Mike Newell, regista inglese di grande esperienza – autore, fra gli altri, di film come “Ballando con uno sconosciuto”, “Quattro matrimoni e un funerale” e ”Donnie Brasco” – firma una sfiziosa e insolita commedia ambientata nel mondo dell’aeronautica civile, con un cast che poco tempo dopo sarebbe diventato stellare.
Nick Falzone (John Cusack) è uno dei migliori controllori di volo del centro di controllo aereo di New York che gestisce il traffico di tre aeroporti: il “J.F.K:”, il “La Guardia” e il “Newark”, praticamente uno dei centri nevralgici aerei degli USA.
Anche se il suo è uno dei lavori più alienanti al mondo – per cui molti colleghi diventano preda di gravi e devastanti esaurimenti nervosi – Nick conduce una vita tranquilla e appagante.
E’ felicemente sposato con Connie, sua fidanzata del liceo – interpretata da una splendida Cate Blanchett che come bravura forse batte tutti in questo film – ha due figli e qualche serena storia extraconiugale.
Ma a rompere il candido equilibrio arriva l’enigmatico quanto affascinante collega Russell Bell (Billy Bob Thornton), un controllore forse ancora più bravo di lui, con una moglie tanto giovane quanto sensuale, “incarnata” – è proprio il caso di dirlo… – da una straripante Angelina Jolie, ma…
Davvero una pellicola avvincente, da vedere, anche se possiede una sorta di “maledizione” visto che spesso – suo malgrado – riporta alla mente immagini funeste.
Su tutte l’inquadratura finale, nella quale appare la scritta “The End” in cui un grande jet di linea passa accanto alle Torri Gemelle.
L’11 settembre 2001 ha cambiato il mondo, a partire dal nostro immaginario.
Nel 1971, mentre l’Italia della fine del miracolo economico si godeva le sue auto nuove e i suoi elettrodomestici, Dino Risi decide di rovinare la festa. Gira un film che è uno schiaffo in piena faccia al Paese, un film che usa la commedia all’italiana non per far ridere ma per far male. E ci riesce benissimo.
Per ricordare le donne e gli uomini di legge italiani caduti sotto l’infame mano della grande criminalità organizzata – da Giovanni Falcone a Paolo Borsellino, da Carlo Alberto Dalla Chiesa a Rosario Livatino – voglio parlare di uno dei più belli e controversi giudici mai rappresentati sul grande schermo: Mariano Bonifazi, interpretato da uno stratosferico Ugo Tognazzi che, in questa pellicola scritta da Age e Furio Scarpelli, vince ai punti contro un altrettanto cosmico Vittorio Gassman, che invece dona vita all’industriale corrotto e corruttore Lorenzo Santenocito.
Bonifazi è un giudice istruttore della vecchia guardia, uno di quelli che credono ancora nella legge come strumento di giustizia e non come ingranaggio burocratico. Vive solo, mangia male, dorme poco. La sua vita è il lavoro, e il lavoro è una battaglia quotidiana contro un sistema che sta marcendo dall’interno. Tognazzi lo interpreta con una serietà assoluta, senza cedere mai alla tentazione della macchietta. Non c’è traccia del Tognazzi comico, del mattatore delle commedie sexy. Qui c’è un attore che si spoglia di tutto per diventare un uomo ossessionato dall’idea di giustizia, un uomo che sa di stare perdendo ma continua a combattere perché è l’unica cosa che sa fare.
Dall’altra parte c’è Santenocito, imprenditore di successo, uomo di mondo, che si muove tra ricevimenti, ville lussuose e corruzione sistemica con la disinvoltura di chi ha capito come funziona davvero il mondo. Gassman costruisce un personaggio che non è il cattivo da cartone animato: è peggio, è uno di noi che ha scelto la strada più facile, quella dove i principi si vendono al miglior offrente e dove l’importante è stare sempre dalla parte giusta, cioè quella dei vincenti. E Gassman, con quella sua eleganza naturale, con quella capacità di essere affascinante anche quando interpreta la corruzione morale, rende Santenocito tremendamente credibile. Lo riconosci, perché ne hai incontrati tanti nella vita vera.
Il film è una battaglia verbale tra questi due titani. Risi costruisce la tensione non attraverso inseguimenti o sparatorie, ma attraverso interrogatori estenuanti, dialoghi serrati, silenzi carichi di significato. La macchina da presa resta quasi sempre ferma, come in un teatro, perché quello che conta sono le parole, gli sguardi, le piccole vittorie e le grandi sconfitte che si consumano in una stanza chiusa.
Age e Scarpelli confezionano dialoghi taglienti dove ogni battuta è un pezzo di Italia che si rivela. Non c’è retorica, non ci sono buoni contro cattivi. C’è la rappresentazione spietata di un Paese che ha deciso di voltare pagina, di dimenticarsi dei principi per abbracciare il cinismo.
Chi non appartiene alla mia generazione e non ha visto questo film, forse non può comprendere a pieno la vera storia della nostra società e della nostra politica di questi ultimi cinquant’anni. Perché questo è lo specchio in cui l’Italia ha guardato se stessa e ha deciso che non le piaceva quello che vedeva, così ha scelto di girare la testa e fare finta di niente.
C’è una scena, a metà film, che da sola vale tutto: Bonifazi e Santenocito si incontrano in un ristorante. Non è un interrogatorio ufficiale, è una chiacchierata tra due uomini intelligenti che si rispettano pur essendo su fronti opposti. Santenocito spiega con pacata arroganza che il mondo è cambiato, che la morale di una volta non funziona più, che bisogna adeguarsi. E Bonifazi ascolta, impassibile, sapendo che quell’uomo ha ragione dal punto di vista pragmatico ma torto dal punto di vista etico. È il confronto tra due Italie: quella che potevamo essere e quella che siamo diventati.
La scena finale del film ce la dice lunga su quanto, e se, gli italiani sono cambiati e sul perché delle loro scelte sociali e politiche. Come sempre non voglio rovinarla per chi non l’ha vista, ma quella sequenza con le bandiere, con l’euforia collettiva, con la festa che cancella tutto, è la sintesi perfetta di un Paese che ha scelto di vivere nell’eterno presente, di dimenticare i problemi dietro una vittoria sportiva, di sostituire i principi con il tifo.
Questo film è di fatto un documento storico e civile sul nostro Paese che andrebbe studiato a scuola. Perché mentre studiavamo le guerre puniche, la vera storia dell’Italia contemporanea si consumava nelle aule di tribunale, nei compromessi quotidiani tra legalità e convenienza.
A distanza di ben oltre cinquant’anni non è invecchiato di un giorno. Anzi, è diventato più attuale, più necessario. Perché nel frattempo abbiamo avuto Tangentopoli, le stragi di mafia, i processi infiniti e le prescrizioni. Abbiamo avuto la conferma che quel Paese raccontato da Risi non era un’eccezione ma la regola, non era un momento di passaggio ma la nostra condizione permanente.
E alla fine capisci che Risi non ha raccontato solo l’Italia degli anni Settanta. Ha raccontato l’Italia di sempre, quella che siamo stati, che siamo, e che probabilmente continueremo a essere. Un Paese dove gli eroi veri, come Bonifazi, restano soli e spesso vengono sconfitti, mentre i Santenocito prosperano e muoiono nel loro letto circondati dall’affetto dei familiari e dal rispetto della comunità.
Un capolavoro amaro, necessario, imprescindibile per chiunque voglia capire davvero questo Paese così complicato, così contraddittorio, così disperatamente umano.
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Ogni volta che vedo un film di Ken Loach non posso fare a meno di pensare alle opere immortali di Pier Paolo Pasolini e Fabrizio De André dedicate agli ultimi della società.
Questo commovente film, ambientato nella fredda Glasgow, ci racconta la storia di Robbie (un bravissimo Paul Brannigan), figlio irrequieto della periferia che, ancora giovanissimo, ha già fatto la sua esperienza di carcere per avere massacrato di botte – sotto l’effetto della cocaina – un coetaneo per futili motivi.
Il suo destino sembra segnato dall’ambiente senza speranza in cui vive ma Leonie, la sua compagna, sta per partorire e Robbie cerca in ogni maniera di cambiare vita.
A dargli un’ultima possibilità sarà – involontariamente – l’assistente sociale Harry che lo sorveglia durante i suoi lavori socialmente utili, avvicinandolo casualmente al mondo degli estimatori dei whisky pregiati…
Una bellissima commedia della speranza nella grande tradizione del Free Cinema inglese di cui Loach è ancora e sempre il più grande e rappresentativo autore. Ogni opera del regista inglese è una grande ode civile.
E pensare che anche noi una volta facevamo film così …sob!
Una strega tredicenne che fa la fattorina per pagarsi l’affitto. Detto così sembra pochissimo. Eppure “Kiki – Consegne a domicilio” è uno dei film più belli che Hayao Miyazaki abbia mai realizzato — e considerando la concorrenza, non è un’affermazione da prendere alla leggera.
Era il 1989 e in Italia Hayao Miyazaki era ancora un nome per pochi, legato soprattutto alle serie televisive “Le avventure di Lupin III“, “Heidi” e “Il fiuto di Sherlock Holmes“, mentre in Giappone il maestro creatore di Totoro usciva con un film su una ragazzina, una scopa e un gatto nero — e cambiava per sempre il modo di raccontare l’adolescenza al cinema.
“Kiki“ arriva un anno dopo “Il mio vicino Totoro” e due anni prima di “Porco Rosso“, e si inserisce nel periodo d’oro dello Studio Ghibli in cui Miyazaki sembrava capace di toccare ogni storia e trasformarla in qualcosa di straordinario. La fonte letteraria è il romanzo di Eiko Kadono, pubblicato in Giappone nel 1985. E’ la storia di una giovane strega che, seguendo un’antica tradizione, lascia la casa dei genitori per trascorrere un anno da sola in una città sconosciuta, imparando a cavarsela con le proprie forze e con la sua unica dote speciale: il volo su scopa.
Ma ridurre “Kiki” a una storia di magia e di formazione sarebbe come dire che “La bella e la bestia” è solo un racconto di animali parlanti. Miyazaki prende lo spunto della Kadono e lo trasforma in qualcosa di più profondo e universale: un film sull’identità, sulla crisi creativa, sulla solitudine di chi si ritrova a costruirsi da zero in un ambiente estraneo. Kiki non è una protagonista infallibile e trionfante; è una ragazza che a tratti si sente inadeguata, che perde temporaneamente il suo potere di volare proprio quando la pressione emotiva si fa insostenibile. È, in parole povere, una storia sull’essere adolescenti e sul delicato equilibrio tra ciò che siamo e ciò che gli altri si aspettano da noi.
La città immaginaria in cui Kiki approda — ispirata a Stoccolma e a Lisbona, con qualche tocco di Parigi — è uno di quei luoghi miyazakiani che vorresti abitare: stradine acciottolate che scendono verso il mare, forni profumati di pane caldo, tetti da cui si vede il tramonto. Un’Europa sognata e reinventata, filtrata da uno sguardo straniero e quindi ancora più bella, liberata dal grigio del quotidiano e restituita alla sua luce più gentile.
E poi c’è Jiji, il gatto nero di Kiki, compagno fedele e voce della coscienza pratica della protagonista: uno dei personaggi animali più riusciti dell’intera filmografia ghibliana, capace di strappare sorrisi senza mai scivolare nella macchietta.
Come in ogni pellicola del grande regista, però, non è solo la trama che conta. Miyazaki è anzitutto un pittore, e ogni sua inquadratura è studiata con una cura che sfida qualsiasi paragone nel cinema d’animazione. Le atmosfere di “Kiki” sono sublimi: la luce del pomeriggio che filtra tra le tegole, le nuvole che corrono veloci sotto la scopa di una ragazzina in volo, il verde intenso delle colline fuori città. C’è una poesia silenziosa in certe sequenze — Kiki che guarda il mare dalla finestra, o che cammina da sola sotto la pioggia — che vale più di mille dialoghi.
Vale anche la pena ricordare che “Kiki” fu il film che sancì definitivamente il sodalizio tra Miyazaki e la Disney per la distribuzione occidentale, aprendo la strada a tutto ciò che sarebbe venuto dopo. Un film importante non solo artisticamente ma anche storicamente, nel racconto della traiettoria internazionale dello Studio Ghibli.
Da vedere, come ogni altro frutto dell’ingegno del maestro giapponese. E se lo avete già visto, questa è l’occasione perfetta per riscoprire quanto fosse bravo e quanto lo sia ancora.
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Allen Coulter – esperto regista televisivo di serie come “Millemiun”, “Sex & the City”, “I Soprano” e “Broadwalk Empire” – firma questa bella pellicola dedicata al mondo del classico cinema hollywodiano.
Il corpo di George Reeves (un bravissimo Ben Affleck che vince la Coppa Volpi alla Mostra del Cinema di Venezia), noto in tutti gli Stati Uniti per impersonare Superman in televisione, viene ritrovato senza vita nella sua camera da letto.
Per la polizia il suicidio è indubbio, mentre per la madre dell’attore no, e così incarica l’investigatore privato Louis Simo (Adrien Brody) di confutare la tesi ufficiale. Simo sarà costretto a infilarsi negli angoli più torbidi della mecca del cinema, scoprendo ipocrisie, favoreggiamenti e alla fine la triste e squallida verità.
Un bel noir nella più classica tradizione hollywoodiana, ispirato alla vera storia di George Reeves – che da una piccola parte in “Via col vento” aveva tentato di scalare l’olimpo del cinema ma rimase pateticamente imprigionato nel ruolo di Superman televisivo – che ritrae le immagini più squallide e dure del mondo del cinema.
Grande interpretazione anche di Diane Lane che si invecchia per dare vita a Toni Mannix, moglie di Eddie Mannix, boss della MGM interpretato dall’indimenticabile Bob Hoskins.
Per gli amanti del cinema in bianco e nero e non solo.
Una nonna con la schiena storta e una scarpa ortopedica che cigola. Un nipote silenzioso con le gambe come tronchi d’albero e gli occhi fissi sull’asfalto. Un cane grasso che abbaia alla televisione. E un pedalò nell’oceano. Sylvain Chomet costruisce il suo universo a partire da questi elementi improbabili, e il risultato è uno dei film d’animazione più originali e commoventi che il cinema europeo – e non solo – abbia mai prodotto.
“Appuntamento a Belleville” arriva nel 2003 come un oggetto non identificato, un universo visivo e sonoro in cui si entra come si entra in una vecchia fotografia ingiallita, con quella sensazione di aver già vissuto qualcosa che non si è mai vissuto davvero. Un film crepuscolare nel senso più bello del termine, che sa vivere in quel territorio sottile tra la malinconia e la tenerezza senza scivolare mai nel sentimentalismo facile.
L’esordio di Chomet alla regia di un lungometraggio è stato accolto dal mondo con una generosità che il film si era guadagnato sul campo: premi, riconoscimenti internazionali, due candidature all’Oscar — per il miglior film d’animazione e per la migliore canzone originale — e la consacrazione immediata di un autore che il cinema europeo aspettava senza saperlo. E inevitabilmente, come accade sempre quando un talento sorprende con un’opera prima di tale peso, i critici si sono affrettati a costruire paragoni. Il più ricorrente, e il più azzeccato, è quello con Hayao Miyazaki, il maestro giapponese dell’animazione d’autore. Ma c’è qualcosa di leggermente impreciso in questo confronto: Chomet non è la risposta europea a Miyazaki, è qualcosa di più specifico e forse di più appartato. È la risposta francese. E non è un dettaglio secondario, considerando che la Francia è il terzo paese al mondo per produzione di film d’animazione, con una tradizione e una sensibilità estetica che non devono nulla a nessuno.
La storia, nella sua linearità apparente, è quella di Madame Souza, una nonna minuta ma determinata come un chiodo arrugginito, che alleva da sola il nipotino Champion. Champion è un bambino silenzioso, introverso, che non sorride quasi mai e che trova nella bicicletta l’unica forma di espressione di sé che il mondo sembri capire. Chomet descrive questa relazione con una delicatezza che non ha bisogno di parole — il film è quasi privo di dialoghi — perché sa che certi legami si vedono, non si raccontano. Si vedono nel gesto di una nonna che compra una bicicletta invece di un giocattolo, che allena il nipote nella pioggia e nel vento, che rinuncia a capire ma non a sostenere.
Quando Champion, ormai adulto, viene rapito durante il Tour de France da due agenti in nero al servizio di una misteriosa organizzazione criminale, Madame Souza non esita un secondo. Lo insegue. Attraversa l’oceano su un pedalò, approda a Belleville — una metropoli grottesca e ipertrofica che sembra una New York vista attraverso uno specchio deformante — e stringe un’alleanza improbabile con le Triplettes, tre anziane cantanti di cabaret che furono famose negli anni Quaranta e che ora sopravvivono mangiando rane preparate in tutti i modi possibili. È in questa surreale compagnia, in questo mondo di eccentricità e di vecchiaia dignitosa, che Madame Souza porta avanti la sua missione con la stessa ostinazione con cui ha sempre fatto tutto nella vita.
Chomet costruisce il suo universo visivo attingendo a un immaginario preciso: la Francia degli anni Quaranta e Cinquanta, la “douce France” delle cartoline e dei café-chantant, ma vista con occhio grottesco e spietato. I corpi dei personaggi sono deformati, esagerati, portati all’eccesso come in una caricatura di Honoré Daumier. I ciclisti del Tour hanno le gambe ipertrofiche e il busto esile, i cattivi sono ombre piatte e minacciose. Eppure da questi corpi imperfetti emerge una umanità che i personaggi realistici raramente riescono a raggiungere.
La colonna sonora, firmata dallo stesso Chomet insieme a Benoît Charest, è un personaggio a sé. Il jazz degli anni Quaranta e i ritmi sincopati accompagnano scene di inseguimento e di quotidiano domestico con la stessa naturalezza: è una musica che non illustra ma respira insieme alle immagini. La canzone “Belleville Rendez-vous”, candidata all’Oscar, cattura perfettamente quella malinconia allegra, quella nostalgia senza amarezza che percorre tutto il film come un filo invisibile.
È importante ricordare, e Chomet lo sa perfettamente, che “Appuntamento a Belleville” non è un film per bambini. Non ha la leggerezza rassicurante di una certa animazione commerciale, non si preoccupa di spiegare tutto, non risolve tutto con un lieto fine fotogenico. È un film per adulti nel senso più pieno: per chi ha già capito che l’amore vero non ha bisogno di spiegarsi, che la fedeltà si misura nelle azioni più piccole e silenziose, che il tempo passa anche quando non ce ne accorgiamo.
Da vedere, da rivedere e, ogni volta, lasciare che faccia il suo lavoro in silenzio.
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Cominciamo col dire che l’inglese Christopher Nolan è uno dei miei registi preferiti, e quasi tutte le dieci pellicole da lui dirette fino ad oggi mi hanno sempre affascinato, per non parlare di “Interstellar” che al momento è in post-produzione, e che promette di essere un altro grande e spettacolare film.
In questo film si parla invece di magia e soprattutto dei trucchi, della creatività, del genio e del sacrificio che sta dietro i più grandi illusionisti di tutti i tempi.
Con un cast stellare fra cui spiccano Christian Bale, Hugh Jackman, Scarlett Johansson, un inquietante David Bowie nei panni dello scienziato Nikola Tesla, e l’intramontabile Michael Caine – protagonista del prossimo film “La giovinezza” di Paolo Sorrentino – “The Prestige” ci racconta fin dove può arrivare la volontà di un uomo che vuole stupire il suo pubblico.
Come tutti i film di Nolan, la parte più intrigante della storia e dei suoi personaggi è quella cerebrale che, mista alla costruzione di un perfetto plot destrutturato, crea un cocktail imperdibile.
Questa bella pellicola indipendente, scritta dal regista attore Mike Binder, non ha trovato inspiegabilmente una distribuzione nel nostro Paese alla sua uscita nella sale USA.
Eppure parla in maniera molto pacata ma al tempo stesso efficace del dolore profondo e della fredda solitudine che questo comporta.
Alan Johnson (un bravissimo, come sempre, Don Cheadle) è un odontoiatra di successo che lavora e vive, assieme a moglie e figlie, a Manhattan.
Un giorno, per strada, casualmente incontra Charlie Fineman (un “inaspettatamente” bravo Adam Sadler) suo compagno di stanza all’Università, che non vede da oltre quindici anni.
Fineman, strambo e lunatico, paradossalmente vive come un eremita nella città che non dorme mai, girando per le strade sul suo monopattino a motore. La sua vita si è interrotta l’11 settembre 2001 quando su uno dei due aerei che si schiantarono sulle Torri Gemelle persero la vita la moglie, le sue tre figlie neanche adolescenti e anche il suo cane.
Dal 12 settembre Fineman è diventato un reietto della società che non vuole parlare né vedere nessuno che gli ricordi la sua vita precedente, e passa le giornate a giocare alla playstation, ad ascoltare dischi in vinile e a ristrutturare la cucina. Ma Alan lo convince a prendere un caffè…
Binder firma l’elegante ritratto di una persona devastata dal dolore che non riesce mentalmente ad andare avanti ma che, grazie all’aiuto di un ormai lontano conoscente – che non ha nemmeno conosciuto sua moglie – con il quale ha diviso per due anni la stanza molti secoli prima, tenterà di salvarsi.
La bravura di Binder sta anche nel fatto di far rivivere la tragedia di quel giorno senza usare neanche un fotogramma originale di quelle ore, che ormai si sono stampate a fuoco nel nostro immaginario.
Certo non si può dire che Neill Blomkamp, nato nel 1979 a Johannesburg, non conosca bene il razzismo e tutto quello che comporta.
Cresciuto in un paese che è stato prima il simbolo arrogante di questa triste e vergognosa piaga sociale e poi, accompagnato dal grande Nelson Mandela, esempio del cambiamento.
Già con il suo “District 9” del 2009 Blomkamp, con la “scusa” della fantascienza, raccontava i disagi e le umiliazioni di immigrati extraterrestri.
Con “Elysium” trasforma tutto il nostro pianeta in un continente sottosviluppato, che i pochissimi ricchi hanno abbandonato ma che sfruttano senza pietà.
Con gli ottimi Matt Damon e Diego Luna, e un’ancora più brava Jodie Foster (che mostra tutto il suo talento anche nello scegliersi i ruoli più provocatori) “Elysium” è da vedere, soprattutto in questo momento di inizio campagna elettorale, diventa ancora più inquietante…
Sulla personalità del grande Alfred Hicthcock sono stati scritti tanti libri (“Il cinema secondo Hitchcock” di Francois Truffaut” su tutti) ma quello di Stephen Rebello – da cui è tratto questo film – si sofferma in maniera originale il rapporto personale e artistico che il grande cineasta ha avuto con la moglie Alma Reville, vero editor per lo script e soprattutto per il montaggio di tutti i suoi grandi film.
Oltre all’inquietante somiglianza fisica e gestuale che sfodera Anthony Hopkins nei panni del maestro del brivido, c’è una bravissima Helen Mirren in quelli della Reville, che deve confrontarsi quotidianamente con i capricci, le ansie e manie – che a volte rasentano l’ossessione – del grande Hitch alle prese con la genesi di quello che molti considerano il suo capolavoro: “Psyco”, e che nessuno allora voleva produrre…