“Passaggio in India” di David Lean

(USA/UK, 1984)

“Passaggio in India” di David Lean è un’opera maestosa che si staglia come un monumento al tramonto definitivo dell’impero britannico, un film che ho avuto il privilegio di rivedere recentemente e che continua a scuotermi nel profondo. Lean, con la sua caratteristica maestria visiva, dipinge un affresco monumentale dell’India coloniale degli anni ’20 del secolo scorso, trasformando il romanzo di Edward Morgan Forster (pubblicato per la prima volta nel 1924) in un’esperienza cinematografica che trascende i confini del semplice adattamento letterario.

La pellicola si muove con la grazia di un elefante cerimoniale attraverso i vicoli polverosi di Chandrapore, dove si consuma il dramma della giovane Adela Quested (una brava ed enigmatica Judy Davis), della signora Moore (una superba Peggy Ashcroft) e del dottor Aziz (un ottimo Victor Banerjee). Le grotte Marabar, vero cuore metafisico del film, si ergono come un enigma insondabile, un labirinto dove la presunta razionalità occidentale si sgretola definitivamente di fronte all’infinito mistero dell’Oriente.

Lean orchestra ogni elemento con la precisione di un orologiaio svizzero: la fotografia di Ernest Day cattura la luce accecante dell’India con una tale intensità da far quasi percepire il calore soffocante sullo schermo. La colonna sonora di Maurice Jarre, con i suoi temi orientali intrecciati a melodie britanniche, crea una tensione musicale che rispecchia perfettamente il conflitto culturale al centro della narrazione.

Ma è nella rappresentazione delle relazioni umane che il film raggiunge le sue vette più alte. L’amicizia impossibile tra Aziz e il professor Fielding (James Fox) diventa una metafora della frattura insanabile tra due mondi, mentre il processo che segue l’incidente nelle grotte svela gli abissi di feroce pregiudizio e incomprensione che separano colonizzatori e colonizzati. Non è un caso, quindi, che Lean affidi la parte di Godbbole, un docente di filosofia induista ad Alec Guinness.

Ciò che più mi colpisce, a ogni visione, è come Lean – che scrive la sceneggiatura ispirandosi all’adattamento di Santha Rama Rau – riesca a mantenere un equilibrio perfetto tra l’epica storica e l’intimità psicologica. Non cade mai nella facile tentazione dell’esotismo superficiale, ma scava invece nelle profondità dell’animo umano, rivelando le crepe che si aprono quando culture diverse si scontrano senza veramente comprendersi.

“Passaggio in India” è un film che respira con lentezza, che richiede pazienza e attenzione, ma che ripaga lo spettatore con una ricchezza di significati e una profondità emotiva rare nel cinema contemporaneo. È un’opera che, come le grotte Marabar stesse, continua a echeggiare nella mente molto tempo dopo i titoli di coda.

Il vero trionfo di Lean sta nell’aver creato non solo un film sull’India coloniale, ma un’opera universale sulla natura dell’incomprensione umana, sul peso dei pregiudizi e sulla possibilità – o impossibilità – di una vera comprensione tra culture diverse. Un capolavoro che, quarant’anni dopo la sua uscita, mantiene intatta la sua forza dirompente e la sua attualità.

D’altronde, oggi, stiamo ancora tutti pagando l’arrogante e prepotente imperialismo britannico.

Ascolta gratuitamente questa e altre recensioni di libri, film e serie tv sul podcast il podcast “La Foglia d’Acanto” disponibile su Spotify, Amazon Music e YouTube.

“Harry a pezzi” di Woody Allen

(USA, 1997)

Dopo le vicende che hanno sancito la fine, con alcuni pesanti strascichi legali, del rapporto decennale con Mia Farrow – che lo stesso Allen ha poi raccontato dettagliatamente nel suo delizioso “A proposito di niente” – il genio newyorkese ci dipinge la storia personale di Harry Bloch – suo alter ego, tanto che è lui stesso ad impersonarlo – superbo scrittore ma che nella vita personale è un disastro emotivo per chi ha la “sfortuna” di incontrarlo, soprattutto le donne, sua incontenibile e morbosa ossessione.

Come ogni grande artista, anche Harry Bloch si ispira alla propria vita privata per prendere spunto per le sue opere. Caravaggio, usando come modelle le prostitute che frequentava quotidianamente per dare il volto alla Madonna o ad altre figure sacre che dipingeva nei suoi capolavori immortali, al massimo suscitava lo sdegno degli altri prelati che glieli avevano commissionati.

Harry Bloch, invece, pubblicando i suoi racconti e i suoi romanzi, travolge senza il minimo scrupolo la vita delle persone – e ancora una volta soprattutto quella delle donne… – che ha frequentato o frequenta, mettendone in piazza le debolezze, le miserie e i tradimenti.

Nessuno riesce a perdonare Harry, che con il suo egoismo pretende che il mondo si adatti a lui e non il contrario. Autoreferenziale e viziato, Harry è destinato sempre a rimanere solo. E così, alla fine, gli unici che gli staranno accanto, devoti e fedeli, saranno solo i suoi personaggi.

Naturalmente “Harry a pezzi” non ha nulla a che vedere con le vicende personali e legali – ormai definitivamente chiuse – con il matrimonio fra Allen e Farrow, ma è invece una “semplice” confessione personale del regista che alla realtà preferisce sempre e comunque la – …propria – fantasia, dove le cose funzionano e vanno inesorabilmente in linea con il suo – …assai complicato ed irrisolto – essere.

Con un cast stellare fra cui spiccano Judy Davis, Billy Crystal, Richard Benjamin, Julia Louis-Dreyfus, Kristie Alley ed Elisabeth Shue; e con dei camei davvero eccezionali come quello strepitoso di Robin Williams e Julie Kavner, o di Demi Moore e Stanley Tucci, di Eric Bogosian, Mariel Hemingway, Tobey Maguire e Paul Giamatti, “Harry a pezzi” è senza dubbio fra le migliori pellicole in assoluto di Woody Allen.

Da vedere ad intervalli regolari.