaria (che Mastroianni aveva già interpretato vent’anni prima nello splendido “La donna della domenica” di Luigi Comencini, tratto sempre dal romanzo di Fruttero & Lucentini) si trova a dover risolvere lo strano caso dell’omicidio di Don Pezza (Carpentieri), prete fuori gli schemi e in odore di eresia, che viene fatto saltare in aria durante una predica.

Questo “A che punto è la notte” è forse l’ultima grande produzione Rai, prima che la parola sceneggiato venga definitivamente sostituita con quella più asettica e commerciale di “fiction”.

E’ un piacere vedere la mano di Loy (destinato anch’egli a scomparire pochi mesi dopo la messa in onda di questa sua ultima opera) che caratterizza il racconto visivo, e che è capace di attingere direttamente da quello che fu il nostro splendido cinema.

Per veri intenditori.