“Kiki consegne a domicilio” di Hayao Miyazaki

(Giappone, 1989)

Una strega tredicenne che fa la fattorina per pagarsi l’affitto. Detto così sembra pochissimo. Eppure “Kiki – Consegne a domicilio” è uno dei film più belli che Hayao Miyazaki abbia mai realizzato — e considerando la concorrenza, non è un’affermazione da prendere alla leggera.

Era il 1989 e in Italia Hayao Miyazaki era ancora un nome per pochi, legato soprattutto alle serie televisive “Le avventure di Lupin III“, “Heidi” e “Il fiuto di Sherlock Holmes“, mentre in Giappone il maestro creatore di Totoro usciva con un film su una ragazzina, una scopa e un gatto nero — e cambiava per sempre il modo di raccontare l’adolescenza al cinema.

“Kiki“ arriva un anno dopo “Il mio vicino Totoro” e due anni prima di “Porco Rosso“, e si inserisce nel periodo d’oro dello Studio Ghibli in cui Miyazaki sembrava capace di toccare ogni storia e trasformarla in qualcosa di straordinario. La fonte letteraria è il romanzo di Eiko Kadono, pubblicato in Giappone nel 1985. E’ la storia di una giovane strega che, seguendo un’antica tradizione, lascia la casa dei genitori per trascorrere un anno da sola in una città sconosciuta, imparando a cavarsela con le proprie forze e con la sua unica dote speciale: il volo su scopa.

Ma ridurre “Kiki” a una storia di magia e di formazione sarebbe come dire che “La bella e la bestia” è solo un racconto di animali parlanti. Miyazaki prende lo spunto della Kadono e lo trasforma in qualcosa di più profondo e universale: un film sull’identità, sulla crisi creativa, sulla solitudine di chi si ritrova a costruirsi da zero in un ambiente estraneo. Kiki non è una protagonista infallibile e trionfante; è una ragazza che a tratti si sente inadeguata, che perde temporaneamente il suo potere di volare proprio quando la pressione emotiva si fa insostenibile. È, in parole povere, una storia sull’essere adolescenti e sul delicato equilibrio tra ciò che siamo e ciò che gli altri si aspettano da noi.

La città immaginaria in cui Kiki approda — ispirata a Stoccolma e a Lisbona, con qualche tocco di Parigi — è uno di quei luoghi miyazakiani che vorresti abitare: stradine acciottolate che scendono verso il mare, forni profumati di pane caldo, tetti da cui si vede il tramonto. Un’Europa sognata e reinventata, filtrata da uno sguardo straniero e quindi ancora più bella, liberata dal grigio del quotidiano e restituita alla sua luce più gentile.

E poi c’è Jiji, il gatto nero di Kiki, compagno fedele e voce della coscienza pratica della protagonista: uno dei personaggi animali più riusciti dell’intera filmografia ghibliana, capace di strappare sorrisi senza mai scivolare nella macchietta.

Come in ogni pellicola del grande regista, però, non è solo la trama che conta. Miyazaki è anzitutto un pittore, e ogni sua inquadratura è studiata con una cura che sfida qualsiasi paragone nel cinema d’animazione. Le atmosfere di “Kiki” sono sublimi: la luce del pomeriggio che filtra tra le tegole, le nuvole che corrono veloci sotto la scopa di una ragazzina in volo, il verde intenso delle colline fuori città. C’è una poesia silenziosa in certe sequenze — Kiki che guarda il mare dalla finestra, o che cammina da sola sotto la pioggia — che vale più di mille dialoghi.

Vale anche la pena ricordare che “Kiki” fu il film che sancì definitivamente il sodalizio tra Miyazaki e la Disney per la distribuzione occidentale, aprendo la strada a tutto ciò che sarebbe venuto dopo. Un film importante non solo artisticamente ma anche storicamente, nel racconto della traiettoria internazionale dello Studio Ghibli.

Da vedere, come ogni altro frutto dell’ingegno del maestro giapponese. E se lo avete già visto, questa è l’occasione perfetta per riscoprire quanto fosse bravo e quanto lo sia ancora.

Iscriviti e ascolta gratuitamente questa e altre recensioni di libri, film e serie tv sul podcast “La Foglia d’Acanto” disponibile su podCloud Castopod Spotify YouTube e Amazon Music.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *