“Blue in the Face” di Wayne Wang e Paul Auster

(USA, 1995)

Harvey Keitel dietro un bancone. Fumo di sigaretta. Brooklyn. E nessuno che sappia esattamente cosa succederà nei successivi novanta minuti …inclusi registi e attori.

Se questa frase non vi ha già convinto a cercare e poi vedere il film, allora probabilmente questa pellicola non fa per voi. Andate pure. Gli altri, invece, restino: ne vale la pena.

Blue in the Face nasce da un eccesso di entusiasmo e da una follia creativa che solo certi incontri rari sanno generare. Wayne Wang e Paul Auster hanno appena finito di girare Smoke, si guardano intorno sul set della tabaccheria di Auggie Wren a Brooklyn, realizzano che hanno ancora la troupe, ancora le attrici, gli attori e, soprattutto, ancora voglia di stare lì, e decidono di girare un altro film. Senza sceneggiatura. Senza piano. Con Harvey Keitel che imbastisce conversazioni con chiunque capiti, e con un elenco di ospiti che sembra estratto dal sogno di uno che ha passato troppo tempo a Manhattan nei tardi anni Ottanta: Lou Reed, Madonna, Roseanne Barr, Jim Jarmusch, Michael J. Fox, Lily Tomlin, Giancarlo Esposito, Mira Sorvino e Jared Harris. E poi David Byrne, che non recita ma che con la sua musica costruisce una spina dorsale sonora degna del film migliore della stagione.

Sì, Byrne. Parliamone. La colonna sonora di Blue in the Face è uno di quegli elementi che ti entrano dentro senza chiedere permesso. Mescolando ritmi latini, jazz sgangherato, blues stradaiolo e qualcosa che suona come l’anima di Brooklyn messa in partitura, Byrne — già leader dei Talking Heads — confeziona una colonna sonora che funziona esattamente come il film: sciolta, imprevedibile, capace di cambiare umore da una scena all’altra senza perdere mai la propria identità. Musica che non commenta, ma che abita.

Keitel è Auggie, il gestore della tabaccheria che sembra l’unico adulto in una Brooklyn popolata da eterni adolescenti dell’anima. Lo era già in Smoke, ma qui, libero dalle maglie di una trama vera, diventa qualcosa di più puro: un ascoltatore. È lui il centro gravitazionale del film, l’asse attorno al quale ruotano le storie degli altri, i monologhi improvvisati, le confessioni, le buffonate. C’è qualcosa di commovente nel guardare un attore della sua levatura semplicemente stare lì, esserci, rispondere. Come se il cinema avesse finalmente smesso di chiedergli di recitare e gli avesse detto: fai solo te stesso.

Lou Reed appare e porta con sé quella sua aria da newyorkese impermeabile a tutto, l’ironia secca, la voce come carta vetrata su legno grezzo. La sua scena è una di quelle che non si dimentica: parla di Brooklyn come un amante parla di una persona difficile, con affetto e frustrazione mescolati in proporzioni uguali.

Il film non ha una trama, e questo è il punto. Blue in the Face è una dichiarazione d’amore a forma di tabaccheria, un inno alle conversazioni che non portano da nessuna parte e che per questo restano. È cinema fatto di interstizi, di quei momenti che normalmente si tagliano in sala di montaggio perché “non servono alla storia”. Qui la storia sono loro, quei momenti. Auster — che è prima di tutto un romanziere, uno che sa che la vita non ha una vera struttura narrativa — lo capisce meglio di chiunque.

Certo, non è un film per tutti. Chi cerca climax, svolta di trama, redenzione, arco del personaggio, resterà a bocca asciutta. Ma chi è disposto a sedersi su quel bancone insieme ad Auggie e lasciare che Brooklyn gli scorra davanti come un fiume lento e bizzarro, troverà qualcosa di difficile da catalogare e impossibile da dimenticare.

Chiamatelo cinema-improvvisazione. Chiamatelo esperimento riuscito. Chiamatelo, semplicemente, uno di quei film che ti fanno venir voglia di stare lì a guardare e ascoltare.

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 “Ombre e nebbia” di Woody Allen

(USA, 1991)

Con “Ombre e nebbia” Woody Allen ci porta in un territorio inusuale per il suo stile, ma non per il suo spirito irrequieto e curioso. Questo film del 1991, girato interamente in un bianco e nero meravigliosamente espressionista, è una sorta di omaggio al genio di Franz Kafka e al cinema muto, ai thriller noir degli anni ’30 e a quel mondo visionario che registi come Fritz Lang e Friedrich Wilhelm Murnau hanno saputo creare. Per girarlo, la produzione ha realizzato un set di oltre 2.000 metri quadrati, uno dei più grandi mai creati a New York.

Tratto dal racconto “Morte” che lo stesso Allen pubblicò nel 1972 nella raccolta “Citarsi addosso” – poi ripubblicata nel nostro Paese col titolo “Senza piume” nel 2023 – la trama del film segue Kleinman, interpretato dallo stesso Allen, un uomo qualsiasi che si trova, suo malgrado, coinvolto in una caccia a un misterioso assassino che terrorizza una città avvolta dalla nebbia. Sembra quasi una fiaba, ma di quelle oscure, dove il protagonista si muove senza una vera direzione, perso in un mondo popolato da figure eccentriche, tutte in qualche modo distaccate dalla realtà. La caccia all’assassino, in fondo, è solo una scusa per esplorare i grandi temi che Allen ama affrontare: la paura, l’incertezza, il significato (…o la mancanza di significato) dell’esistenza.

L’atmosfera onirica è resa perfettamente grazie a una regia che non ha paura di prendersi i suoi tempi e un cast di altissimo livello: oltre a Mia Farrow, ci sono John Malkovich, Jodie Foster, Kathy Bates, John C. Reilly, Madonna e tanti altri come John Cusack, che poi interpreterà il delizioso “Pallottole su Broadway” diretto dallo stesso Allen nel 1995. Ognuno dei personaggi interpreta una piccola parte di questo strano mosaico umano. Ciascuno è alla ricerca di qualcosa, e come spesso accade nei film di Allen, alla fine non trovano molto, se non ulteriori domande.

“Ombre e nebbia” è un film che non offre risposte semplici né confortanti. È un’opera che ti lascia con la sensazione che tutto sia effimero e fugace, come la nebbia che copre e scopre le strade della città senza nome, fotografata superbamente da Carlo Di Palma. Allen non ci risparmia il suo umorismo sottile e intellettuale, ma qui è più cupo, quasi cinico, come se volesse ricordarci che la vita, alla fine, è solo una lunga serie di tentativi di sfuggire alle nostre paure.

Non è un film facile o convenzionale. Chi ama il Woody Allen più leggero e spensierato, quello delle commedie romantiche o dei dialoghi fulminanti, potrebbe trovare questo lavoro troppo distante dai suoi gusti. Ma per chi è disposto a seguire Allen in questa incursione nel crepuscolo, “Ombre e nebbia” è un’esperienza affascinante, che riflette sul cinema, sulla filosofia e sulla nostra fragile condizione umana.

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