Ispirato alle vere memorie del capitano russo Vladimir Arseniev che nei primi del Novecento viene inviato a capo di una piccola spedizione geografica ai confini con la Cina.
Lì incontra casualmente Dersu Uzala, un anziano cacciatore della tribù dei Gold, rimasto senza famiglia che decide di fare da guida al gruppo.
Il cacciatore mostrerà al militare russo come la sua gente vive in simbiosi perfetta con la natura che in quelle lande sembra così dura.
Arseniev viene mandato nella zona per una seconda spedizione e ritrova Uzala che anche questa volta lo accompagna. Ma il cacciatore sta diventando cieco e così Arseniev decide di riportarlo con se in città.
Il piccolo uomo delle praterie però è nato per vivere e morire nella sua terra, e così decide di tornarci, ma…
Splendido film, vincitore dell’Oscar e del David di Donatello come migliore opera straniera, con il quale il maestro Kurosawa ripercorre metaforicamente la storia recente del Giappone, che solo a metà dell’Ottocento era fermo al medioevo e che nell’arco di meno di un secolo si è trovato al centro di un devastante e tragico conflitto mondiale che ha stravolto buona parte della sua cultura millenaria.
Questo è uno dei migliori adattamenti cinematografici in assoluto fra tutte le opere di Agatha Christie, lei stessa lo ha dichiarato in più di una occasione. Per l’intensità e i colpi di scena è stato spesso attribuito ad Alfred Hitchcock, ma a firmarlo invece è uno dei maestri indiscussi della commedia: Billy Wilder, che dimostra ancora una volta tutte le sue doti dietro la MDP.
Se un bravissimo Tyrone Power ci regala uno dei suoi rarissimi personaggi oscuri, Marlene Dietrich incarna una dark lady memorabile, doppiata poi superbamente nella nostra versione da una indimenticabile Andreina Pagnani.
Ma in questa pellicola ad incastro perfetto spicca, un palmo sopra gli altri, il grande e indimenticabile Charles Laughton – primo attore inglese nella storia ad essere ammesso alla Comédie-Française, e uno dei massimi interpreti e conoscitori delle opere di William Shakespeare, con il quale, per esempio, si confrontava anche Vittorio Gassman per le sue regie teatrali – che veste i panni di Sir Wilfred avvocato difensore di Leonard Vole/Tyrone Power.
A Laughton viene assegnato il David di Donatello come miglior attore straniero dell’anno, mentre ad Elsa Lanchester sua moglie nella vita, che nel film ha il ruolo della combattiva infermiera che se ne prende cura, il Golden Globe come miglior attrice non protagonista.
Da vedere e rivedere anche se già si conosce il finale!
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Questa bellissima e crepuscolare pellicola è tratta da una storia vera, come ricorda il banale titolo italiano, mentre quello originale, The Straight Story, gioca sul doppio senso del cognome del protagonista: ma “straight” è anche il dritto, il retto, l’onesto. La storia di Alvin Straight, ma anche una storia semplice e lineare, una strada dritta da percorrere.
Chi si aspetta il Lynch di Eraserhead, Strade perdute, I segreti di Twin Peaks o Mulholland Drive resterà spiazzato. Qui non ci sono sogni distorti, uomini misteriosi che parlano al contrario o labirinti mentali. Eppure il film è lynchiano fino al midollo, perché il regista guarda l’America di provincia con la stessa attenzione ossessiva e un po’ straniata di sempre. Cambia il tono, non lo sguardo. Ed è forse il suo film più radicale proprio perché si permette di essere semplice, dopo anni passati a complicare tutto. E’ l’unica sua opera a ottenere negli Stati Uniti una classificazione per tutti, e questo la dice lunga sul paradosso.
Il protagonista è Alvin Straight, appunto, interpretato splendidamente da Richard Farnsworth, storico caratterista di Hollywood ed ex stuntman, qui al suo primo grande ruolo da protagonista e purtroppo anche alla sua ultima interpretazione. Il suo volto, scavato come un campo arato, vale da solo la visione. Farnsworth recita con una sobrietà commovente: gli bastano uno sguardo, un silenzio, un mezzo sorriso, senza cercare mai la lacrima facile.
Alvin è un anziano miope quasi al limite dell’ipovisione, con le anche malandate e due bastoni per camminare. Ha saputo che il fratello Lyle, con cui non parla da molti anni per una lite il cui motivo si è perso nel tempo, ha avuto un infarto. Vuole rivederlo prima che sia troppo tardi. Il fratello vive in un altro stato, e Alvin non può guidare un’auto. L’unico mezzo che può condurre legalmente e in maniera indipendente è il suo tagliaerba, e con quello, coraggiosamente, parte.
Il viaggio dura settimane, a pochi chilometri orari, e diventa l’esplorazione di un’America fatta di strade statali, campi di grano a perdita d’occhio e piccole cittadine, che racconta il Paese da un’angolazione insolita e particolare. La fotografia del grande Freddie Francis – con cui Lynch aveva girato lo splendido The Elephant Man – trasforma il panorama in un paesaggio quasi sacro, con cieli immensi e tramonti che sembrano dipinti. Le musiche di Angelo Badalamenti, malinconiche e dolcissime, accompagnano il lento avanzare del trattorino come un respiro.
Lungo la strada Alvin incontra una galleria di personaggi minimi ma indimenticabili: la ragazza incinta in fuga da casa, la donna sconvolta per aver investito l’ennesimo cervo, i gemelli meccanici che litigano su tutto ma lavorano in perfetta sintonia, il reduce di guerra con cui condividere un ricordo che brucia ancora. A ciascuno Alvin offre non consigli saccenti ma la sua presenza, un ascolto sincero e qualche parola semplice, frutto di una vita vissuta fino in fondo. La scena dei bastoncini, che da soli si spezzano e uniti no, è una lezione sulla famiglia raccontata senza nessuna retorica.
Il cuore del film è la riflessione sulla vecchiaia, sul tempo che passa e sull’orgoglio che ci impedisce di fare il primo passo. Alvin non parte per ritrovare un fratello soltanto: parte per fare i conti con sé stesso, con gli errori, con i rimpianti, con la guerra che a distanza di tanto tempo ancora lo tormenta. Il tagliaerba è un mezzo ridicolo, ma proprio per questo il viaggio ha un valore enorme. Ogni chilometro è una penitenza e un atto d’amore.
Il finale, con il fratello Lyle (Harry Dean Stanton, in una breve ma intensissima apparizione) che come sempre non anticipo, è una delle scene più commoventi del cinema degli anni Novanta. Basta una battuta, e tutto il film trova il suo senso. Ci vuole coraggio per girare un’ultima sequenza così, e Lynch ovviamente ce l’ha.
Una struggente e minimalista riflessione sulla vita, firmata da un grande regista. Un’opera che va contro ogni corsa e ogni frenesia, e ci ricorda che a volte la distanza più difficile da percorrere è quella tra due persone che si vogliono bene.
Da vedere e rivedere per riconciliarsi con se stessi.
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Tratta dal romanzo di Jean Teulé, questa pellicola è l’esordio nel mondo dei cartoni animati del regista francese Patrice Leconte, autore fra gli altri di pellicole come “Il marito della parrucchiera” (1990) e “Confidenze troppo intime” (2004).
In una cupa e mortalmente grigia città sono numerosi i suicidi dei cittadini che preferiscono la morte alla vita. Ma le multe per chi si toglie la vita in pubblico sono salatissime, e anche in caso di ”successo” gli Enti preposti si rifanno sugli eredi.
Il modo più sicuro e garantito così è quello di rivolgersi alla Bottega dei Suicidi, un piccolo negozio artigianale gestito con grande successo dai coniugi Tuvache insieme ai loro due giovani figli.
Il macabro incantesimo si spezza quando nasce il terzo genito Alan, che ancora neonato non può fare a meno di sorridere alla vita…
Insomma, una deliziosa favola nera non adatta ai bambini più piccoli, con toni e umori che richiamano al maestro Tim Burton, e che da noi è stata vietata dalla censura ai minori di 18 anni.
Solo dopo un ricorso, quell’imbarazzante divieto – soprattutto se si considerano le ignobili vaccate, con il massimo rispetto per i veri bovini, che senza problemi hanno il visto di censura per tutti – è stato rimosso.
Questo memorabile adattamento cinematografico, tratto dalla farsa Nu turco napulitano di Eduardo Scarpetta, nasce nell’ambito delle celebrazioni per il centenario della nascita dello stesso Scarpetta (classe 1853, appunto).
Sempre in quell’occasione, per fare un esempio, la neonata Televisione Italiana trasmise la sua prima commedia: Miseria e nobiltà, interpretata e diretta da Eduardo De Filippo. Un omaggio doveroso, se si pensa a quanto il teatro napoletano, e non solo, debba a quel gigante che rivoluzionò la scena partenopea portandovi il borghese, il pezzente e il nobile decaduto con la stessa, irresistibile leggerezza.
Ma tornando a questa pellicola, firmata dal maestro Mario Mattoli (oggi fin troppo dimenticato!), Antonio De Curtis in arte Totò ci regala una delle sue più esilaranti interpretazioni, la più vicina possibile a quella originale dello stesso Scarpetta. Di lui restano solo pochi tratti: qualche fotografia che ci mostra la sua incredibile somiglianza con il figlio Peppino De Filippo e le testimonianze dell’epoca, che ce lo dipingono ineguagliabile per carisma, ironia e rapidità di battuta. Toccava dunque a Totò raccogliere quel testimone, e il principe della risata lo fa con la naturalezza di chi quel ruolo lo porta nel sangue.
Il suo Felice Sciosciammocca (maschera che Scarpetta aveva creato e che il principe della risata avrebbe fatto sua anche l’anno seguente al cinema, sempre con Mattoli, in Miseria e nobiltà) è il povero diavolo per eccellenza: affamato, ingegnoso, perennemente sull’orlo del disastro ma sempre pronto a rimettersi in piedi con una trovata. La fame, in Scarpetta come in Totò, non è mai solo una condizione: è una filosofia di vita, il motore di ogni equivoco. Ed è proprio dal groviglio di equivoci, travestimenti e malintesi (il “turco” del titolo, con tanto di fez e improbabile cadenza esotica, è il pretesto ideale) che scaturisce una comicità ad orologeria, dove ogni battuta è un ingranaggio e nulla è lasciato al caso.
Mattoli, grande artigiano della macchina da presa, sa perfettamente come muoversi con un materiale del genere. Non tradisce l’impianto teatrale, anzi lo esalta: la macchina da presa si mette al servizio degli attori, lascia respirare le scene, asseconda i tempi comici senza mai sovrapporsi a loro. È un cinema di artigianato appunto, ma di quello alto, fatto da chi il mestiere lo conosce fin nelle pieghe e non ha bisogno di sfoggiarlo. Non a caso il regista, oggi troppo spesso ridotto a semplice “fornitore” di film per i grandi comici dell’epoca, meriterebbe una rivalutazione critica ben più generosa.
Va detto, per onestà, che qui il testo di Scarpetta pesa e non poco: la trama, come da tradizione, è un meccanismo di scambi di persona e fraintendimenti che oggi può apparire forse un po’ schematico. Ma è proprio questa struttura, solida e collaudata, a offrire a Totò il trampolino ideale per i suoi guizzi, le sue smorfie, i suoi celebri sberleffi al linguaggio. Nelle sue mani anche la battuta più semplice diventa un piccolo capolavoro di surrealismo.
E poi c’è la lingua, quel napoletano musicale e sfrontato che nel film rimbalza da un personaggio all’altro come la palla in un flipper. Ascoltarlo oggi, con le sue cadenze e le sue invenzioni verbali, è un piacere che va ben oltre la risata: è un frammento vivo di storia teatrale e sociale, un ponte tra l’Ottocento di Scarpetta e il Novecento di Totò.
Ormai siamo più vicini al bicentenario della sua nascita, ma l’ironia di Eduardo Scarpetta è più viva e ficcante che mai, per non parlare dell’arte di Totò… Un’arte che, a distanza di decenni, non smette di farci ridere e, soprattutto, di farci pensare a quanto la vera comicità, quella che nasce dalla miseria e dalla fantasia, sia un patrimonio da difendere.
Consigliatissimo a chi ama il grande teatro napoletano e, naturalmente, a chi non si stanca mai di ritrovare il genio del principe De Curtis.
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E’ vero, sono un patito dei cartoni animati e un fan sfegatato dei gran geni della Pixar, e parlo forse troppo spesso delle loro opere.
Ma questa pellicola va oltre l’animazione, e sia per la sceneggiatura che per le immagini, resta uno dei capolavori del cinema mondiale.
Vincitore di due Oscar, quello di miglior colonna sonora e quello di miglior film d’animazione – per i quali aveva vinto anche i rispettivi Golden Globe – “Up” ha uno script fantastico.
I primi minuti ci raccontano in maniera deliziosa ed efficace dall’infanzia alla pensione di Carl Fredricksen che, dopo una vita passata insieme alla sua Ellie, rimane solo con la sua casa.
Ma la vecchiaia può essere vissuta anche con un altro spirito e il signor Fredricksen si ritrova a fare l’avventuriero – che poi è quello che nel salotto fanno virtualmente o dovrebbero fare tutti i nonni – con il piccolo Russell.
Alla fine, suo malgrado, si scontrerà con Charles Muntz, idolo della sua infanzia, che ha deciso di vivere la vita e la vecchiaia in maniera diametralmente opposta alla sua.
Nella nostra versione un grande merito va a Giancarlo Giannini che doppia Fredricksen e all’indimenticabile Arnoldo Foà che doppia Muntz, ma soprattutto a Neri Marcorè che dona la voce al cane Doug: da Oscar!
Scritta dalla stesso John Carney, questa piccola ma sublime pellicola irlandese ha fatto incetta di premi in tutto il mondo, fra cui quello del pubblico al Sundance Film Festival e l’Oscar per la migliore canzone.
Una delle più belle storie d’amore cinematografiche mai raccontate, la cui trama è superfluo riassumere visto che parla dell’amore vero, profondo e spesso inafferrabile che capita UNA SOLA volta nella vita (e ringraziando il cielo stavolta i nostri distributori illuminati erano occupati a fare altro e hanno lasciato il titolo originale!).
Con una stupenda colonna sonora e con due bravissimi protagonisti (Glen Hansard e Markéta Irglova), “Once” è un film da vedere e rivedere.
Il 4 marzo del 1994 se ne andava il grande John Candy.
L’attore canadese era in Messico per girare “Wagon East” quando venne stroncato da un attacco cardiaco. Candy, come molti altri attori della sua generazione, arriva alla notorietà attraverso la televisione con la serie da lui scritta e interpretata “Second City TV”.
Viene così notato dai registi della nuova generazione come John Landis e Steven Spielberg con il quale nel 1979 gira l’esilarante “1941: allarme a Hollywood”, uno dei pochi flop del regista re Mida.
L’anno dopo Landis lo vuole nel suo capolavoro “I Blues Brothers – I fratelli Blues”. L’anno successivo arriva anche al “Saturday Night Live” e, sempre in TV, interpreta e scrive “SCTV Network 90”, per la quale vince due Primetime Emmy Awards.
Ma è al cinema che è sempre più richiesto diventando uno degli attori simboli della commedia americana anni Ottanta. Partecipa a film come “Splash: una sirena a Manhattan” di Ron Howard del 1984, “La piccola bottega degli orrori” di Frank Oz del 1986, “Balle spaziali” di Mel Brooks (1987), e “Un biglietto in due” di John Hughes sempre del 1987 nel quale divide la scena insieme a Steve Martin.
Nel 1989 arrivano finalmente i ruoli da protagonista e la definitiva consacrazione con “Io e zio Buck” diretto sempre da Hughes e “Chi è Harry Crumb?” di Paul Flaherty.
Nel 1990 partecipa al blockbuster “Mamma ho perso l’aereo” di Chris Columbus, mentre l’anno successivo lascia la commedia e interpreta Dean Andrews in “JFK: un caso ancora aperto” di Oliver Stone.
Nel ’92 torna alla commedia con “Sette criminali e un bassotto” di Eugene Levy (lo scienziato cattivo di “Splash: una sirena a Manhattan”) remake poco felice a stelle e strisce di “Crimen” diretto da Mario Camerini nel 1960.
Nel 1993 impersona l’allenatore della prima squadra di bob a quattro della Giamaica nel divertente “Cool Runnings – Quattro sottozero” di Jon Turteltaub.
Prima di andarsene partecipa anche al film Michael Moore “Operazione Canadian Bacon” che però uscirà nel 1995.
Insomma, vent’anni fa se ne andava un grande attore che è riuscito a uscire dai ruoli che il suo fisico gli imponeva, spaziando dalla TV al cinema, e che ha segnato un momento di entrambi.
In una Londra lunare vive e lavora, o sarebbe meglio dire vive per lavorare, l’anonimo e solitario impiegato di origine francese Henri Boulanger (impersonato dall’attore simbolo di Francois Truffaut Jean-Pierre Léaud).
Quando l’ente per cui lavora da quindici anni lo licenzia, ad Henri crolla il mondo addosso. Non avendo più motivo per vivere decide di suicidarsi, ma per goffaggine e vigliaccheria non ci riesce.
Si rivolge così al padrone di uno dei locali più malfamati della città per assoldare un killer. La sera, per ingannare l’attesa, forse per la prima volta in vita sua, entra nel pub sotto casa. Lì incontra la fioraia Margaret di cui si innamora all’istante.
Finalmente Henri ha un nuovo motivo per vivere, ma il killer è già sulle sue tracce…
Fantastica – in tutti i sensi – commedia nera dell’abile Kaurismäki, grande e ironico indagatore dell’animo umano, godibile fino all’ultimo fotogramma, e che dona – giustamente – al suo autore una meritata notorietà internazionale.
Durante le riprese di questo capolavoro Donald Sutherland, che allora aveva già un certa notorietà, volle un incontro urgente con il produttore perché profondamente preoccupato per quello a cui stava partecipando: tutto gli sembrava così ridicolo e sconclusionato che una volta nelle sale il film avrebbe certamente compromesso la sua carriera appena decollata.
Più o meno quello che fece Anthony Quinn nel corso delle riprese di “La strada” diretto dal giovane Federico Fellini. E come Quinn, Sutherland si sbagliava: oltre ad incassi clamorosi in tutto il mondo “MASH” (acronimo di “Mobile Army Surgical Hospital”) di Robert Altman vince, fra i numerosi premi, la Palma d’Oro al Festival Cannes e l’Oscar come migliore sceneggiatura non originale scritta da Ring Lardner Jr. (oltre alle candidature come miglior film, migliore attrice non protagonista a Sally Kellerman, miglior regia e miglior montaggio).
L’allora semi sconosciuto Altman, che però aveva già un’ampia esperienza di regista per la televisione, firma una delle migliori pellicole antimilitaristi della storia, che con un’ironia devastante si prende gioco delle truppe americane durante il conflitto in Corea.
La cosa è ancora più clamorosa se si pensa che nel 1970 gli USA erano nel pieno della drammatica guerra in Vietnam, e con alla Casa Bianca Richard Nixon.
Dato l’enorme successo del film, la 20th Century Fox decide di realizzare una serie televisiva ad esso ispirata, della quale vengono girate ben 11 stagioni.