Scritto da Massimo Troisi e dalla sua partner lavorativa e, per un periodo anche di vita Anna Pavignano (relazione che terminò dopo la realizzazione di “Scusate il ritardo”), “Le vie del signore sono finite” ci riporta nel ventennio (epoca storica negli anni Ottanta poco rivisitata, se non da Tinto Brass…) e ci racconta la storia di Camillo, un barbiere di Acqualsalubre – un piccola e irreale località termale del sud Italia – inventore di pozioni per capelli e dermatiti, ma afflitto da una grave quanto misteriosa malattia psicosomatica che lo costringe ciclicamente su una sedia a rotelle.
Come sempre, nei film di Troisi, l’intimo e il personale hanno un ruolo focale nella vicenda dei protagonisti, e così Camillo per affrontare la sua malattia dovrà affrontare se stesso e soprattutto i suoi sentimenti.
Davvero un gran bel film, che ci ricorda che perdita abbiano subito il nostro cinema e la nostra cultura in generale con la morte prematura del suo regista.
Nel cast appaiono anche Massimo Bonetti e Marco Messeri (davvero bravo nel ruolo del fratello morboso di Camillo), amici intimi di Troisi anche nella vita reale.
Il film vince meritatamente il Nastro d’Argento per la migliore sceneggiatura.
Massimo Troisi muore il 4 giugno 1994, circa dodici ore dopo aver terminato di registrare il sonoro del film “Il postino” di Michael Radford che verrà candidato all’Oscar come miglior film. Roberto Benigni, cinque anni dopo, balla sulle poltrone del Dorothy Chandler Pavilion di Los Angeles prima di ritirare la statuetta come Miglior Attore Protagonista per il suo “La vita è bella”. Due destini enormi, divergenti, impossibili da immaginare guardando “Non ci resta che piangere” nel 1984. Eppure è lì, in quel film sgangherato e geniale, che tutto era già scritto.
Perché quando due artisti di quella portata si trovano nello stesso spazio nello stesso momento, quello che ne esce non è semplicemente un film. È una prova. Una certificazione. La dimostrazione documentata che il genio comico italiano, in quegli anni, aveva due facce, e che quelle due facce insieme valevano qualcosa di irripetibile.
La storia — e già dire “storia” sembra esagerato, perché la trama è poco più di un pretesto elegantemente confezionato — mette insieme Mario e Saverio, rispettivamente bidello (come si diceva allora) e maestro elementare in una scuola della provincia toscana, che per uno di quei capricci del destino cinematografico si ritrovano catapultati a Frittole nel 1492, con Cristoforo Colombo ancora a Palos, pronto a salpare verso un continente che ancora non sa di esistere. Saverio, preoccupato per la sorte della sorella Gabriellina — sedotta e abbandonata anni prima da un americano — vuole fermare la partenza e cambiare la storia. Mario vuole soprattutto tornare a casa.
Il meccanismo è quello del viaggio nel tempo, ma Benigni e Troisi non sembrano particolarmente interessati alla fantascienza. Sono interessati a loro stessi. Ed è giusto che sia così.
Perché la cosa straordinaria di questo film è che la trama, per originale che sia, conta meno di zero rispetto a quello che succede ogni volta che i due protagonisti aprono bocca, si guardano, si contraddicono o cercano di spiegare il gioco della scopa a Leonardo da Vinci. E qui bisogna fermarsi un momento e parlare di Leonardo, interpretato da un Paolo Bonacelli in stato di grazia assoluta: un grande e duttile attore che riesce nell’impresa quasi impossibile di non sparire sullo sfondo di due personalità comiche di quella portata. Il genio rinascimentale che ascolta pazientemente la spiegazione del termometro e delle regole di un gioco di carte è una delle sequenze più divertenti della storia del cinema mondiale. E non esagero.
Troisi è Mario con quella sua malinconia di fondo che non passava mai davvero, nemmeno nelle scene più spassose. C’è sempre in lui qualcosa di trattenuto, una distanza ironica dalle cose che rende ogni gag più vera e quindi più lacerante. Non a caso il grande Ettore Scola di lui ha scritto: “Troisi aveva una sua grandezza algebrica, contrassegnata dal segno ‘meno’. Lavorava di sottrazione, studiava per ore una battuta, poi al momento di dirla, borbottava qualcosa e dentro c’era tutto.” Benigni è Saverio con l’energia di un fenomeno atmosferico: imprevedibile, centrifugo, incapace di stare fermo anche quando il copione lo richiederebbe. La coppia funziona perché i due sono esattamente agli antipodi, e nessuno dei due fa il minimo sforzo per avvicinarsi all’altro. Sono due mondi distinti che si scontrano continuamente, e dallo scontro nascono scintille che ancora oggi, a distanza di oltre quarant’anni, non si spengono.
“Non ci resta che piangere” è una delle testimonianze più nitide e irripetibili di cosa significasse essere italiani e far ridere nell’Italia di quegli anni. Non è un film costruito su una struttura drammaturgica rigorosa. È un film costruito sulla fiducia cieca tra due artisti che si rispettavano abbastanza da lasciarsi andare, da improvvisare sull’orlo del baratro sapendo bene che, grazie anche all’altro, non sarebbero mai precipitati. E quella fiducia si vede. Si sente. Fa ancora ridere. E ogni tanto, tra una risata e l’altra, fa anche un po’ piangere stavolta per davvero, e non solo perché Cristoforo Colombo è appena partito per scoprire un nuovo continente.
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