Amo questa raccolta anche se i 19 racconti contenuti sono un po’ anomali. Sono, infatti, la trasposizione letteraria delle sceneggiature di altrettanti episodi di una delle serie televisive più affascinanti, originali e influenti di tutti i tempi: “Ai confini della realtà“, creata dal grande Rod Serling e trasmessa dalla CBS dal 1959 al 1964.
Chi ha già letto la mia recensione della serie sa quanto io tenga a quest’opera e al suo autore. Rod Serling (1924–1975) è stato, insieme a pochissimi altri, uno di quegli intellettuali capaci di usare la televisione non come semplice intrattenimento ma come strumento di riflessione civile e morale. In un’America ancora fortemente razzista e paralizzata dalla paranoia della guerra fredda e dalla caccia alle streghe maccartista, Serling riuscì a parlare di tolleranza, uguaglianza e paure collettive con una lucidità e un’intelligenza che ancora oggi lasciano senza parole. Lo fece episodio dopo episodio, in poco più di venti minuti ciascuno, tenendo milioni di spettatori — dai bambini agli adulti — letteralmente incollati allo schermo.
Capire, dunque, quanto questa raccolta di Fanucci rappresenti qualcosa di prezioso e al contempo di incompleto è il punto di partenza per parlarne onestamente.
Prezioso, perché leggere queste pagine significa poter rivivere alcune delle storie più belle e significative della serie in una forma diversa, più intima e personale. La parola scritta restituisce ai racconti di Serling una dimensione che lo schermo, per forza di cose, comprimeva nei ritmi della messa in onda. Sul foglio, certi dialoghi rivelano ancora più chiaramente la loro forza, la loro ironia, il loro peso morale. Si ha la sensazione di ritrovare un vecchio amico sotto una luce nuova.
Incompleto, però, perché mancano alcuni fra gli episodi più belli e più noti. La ragione è tristemente nota: le interminabili liti sui diritti d’autore che tormentarono Serling negli ultimi anni della sua vita e che lo costrinsero, amareggiato, a cedere alla CBS i diritti dell’opera che aveva creato e amato più di ogni altra. Un destino crudele per un uomo che aveva dato tutto a quella serie, anche la propria immagine, diventandone il presentatore quando il budget non permetteva di ingaggiare Orson Welles — il primo nome sulla lista — né Richard Egan, che aveva appena firmato per un film.
Nonostante queste assenze, i racconti presenti riescono comunque a rappresentare il meglio dell’invenzione narrativa di Serling. Quella capacità unica di partire da premesse apparentemente fantascientifiche o soprannaturali per arrivare, in poche pagine, al cuore dei grandi temi dell’esistenza umana: la paura del diverso, la solitudine, il rimpianto, il fanatismo, l’intolleranza. Non è un caso che “Ai confini della realtà” sia ancora oggi una delle opere più citate e imitate della cultura popolare, capace di influenzare generazioni di autori, registi e scrittori, da George Lucas a Steven Spielberg, che nella serie riconobbe una delle radici della propria formazione artistica.
Fra i racconti contenuti in questa raccolta, uno spicca su tutti e merita una menzione speciale: “Mostri in Maple Street”. È un inno contro ogni forma di razzismo e pregiudizio, una storia che mostra con spietata lucidità come la paura dell’altro, del diverso, del nemico invisibile possa trasformare una comunità apparentemente normale, in una folla pronta alla violenza cieca. Scritto in anni in cui il maccartismo avvelenava la società americana, mantiene oggi una freschezza e una pertinenza inquietanti. Basterebbe da solo a giustificare l’acquisto del volume.
Per chi ama la serie, questo libro è un complemento quasi obbligatorio. Per chi ancora non la conosce, è invece un ottimo punto di partenza: una porta d’ingresso in uno dei mondi più affascinanti che la fantasia del Novecento abbia saputo costruire. Con la consapevolezza, però, che il passo successivo — guardare la serie, tutta la serie — è assolutamente inevitabile.
Da leggere.
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Fra i grandi maestri del noir americano (con la N maiuscola) Jim Thompson occupa un posto di riguardo, al pari di Raymond Chandler e James M. Cain. Pubblicato la prima volta nel 1949, Nulla più di un omicidio ha una trama poi non così complicata: ci sono due donne e un uomo e, come accade quasi sempre, il triangolo non può durare a lungo…
Protagonista è Joe Wilmot, piccolo imprenditore di provincia che gestisce, insieme alla moglie Elizabeth, l’unico cinema della sonnolenta Stoneville. Una vita di routine, fatta di incassi modesti e serate sempre uguali, finché Elizabeth non sorprende il marito in un bacio con Carol, la giovane e apparentemente ingenua commessa del locale. Qui la penna di Thompson comincia a mostrare i muscoli: Elizabeth, lungi dal fare la vittima, propone un patto degno di un baratto commerciale più che di un dramma coniugale. Si dice disposta a togliersi di mezzo, a scomparire per sempre, purché il marito e la giovane amante trovino il modo di farle avere venticinquemila dollari. La soluzione che i tre partoriscono – fingere la morte di Elizabeth in un incidente e incassare l’assicurazione – è tanto scellerata quanto, sulla carta, perfetta.
Naturalmente, come in ogni buon noir che si rispetti, “perfetta sulla carta” è l’espressione che dovrebbe far accendere un campanello d’allarme in ogni lettore smaliziato. Quando l’investigatore dell’assicurazione arriva in città e si ferma più del previsto, l’ingranaggio criminale comincia a scricchiolare, e con esso le già fragili certezze morali dei tre protagonisti. Lo sviluppo del racconto e lo stile crudo e inesorabile di Thompson lo rendono davvero unico. Scommettiamo che la prima volta che lo leggi, quando arrivi all’ultima pagina, fai un salto sulla sedia?
Quello che colpisce di questo romanzo, terzo della carriera di Thompson e suo vero e proprio debutto nel crime thriller, è la capacità dell’autore di trasformare un canovaccio da fattaccio di provincia in un affondo impietoso sulla natura umana. Non ci sono eroi in questa storia, né vere vittime: solo persone mediocri, spinte da un’ambizione spicciola e da un’idea distorta di riscatto sociale, che si convincono – una dopo l’altra – che l’omicidio sia in fondo una scorciatoia accettabile per cambiare vita. È lo sguardo tipico di Thompson: lucido, disincantato, quasi entomologico nell’osservare come la morale si sfaldi non per un singolo gesto eclatante, ma per una somma di piccole giustificazioni quotidiane.
C’è poi un elemento che rende il romanzo particolarmente gustoso per chi ama il cinema oltre alla letteratura noir: l’ambientazione nella sala cinematografica di provincia, con i suoi riti, le sue logiche economiche, il pubblico fedele alla programmazione settimanale. Un dettaglio che non stupisce, considerando quanto Thompson stesso abbia avuto a che fare con Hollywood nel corso della sua vita.
Di Thompson, autore anche di Getaway e Rischiose abitudini, Stephen King ha detto: “Troppo spesso imitato ma mai eguagliato” …parola del Re. E in effetti, leggendo Nulla più di un omicidio, si capisce bene da dove arrivi tanta della fascinazione che il maestro dell’Oklahoma ha esercitato su generazioni di scrittori successivi (compreso chi scrive naturalmente…): quella scrittura secca, senza fronzoli, capace di calare il lettore dentro la testa di personaggi moralmente compromessi senza mai concedere sconti né facili redenzioni.
Per chi non conosce bene Jim Thompson è giusto ricordare che è stato l’autore di oltre trenta romanzi – fra cui Colpo di spugna, Un uomo da niente e l’agghiacciante L’assassino che è in me – che fra gli anni Quaranta e Cinquanta hanno segnato l’immaginario collettivo americano. Nato ad Anadarko, in Oklahoma, e morto a Hollywood nel 1977, Thompson ha conosciuto per gran parte della sua carriera un successo tutt’altro che clamoroso: molti dei suoi libri, incluso questo, sono passati quasi in sordina al momento della pubblicazione, per essere poi rivalutati e riscoperti decenni più tardi, complice anche il crescente interesse del cinema per la sua opera.
Ha lavorato infatti anche come sceneggiatore per Hollywood, sia per i vari adattamenti cinematografici dei suoi libri che come autore, collaborando ad esempio con Stanley Kubrick negli script di Rapina a mano armata e Orizzonti di gloria. Una curiosità che pochi conoscono: nel 1970 fu addirittura il grande Robert Redford a commissionargli una sceneggiatura originale ambientata durante la Grande Depressione, mai però trasformata in film.
Nulla più di un omicidio non è forse il Thompson più feroce e disturbante che si possa leggere – quello arriverà tre anni dopo, con L’assassino che è in me come già ricordato – ma resta una prova solida, capace di intrattenere e al tempo stesso di lasciare quella sensazione di disagio morale che è la vera cifra stilistica dell’autore. Un romanzo perfetto per chi vuole scoprire dove tutto è cominciato.
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Fino a poco tempo fa, nel nostro Paese, era quasi impossibile produrre e soprattutto vedere cortometraggi, un fenomeno del tutto paragonabile a quello dei racconti nell’ambito letterario.
Ma la rete, come molte altre cose, ha cambiato (e sta cambiando) anche questa imbarazzante verità. “Emilie Muller” è un bellissimo corto francese, pluripremiato, che possiede tutte le caratteristiche essenziali di un “film a breve durata”.
Uso questa definizione artificiosa perché è fondamentale considerare un cortometraggio un’opera completamente differente da un lungometraggio. Non è semplicemente la durata che li distingue, ma il linguaggio, la scrittura, la struttura dei personaggi, gli ambienti, ecc… .
Sono due opere diverse, esattamente come un racconto è strutturalmente differente da un romanzo. Insomma, questo corto della Marciano è un vero cortometraggio a tutti gli effetti, splendidamente scritto e interpretato.
La storia: Emilie Muller (una bravissima Veronika Varga) si presenta a un’audizione per una parte in un film. L’assistente alla regia, per toglierla dall’impaccio, le chiede di svuotare la sua borsa, ma… e la bellezza del corto sta proprio qui, nel finale, che non svelerò neanche a pagamento!
Va visto e basta.
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Lo confesso subito: per Carlo Lizzani ho sempre avuto un debole che viene da lontano, da quando da ragazzo scoprii il suo cinema civile e appassionato, capace di guardare l’Italia senza sconti ma anche senza quella freddezza distaccata che a volte appesantisce il cinema d’impegno, scoperta che poi mi fece scegliere di fare la mia tesi di laurea proprio su di lui. Questo mi permise di incontrarlo di persona e scoprire, oltre al suo grande amore per il cinema, la sua rara cortesia.
E questo “La vita agra”, tratto dall’omonimo romanzo di Luciano Bianciardi del 1962, è uno di quei film che mi sono rimasti dentro in modo del tutto particolare, anche se so benissimo — e lo dico subito, per onestà intellettuale — che il romanzo originale è un’altra cosa: più tagliente, più rabbioso, più disperato. Ma il cinema ha le sue ragioni, e Lizzani le conosceva bene.
La storia, per chi non la conoscesse, è quella di Luciano Bianchi, intellettuale toscano che lavora come addetto culturale per una grande società mineraria. Quando l’azienda lo licenzia, in nome di quei tagli ai costi che allora come oggi vengono presentati come inevitabili e indolori, ma soprattutto dopo che un’esplosione nella miniera – causata dagli scarsi investimenti nella sicurezza della proprietà – uccide numerosi minatori, Luciano decide di trasferirsi a Milano con un progetto piuttosto radicale in testa: far saltare in aria il grattacielo che ospita la sede centrale della società. Un atto di vendetta pura, un gesto simbolico e disperato che dice tutto sulla rabbia di chi si sente schiacciato da un sistema che non ha volto ma ha molti piani di uffici.
A Milano, però, le cose vanno diversamente da come aveva immaginato. Luciano incontra Anna (Giovanna Ralli, bravissima nel restituire la complessità di una donna convinta e al tempo stesso fragile), militante di sinistra con cui intreccia una relazione tormentata e bellissima. E per sbarcare il lunario — perché la vita costa, anche quando si vuole fare la rivoluzione — prima si arrangia come traduttore per una casa editrice, poi quasi per caso scopre di avere un talento inaspettato per gli slogan pubblicitari. Ed è qui che il film — e prima ancora il romanzo originale di Bianciardi — centra il suo bersaglio più sottile e velenoso: il sistema assorbe, trasforma, metabolizza. Luciano finisce per essere assunto, con lauto stipendio, proprio dall’azienda che lo aveva cacciato. La vendetta si dissolve. La relazione con Anna si spezza il giorno in cui la moglie e il figlio lo raggiungono a Milano…
Ugo Tognazzi è semplicemente superbo. Non c’è altro modo per dirlo. Riesce a tenere insieme la vena comica che gli è propria ad una malinconia sottile, quasi trattenuta, che rende Luciano Bianchi uno dei personaggi più veri e commoventi del cinema italiano di quegli anni. Non è un eroe, non è nemmeno un antieroe nel senso pieno del termine: è un uomo ordinario che si scopre incapace di essere straordinario, e che forse — nel profondo — già lo sapeva.
Ma c’è qualcosa di più in questo film, qualcosa che lo rende un documento prezioso e forse irripetibile: c’è la Milano del Boom. Lizzani sceglie di girare moltissimo in esterni, con una libertà e un’abbondanza davvero insolite per le commedie italiane di quegli anni, e il risultato è una città ripresa nella sua febbre di trasformazione, con i cantieri, i grattacieli che crescono, le strade che cambiano faccia di stagione in stagione. Una Milano che non esiste più, immortalata con uno sguardo che non è nostalgico ma lucido, quasi documentaristico.
E poi c’è quel cameo di Enzo Jannacci — splendido e indimenticabile come sempre — che da solo vale la visione, e che inserisce nel film una nota di Milano autentica, popolare, canagliesca nel senso migliore del termine.
Quello che “La vita agra” racconta, nelle viscere, è la nascita di qualcosa che avremmo poi imparato a chiamare cultura “nazional-popolare” — e uso questo termine volutamente, anche se è brutto superficiale e suona pure male, ma perché è preciso: quella mistura di pubblicità, conformismo, omologazione e piccoli sogni borghesi che avrebbe accompagnato l’Italia per i decenni successivi. Bianciardi lo intuì con anticipo straordinario. Lizzani lo mise in scena con eleganza e amarezza.
Un film da (ri)vedere assolutamente.
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Raymond Carver per me è il racconto, mezzo passo indietro al genio assoluto che è Anton Čechov.
Questa raccolta, che contiene 37 titoli, rappresenta l’apoteosi dello scrivere racconti brevi. Meglio di mille altri romanzi contemporanei, Carver ci racconta la “commedia umana”, prendendo spunto da piccoli o grandi episodi nelle vite di persone, le più disparate fra loro.
Entriamo nell’intimo e nell’anima dei protagonisti come se fosse la cosa più naturale del mondo, e assistiamo a piccoli eventi, almeno in apparenza, che segnano però le loro esistenze. C’è davvero l’imbarazzo della scelta, ma il mio preferito è “L’incarico”, dove Carver ripercorre gli ultimi istanti di vita del suo maestro spirituale Anton Čechov attraverso gli occhi di un umile servitore.
Assolutamente da leggere, come tutti gli altri racconti.
E pensare che se fosse stato italiano, reo di avere usato il formato racconto, probabilmente nessuno lo avrebbe pubblicato…
Ci sono film che riescono a fotografare un’epoca, un periodo o un Paese con quella precisione quasi documentaristica che solo il grande cinema sa regalare. E poi ci sono opere che vanno oltre, che non si limitano a documentare ma interpretano, metabolizzano, restituiscono la complessità di un’intera nazione attraverso le vite intrecciate di pochi personaggi indimenticabili. “C’eravamo tanto amati” di Ettore Scola appartiene a questa seconda, più rara categoria: non immortala semplicemente i primi trent’anni di vita della Repubblica Italiana, li fa rivivere con una forza emotiva e una lucidità analitica che ancora oggi, a distanza di oltre mezzo secolo, continuano a commuovere e a far riflettere.
La struttura narrativa che Scola costruisce insieme agli sceneggiatori Age e Furio Scarpelli è un prodigio di architettura cinematografica. Il film si dipana attraverso tre decenni seguendo le esistenze di tre uomini – Gianni Perego (Vittorio Gassman), Nicola Palumbo (Stefano Satta Flores) e Antonio (Nino Manfredi) – e di una donna, Luciana Zanon (Stefania Sandrelli), che diventano inconsapevolmente il fulcro emotivo attorno al quale ruotano speranze, disillusioni e compromessi di un’intera generazione.
I tre uomini si conoscono durante la Resistenza, condividendo nell’entusiasmo giovanile della lotta partigiana quell’utopia di un mondo nuovo e giusto che la guerra di Liberazione sembrava promettere. Ma come spesso accade nella Storia – quella con la S maiuscola che travolge le piccole storie individuali – i destini prendono strade divergenti. Gianni, l’avvocato borghese interpretato da un Gassman in stato di grazia, sceglie la carriera, il successo, il conformismo della società dei consumi. Nicola, l’intellettuale puro e intransigente di Satta Flores, rimane fedele agli ideali ma si condanna a una vita marginale e frustrata. Antonio, il barelliere di Nino Manfredi, cerca faticosamente una via di mezzo, oscillando tra aspirazioni piccolo-borghesi e nostalgia per un’autenticità perduta.
E come nei ricordi – perché questo film è essenzialmente un grande esercizio di memoria collettiva – la parte più lontana è in bianco e nero e quella più recente a colori. Ma non si tratta di un espediente meramente estetico: Scola utilizza questo passaggio come metafora visiva del cambiamento epocale che ha attraversato l’Italia. Il momento della transizione, quando sul madonnaro – impersonato da Claudio Cirillo il direttore della fotografia della pellicola – che disegna in terra il colore irrompe improvvisamente, rimane una delle scene visivamente più intense e poetiche del nostro cinema, un attimo di pura magia cinematografica che sintetizza in pochi secondi il senso di vertigine di un Paese che stava cambiando pelle troppo rapidamente.
Vittorio Gassman offre qui una delle sue interpretazioni più stratificate e dolorose. Il suo Gianni Perego è un uomo che ha barattato gli ideali per il successo, ma che porta dentro di sé il peso costante di questo tradimento. Gassman, con la sua consueta maestria tecnica, riesce a rendere questo personaggio insieme odioso e commovente: lo vediamo arrampicarsi socialmente, tradire amici e amori, conformarsi alle logiche del potere, eppure nei suoi occhi leggiamo sempre la consapevolezza di ciò che ha perduto. È il ritratto spietato di una certa borghesia italiana che ha scelto il benessere materiale rinunciando a ogni tensione ideale, ma è anche il ritratto universale di chiunque abbia dovuto scendere a compromessi con i propri sogni giovanili.
Stefano Satta Flores, nel ruolo di Nicola, compone invece la figura dell’intellettuale che si è rifiutato di tradire ma che proprio per questo è stato emarginato dalla Storia. Il suo personaggio vive in una sorta di esilio interiore, insegnando in una scuola di periferia e coltivando un’ossessione cinefila per Vittorio De Sica che diventa metafora di un’epoca irrimediabilmente perduta. La sequenza in cui Nicola partecipa a “Lascia o Raddoppia?” – il celebre quiz televisivo condotto da Mike Bongiorno – e perde tutto perché non riesce a rispondere a una domanda su “Ladri di Biciclette” anche conoscendo bene la risposta, è un momento di comicità tragica che riassume perfettamente il tema del film: la cultura autentica che viene sconfitta dalla logica dello spettacolo, l’intellettuale che perde proprio sul terreno che dovrebbe essere il suo.
Nino Manfredi porta sullo schermo tutto il suo straordinario talento di attore popolare capace di far convivere riso e pianto, leggerezza e profondità. Il suo Antonio è l’italiano medio che tenta di migliorare la propria condizione sociale senza mai riuscirci davvero, che sogna il benessere guardando con invidia chi ce l’ha fatta, che si innamora perdutamente di Luciana ma non ha gli strumenti culturali o economici per conquistarla davvero. Manfredi riesce nell’impresa difficilissima di rendere questo personaggio dignitoso nella sua piccolezza, commovente nella sua inadeguatezza.
Stefania Sandrelli nei panni di Luciana è la donna che attraversa il film come una promessa sempre rinviata di felicità. Non è un personaggio semplicemente funzionale alla trama, ma diventa simbolo di tutte le possibilità tradite, di tutti i futuri alternativi che avrebbero potuto realizzarsi e invece sono stati sacrificati sull’altare del compromesso. La Sandrelli, con la sua bellezza luminosa e quella particolare capacità di essere insieme presente e irraggiungibile, incarna perfettamente questa dimensione simbolica.
Scola dirige con una maturità straordinaria, dimostrando di aver assimilato perfettamente la lezione dei maestri – da Rossellini a De Sica, fino a Fellini – ma di aver sviluppato anche una voce personalissima. La sua regia non cade mai nella tentazione della nostalgia facile o del cinismo distruttivo: guarda ai personaggi e alla Storia con uno sguardo insieme partecipe e distaccato, affettuoso e critico. Le sequenze corali – come quella ambientata in un ospedale dove i destini dei tre protagonisti si incrociano di nuovo o quella finale – sono dirette con un senso del ritmo e della composizione degno dei grandi maestri del cinema classico.
C’è una scuola di pensiero che considera “C’eravamo tanto amati” l’ultimo grande esempio di commedia all’italiana, il canto del cigno di un genere che proprio in quegli anni stava esaurendo la sua spinta propulsiva. Ed effettivamente il film porta alle estreme conseguenze tutti i tratti distintivi del genere: la capacità di mescolare commedia e dramma, la riflessione sociale mascherata da intrattenimento popolare, l’uso di attori feticcio, la centralità dell’elemento corale. Ma va anche oltre, raggiungendo una dimensione quasi saggistica, di riflessione complessiva su un’epoca e sui suoi tradimenti.
Ma comunque, oltre ad essere uno splendido film che continua a intrattenere e commuovere a ogni visione, “C’eravamo tanto amati” è un importante documento della nostra storia contemporanea, sia per quello che racconta sia per come lo racconta. È un affresco di un’Italia che si stava trasformando troppo rapidamente, perdendo per strada pezzi della propria identità, sacrificando ideali sull’altare del progresso economico. È la cronaca – amara ma mai cinica – di una generazione che aveva creduto di poter cambiare il mondo e si è ritrovata invece a doversi adattare a un mondo che cambiava secondo logiche che non controllava.
Da ricordare anche la toccante dedica che Scola fa al grande Vittorio De Sica – “A Vittorio, che ci amava tutti” –, scomparso proprio nell’anno di uscita del film. Non è solo un omaggio formale: De Sica viene evocato nel film attraverso la passione cinefila di Nicola, attraverso i frammenti di “Ladri di Biciclette” che vediamo sullo schermo, attraverso quell’idea di cinema come sguardo pietoso ma non indulgente sulla realtà. Scola si pone idealmente come erede di quella tradizione umanistica che De Sica aveva incarnato, ma ne fa anche il bilancio malinconico: quel cinema, quel modo di guardare il mondo, quella fiducia nella possibilità di cambiamento appartengono ormai a un’epoca conclusa.
La colonna sonora di Armando Trovajoli merita una menzione particolare: i temi musicali accompagnano i passaggi temporali con una delicatezza che amplifica l’effetto nostalgico senza mai scadere nel sentimentalismo. La musica diventa parte integrante della struttura emotiva del film, sottolineando i momenti chiave senza mai sopraffarli.
“C’eravamo tanto amati” non è solo il ritratto di tre uomini e una donna nell’Italia del dopoguerra: è lo specchio in cui ogni generazione può riconoscere i propri tradimenti e le proprie nostalgie, le proprie speranze tradite e i propri compromessi necessari. È un film che ci ricorda che la Storia non è fatta solo dai grandi eventi, ma anche e soprattutto dalle piccole scelte quotidiane, dai tradimenti privati, dalle rinunce silenziose che sommandosi costruiscono il volto di un’epoca.
Ettore Scola ci ha lasciato un’opera che trascende il suo tempo per diventare riflessione universale sulla condizione umana, sul peso della memoria, sul costo del tradimento, di sé stessi, degli altri, degli ideali. Un film che continua a parlarci con la stessa forza di cinquant’anni fa, perché affronta temi che non smettono mai di essere attuali: l’amicizia e il suo tradimento, l’amore e la sua impossibilità, i sogni e il loro naufragio nella realtà.
Un monumento del cinema italiano – …vanamente scopiazzato – che merita di essere riscoperto, celebrato e tramandato alle nuove generazioni come testimonianza di cosa può essere il cinema quando ha il coraggio di guardare in faccia la Storia senza distogliere lo sguardo, quando riesce a essere insieme intrattenimento popolare e opera d’arte, cronaca di un’epoca e meditazione sull’eterno.
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Qui parliamo di un romanzo pubblicato per la prima volta nel 1895, lo stesso anno in cui i fratelli Lumière brevettarono il loro cinematografo!
Il suo protagonista, che viene chiamato semplicemente “Il Viaggiatore nel Tempo” costruisce una macchina che gli permette di girovagare nei secoli. E proprio durante una cena con pochi intimi amici, egli racconta dei suoi pellegrinaggi.
Grazie al suo marchingegno è riuscito ad arrivare al 802.701 dopo Cristo. La lotta di classe, che nell’Inghilterra di fine Ottocento cominciava a prendere forma, in quel futuro così lontano si è ferocemente estremizzata…
Oltre a essere un grande romanzo di fantascienza è un bellissimo romanzo politico che fotografa, senza filtri, la società capitalistica di quegli anni.
C’è tanto di questo Wells nello splendido “Metropolis” diretto da Fritz Lang nel 1927.
Chuck Noland (Tom Hanks) è un uomo efficiente, soprattutto nel lavoro. E siccome lavora per un grande corriere espresso internazionale è costretto a viaggiare continuamente.
Anche a Natale lascia la sua Kelly (Helen Hunt) per seguire una spedizione intercontinentale. E quando il suo aereo precipita, e lui finisce naufrago e solo su uno scoglio perso nell’oceano, ha quattro anni per ripensare alla sua vita e alle sue scelte, soprattutto quelle con cui ha gestito la relazione con Kelly.
E saranno proprio la voglia di rivedere il suo amore, e molta fortuna, a farlo tornare a casa.
“Robinson Crusoe” a parte, è una delle migliori opere sulla solitudine, la “Message In A Bottle” del cinema. E poi c’è un memorabile Tom Hanks (autore dell’idea originale) che tiene la scena per più di un’ora, da solo, parlando col suo “Wilson”.
C’è sua moglie Meave, ci sono le sorelle e c’è anche Dennis, suo cugino. Finita la cerimonia funebre, in perfetto stile irlandese, il gruppo si ritrova in un pub del Bronx a ripensare al caro estinto e alla sua vita.
Con gli occhi della figlia di Dennis, osserviamo ognuno ricostruire un pezzo della vita di Billy. Gli argomenti principe che hanno caratterizzato la sua esistenza sono due: l’alcolismo ed Eva, la sua giovane fidanzata conosciuta appena rientrato dal fronte della Seconda Guerra Mondiale, e morta di polmonite prima che potessero sposarsi.
Molti considerano il dramma del primo come stretta conseguenza della tragedia di Eva. Ma forse nessuno conosceva Billy, e tutti i suoi segreti, come Dennis…
“Il nostro caro Billy” è una commovente ricostruzione della vita di un uomo nello stretto rapporto con quelle di chi gli è stato vicino in maniera leale e amorosa e di chi, semplicemente, se ne è approfittato.
C’è un equivoco che va chiarito subito, prima ancora di aprire il libro: nonostante il titolo strizzi l’occhio all’horror di genere, qui non troverete lune piene, trasformazioni ferine o pallottole d’argento. Michael Chabon, classe 1963, premio Pulitzer e uno dei narratori americani più eleganti della sua generazione, usa “licantropo” come metafora, non come creatura. I mostri di questa raccolta di nove racconti sono tutti, tristemente, umani.
Il viaggio che si fa leggendo questi racconti è interessante, divertente e a volte doloroso, ma è un viaggio che merita di essere fatto. Chabon scrive di matrimoni che scricchiolano, di padri inadeguati, di amicizie che si consumano lentamente come sigarette lasciate accese sul bordo di un posacenere. Lo fa con una prosa che alterna leggerezza e malinconia senza quasi farsene accorgere, con quel tipico sottotesto americano che fa più male di tante tragedie urlate.
Il mio racconto preferito, e credo lo sarà anche per molte altre lettrice e molti altri lettori, è Il figlio del licantropo, che dà il titolo (in modo fuorviante, come detto) all’intera raccolta. Qui Chabon racconta la storia di un padre e di un figlio, di un’eredità emotiva difficile da portare, di quella sensazione di essere “diversi” che non ha bisogno di pelo e zanne per manifestarsi: basta un’infanzia complicata, basta sentirsi sempre un po’ fuori posto nel mondo. Il licantropo del titolo non si trasforma sotto la luna, si trasforma sotto il peso delle aspettative, dei silenzi familiari, di tutto quello che non si dice mai abbastanza chiaramente in famiglia.
Gli altri otto racconti non sono da meno. Chabon ha quella capacità, rara, di trovare il drammatico nel quotidiano senza mai scadere nel patetico. I suoi personaggi sono scrittori falliti, mariti distratti, amici che si rivedono dopo anni e si accorgono di non avere più nulla da dirsi se non i ricordi di una giovinezza che ormai appartiene a un’altra vita. C’è ironia, certo, ma è un’ironia che lascia comunque l’amaro in bocca, come succede spesso nella migliore narrativa americana contemporanea, quella che da Raymond Carver in poi ha fatto della provincia borghese il suo terreno di caccia preferito.
E qui arriviamo a un punto che mi sta particolarmente a cuore: la forma racconto. C’è chi sostiene, da anni, che il racconto breve sia un formato superato, buono per gli esercizi di scrittura creativa o per le antologie da aeroporto, ma incapace di competere con la profondità del romanzo. Leggere Chabon è la dimostrazione plastica di quanto questa convinzione sia sbagliata. In poche pagine l’autore riesce a costruire mondi interi, a far emergere intere biografie con pochi dettagli ben scelti, a lasciarti con un nodo in gola proprio mentre stai girando l’ultima pagina del racconto e ti accorgi che è già finito.
Perché in fondo è questo il segreto del buon racconto: la capacità di dire moltissimo dicendo poco, di lasciare fuori campo tutto quello che non serve e di concentrare l’attenzione su un singolo momento, un singolo gesto, una singola rivelazione che però contiene in sé tutta una vita. Chabon lo fa con naturalezza, senza sforzo apparente, e il risultato sono nove piccoli ritratti che restano addosso più di tanti romanzi di seicento pagine.
Va detto, per onestà, che non tutti i racconti raggiungono la stessa intensità. Come spesso accade nelle antologie, ci sono pezzi che brillano di più e altri che servono più da raccordo, da pausa tra un picco emotivo e l’altro. Ma anche i racconti minori hanno comunque quella scrittura pulita, quella capacità di osservazione acuta che rende Michael Chabon uno degli autori più interessanti da seguire, anche quando si muove lontano dai territori più noti della sua narrativa (penso a Le fantastiche avventure di Kavalier e Clay o a I misteri di Pittsburgh).
Consiglio Lupi mannari americani a chi ama la narrativa americana che scava nelle pieghe della vita ordinaria, a chi non ha bisogno di mostri veri per provare un po’ di brivido, e soprattutto a chi pensa ancora che il racconto sia un genere minore. Chabon, con questa raccolta, dimostra il contrario: a volte bastano poche pagine per costruire un mondo, ed è proprio in questa economia di mezzi che si misura il vero talento di uno scrittore.
E poi, diciamolo: chi ha ancora il coraggio di sostenere che il formato racconto sia obsoleto, dopo aver letto pagine come queste?
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