
(2011, Germania)
Che cosa resta di un artista quando muore all’improvviso, a pochi giorni dall’inizio di un progetto a cui lavorava da vent’anni? Nel caso di Pina Bausch restano i corpi: quelli dei suoi ballerini, che continuano a raccontarla nell’unico modo che lei ha sempre considerato onesto: cioè muovendosi.
Pina Bausch è stata una delle grandi figure artistiche che hanno lasciato il segno nella cultura mondiale degli ultimi cinquant’anni. Ballerina e coreografa, ha cambiato e rinnovato la danza, e non solo quella moderna, inventando quel Tanztheater che mescola movimento, teatro, musica e vita quotidiana e che ha reso celebre in tutto il mondo la compagnia di Wuppertal, cittadina industriale della Renania. Wenders la conosceva e accarezzava da anni l’idea di un film insieme, ma non trovava il modo di raccontare la danza senza tradirla. Quando le nuove tecnologie 3D gli hanno offerto la risposta, Pina se n’è andata: era il giugno del 2009, aveva 68 anni, e un cancro l’ha portata via pochi giorni dopo la diagnosi. Il regista ha sospeso tutto. Poi, spinto dagli stessi ballerini, ha deciso di andare avanti, trasformando il progetto in un omaggio.
Ed è qui che il film smette di essere quello che ci aspetteremmo. Wenders non firma una semplice biografia: niente cronologia, niente testimonianze frontali, pochissimo materiale d’archivio. Wenders racconta Pina attraverso i suoi allievi e i suoi collaboratori, che vengono inquadrati in silenzio, con i volti in primo piano, mentre le loro voci fuori campo ricordano una frase, un consiglio, una richiesta apparentemente incomprensibile. Bausch, si scopre, raramente spiegava: faceva domande, e dalle risposte, verbali o fisiche, costruiva i suoi spettacoli. Il risultato è un ritratto per sottrazione, in cui la sua assenza è la presenza più forte.
Poi ci sono le coreografie, che sono il vero cuore del film. Su tutte Café Müller, con quei ballerini a occhi chiusi che si muovono tra sedie e tavolini come sonnambuli, mentre un uomo si affanna a spostare gli ostacoli prima che si scontrino: una scena che il maestro Pedro Almodóvar ha voluto in apertura del suo Parla con lei, e che qui rivediamo nella sua forma originale, con una forza che ancora oggi toglie il fiato. Ma c’è anche La sagra della primavera, con il palco ricoperto di terra e i corpi che si contorcono fino allo sfinimento, Vollmond con la sua enorme roccia e l’acqua che invade la scena, e Kontakthof, riproposto con interpreti anziani e adolescenti, a dimostrazione che i sentimenti di cui parla Pina non hanno età.
Wenders compie poi una scelta coraggiosa: porta i ballerini fuori dal teatro. Li vediamo danzare sulla monorotaia sospesa di Wuppertal, tra gli ex impianti industriali, per le strade della città. Potrebbe sembrare un vezzo, ma non lo è: quegli spazi rimandano alle stesse solitudini e agli stessi desideri che i pezzi di Pina Bausch mettono in scena sul palco. E il 3D, che in tanti film è solo un pretesto per far uscire qualcosa dallo schermo, qui serve davvero a qualcosa: dona profondità, aria, misura dello spazio, e ci porta in mezzo ai danzatori come nessuna platea, per quanto fortunata, potrebbe mai fare.
Wenders, del resto, sa filmare la bellezza dei corpi e dei luoghi come pochi altri, e in questo film ritrova quello sguardo contemplativo che aveva già mostrato ne Il cielo sopra Berlino e, sul versante documentaristico, in Buena Vista Social Club. Anche qui la musica e il movimento diventano una lingua che non ha bisogno di traduzione.
Se proprio devo trovare un limite, è forse una certa devozione: il film è un atto d’amore, non un’indagine, e chi cerca zone d’ombra o contraddizioni in Pina Bausch resterà a bocca asciutta. Qualche testimonianza, inoltre, sfiora l’agiografia. Ma è un difetto che si perdona volentieri, perché nasce da un lutto vero, e perché a parlare, alla fine, è sempre la danza.
Confesso che di danza ne so poco, e che sono entrato in sala con la diffidenza di chi teme di non capire. Sono uscito commosso, e con la sensazione di aver visto qualcosa che non si spiega ma si sente. È forse questa la lezione più grande di Pina Bausch: non serve conoscere i passi per riconoscere un dolore, una tenerezza, una richiesta d’aiuto. Un film per tutti, anche per chi, come me, non è un appassionato o esperto di danza.
Da vedere. E poi, magari, da rivedere, ripensando a quella frase che Pina ripeteva ai suoi ballerini: danzate, danzate, altrimenti siamo perduti.
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