“Single in attesa di divorzio” di Glenn Jordan

(USA, 1996)

Se avete già letto qui la mia recensione di “Capitolo secondo“, il film del 1979 diretto da Robert Moore in cui Neil Simon metteva in scena — con il viso di James Caan e l’anima ancora sanguinante per la morte della moglie Joan — il dolore di un uomo che non sa se ha il diritto di ricominciare ad amare, allora siete già dentro “Single in attesa di divorzio” prima ancora che inizi. Perché Jake è George Schneider diciassette anni dopo. Stesso uomo, stessa difficoltà a stare nel mondo senza una donna che lo tenga ancorato a terra, stesso terrore di guardare in faccia ciò che ha perso e ciò che sta perdendo. Solo che questa volta Simon non racconta la storia dall’esterno: la racconta dall’interno. Letteralmente.

Benvenuti nella testa di Jake: scrittore di mezza età, il primo matrimonio finito con la tragica scomparsa della sua giovane moglie di soli 34 anni, una seconda moglie che ha smesso di aspettarlo e una galleria di figure femminili che non abitano tanto la realtà quanto la sua coscienza. Perché “Jake’s Women” — titolo originale che l’italiano “Single in attesa di divorzio” tradisce e banalizza nella sua superficiale ironia — è un film che vive e respira dentro il cranio del suo protagonista. I flashback non sono ricordi, sono convocazioni. Le fantasie non sono sogni, sono processi. Jake chiama le donne della sua vita come se fossero personaggi di un romanzo che può riscrivere a suo piacimento. Ma Neil Simon — che da “Capitolo secondo” in poi non ha mai smesso di fare i conti con la propria biografia sentimentale — sa benissimo che le donne vere non si lasciano riscrivere. E le sue donne, inoltre e giustamente, rispondono per le rime.

Glenn Jordan, regista di lungo corso nel cinema televisivo americano, confeziona nel 1996 per la CBS un prodotto che conosce i propri limiti e li trasforma in virtù. Non tenta di aprire il testo teatrale in mille direzioni cinematografiche (la commedia debuttò a Broadway nel 1992 dopo un travagliato rodaggio). Lo lascia respirare nei suoi spazi chiusi, nella sua natura dichiaratamente artificiale, fidandosi della scrittura e dell’interprete principale.

Alan Alda è Jake con quella naturalezza malinconica che solo gli attori americani di una certa generazione sanno sfoggiare: la capacità di essere simpatico e insopportabile nello stesso momento, di suscitare tenerezza mentre stai pensando che un bel ceffone non gli farebbe male. Dove James Caan portava in “Capitolo secondo” una ruvidezza fisica, una resistenza quasi animalesca al dolore, Alda porta la versione intellettualizzata dello stesso tormento: l’uomo che sa perfettamente cosa sta sbagliando, sa spiegarlo con precisione chirurgica, e continua a sbagliarlo lo stesso. George Schneider almeno aveva la scusa di non capire. Jake, invece, non ce l’ha.

Il meccanismo drammaturgico è semplice e geniale insieme. Jake convoca mentalmente le donne della sua vita: la seconda moglie Maggie, da cui si sta separando; la prima moglie Julie, morta anni prima e mai davvero lasciata andare — proprio come Simon non riuscì a lasciare andare Joan, la sua prima moglie scomparsa troppo presto, e come George in “Capitolo secondo” non riusciva a smettere di sentirla ovunque. Poi la psicologa, la sorella, la figlia, l’amante del momento. Ognuna porta con sé un pezzo di verità che Jake preferirebbe non guardare in faccia. Nessuna però glielo risparmia.

Il cast femminile è il vero tesoro nascosto del film. Anne Archer nei panni di Maggie porta quella qualità rara di rendere credibile una donna che ha deciso di non aspettare più. Mira Sorvino — che quell’anno vinceva l’Oscar come miglior attrice non protagonista per “La dea dell’amore” di Woody Allen — appare in un ruolo breve ma incisivo. Julie Kavner, Joyce Van Patten e Kimberly Williams-Paisley completano un ensemble che sa esattamente cosa fare con i dialoghi di Simon, quei dialoghi che sembrano jazz e sono invece orologeria svizzera: ogni battuta arriva per caso, e invece è tutto calcolato al millimetro. Il dolore è sempre nascosto sotto la battuta, il rimpianto arriva travestito da ironia. Nessuno sa meglio di Simon che le cose più serie si dicono ridendo.

Il limite del film, onestamente, è quello di non saper completamente liberarsi della sua origine teatrale. Ci sono momenti in cui si sente il palcoscenico sotto i piedi, la quarta parete che regge tutto, l’impossibilità di sfuggire alla convenzione del testo originale. Ma è una critica relativa: il cinema televisivo americano di quel periodo aveva ancora il coraggio di raccontare storie da adulti per adulti senza sentirsi in dovere di semplificare nulla.

In fondo, quello che Neil Simon ha fatto per tutta la vita — da “Capitolo secondo” in poi, e forse anche prima — è stato lo stesso identico lavoro di Jake: convocare le persone amate, farle sedere davanti a sé, e cercare di capire dove sbagliava. La differenza è che Simon, alla fine, riusciva sempre a trovare la battuta giusta. Jake, come tutti noi, un po’ meno.

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“Harry a pezzi” di Woody Allen

(USA, 1997)

Dopo le vicende che hanno sancito la fine, con alcuni pesanti strascichi legali, del rapporto decennale con Mia Farrow – che lo stesso Allen ha poi raccontato dettagliatamente nel suo delizioso “A proposito di niente” – il genio newyorkese ci dipinge la storia personale di Harry Bloch – suo alter ego, tanto che è lui stesso ad impersonarlo – superbo scrittore ma che nella vita personale è un disastro emotivo per chi ha la “sfortuna” di incontrarlo, soprattutto le donne, sua incontenibile e morbosa ossessione.

Come ogni grande artista, anche Harry Bloch si ispira alla propria vita privata per prendere spunto per le sue opere. Caravaggio, usando come modelle le prostitute che frequentava quotidianamente per dare il volto alla Madonna o ad altre figure sacre che dipingeva nei suoi capolavori immortali, al massimo suscitava lo sdegno degli altri prelati che glieli avevano commissionati.

Harry Bloch, invece, pubblicando i suoi racconti e i suoi romanzi, travolge senza il minimo scrupolo la vita delle persone – e ancora una volta soprattutto quella delle donne… – che ha frequentato o frequenta, mettendone in piazza le debolezze, le miserie e i tradimenti.

Nessuno riesce a perdonare Harry, che con il suo egoismo pretende che il mondo si adatti a lui e non il contrario. Autoreferenziale e viziato, Harry è destinato sempre a rimanere solo. E così, alla fine, gli unici che gli staranno accanto, devoti e fedeli, saranno solo i suoi personaggi.

Naturalmente “Harry a pezzi” non ha nulla a che vedere con le vicende personali e legali – ormai definitivamente chiuse – con il matrimonio fra Allen e Farrow, ma è invece una “semplice” confessione personale del regista che alla realtà preferisce sempre e comunque la – …propria – fantasia, dove le cose funzionano e vanno inesorabilmente in linea con il suo – …assai complicato ed irrisolto – essere.

Con un cast stellare fra cui spiccano Judy Davis, Billy Crystal, Richard Benjamin, Julia Louis-Dreyfus, Kristie Alley ed Elisabeth Shue; e con dei camei davvero eccezionali come quello strepitoso di Robin Williams e Julie Kavner, o di Demi Moore e Stanley Tucci, di Eric Bogosian, Mariel Hemingway, Tobey Maguire e Paul Giamatti, “Harry a pezzi” è senza dubbio fra le migliori pellicole in assoluto di Woody Allen.

Da vedere ad intervalli regolari.

“Radio Days” di Woody Allen

(USA, 1987)

Molti critici, soprattutto quelli italiani, hanno paragonato giustamente questa malinconica e divertente pellicola di Woody Allen ad “Amarcord” di Federico Fellini.

Infatti, il genio newyorkese, che non appare nel film anche se è sua la voce narrante (doppiata come sempre in maniera sublime da Oreste Lionello nella nostra versione) ci trasporta agli inizi degli anni Quaranta nel Queens, quartiere periferico della Grande Mela dove è nato e cresciuto.

E attraverso gli occhi del giovane Allan Stewart Königsberg alias Joe (Seth Green) riviviamo quegli anni funestati dall’ombra della guerra che si combatteva in Europa, e il cui centro nevralgico emozionale e culturale era la radio.

Così seguiamo la routine quotidiana che si consuma nella casa dove vive Joe assieme ai suoi genitori (la madre è interpretata da Julie Kavner, attrice che collaborerà molto con Allen e che dal 1989 dona la voce originale a Marge Simpson nei mitici “I Simpsons“) condivisa per pure ragioni economiche con gli zii Abe (Josh Mostel, figlio di Zero Mostel attore vittima del maccartismo e che con Allen ha interpretato un ruolo semi-autobiografico su quegli anni ne “Il prestanome” di Martin Ritt) Ceil e la loro figlia adolescente, zia Bea (Dianne West) eternamente in cerca della sua anima gemella e i nonni.

L’unico grande mezzo di fuga dalle fatiche e dalle delusioni della vita quotidiana è la radio attraverso la quale si possono vivere avventure e viaggi fantastici, e i cui protagonisti in realtà sono, loro malgrado, molto reali come per esempio Sally White (Mia Farrow) che da semplice venditrice di sigari nei nightclub diventa incredibilmente la protagonista di un programma radiofonico di gossip tutto suo. Cameo pregiato per Diane Keaton che si esibisce come cantante in una serata radiofonica.

Memorabile, e molto “felliniana”, è la scena in cui Joe viene portato per la prima volta al cinema ed entra nel maestoso e splendido “Radio City Music Hall” nel quale proiettano “Scandalo a Filadelfia” di George Cukor.

Per amanti di Woody Allen e nostalgici doc.

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“Rhoda” di James L. Brooks e Allan Burns

(USA, dal 1974 al 1978)

Questa divertente sit-com nasce come spin-off di “Mary Tyler Moore”, altra serie famosissima negli States agli inizi degli anni Settanta, nella quale Rhoda (sempre interpretata da Valerie Harper) aveva il ruolo di amica della protagonista, contraltare delle vicende amorose e lavorative della bella e fin troppo perfetta Mary Richards.

Ma il successo di Rhoda, intelligente e spiritosa ma schiacciata dalla figura materna e per questo spesso sfortunata con gli uomini, convince i produttori a dedicarle una serie tutta sua.

Da Minneapolis Rhoda Morgenstern torna a New York per fare la vetrinista. Lì il suo contraltare sarà la sorella minore Brenda (Julie Kavner). Le vicende di Rhoda sono indubbiamente molto più divertenti e spesso cattive di quelle della serie da cui nasce, e ancora oggi godibilissime.

Non è un caso quindi che uno dei creatori della serie, James L. Brooks, sia anche uno dei produttori e coautori, insieme a Matt Groening, de “I Simpson”, e che Julie Kavner sia l’attrice che da oltre vent’anni dona la voce a Marge Simpson.