“84, Charing Cross Road” di Helene Hanff

(1970/2007, Archinto)

Devo essere sincero, a parte Dracula di Bram Stoker, i romanzi epistolari non mi hanno mai entusiasmato più di tanto: la forma frammentata, fatta di lettere che si rincorrono nel tempo, mi ha sempre lasciato la sensazione di leggere qualcosa di più simile a un mosaico incompiuto che a un vero romanzo. Eppure questo libro autobiografico di Helene Hanff è riuscito a smentire ogni mia riserva, e lo ha fatto con una naturalezza disarmante, come se l’autrice non avesse nemmeno bisogno di sforzarsi per conquistarmi.

Tutto comincia nell’ottobre del 1949, quando Hanff, giovane sceneggiatrice newyorkese dal carattere pungente e dai gusti letterari tutt’altro che convenzionali, scrive per la prima volta alla libreria antiquaria Marks & Co., situata all’84 di Charing Cross Road, nel cuore di Londra. Cerca vecchi saggi inglesi del Settecento, edizioni introvabili negli Stati Uniti, e a risponderle è Frank P. Doel, commesso della libreria, uomo di understatement assai british e di squisita competenza bibliografica. Da quel primo scambio, apparentemente commerciale e formale, nasce una corrispondenza che si protrarrà per vent’anni, fino al 1969, attraversando la ricostruzione post-bellica, il razionamento alimentare inglese, i cambiamenti di un’epoca intera.

Ciò che rende speciale questo libro è proprio la sua capacità di trasformare un rapporto professionale in qualcosa di profondamente umano, quasi intimo, senza che i due protagonisti si incontrino mai fisicamente. Helene, generosa e sopra le righe, invia pacchi di cibo alla libreria negli anni dell’indigenza inglese; Frank, discreto e misurato, ricambia con libri scelti con cura maniacale, capaci di anticipare i desideri della sua corrispondente ancor prima che lei stessa li formuli con chiarezza. Con il passare degli anni, alla corrispondenza tra Helene e Frank si aggiungono le voci di altri membri della libreria, delle loro famiglie, creando un piccolo universo epistolare fatto di piccole confidenze, ricette, aneddoti quotidiani, battute argute e un amore sconfinato per i libri che diventa il vero collante di tutto il racconto.

È proprio questa la cifra stilistica che ho apprezzato di più: Hanff non scrive mai un romanzo sentimentale nel senso tradizionale del termine, eppure tra le righe di ogni lettera si percepisce un’affinità elettiva che cresce lettera dopo lettera, libro dopo libro, fino a diventare qualcosa di simile all’amore, mai dichiarato e mai davvero consumato. L’oceano Atlantico che separa New York da Londra non è soltanto una distanza geografica, ma diventa quasi un personaggio esso stesso, una barriera che protegge e al tempo stesso frustra il desiderio dei due protagonisti di incontrarsi davvero.

E qui sta forse il cuore più struggente del libro: Helene rimanderà sempre il viaggio a Londra, per mancanza di denaro, certo, ma anche, si intuisce, per un timore sottile di rompere l’incanto di un rapporto costruito solo sulla parola scritta. Quando finalmente riuscirà a raccogliere i soldi necessari per il viaggio, sarà troppo tardi: la libreria avrà chiuso i battenti e Frank P. Doel sarà scomparso, portandosi via per sempre la possibilità di un incontro reale. Solo allora Helene varcherà la soglia dell’84 di Charing Cross Road, in un pellegrinaggio commovente e definitivo, per ritrovare non più l’uomo con cui ha condiviso vent’anni di lettere, ma il luogo, i muri, l’atmosfera di un mondo che ormai esiste solo nella memoria e nelle pagine che ne restano.

Nel 1987 il regista David Hugh Jones porta con particolare maestria questo piccolo capolavoro sul grande schermo, affidandosi a due interpreti straordinari: Anne Bancroft dà corpo e voce a una Helene brillante, caustica e vulnerabile al tempo stesso, mentre Anthony Hopkins restituisce con misura impeccabilmente british la compostezza trattenuta di Frank Doel, un uomo capace di far trapelare, sotto la superficie formale delle sue lettere, un affetto sempre più profondo. Il film, fedele allo spirito del libro, riesce a rendere visivamente ciò che sulla pagina vive solo nell’immaginazione del lettore: le strade di Londra, gli scaffali polverosi della libreria, il tempo che scorre inesorabile tra un continente e l’altro.

84 Charing Cross Road è, in definitiva, un piccolo grande romanzo sull’amicizia epistolare, sulla passione per i libri come forma di comunione tra anime distanti, e sulla malinconia struggente di tutto ciò che, per un soffio, non riusciamo a vivere fino in fondo.

Per la chicca: recentemente sono stato a Londra e sono andato anche io in pellegrinaggio all’84 di Charing Cross Road. Adesso, fra le mura che un tempo ospitavano la libreria, c’è un ristorante che fa parte di una delle catene più famose di fast food del pianeta. A ricordare la libreria che Hanff ha reso immortale c’è rimasta una targa.

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“Non ci resta che piangere” di Roberto Benigni e Massimo Troisi

(Italia, 1984)

Massimo Troisi muore il 4 giugno 1994, circa dodici ore dopo aver terminato di registrare il sonoro del film “Il postino” di Michael Radford che verrà candidato all’Oscar come miglior film. Roberto Benigni, cinque anni dopo, balla sulle poltrone del Dorothy Chandler Pavilion di Los Angeles prima di ritirare la statuetta come Miglior Attore Protagonista per il suo “La vita è bella”. Due destini enormi, divergenti, impossibili da immaginare guardando “Non ci resta che piangere” nel 1984. Eppure è lì, in quel film sgangherato e geniale, che tutto era già scritto.

Perché quando due artisti di quella portata si trovano nello stesso spazio nello stesso momento, quello che ne esce non è semplicemente un film. È una prova. Una certificazione. La dimostrazione documentata che il genio comico italiano, in quegli anni, aveva due facce, e che quelle due facce insieme valevano qualcosa di irripetibile.

La storia — e già dire “storia” sembra esagerato, perché la trama è poco più di un pretesto elegantemente confezionato — mette insieme Mario e Saverio, rispettivamente bidello (come si diceva allora) e maestro elementare in una scuola della provincia toscana, che per uno di quei capricci del destino cinematografico si ritrovano catapultati a Frittole nel 1492, con Cristoforo Colombo ancora a Palos, pronto a salpare verso un continente che ancora non sa di esistere. Saverio, preoccupato per la sorte della sorella Gabriellina — sedotta e abbandonata anni prima da un americano — vuole fermare la partenza e cambiare la storia. Mario vuole soprattutto tornare a casa.

Il meccanismo è quello del viaggio nel tempo, ma Benigni e Troisi non sembrano particolarmente interessati alla fantascienza. Sono interessati a loro stessi. Ed è giusto che sia così.

Perché la cosa straordinaria di questo film è che la trama, per originale che sia, conta meno di zero rispetto a quello che succede ogni volta che i due protagonisti aprono bocca, si guardano, si contraddicono o cercano di spiegare il gioco della scopa a Leonardo da Vinci. E qui bisogna fermarsi un momento e parlare di Leonardo, interpretato da un Paolo Bonacelli in stato di grazia assoluta: un grande e duttile attore che riesce nell’impresa quasi impossibile di non sparire sullo sfondo di due personalità comiche di quella portata. Il genio rinascimentale che ascolta pazientemente la spiegazione del termometro e delle regole di un gioco di carte è una delle sequenze più divertenti della storia del cinema mondiale. E non esagero.

Troisi è Mario con quella sua malinconia di fondo che non passava mai davvero, nemmeno nelle scene più spassose. C’è sempre in lui qualcosa di trattenuto, una distanza ironica dalle cose che rende ogni gag più vera e quindi più lacerante. Non a caso il grande Ettore Scola di lui ha scritto: “Troisi aveva una sua grandezza algebrica, contrassegnata dal segno ‘meno’. Lavorava di sottrazione, studiava per ore una battuta, poi al momento di dirla, borbottava qualcosa e dentro c’era tutto.” Benigni è Saverio con l’energia di un fenomeno atmosferico: imprevedibile, centrifugo, incapace di stare fermo anche quando il copione lo richiederebbe. La coppia funziona perché i due sono esattamente agli antipodi, e nessuno dei due fa il minimo sforzo per avvicinarsi all’altro. Sono due mondi distinti che si scontrano continuamente, e dallo scontro nascono scintille che ancora oggi, a distanza di oltre quarant’anni, non si spengono.

“Non ci resta che piangere” è una delle testimonianze più nitide e irripetibili di cosa significasse essere italiani e far ridere nell’Italia di quegli anni. Non è un film costruito su una struttura drammaturgica rigorosa. È un film costruito sulla fiducia cieca tra due artisti che si rispettavano abbastanza da lasciarsi andare, da improvvisare sull’orlo del baratro sapendo bene che, grazie anche all’altro, non sarebbero mai precipitati. E quella fiducia si vede. Si sente. Fa ancora ridere. E ogni tanto, tra una risata e l’altra, fa anche un po’ piangere stavolta per davvero, e non solo perché Cristoforo Colombo è appena partito per scoprire un nuovo continente.

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“Forrest Gump” di Winston Groom

(1994 R.C.S./Sonzogno)

Il libro di Groom, che risale al 1986, è diventato famoso a livello planetario quasi dieci anni dopo grazie al film diretto da Robert Zemeckis e interpretato magistralmente da Tom Hanks.

Ma quello che ha stuzzicato la mia curiosità e spinto a leggerlo non è stato il valore artistico della pellicola, ma le dichiarazioni che fece Winston Groom all’uscita del film, ammettendo di essere furioso con la produzione per aver scelto Hanks, attore – secondo lui – lontanissimo dalle corde del suo Forrest.

Ognuno ha nella testa il personaggio che legge, o meglio ancora che crea, ma siccome la letteratura e il cinema sono due arti separate e ben distinte, mi fanno imbestialire quelli che tentano di sovrapporle.

Un film e un libro saranno sempre e comunque due cose profondamente diverse anche se raccontano la stessa storia. Comunque sia, Groom ha scritto, per il suo stile infantile e la sua natura onirica, un romanzo interessante e a suo modo innovativo.

“Pina” di Wim Wenders

(2011, Germania)

Che cosa resta di un artista quando muore all’improvviso, a pochi giorni dall’inizio di un progetto a cui lavorava da vent’anni? Nel caso di Pina Bausch restano i corpi: quelli dei suoi ballerini, che continuano a raccontarla nell’unico modo che lei ha sempre considerato onesto: cioè muovendosi.

Pina Bausch è stata una delle grandi figure artistiche che hanno lasciato il segno nella cultura mondiale degli ultimi cinquant’anni. Ballerina e coreografa, ha cambiato e rinnovato la danza, e non solo quella moderna, inventando quel Tanztheater che mescola movimento, teatro, musica e vita quotidiana e che ha reso celebre in tutto il mondo la compagnia di Wuppertal, cittadina industriale della Renania. Wenders la conosceva e accarezzava da anni l’idea di un film insieme, ma non trovava il modo di raccontare la danza senza tradirla. Quando le nuove tecnologie 3D gli hanno offerto la risposta, Pina se n’è andata: era il giugno del 2009, aveva 68 anni, e un cancro l’ha portata via pochi giorni dopo la diagnosi. Il regista ha sospeso tutto. Poi, spinto dagli stessi ballerini, ha deciso di andare avanti, trasformando il progetto in un omaggio.

Ed è qui che il film smette di essere quello che ci aspetteremmo. Wenders non firma una semplice biografia: niente cronologia, niente testimonianze frontali, pochissimo materiale d’archivio. Wenders racconta Pina attraverso i suoi allievi e i suoi collaboratori, che vengono inquadrati in silenzio, con i volti in primo piano, mentre le loro voci fuori campo ricordano una frase, un consiglio, una richiesta apparentemente incomprensibile. Bausch, si scopre, raramente spiegava: faceva domande, e dalle risposte, verbali o fisiche, costruiva i suoi spettacoli. Il risultato è un ritratto per sottrazione, in cui la sua assenza è la presenza più forte.

Poi ci sono le coreografie, che sono il vero cuore del film. Su tutte Café Müller, con quei ballerini a occhi chiusi che si muovono tra sedie e tavolini come sonnambuli, mentre un uomo si affanna a spostare gli ostacoli prima che si scontrino: una scena che il maestro Pedro Almodóvar ha voluto in apertura del suo Parla con lei, e che qui rivediamo nella sua forma originale, con una forza che ancora oggi toglie il fiato. Ma c’è anche La sagra della primavera, con il palco ricoperto di terra e i corpi che si contorcono fino allo sfinimento, Vollmond con la sua enorme roccia e l’acqua che invade la scena, e Kontakthof, riproposto con interpreti anziani e adolescenti, a dimostrazione che i sentimenti di cui parla Pina non hanno età.

Wenders compie poi una scelta coraggiosa: porta i ballerini fuori dal teatro. Li vediamo danzare sulla monorotaia sospesa di Wuppertal, tra gli ex impianti industriali, per le strade della città. Potrebbe sembrare un vezzo, ma non lo è: quegli spazi rimandano alle stesse solitudini e agli stessi desideri che i pezzi di Pina Bausch mettono in scena sul palco. E il 3D, che in tanti film è solo un pretesto per far uscire qualcosa dallo schermo, qui serve davvero a qualcosa: dona profondità, aria, misura dello spazio, e ci porta in mezzo ai danzatori come nessuna platea, per quanto fortunata, potrebbe mai fare.

Wenders, del resto, sa filmare la bellezza dei corpi e dei luoghi come pochi altri, e in questo film ritrova quello sguardo contemplativo che aveva già mostrato ne Il cielo sopra Berlino e, sul versante documentaristico, in Buena Vista Social Club. Anche qui la musica e il movimento diventano una lingua che non ha bisogno di traduzione.

Se proprio devo trovare un limite, è forse una certa devozione: il film è un atto d’amore, non un’indagine, e chi cerca zone d’ombra o contraddizioni in Pina Bausch resterà a bocca asciutta. Qualche testimonianza, inoltre, sfiora l’agiografia. Ma è un difetto che si perdona volentieri, perché nasce da un lutto vero, e perché a parlare, alla fine, è sempre la danza.

Confesso che di danza ne so poco, e che sono entrato in sala con la diffidenza di chi teme di non capire. Sono uscito commosso, e con la sensazione di aver visto qualcosa che non si spiega ma si sente. È forse questa la lezione più grande di Pina Bausch: non serve conoscere i passi per riconoscere un dolore, una tenerezza, una richiesta d’aiuto. Un film per tutti, anche per chi, come me, non è un appassionato o esperto di danza.

Da vedere. E poi, magari, da rivedere, ripensando a quella frase che Pina ripeteva ai suoi ballerini: danzate, danzate, altrimenti siamo perduti.

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“L’Arte di mangiar bene” di Pellegrino Artusi

(1960/1991, Giunti)

Il volume “La Scienza in cucina e l’Arte di mangiar bene. Manuale pratico per le famiglie” venne pubblicato per la prima volta nel 1891 con scarso successo. Solo nei primi anni Settanta la grande opera di Pellegrino Artusi (1820-1911) è stata riscoperta e apprezzata come meritava.

Così le 790 ricette, con in appendice “La Cucina per gli stomachi deboli”, hanno segnato l’inizio storico della divulgazione e della successiva affermazione della cultura culinaria del nostro Paese nel mondo.

Dalla prefazione: “Due sono le funzioni principali della vita: la nutrizione e la propagazione della specie; a coloro quindi, che, rivolgendo la mente a questi due bisogni dell’esistenza, li studiano e suggeriscono norme onde vengano sodisfatti nel miglior modo possibile, per render meno triste la vita stessa, e per giovare all’umanità, sia lecito sperare che questa, pur se non apprezza le loro fatiche, sia almeno prodiga di un benigno compatimento” …e buon appetito!

“Amici miei” di Mario Monicelli

(Italia, 1975)

Nella storia del cinema italiano arrivano momenti in cui la commedia smette di essere semplice intrattenimento e diventa specchio spietato di un’Italia che cambia pelle, che abbandona le macerie del dopoguerra per tuffarsi nel benessere economico senza però riuscire mai a scrollarsi di dosso quella malinconia di fondo, quel senso di vuoto esistenziale mascherato dalle risate. Uno di questi momenti è senza dubbio “Amici miei”, diretto nel 1975 da Mario Monicelli su un’idea geniale di Pietro Germi, che purtroppo morirà prima di vedere realizzato il suo progetto.

Ormai è impossibile separare la parola “Zingarata” dai nomi di Lello Mascetti, interpretato da uno straordinario Ugo Tognazzi che qui raggiunge uno dei vertici assoluti della sua carriera, Rambaldo Melandri nella pelle di un perfetto Gastone Moschin, Giorgio Perozzi affidato all’eleganza malinconica di Philippe Noiret, il Necchi di Duilio Del Prete e il professor Sassaroli incarnato magistralmente da Adolfo Celi. Cinque uomini di mezza età, fiorentini fino al midollo, che si aggrappano disperatamente alle loro burle sempre più crudeli e gratuite per non affrontare la realtà che li circonda: vite insoddisfatte, carriere in declino, giovinezza irrimediabilmente perduta.

A dimostrazione della grandezza e dell’immortalità di questo film che Monicelli ha saputo plasmare con quella sua capacità unica di mescolare riso e lacrime senza mai scadere nel melodramma, nessuno può negare che il termine “Supercazzola” appartiene ormai di diritto al nostro vocabolario quotidiano. È entrata nel linguaggio comune, nelle conversazioni tra amici, persino nel gergo politico. La “Supercazzola” – quel flusso di parole apparentemente sensate ma in realtà completamente prive di significato con cui il Conte Mascetti riesce a confondere e sottomettere i malcapitati di turno – è diventata metafora perfetta di quella comunicazione vuota che pervade la nostra società.

Ispirato alle vere zingarate di Scarnicci & Tarabusi, fiorentini doc, autori di molte riviste teatrali che interpretò Ugo Tognazzi nella prima parte della sua carriera artistica, “Amici miei” va ben oltre il semplice film comico. È un’opera che ha saputo fotografare con lucidità spietata un’Italia in trasformazione, quella degli anni Settanta dove il boom economico ha ormai fatto il suo corso lasciando dietro di sé non solo benessere materiale ma anche un profondo senso di spaesamento esistenziale.

Oltre ad avere un cast davvero stratosferico – e come potremmo dimenticare Bernard Blier nel ruolo memorabile del Righi, un pensionato arraffone e per questo vittima perfetta delle loro zingarate – il film rimane sempre tremendamente attuale. Continua a farci ridere con quella comicità sofisticata, intelligente e al tempo stesso spietata che oggi sembra quasi scomparsa dagli schermi; a farci piangere quando sotto la maschera della goliardia emerge il dolore autentico di uomini che hanno perso la bussola, e soprattutto a farci riflettere con la sua lucida cattiveria mascherata da gioco.

In un’intervista che è rimasta celebre, Monicelli raccontò con quel suo piglio da maestro artigiano del cinema che, oltre agli stessi Scarnicci e Tarabusi, i personaggi principali erano ispirati ad altri autentici fiorentini dell’epoca. E lo stesso grande regista narrava entusiasta, con quella sua capacità di rendere vivo ogni aneddoto, come questi illustri cittadini in realtà sapessero fare la “Supercazzola” anche meglio dei grandi attori che lui aveva diretto. Fra tutti c’era il luminare nonché famosissimo primario d’ospedale al quale gli sceneggiatori Leo Benvenuti e Piero De Bernardi, assieme allo stesso Monicelli, si ispirarono per creare il personaggio dell’implacabile Sassaroli, medico che nella realtà qualche anno prima della realizzazione della pellicola venne addirittura considerato per il Premio Nobel per la Medicina.

Questo aneddoto ci fa capire quanto il film sia radicato nella realtà fiorentina, in quel particolare modo di vivere e di rapportarsi al mondo che ha reso questa città unica nel panorama italiano e mondiale. Le zingarate non sono semplici scherzi goliardici, ma un vero e proprio stile di vita, una filosofia dell’esistenza che permette di sopportare il peso della quotidianità attraverso la trasgressione e il riso liberatorio.

Ma c’è dell’altro. Perché “Amici miei” è anche un film sulla fine di un’epoca, sull’impossibilità di restare giovani per sempre, sul tradimento reciproco che inevitabilmente corrompe anche l’amicizia più salda quando ci si trova di fronte alla propria mortalità. La sequenza finale del funerale, con quella processione grottesca e commovente insieme, rappresenta uno dei momenti più alti del cinema italiano: i quattro amici rimasti che accompagnano il trapassato con quella mescolanza di irriverenza e tenerezza che solo Monicelli sapeva orchestrare.

La fotografia di Luigi Kuveiller cattura perfettamente l’atmosfera di una Firenze invernale e notturna, lontana dalle cartoline patinate per turisti. È una città di nebbie, di caffè deserti, di strade buie dove questi eterni adolescenti giocano le loro ultime partite contro il tempo e la morte. E la colonna sonora di Carlo Rustichelli, con quel suo tono malinconico e ironico insieme, accompagna perfettamente il procedere della narrazione.

Quello che rende “Amici miei” un’opera immortale è proprio questa capacità di essere contemporaneamente comico e tragico, leggero e profondo, divertente e straziante. Monicelli non giudica mai i suoi personaggi, non li condanna per la loro immaturità o per la crudeltà delle loro burle. Li osserva con uno sguardo che è insieme complice e distaccato, affettuoso e lucido. Ci fa ridere delle loro prodezze sempre più assurde, ma ci costringe anche a vedere il vuoto che cercano disperatamente di riempire.

Da vedere ad intervalli regolari, come si ritorna periodicamente in certi luoghi dell’anima che non possiamo permetterci di dimenticare. Perché “Amici miei” non è solo un film, è un pezzo della nostra identità culturale, un’opera che continua a parlarci di chi siamo stati e di chi siamo diventati, di quella commedia umana che si ripete eternamente uguale e sempre diversa.

Un capolavoro assoluto che ha segnato indelebilmente la storia del cinema italiano e che merita di essere tramandato alle generazioni future come testimonianza di un’epoca irripetibile e di un modo di fare cinema che oggi appare quasi impossibile da replicare.

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“John Carter di Marte” di Edgar Rice Burroughs

(1994, 2012 Newton Compton editori)

“Sotto le lune di Marte”, “Gli dèi di Marte” e “Il signore della guerra di Marte” sono i tre romanzi contenuti nella raccolta dedicata al duro e battagliero capitano sudista che si ritrova catapultato su Marte.

Se tutti considerano giustamente il primo grande genio della fantascienza – e non solo – Jules Verne, Burroughs merita almeno un posto sul podio. “Sotto le lune di Marte” esce per la prima volta nel 1912 e oggi, superato il secolo, mantiene intatto tutto il suo fascino. Probabilmente John Carter ha scontato il successo planetario che qualche anno dopo riscuoterà il fratellastro “Tarzan, l’uomo scimmia”, nato anche lui dalla penna di Burroughs.

Ma vale davvero la pena seguire il capitano Carter quando entra in contatto coi popoli che abitano Barsoom (come i nativi chiamano il loro pianeta che noi invece appelliamo superficialmente Marte). Il paragone con l’incontro-scontro fra Vecchio e il Nuovo Continente è inevitabile.

“Il dilemma di Benedetto XVI” di Herbie Brennan

Scritto da Herbie Brennan nel 1977 con il titolo originale “The Armageddon Decision”, il racconto viene pubblicato in Italia nel 1978 col titolo “Il dilemma di Benedetto XVI” nella collana Urania. In un futuro oscuro Victor Ling, dittatore assoluto di Anderstraad, preoccupa il mondo intero.

Lo psichiatra di fama mondiale Steinmann viene invitato segretamente in Vaticano (che a causa di eventi socio-politici si è trasferito in Svizzera…) per fare il test Rahmboid – l’unico in grado di stabilire la sanità mentale del paziente in pochi minuti – al Santo Padre Benedetto XVI. Questo perché il Pontefice intende dichiarare pubblicamente guerra a Ling, ma prima di agire vuole capire se quello che intende fare è dettato dalla ragione o dalla follia… ma il finale – a sorpresa – non lo racconto!

Si tratta di una dozzina di pagine molto piacevoli e accattivanti. Anderstraad, nonostante il nome, fa pensare all’Italia, e se osserviamo la tragica situazione attuale mondiale …e me la chiamano FANTASCIENZA!!!

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“Open – La mia storia” di Andre Agassi

 (2011, Einaudi)

Ci sono libri che raccontano il tennis, e c’è “Open”, che il tennis lo mette sotto accusa. Andre Agassi apre la porta di camera sua – quella vera, quella dei quindici anni passati a colpire palle lanciate da una macchina truccata per essere più cattiva del normale – e non la richiude più fino all’ultima pagina. Il risultato, scritto con la collaborazione di Alfred A. Knopf, è una delle autobiografie sportive più spietatamente oneste che si possano leggere: non l’ennesimo instant book da campione soddisfatto, ma la confessione di un uomo che per anni ha odiato lo sport che lo ha reso famoso e immortale.

Il libro si apre con un’infanzia che definire difficile sarebbe riduttivo. Il padre di Agassi, ex pugile di origini iraniane, trasforma il piccolo Andre in un progetto, quasi un esperimento: ore e ore di allenamento forzato, una macchina lanciapalle modificata per essere più veloce e più crudele del normale, l’ossessione di trasformare il figlio più piccolo – dopo il fallimento di quello più grande – nel numero uno al mondo prima ancora che il ragazzo potesse scegliere se quello fosse davvero il suo sogno. Leggendo queste pagine si capisce come il tennis, per Agassi, non sia mai stato un gioco ma una condanna, un destino imposto da altri. È forse questo l’aspetto più toccante del libro: la capacità dell’autore di raccontare con lucidità disarmante un rapporto controverso con lo sport che lo ha reso famoso, arrivando a confessare di averlo odiato per gran parte della carriera.

Da qui parte un racconto che attraversa decenni di tennis mondiale, tra vittorie clamorose e sconfitte brucianti, raccontate sempre con un tono intimo, quasi confessionale. Agassi non risparmia critiche a se stesso: parla apertamente dei periodi bui, del calo psicologico e fisico, di scelte sbagliate, persino di un episodio legato all’uso di sostanze che gli costò una squalifica, ammesso con un candore che sorprende in un personaggio pubblico del suo calibro. E proprio in questa sincerità sta la forza del libro: non c’è nulla di costruito a tavolino per fare bella figura, anzi, spesso l’autore sceglie di mostrarsi debole, insicuro, in difficoltà – come per esempio il pessimo rapporto con la sua calvizie – lontano anni luce dall’immagine patinata del campione perfetto che il grande pubblico si aspetterebbe.

Parallelamente alla carriera sportiva, Open racconta anche la vita privata di Agassi, e qui il libro assume i contorni di un vero romanzo sentimentale. Il matrimonio con Brooke Shields viene descritto come un rapporto nato sotto i riflettori e mai davvero autentico, destinato a naufragare proprio perché incapace di reggere il peso delle rispettive vite pubbliche e delle reciproche fragilità. Diverso, invece, il racconto dell’incontro con Steffi Graf, altra leggenda del tennis mondiale, con cui Agassi costruisce una relazione solida, discreta, lontana dai riflettori, che porterà alla nascita dei loro due figli.

Ed è proprio in questo passaggio che il libro regala uno dei momenti più esilaranti e al tempo stesso rivelatori: la presentazione delle due famiglie, in cui il signor Agassi e il signor Graf, entrambi convinti di essere stati loro a “creare” il campione perfetto, arrivano quasi a uno scontro fisico per stabilire chi tra i due avesse insegnato il tennis migliore alla propria figlia o al proprio figlio. Una scena che fa sorridere ma che, letta alla luce di tutto il libro, lascia anche l’amaro in bocca, perché mostra fino a che punto l’ambizione di certi genitori possa condizionare, o addirittura deformare, l’infanzia dei propri figli.

Non a caso, arrivati alle ultime pagine, si comprende perfettamente perché sia Agassi che Graf abbiano sempre dichiarato di augurarsi che i loro figli si dedichino a qualsiasi attività, tranne il tennis. È la sintesi perfetta di un libro che, sotto la superficie di una biografia sportiva, racconta in realtà una storia più universale: quella di un figlio che cerca disperatamente di liberarsi dal peso delle aspettative altrui per ritrovare, alla fine, una propria identità e una propria pace.

Lo stile di scrittura, merito probabilmente anche del lavoro di editing di Knopf, è scorrevole, diretto, capace di alternare momenti di grande tensione sportiva a passaggi più intimi e riflessivi senza mai risultare pesante o didascalico. Open si legge con la stessa intensità con cui si segue una finale al quinto set, e proprio come in quelle partite, anche qui il vero avversario da battere non è mai stato solo l’uomo dall’altra parte della rete, ma anche qualcosa di molto più profondo e personale da questa parte delle rete…

Open è un libro, insomma, che consiglio non solo agli amanti del tennis, ma a chiunque sia interessato a capire cosa si nasconde davvero dietro il successo sportivo.

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“I sette peccati capitali e le sette virtù capitali“ di Giorgio Scerbanenco

(2010, Garzanti)

Il formato racconto nella nostra cultura editoriale ha una scarsissima diffusione, soprattutto poi se l’autore è un italiano.

Non voglio dilungarmi troppo sul concetto che il racconto è stata la palestra dove hanno mosso i primi passi quasi tutti i più grandi autori mondiali, e che ignorarlo significa annullare di fatto l’ambito principe in cui si formano le nuove leve: la ricchezza di racconti è il sintomo principale di una letteratura viva e fresca (la quasi nullità di riviste italiane dedicate alla pubblicazione di racconti inediti la dice lunga sullo stato della letteratura del nostro Paese).

Ma torniamo a Scerbanenco: questi quattordici racconti segnano uno degli apici della narrativa italiana del secondo Novecento. Quattordici viaggi indimenticabili creati da un autore fin troppo spesso dimenticato.

Assolutamente da leggere.

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