“Rental Family – Nelle vite degli altri” di Hikari

(Giappone/USA, 2025)

Quanto vale un padre finto per una figlia vera?

E quanto, uno sposo di cartone per una sposa che sta solo cercando di liberarsi dei propri genitori?

Rental Family – Nelle vite degli altri parte da una domanda scomoda e la trasforma, quasi subito, in un mestiere: quello di Phillip Vanderploeg, attore americano naufragato a Tokyo, che sopravvive interpretando padri, fidanzati e amici a pagamento per un’agenzia – la Rental Family del titolo – specializzata in famiglie, parenti e amanti “a noleggio”. Il rischio, in una storia così, è quello di scivolare nella dimostrazione a tesi, nel film che spiega se stesso ogni cinque minuti. Hikari – pseudonimo della regista e sceneggiatrice giapponese Mitsuyo Miyazaki che non ha alcuna parentela col maestro Hayao Miyazaki – riesce fortunatamente a evitare gran parte di queste trappole, costruendo un’opera che parla di solitudine e di finzione senza quasi mai alzare la voce.

Protagonista è Phillip Vanderploeg, interpretato da Brendan Fraser, un attore che a Tokyo vive ai margini del suo stesso mestiere, ricordato solo per un vecchio spot di dentifricio e incapace di trovare un ruolo che gli restituisca un senso di appartenenza. Quando entra nel giro delle “famiglie a noleggio” – un fenomeno realmente esistente in Giappone, dove è possibile assumere un padre, un marito o un amico per un’occasione, un funerale, una recita da mettere in scena davanti a genitori troppo esigenti o troppo assenti – Phillip scopre un mestiere che assomiglia sinistramente al suo: recitare per qualcuno che ha bisogno di credere a una menzogna necessaria.

È qui che il film trova il suo miglior registro, quello della commedia agrodolce che osserva con tenerezza le piccole ipocrisie quotidiane senza però giudicarle. Le sequenze in cui Phillip si presta ai ruoli più diversi – sposo in un matrimonio di convenienza, amico immaginario, finto giornalista, figura paterna per una bambina che non ha mai conosciuto un padre – funzionano proprio perché Hikari non le tratta come macchiette, ma come piccoli drammi in miniatura, capaci di generare comicità e commozione nello stesso respiro. Fraser, dal canto suo, conferma quanto emerso dopo il premio Oscar per The Whale: la sua è oggi una recitazione fatta di sguardi trattenuti e di un corpo che porta sulle spalle stanchezza e desiderio di riscatto, qualità che si adattano perfettamente a un personaggio costretto a interpretare sempre qualcun altro per ritrovare, paradossalmente, se stesso.

Il film funziona meglio quando si concentra sul rapporto tra Phillip e Mia, la bambina per cui l’attore finisce per diventare un padre a noleggio che rischia di trasformarsi in qualcosa di più vero e permanente. È in queste scene che Hikari dosa con più cura ironia e malinconia, senza scadere nel sentimentalismo a buon mercato che pure, in altri momenti della pellicola, forse fa capolino. Perché va detto: Rental Family non ha il coraggio di spingersi fino in fondo nelle implicazioni più scomode della sua premessa. Il tema della finzione a pagamento porterebbe con sé domande scottanti sull’autenticità degli affetti, sul confine tra empatia professionale e sfruttamento emotivo, sulla solitudine strutturale di una società iperconnessa e iperisolata come quella giapponese contemporanea. Hikari le accarezza, le lascia intravedere, ma alla fine preferisce quasi sempre la strada più rassicurante, quella del film che vuole lasciare lo spettatore con il cuore caldo e la lacrima pronta, piuttosto che con l’inquietudine di una domanda rimasta senza risposta.

C’è un romanzo che, a ben guardare, racconta da tempo qualcosa di molto simile: lo splendido Le storie degli altri di Anne Tyler, storia di Barnaby Gaitlin, trentenne di Baltimora con un matrimonio finito alle spalle e un debito mai saldato con i genitori, che si guadagna da vivere entrando nelle case di anziani e persone sole per occuparsi di ciò che loro non possono più fare. Anche Barnaby, come Phillip, varca ogni giorno la soglia di esistenze non sue, e anche lui – proprio come l’attore interpretato da Fraser – scopre che occuparsi delle vite altrui è spesso il solo modo che gli resta per rimettere ordine nella propria.

Tyler, da sempre cantrice delle famiglie sfrangiate e delle piccole redenzioni quotidiane, sembra aver scritto con decenni d’anticipo il manifesto letterario di ciò che Hikari mette in scena sullo schermo: l’idea che prendersi cura – anche a pagamento, anche per finzione – non tolga nulla all’autenticità del gesto, e che a volte sia proprio nel mestiere di badare agli altri che un uomo smarrito ritrova, quasi di soppiatto, la propria strada. Dove il romanzo di Tyler lavora però in profondità, scavando nella psicologia del protagonista con la pazienza tipica della sua scrittura, il film di Hikari si accontenta troppo della superficie, senza scavare davvero nelle ragioni della solitudine che racconta.

A sostenere il film contribuisce comunque un cast di contorno solido, su tutti Takehiro Hira nel ruolo del titolare della “Rental Family”, e Mari Yamamoto, capace di ritagliarsi uno spazio importante anche in un impianto narrativo pensato principalmente attorno al protagonista americano. La fotografia di Takurō Ishizaka restituisce una Tokyo fatta di superfici lucide e interni ordinati, mentre le musiche firmate da Jónsi e Alex Somers accompagnano il racconto con un tappeto sonoro morbido, forse fin troppo compiacente nei momenti in cui il film cerca l’emozione a ogni costo.

Resta, alla fine della visione, la sensazione di un’occasione parzialmente colta: la premessa era di quelle rare, capaci di dire qualcosa di vero sulla nostra epoca di legami precari e affetti a scadenza, ma Hikari sceglie la strada della carezza piuttosto che quella del graffio.

Un film che comunque intrattiene, che in alcuni momenti riesce persino a toccare corde autentiche, ma che alla fine si tiene a debita distanza dalle domande più scomode che la sua stessa storia gli poneva davanti. Consigliato a chi cerca una commedia malinconica gentile, capace di scaldare il cuore senza pretendere troppo dalla mente.

Iscriviti e ascolta gratuitamente questa e altre recensioni di libri, film e serie tv sul podcast “La Foglia d’Acanto” disponibile su podCloud Castopod Spotify YouTube e Amazon Music.

“Arco – Un’amicizia per salvare il futuro” di Ugo Bienvenu

(Francia/USA/UK, 2025)

Ugo Bienvenu arriva al lungometraggio d’animazione dal fumetto e dalla pubblicità, e si vede — nel senso migliore possibile. “Arco – Un’amicizia per salvare il futuro” non perde tempo: nei primissimi minuti un ragazzino di dieci anni ruba la tuta da viaggio temporale di sua sorella, salta su un arcobaleno — che in questo universo non è un fenomeno atmosferico ma un portale tra epoche diverse — e atterra nel 2075 come un sasso nell’acqua. Nessun preambolo, nessuna lunga introduzione al mondo della storia. Il film ti prende per mano e comincia a camminare, e tu o lo segui o resti indietro.

Arco viene dal futuro remoto. Il 2075 che trova è un posto difficile: tifoni quotidiani, cielo quasi sempre coperto, incendi devastanti e relazioni umane ridotte all’osso. È qui che incontra Iris, una bambina della sua stessa età che non ha mai avuto un amico vero e che di amici ne avrebbe tanto bisogno. Nasce tra loro qualcosa di raro: un’amicizia immediata, quella che capita solo nell’infanzia e che gli adulti poi trascorrono il resto della vita a cercare di replicare senza riuscirci mai davvero del tutto.

La struttura narrativa è classica nel senso più nobile del termine. Non si inventa nuove geometrie temporali, non ci si perde nei meandri del multiverso — quella corrente narrativa che il cinema d’animazione americano degli ultimi anni ha reso quasi obbligatoria. Bienvenu va dritto, con la fiducia di chi sa che la storia che vuole raccontare è abbastanza forte da reggere senza trucchi. C’è una destinazione, ci sono degli ostacoli, c’è un’amicizia che deve reggere la pressione degli eventi. Punto. E in questa semplicità — che semplicità poi non è davvero… — sta il primo grande merito del film.

Il secondo merito è visivo. L’animazione 2D di Bienvenu non ha niente dell’ipertecnologia Pixar né delle superfici lucidate a specchio che dominano il cinema d’animazione contemporaneo. È qualcosa di diverso, di più artigianale, di più umano. Si è parlato giustamente di Hayao Miyazaki — in particolare del Miyazaki di “Ponyo sulla scogliera”, quello delle fantasmagorie marine e della meraviglia che solo i più piccoli sanno provare — e il riferimento regge. Ma c’è anche qualcosa d’altro, qualcosa che appartiene specificamente al segno grafico del fumetto francese, a quella tradizione visiva che sa essere allo stesso tempo ingenua nella forma e profonda nel contenuto. I colori virano dall’acceso iridescente del futuro al grigio freddo del 2075 con una coerenza che non è solo estetica ma è anche narrativa: il film ti dice visivamente dove sei, come ci si sente a vivere lì, cosa si può perdere e cosa si può trovare.

La colonna sonora di Arnaud Toulon accompagna tutto con una delicatezza che non ingombra mai. Non ti dice quando commuoverti, non ti suggerisce con un violino quando aprire il rubinetto delle lacrime. Ti accompagna, semmai, con la discrezione di qualcuno che cammina al tuo fianco senza pretendere di guidarti.

E poi c’è il cuore del film, che non è il viaggio nel tempo e non è nemmeno il cambiamento climatico — tematica presente ma mai didascalica, mai trasformata in predica con tanto di dito puntato. Il cuore del film è la solitudine di Iris. Una bambina che vive in un mondo dove le relazioni umane si sono assottigliate fino a quasi scomparire, e che in Arco trova qualcuno che la vede davvero. C’è una scena in cui Iris capisce che Arco dovrà tornare nel suo tempo, e il film non fa il gesto facile di risolvere questa consapevolezza con una battuta o con un’accelerazione di trama. La lascia respirare. La lascia pesare. Ed è lì, in quel momento di sospensione, che “Arco – Un’amicizia per salvare il futuro” smette di essere un film per bambini e diventa qualcosa che appartiene a tutti.

Non è un’opera perfetta. Alcuni personaggi di contorno rimangono abbozzati dove avrebbero meritato più spazio, e certi snodi forse procedono con una rapidità che lascia poco tempo all’emozione di sedimentarsi. Ma sono imperfezioni da opera prima, quelle in cui si riconosce la mano di chi ha avuto il coraggio di fare esattamente il film che aveva in testa, senza mediazioni e senza rete.

Il fatto che sia stato candidato all’Oscar 2026 come Miglior Film d’Animazione e abbia vinto il Cristal Award ad Annecy — il festival più importante al mondo per il cinema d’animazione — non stupisce. Stupisce, semmai, che non se ne parli di più.

“Arco – Un’amicizia per salvare il futuro” è un film che crede nella speranza senza essere ingenuo, che parla ai bambini senza sottovalutarli, che commuove gli adulti senza manipolarli. È esattamente il tipo di cinema che, certi giorni, ha il potere di ricordarti perché è ancora così bello andare al cinema.

Iscriviti e ascolta gratuitamente questa e altre recensioni di libri, film e serie tv sul podcast “La Foglia d’Acanto” disponibile su podCloud Castopod Spotify YouTube e Amazon Music.

“Marco – Dagli Appennini alle Ande” di Isao Takahata e Hayao Miyazaki

(Giappone, 1976)

La Nippon Animation, sulla scia del successo che nel resto del mondo – e soprattutto in Europa – riscuotono gli anime giapponesi, sia al cinema ma soprattutto in televisione, decide di realizzare una serie ispirata al racconto “Dagli Appennini alle Ande”, che fa parte del libro “Cuore”, pubblicato da Edmondo De Amicis nel 1886.

La regia viene affidata a Isao Takahata mentre a curare il layout è il maestro Hayao Miyazaki. I personaggi sono firmati da Yōichi Kotabe – che li aveva già creati per la serie “Heidi” del 1974 – e la sceneggiatura è di Takamura Mukuo che amplia di molto il racconto originale di De Amicis, per consentire lo sviluppo di 52 puntate da circa 22 minuti ciascuna.

Il piccolo Marco Rossi vive a Genova con il padre e il fratello maggiore. Sua madre, Anna, è stata costretta ad emigrare in Argentina per trovare un lavoro che le consentisse di poter mantenere i figli in maniera più dignitosa. Il padre di Marco, insieme al fratello, gestisce un ospedale per poveri che gli assorbe tutte le energie e tutte le risorse.

Col passare del tempo e l’interruzione inspiegabile delle periodiche lettere di sua madre, Marco inizia a preoccuparsi e decide di partire per il sud America, non senza difficoltà e il parere sfavorevole dei suoi parenti.

Finalmente il giovane si imbarca sul battello “Folgore”, che prima fa scalo a Marsiglia e poi lo porta a Rio De Janeiro. Da Rio, con un piroscafo, il piccolo genovese arriva a Buenos Aires dove inizia il suo viaggio via terra per Bahia Blanca all’inseguimento delle ultime tracce di sua madre, che sembra svanita nel nulla.

Sulla sua strada Marco incontrerà loschi figuri che tenteranno di raggirarlo, ma anche persone oneste come lui che lo aiuteranno, come la famiglia di burattinai fra cui c’è la piccola Violetta, sua coetanea, con la quale intreccerà una tenera amicizia.

Quando Marco, dopo numerose peripezie, rincontrerà sua madre, la troverà gravemente malata e in attesa di essere operata per salvarsi la vita…

Al di là del finale, che chi ha letto “Cuore” già conosce, questa serie è sempre piacevole da guardare non tanto per le vicende narrate, ma soprattutto per le atmosfere e le immagini che il magico connubio Takahata- Miyazaki sanno creare e trasmettere, nonostante la sceneggiatura sia tipica di una lunga serialità con, per esempio, numerose ripetizioni degli snodi narrativi avvenuti.

Per amanti del genere.

“Il ragazzo e l’airone” di Hayao Miyazaki

(Giappone, 2023)

Tornano al cinema, dopo oltre in decennio, il maestro Hayao Miyazaki e la sua arte con un nuovo ed inedito lungometraggio animato.

Le genesi di questo film è stata molto lunga e travagliata – ci si è messa anche la pandemia, per esempio – ma il genio giapponese alla fine è riuscito a regalarci un’altra storia fantastica ed indimenticabile, piena di sublimi citazioni e auto citazioni che mandano in estasi gli amanti dello Studio Ghibli, come me.

Il maestro Miyazaki, a cui la produzione – a cui ha partecipato anche lo Studio Ponoc – non ha messo alcun vincolo di tempo o di trama – rendendo questa pellicola di fatto una delle più costose del cinema giapponese – scrive e dirige una storia che ha accenni autobiografici ambientata in un periodo ricorrente per il regista: la Seconda Guerra Mondiale, che per il Giappone, più che per altri paesi, ha segnato un momento tragico devastante e sanguinario.

Tokyo 1943, il piccolo Mahito – che nei tratti e nell’abbigliamento ricorda molto Seita, il protagonista dello struggente “La tomba delle lucciole” diretto nel 1988 da Yasao Takahata, stretto e storico collaboratore di Miyazaki – viene svegliato nella notte dalle sirene che urlano a causa del grande incendio che sta divorando l’ospedale dove è ricoverata sua madre.

Nonostante i soccorsi e la corsa disperata del padre Shoichi e dello stesso Mahito, la donna muore arsa dalle fiamme, così come molti altri pazienti. L’anno successivo, insieme a suo padre noto ingegnere aeronautico, Mahito si trasferisce nell’antica tenuta di campagna della famiglia di sua madre, non lontana dalla fabbrica che Shoichi ha iniziato a dirigere.

Nella tenuta ad attenderli c’è Natsuko, la sorella di sua madre che ora è la nuova consorte di Shoichi e da lui aspetta un bambino. Mahito, che non ha minimamente superato la morte della madre e il senso di colpa nel non essere riuscito a salvarla, stenta ad ambientarsi fino a quando non scopre un’antica torre costruita dal pro zio della madre.

Le persone di servizio presso la residenza gli raccontato che quello strano edificio è stato costruito intorno ad un misterioso meteorite caduto dal cielo. Molti anni prima una ragazza era scomparsa nei suoi pressi ed era tornata solo l’anno successivo, in perfetta salute e apparentemente non invecchiata di un giorno. Per questo gli accessi alla torre sono stati tutti murati. Ma uno strano e aggressivo airone cenerino inizia a inseguire Mahito, attirandolo proprio in quella torre misteriosa…

Ancora una volta Miyazaki ci regala 124 minuti di vera struggente e memorabile poesia in movimento, con una storia di formazione dolorosa ma allo tempo stesso splendente. I riferimenti alla sua cinematografia come alla letteratura sono numerosi e bellissimi; possiamo goderci, infatti, quelli a Dante, così come quelli dichiarati al romanzo “E voi come vivrete?”, scritto da Genzaburō Yoshino nel 1937, e ispirazione primaria per la stesura dello script del film.

Fantastici, come sempre, anche quelli visivi a partire dal quadro “L’isola dei morti” che l’artista svizzero Arnold Böcklin realizzò a partire dal 1880. E proprio nel quadro di Böcklin, Miyazaki ambienta un nodo narrativo cruciale, che connota alla pellicola un’atmosfera cupa, sia per l’ombra sempre più opprimente della Seconda Guerra Mondiale – che direttamente però non appare mai – sia per il lutto che rappresenta l’abbandono definitivo dell’infanzia, lutto che avviene per l’inesorabile passare del tempo o per la perdita di un affetto caro, come nel caso di Mahito.

Chi ama il cinema, l’arte e la fantasia non può non vedere questa nuova pellicola del genio giapponese, che rende il nostro mondo – che sta vivendo un momento storico particolarmente tragico e drammatico, tanto e troppo simile al periodo narrato – meno duro e più sopportabile.

“Ponyo sulla scogliera” di Hayao Miyazaki

(Giappone, 2008)

Per scrivere questo capolavoro della cinematografia mondiale il maestro Hayao Miyazaki si è ispirato a “Iyaiyaen”, pubblicato per la prima volta nel 1962 ed esordio della scrittrice giapponese Rieko Nakagawa – classe 1935, autrice molto amata dal grande cineasta – e illustrato da Yuriko Omura, ma soprattutto a “La sirenetta” di Hans Christian Andersen.

Il mare quindi è il centro della storia, e Miyazaki ci dice che il mare è donna, non a caso la madre di Ponyo è Granmammare, l’anima stessa dell’immenso blu che da tempo immemore è la culla della vita sul nostro Pianeta.

Come in molti altri film del genio dello Studio Ghibli, sono le donne ad avere il ruolo cruciale nella storia. Oltre a Ponyo, Sōsuke è circondato da figure femminili determinate e determinanti, come sua madre Risa, la stessa Granmammare e le signore ospitate nella casa di riposo dove lavora la stessa Risa.

Gli uomini, invece, hanno un ruolo secondario, come Fujimoto, il padre di Ponyo che prima di diventare un mago degli abissi era un essere umano e che, pensando di fare del bene, ostacola in ogni modo il desiderio della figlia di diventare umana, figlia che si ostina a voler chiamare Brunilde.

O come Kōichi, il padre di Sōsuke, che osserva la fantastica storia del figlio solo da lontano perché impegnato nel suo lavoro di marinaio. Miyazaki ci ricorda che la Natura è donna, così come il mare – che gli uomini continuano ottusamente ad inquinare… – e li si possono apprezzare e vivere a pieno solo con un cuore gentile e rispettoso come quello di Sōsuke, capace di ascoltare e assecondare con amore Ponyo.

Sull’aspetto di Ponyo e di Sōsuke circolano molte voci e teorie, come quella che quest’ultimo abbia i lineamenti da bambino di Goro Miyazaki, figlio del regista. Quello che è certo, e che lo stesso Hayao Miyazaki ha affermato più volte, è che in ogni piccolo protagonista delle sue pellicole c’è tanto di lui stesso da bambino, che sognava di vivere le avventure più fantastiche ed emozionanti.

Un grande, instancabile e completo artista capace di condividere i suoi sogni e le sue paure come pochi altri, il cui genio ricorda non a caso quelli di Steven Spielberg e George Lucas.

Una pellicola d’amore e di formazione come poche altre. Un altro capolavoro indiscusso che il maestro Miyazaki ha regalato al mondo.

La deliziosa canzone dei titoli di coda nella nostra versione è stata tradotta ed eseguita da Fabio Liberatori – ex componente degli Stadio, musicista molto amato da Lucio Dalla e autore di numerose colonne sonore di pellicole italiane, come per esempio quelle di Carlo Verdone – e sua figlia Sara.

“Zen – Grogu e i nerini del buio” di Katsuya Kondô

(Giappone/USA, 2022)

Che la saga di “Guerre Stellari”, fin dal suo concepimento nella testa geniale di George Lucas, fosse fortemente legata alla tradizione e alla cultura giapponese è sempre stato molto lampante. La stessa figura dello Jedi si ispira palesemente a quella degli antichi samurai, come la Forza tocca corde e riferimenti delle filosofie orientali Zen. Per non parlare poi del casco del famigerato Lord Darth Fenner che prende chiaramente spunto da quello tradizionale dei samurai.

Non è un caso quindi che lo stesso Lucas, assieme a Francis Ford Coppola, sia stato anche il produttore di alcune pellicole giapponesi come “Kagemusha: l’ombra del guerriero” diretta dal maestro Akira Kurosawa.

Anche se ormai Lucas ha ceduto i diritti delle sue opere – compresi quelli di “Guerre Stellari” – alla Disney, il rapporto fra le sue idee geniali e la fantasia del Sol Levante è sempre molto forte, tanto da portare il mitico Studio Ghibli a realizzare – col supporto della stessa Disney – questo delizioso cortometraggio dedicato all’incredibile incontro fra Grogu – il piccolo protagonista della fortunata serie “Mandalorian” – e i nerini del buio, minuti personaggi fatti di fuliggine, creati dal maestro Hayao Miyazaki nella splendida pellicola “Il mio vicino Totoro” e ripresi nell’altrettanto splendido “La città incantata“.

Un incontro in pieno stile Zen, che non ha bisogno di nessuna parola, ma che parla brillantemente alla nostra anima e alla nostra fantasia.

Scritto e diretto da Katsuya Kondô, storico collaboratore della stesso Miyazaki, questo cortometraggio è fatto da 180 secondi di pura poesia.

“Botteghe di Tokyo” di Mateusz Urbanowicz

(Ippocampo, 2021)

Mateusz Urbanowicz è nato in Slesia, Polonia, nel 1986. Mentre studiava Ingegneria Elettronica ha iniziato a collaborare con l’Istituto Polacco Giapponese di Tecnologia dell’Informazione. Successivamente ha vinto una borsa di studio finanziata dal Governo Giapponese grazie alla quale si è trasferito a Kobe, dove ha iniziato a studiare animazione e fumetti. Dopo essersi laureato alla Kobe Design University ha cominciato a lavorare nell’ambito dell’animazione presso la Comix Wave Films di Tokyo.

Proprio nei primi tempi in cui si è stabilito a Tokyo, Urbanowicz ha iniziato a studiare e girare per il quartiere dove aveva trovato alloggio. E’ subito rimasto affascinato dalle numerose piccole botteghe che incontrava nelle vie. Alcune erano, e sono ancora oggi, famose in tutta la città, altre invece nel corso del tempo sono state trasformate in abitazioni private o sono state demolite.

Affascinato dai loro angoli e dalle loro peculiarità Urbanowicz ha deciso di immortalarle su un foglio di carta, dopo averle fotografate attentamente. I suoi bellissimi disegni ricordano molto gli angoli e gli sfondi dei più famosi film d’animazione giapponese contemporanei, a partire da quelli realizzati dal maestro Hayao Miyazaki e dal suo Studio Ghibli.

Per ogni bottega ritratta, della quale l’artista ci fornisce la precisa localizzazione nella mappa della città, ci sono riassunte brevemente le caratteristiche che lo hanno colpito e una breve storia dell’attività. Un viaggio delizioso diviso per quartieri che ci racconta di una Tokyo così diversa da quella che noi occidentali di solito conosciamo.

Quasi tutte le botteghe scelte dall’artista polacco appartengono all’era Shōwa, che corrisponde al regno dell’imperatore Hirohito, e cioè realizzate fra il 1926 e il 1989. Così come ha fatto Nanni Moretti nel suo “Caro diario”, anche Urbanowicz ci racconta una città attraverso le facciate di alcuni dei suoi edifici, molti dei quali poco conosciuti e fuori dai canonici tour turistici.

Un libro originale che ci ricorda come forse l’arte ancestrale del disegno, così profondamente radicata nel Paese del Sol Levante, sia una delle migliori chiavi per comprendere a fondo la cultura giapponese.

Nella parte finale del libro, Urbanowicz ci mostra, con l’ausilio dei suoi bellissimi disegni ma anche di alcune fotografie, tutti gli strumenti del suo lavoro – compreso il suo atelier – nonché le tecniche cha ha usato per realizzare i disegni.

Un viaggio bellissimo tra l’arte, la fantasia e le strade di Tokyo.

“ONI: la leggenda del dio del tuono” di Daisuke ‘Dice’ Tsutsumi

(USA/Giappone, 2022)

La feroce urbanizzazione che, ormai da molti decenni, in Giappone sta riducendo inesorabilmente la vegetazione selvatica è una triste realtà che il cinema d’animazione del Sol Levante denuncia da tempo.

Oltre ai numerosi ed espliciti richiami che il maestro Hayao Miyazaki ha fatto in tutte le sue opere, il film “Pom Poko” di Isao Takahata, storico collaboratore di Miyazaki, prodotto dalla Studio Ghibli nel 1994 centra la sua storia sull’indiscriminata urbanizzazione raccontandola dal punto di vista dei Tanuki, creature mitiche della cultura orientale, protagonisti di numerosi miti e leggende.

Questa deliziosa mini serie d’animazione in stop motion, in quattro episodi da circa 50 minuti l’uno, riprende il tema portandoci nel cuore del Monte dei Kami, dove vivono gli spiriti più antichi della tradizione giapponese.

Fra i più piccoli c’è Onari, una bambina dalle piccole corna, figlia di Naridon, un grande e imponente spirito rosso con una folta chioma nera, che si prende cura di lei con amore sconfinato. Si avvicina però la fatidica notte della Luna Demoniaca – la luna rossa – che segna il terribile attacco da parte dei famigerati Oni ai danni del villaggio.

Tutti si preparano, anche i più piccoli che cercano di far sbocciare il più rapidamente possibile il loro potere di spirito. L’unica che non riesce a capire quale sia il suo è proprio Onari, che inizia così ad entrare in crisi. Inoltre, la piccola tenta in ogni modo di capire chi sia sua madre, della quale Naridon ha sempre rifiutato di parlare.

Nel suo doloroso ma indimenticabile viaggio Onari scoprirà molte cose, soprattutto che il mondo, che possa essere freddamente reale o magnificamente fantastico, non è inesorabilmente tutto bianco o tutto nero. E la contaminazione non è detto che sia sempre nociva e negativa…

Frutto di una coproduzione fra i due Paesi leader nella produzione mondiale di cartoni animati, questa serie “ONI: la leggenda del dio del tuono” merita di essere vista per la sua poesia che ci riconcilia col mondo frenetico e rumoroso in cui viviamo.

“Il fiuto di Sherlock Holmes” di Marco Pagot e Gi Pagot

(Italia/Giappone, 1984)

Da un’idea di Gi Pagot e Marco Pagot, grande cartoonist italiano nonché figlio di Nino Pagot – fondatore dello Studio Pagot creatore di numerosi e indimenticabili cortometraggi d’animazione come “Grisù il draghetto” e spot pubblicitari che hanno segnato la nostra cultura nazionale come quello che aveva come protagonista il pulcino Calimero – la RAI decide di realizzare una serie d’animazione composta da 26 episodi di circa 30 minuti ciascuno.

Il concept si ispira al mitico e inossidabile Sherlock Holmes creato da Arthur Conan Doyle quasi cento anni prima, ma per rendere il cartone più adatto ai piccoli telespettatori i personaggi hanno le sembianze di cani antropomorfi, a partire dal grande investigatore che ha i colori e le fattezze che ricordano quelle di una volpe, mentre il famigerato Professòr Moriarty quelle di un perfido lupo viola. A dirigere buona parte degli episodi viene chiamato il maestro Hayao Miyazaki che, insieme a uno staff italo-giapponese, realizza una delle migliore serie per ragazzi di sempre.

Viviamo così ventisei avventure nella Londra e nell’Inghilterra vittoriana – che spesso ha i colori della nostra splendida campagna – dove Holmes riesce inesorabilmente a sconfiggere il malefico Professòr costringendolo sempre alla fuga finale. Indimenticabili e geniali sono i piani dello stesso Moriarty che – ovviamente non è un caso – ricordano quelli che mette a punto e finalizza l’ineffabile pronipote di Arsenio Lupin nella mitica serie “Le avventure di Lupin III”, di cui qualche anno prima lo stesso Miyazaki fu regista. Ci troviamo però dall’altra parte della barricata a tifare per la Legge e non per i manigoldi, anche se tanto simpatici e accattivanti come Lupin III.

Nonostante i numerosi anni trascorsi dalla sua prima messa in onda questa serie possiede ancora tutto il suo fascino e la sua magia, ennesima dimostrazione della grande arte e genialità dei suoi autori. Nella nostra edizione devono essere ricordati gli ottimi attori che prestano la voce ai protagonisti come gli indimenticabili Elio Pandolfi e Riccardo Garrone nei panni rispettivamente di Sherlock Holmes e il Dottor Watson; così come il bravissimo Mauro Bosco in quelli del perfido Moriarty con un divertente accento torinese, nonché Maurizio Mattioli che doppia Todd, uno dei due scagnozzi del Professòr. 

Ma un motivo in più per rivedere questa serie è per cogliere al meglio l’influenza del nostro Paese nella grande arte del maestro Miyazaki, nei cui film paesaggi e atmosfere sono spesso riconducibili alla nostra Penisola. Non è un caso quindi che il protagonista dello splendido “Porco Rosso” che Miyazaki realizzerà nel 1992 guarda caso si chiami …Marco Pagot. 

Indimenticabile è anche la sigla, fra le migliori in assoluto degli anni Ottanta.

Da vedere.

Ascolta gratuitamente questa e altre recensioni di libri, film e serie tv sul podcast il podcast “La Foglia d’Acanto” disponibile su Spotify, Amazon Music e YouTube.

“Il castello errante di Howl” di Hayao Miyazaki

(Giappone, 2004)

Reduce dal successo planetario dello splendido “La città incantata” il maestro Hayao Miyazaki decide di realizzare un adattamento animato del romanzo “Il castello errante di Howl” pubblicato dalla scrittrice inglese Diana Wynne Jones (1934-2011) nel 1986, primo di una trilogia che comprende anche “Il castello in aria” (1990) e “La casa per Ognidove” (2008). Dalla stessa autrice, Goro Miyazaki realizzerà nel 2020 “Earwig e la strega“.

Approdiamo così in una cittadina delle Alpi, a cavallo fra l’Ottocento e il Novecento, dove vive Sophie Hatter, una diciottenne che preferisce passare tutto il tempo a lavorare nella prestigiosa cappelleria di famiglia che vivere a pieno la propria esistenza.

L’incontro casuale con Howl e il successivo arrivo nel suo negozio della famigerata Strega delle Lande Desolate cambieranno per sempre l’esistenza di Sophie. Perché proprio la strega, per punirla della sua alterigia, le scaglierà una maledizione che la renderà nell’aspetto un’anziana signora, sortilegio che non potrà mai rivelare a nessuno.

Rassegnata, la ragazza lascerà la cittadina per raggiungere le montagne dove incontrerà Howl, il suo castello e il suo arcano segreto…

Splendida pellicola onirica e magica che conferma l’arte unica di Miyazaki e che lo consacra definitivamente fra i grandi cineasti del Pianeta. Così come per le sua altre opere, Miyazaki ci racconta una storia che ci parla di come bisognerebbe affrontare la propria esistenza, indipendentemente da quali sono le nostre origini, e ci ricorda che il peccato più grande è sempre quello di scegliere di non “viverla” aspettando che passi.

Da vedere, come tutte le altre opere del maestro giapponese.