“The Holdovers – Lezioni di vita” di Alexander Payne

(USA, 2023)

Alexander Payne è uno di quei registi che sa raccontare l’America profonda con la precisione di un entomologo e la sensibilità di un poeta. Con “The Holdovers – Lezioni di vita”, realizza una commedia drammatica che, pur non avendo l’irriverenza di “Sideways” o l’amarezza di “Nebraska”, brilla di una luce calda e avvolgente come una sera d’inverno davanti al camino.

La storia si sviluppa in un college del New England durante le vacanze natalizie del 1970. Paul Hunham, un professore di storia antica interpretato da un Paul Giamatti in stato di grazia, si ritrova a dover supervisionare gli studenti “dimenticati” che non possono tornare a casa per le festività. Tra questi c’è Angus Tully, un adolescente brillante ma problematico, a cui il giovane Dominic Sessa regala una presenza magnetica e vulnerabile.

Da qui prende vita un racconto che mescola la sapienza narrativa di Payne, l’atmosfera malinconica del New England invernale e una riflessione profonda sulla solitudine e sul senso di appartenenza. Il campus semideserto diventa un microcosmo dove tre anime perse – il professore, lo studente e Mary, la cuoca interpretata da una straordinaria Da’Vine Joy Randolph – sono costrette a confrontarsi con i propri demoni.

Come sempre accade nei film di Payne, i dialoghi sono un equilibrio perfetto tra umorismo tagliente e verità scomode. Il contrasto tra l’intellettualismo pedante di Hunham e la ribellione adolescenziale di Angus è un tema centrale, trattato con un’ironia che non manca mai di umanità. Giamatti, ormai collaboratore affidabile di Payne, costruisce un personaggio memorabile, mentre Da’Vine Joy Randolph, nel ruolo di una madre in lutto per il figlio caduto in Vietnam, aggiunge strati di profondità emotiva a ogni scena in cui appare.

Eppure, sotto la superficie della commedia, pulsa un cuore di sincera malinconia. Payne ci parla di seconde possibilità, di connessioni inaspettate e di come, a volte, la famiglia sia qualcosa che si trova per strada piuttosto che qualcosa in cui si nasce. La durata generosa del film permette ai personaggi di svilupparsi con naturalezza, mentre la ricostruzione d’epoca, precisa ma mai invadente, ci trasporta in un’America che sta perdendo la propria innocenza.

“The Holdovers” – scritto da David Hemingson e il cui titolo in originale vuol dire non a caso: “I superstiti” – è un film che invita a guardare oltre le apparenze, a trovare la bellezza nelle imperfezioni e a riconoscere che le lezioni più importanti arrivano spesso quando meno ce le aspettiamo. Non sarà il film più audace di Alexander Payne, ma è forse il suo più caldo e accogliente, perfetto per chi cerca un cinema che sappia nutrire tanto l’intelletto quanto il cuore.

Un gioiello di umanità che brilla con la luce gentile della comprensione, ideale per ricordarci che anche nelle notti più buie c’è sempre qualcuno con cui condividere il calore di una risata, il conforto di un silenzio o di una semplice ma sincera stretta di mano.

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“Harry a pezzi” di Woody Allen

(USA, 1997)

Dopo le vicende che hanno sancito la fine, con alcuni pesanti strascichi legali, del rapporto decennale con Mia Farrow – che lo stesso Allen ha poi raccontato dettagliatamente nel suo delizioso “A proposito di niente” – il genio newyorkese ci dipinge la storia personale di Harry Bloch – suo alter ego, tanto che è lui stesso ad impersonarlo – superbo scrittore ma che nella vita personale è un disastro emotivo per chi ha la “sfortuna” di incontrarlo, soprattutto le donne, sua incontenibile e morbosa ossessione.

Come ogni grande artista, anche Harry Bloch si ispira alla propria vita privata per prendere spunto per le sue opere. Caravaggio, usando come modelle le prostitute che frequentava quotidianamente per dare il volto alla Madonna o ad altre figure sacre che dipingeva nei suoi capolavori immortali, al massimo suscitava lo sdegno degli altri prelati che glieli avevano commissionati.

Harry Bloch, invece, pubblicando i suoi racconti e i suoi romanzi, travolge senza il minimo scrupolo la vita delle persone – e ancora una volta soprattutto quella delle donne… – che ha frequentato o frequenta, mettendone in piazza le debolezze, le miserie e i tradimenti.

Nessuno riesce a perdonare Harry, che con il suo egoismo pretende che il mondo si adatti a lui e non il contrario. Autoreferenziale e viziato, Harry è destinato sempre a rimanere solo. E così, alla fine, gli unici che gli staranno accanto, devoti e fedeli, saranno solo i suoi personaggi.

Naturalmente “Harry a pezzi” non ha nulla a che vedere con le vicende personali e legali – ormai definitivamente chiuse – con il matrimonio fra Allen e Farrow, ma è invece una “semplice” confessione personale del regista che alla realtà preferisce sempre e comunque la – …propria – fantasia, dove le cose funzionano e vanno inesorabilmente in linea con il suo – …assai complicato ed irrisolto – essere.

Con un cast stellare fra cui spiccano Judy Davis, Billy Crystal, Richard Benjamin, Julia Louis-Dreyfus, Kristie Alley ed Elisabeth Shue; e con dei camei davvero eccezionali come quello strepitoso di Robin Williams e Julie Kavner, o di Demi Moore e Stanley Tucci, di Eric Bogosian, Mariel Hemingway, Tobey Maguire e Paul Giamatti, “Harry a pezzi” è senza dubbio fra le migliori pellicole in assoluto di Woody Allen.

Da vedere ad intervalli regolari.