“La grande illusione” di Jean Renoir

(Francia, 1937)

Il 28 luglio del 1914 è considerata la data ufficiale dell’inizio della Prima Guerra Mondiale, data da cui prende spunto il maestro Jean Renoir per realizzare il suo capolavoro, interpretato da un bravissimo Jean Gabin e da un raffinato e decadente prussiano Erich von Stroheim.

Nonostante abbia superato abbondantemente gli 80 anni, questa pellicola ancora ci commuove raccontandoci cosa fu quel conflitto – che allora ancora si chiamava la Grande Guerra – e come cambiò nel profondo la società militare e soprattutto quella civile.

Ma ci ricorda, purtroppo, anche l’animo gretto e stupido dell’essere umano che non sembra poter vivere senza combattere, e la pace quindi rimane solo …una grande illusione.

La portata di questo capolavoro, fra le innumerevoli citazioni e i mille riferimenti che la cultura planetaria continua ancora oggi a fare, ce la ricorda anche la critica esaltante che ne fece “Libro e Moschetto”, il giornale ufficiale del GUF (Gruppo Ufficiale Fascista) alla sua presentazione alla Mostra del Cinema di Venezia del 1937, anche se il nostro Paese tragicamente guardava superbo le nubi dell’imminente nuovo conflitto, e nonostante il suo regista fosse uno dei simboli del cinema del Fronte Popolare francese legato dichiaratamente al Partito Comunista.

“Harvey” di Henry Koster

(USA, 1950)

Questo è uno fra i gioielli cinematografici più luminosi di tutti i tempi.

Forse l’inno più bello alla diversità che la Hollywood del New Deal roosveltiano produsse.

E il protagonista non poteva essere altro che James Stewart, attore simbolo di quell’indimenticabile periodo e che con il passare degli anni io, personalmente, non faccio altro che apprezzare.

Se Stewart fu “solo” candidato all’Oscar per questo film, a vincere la statuetta fu la bravissima Josephine Hull, nel ruolo della sorella, come migliore attrice non protagonista, lei che sei anni prima aveva interpretato un altro grande film “Arsenico e vecchi merletti”, nel ruolo di una delle due diaboliche omicide.

Tratto dall’opera teatrale di Mary Chase, vincitrice del Premio Pulitzer nel 1945, “Harvey” ci pone due emblematiche domande: chi di noi non ha mai avuto un amico immaginario? E soprattutto: chi ha avuto il coraggio di raccontarlo agli altri?

Da rivedere a cadenza regolare e inserire nel programma scolastico statale…

Nella nostra versione possiamo ancora oggi apprezzare la grandissima bravura dell’indimenticabile Gino Cervi che dona in maniera vellutata e sublime la voce a James Stewart.

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“Amore a prima svista” di Bobby e Peter Farrelly

(USA, 2001)

Molto spesso i Farrelly sono accusati di essere troppo rozzi e volgari nelle loro commedie, e se questo in parte è vero, è vero anche però che i due scelgono per le loro opere sempre temi importanti e spinosi, che appaiono raramente in film di genere.

Come nel caso di questo divertente “Amore a prima svista” che, nella forma classica e un po’ cafona della teen comedy, parla senza false ipocrisie della reale importanza che ha nella nostra società l’aspetto esteriore a discapito di quello interiore.

Con gag esilaranti e spietate, un Jack Black in grande forma e una bellissima Gwyneth Paltrow, questa commedia mi diverte ogni volta che la rivedo.

Nel cast deve essere ricordato anche Jason Alexander – già protagonista della grande sit-com “Seinfeld” – nel ruolo del superficiale e gretto Mauricio.

Molti dei nostri critici hanno storto il naso davanti a questo film, probabilmente perché abituati ai simpatici cinepanettoni italici – anche se “purtroppo” ormai declino… – costruiti e sviluppati esclusivamente sulla rozzezza e la volgarità, e che si guardano bene dal possedere qualsiasi altro minimo concetto o spunto.

Strani ‘sti americani…

“Mr Hublot” di Laurent Witz e Alexandre Espigares

(Lussemburgo/Francia, 2013)

Il 2014 è stato l’anno in cui la Pixar, dopo tanti anni, non aveva nessuna delle sue opere candidate all’Oscar come miglior film d’animazione, ma la categoria è stata ugualmente illuminata da un piccolo – in senso solo di durata – capolavoro francese, che ha giustamente vinto la statuetta.

Scritto da Laurent Witz, “Mr Hublot” ci porta per poco più di dieci minuti in un mondo fantastico, fatto di macchine ma soprattutto di tenerezza e amore.

Non è un caso quindi che la Francia sia il terzo paese al mondo produttore di film d’animazione, dopo Stati Uniti e Giappone.

E non è un caso pure che anche questo gioiello citi, come le opere di Sylvain Chomet (“Appuntamento a Belleville” e “L’illusionista” su tutte) l’arte del grande Jacques Tati, che acquistò notorietà internazionale con il suo delizioso “Le vacanze di Monsieur Hulot” del 1953, il cui personaggio principale condivide – certamente non in maniera casuale – un cognome molto simile a quello dello stesso protagonista di questo corto.

“Oldboy” di Park Chan-wook

(Corea del Sud, 2003)

Immaginate di essere rapiti senza un motivo apparente, e rinchiusi in una stanza per numerosi lunghissimi anni. Senza sapere chi vi abbia sequestrato, né il perché. E, soprattutto, senza avere idea di quando e se mai sarete liberati. E’ da questo incubo che inizia l’odissea del protagonista di “Oldboy”, il capolavoro firmato da Park Chan-wook nel 2003.

L’impiegato Oh Dae-su, una sera, uscito dal lavoro e subito dopo aver telefonato alla moglie e alla piccola figlia che lo aspettano a casa, viene rapito. Passerà 15 anni chiuso in una stanza senza finestre, con solo un televisore come passatempo. Inutilmente implorerà i suoi aguzzini di spiegargli il motivo della sua prigionia, ma nessuno gli rivolgerà mai la parola.

Quando, improvvisamente, l’uomo verrà liberato, il suo unico pensiero diventa scoprire chi lo abbia rinchiuso e perché. Il film segue la sua disperata ricerca che diventa una spirale di violenza e ossessione, che lo porta a confrontarsi con una verità terribile e inimmaginabile.

Park Chan-wook costruisce un thriller psicologico spietato, dove il confine tra carnefice e vittima si fa sempre più sottile. La vendetta, motore della narrazione, non è solo un tema, ma un vero e proprio meccanismo che trascina i personaggi in un vortice di sofferenza. La regia è curatissima, con un uso di inquadrature ricercate e simboliche che amplificano il senso di oppressione e alienazione del protagonista.

Ma è l’interpretazione di Choi Min-sik, nei panni di Oh Dae-su, a lasciare il segno più profondo. L’attore coreano riesce a dare vita a un personaggio complesso e tormentato, in bilico tra il desiderio di giustizia e la sete di vendetta. Ogni sua espressione, ogni gesto, è intriso di rabbia e disperazione, tanto da farci quasi dimenticare le atrocità di alcune sue azioni.

E poi c’è quella scena, diventata ormai iconica: il combattimento nel corridoio dopo la sua liberazione, girata in un unico, spettacolare e indimenticabile piano sequenza. Crudo, realistico e implacabile, come la vendetta che guida il protagonista. Un momento che, da solo, basterebbe a giustificare il culto che circonda questo film.

La sceneggiatura, firmata dallo stesso Park Chan-wook, e ispirata all’omonimo manga giapponese di Garon Tsuchiya e Nobuaki Minegishi, è un intreccio magistrale di colpi di scena e rivelazioni che tengono lo spettatore incollato alla poltrona fino al devastante finale. Un finale che, senza rivelare nulla, lascia un segno indelebile e ci costringe a riflettere su cosa significhi davvero vendicarsi e su quale sia il vero e altissimo prezzo da pagare per farlo.

“Oldboy” non è certo un film per tutti. E’ un viaggio angosciante e disturbante nelle pieghe più oscure dell’animo umano, dove la violenza, fisica e psicologica, è presente in ogni frame. Ma è anche un’opera unica, che osa spingersi dove pochi film hanno il coraggio di arrivare.

Per chi ha lo stomaco – e il cuore… – abbastanza forte, “Oldboy” è un’esperienza cinematografica indimenticabile. Un’opera che resta un punto di riferimento nel panorama del cinema coreano e mondiale.

Premiato a Cannes 2004 con il Gran Premio della Giuria, rivendendolo ancora oggi è impossibile non cogliere i numerosi riferimenti, visivi e narrativi, al grande Serio Leone, che in tutto il mondo è ancora giustamente idolatrato, ad esclusione – forse… – del suo Paese natale, che lo ricorda fin troppo spesso solo come un “comune” artigiano della macchina da presa.

Nel 2013 Spike Lee gira l’omonimo il remake Made in USA con protagonista Josh Brolin, sfizioso ma niente a che vedere con l’originale.

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“Lanterne rosse” di Zhang Yimou

(Rep. P. Cina/Hong Kong/Taiwan, 1991)

Questo bellissimo e drammatico film consacra definitivamente, a livello internazionale, sia il regista Zhang Yimou che tutta la cinematografia del lontano oriente (termine che mi manda in sollucchero).

La storia della giovane Songlian (una bellissima quanto brava Gong Li) è il simbolo doloroso della condizione della donna nella Cina degli anni Venti, e non solo.

La ragazza ha la “sfortuna” di aver avuto un padre che l’ha mandata all’università emancipandola, ma alla sua morte la matrigna la costringe a un matrimonio combinato con un uomo ricco che ha già altre tre mogli.

E’ lì che le famigerate lanterne rosse avranno un peso drastico e crudele sulla sua vita e soprattutto sul suo ruolo di “quarta moglie” dentro la casa.

Leggendo le cronache di questi giorni non si può non fare a meno di pensare che, come diceva Marco Bellocchio (ovviamente con tutt’altro spirito, lo so!) “La Cina è vicina!”, almeno quella degli anni Venti per come sono considerate troppo spesso le donne nel nostro Paese.

Per la chicca, ricordo che questa pellicola, oltre a vincere il Leone d’Argento a Venezia, è stata candidata all’Oscar come miglior film straniero, e che fu battuto inaspettatamente – ma non ingiustamente secondo me! – dal nostro “Mediterraneo” di Gabriele Salvatores.

“L’uomo senza sonno” di Brad Anderson

(Spagna, 2004)

I recentissimi fatti di cronaca, drammaticamente, mi hanno riportato alla mente questo film allucinante ed enigmatico fino alle sequenze finali, che dovrebbe essere visto da tutti, a partire dall’adolescenza.

Per quelli che non lo hanno ancora visto non aggiungo altro, solo che, oltre che per la storia, merita di essere ricordato anche per la grande interpretazione di Christian Bale, che ha perso decine di chili proprio per le sue riprese.

Infine, va sottolineato come, nonostante la lingua originale del film sia l’inglese, la sua produzione è totalmente spagnola, segno di una cinematografia viva, attenta e con la voglia di sperimentare.

Dopo aver visto questo film, molte cose non saranno più come prima.

“Giallo napoletano” di Sergio Corbucci

(Italia, 1978)

Il nocciolo di questo film è dichiarato esplicitamente già nei titoli di testa in cui domina la fotografia del grande Alfred Hitchcock accanto a quella del principe della risata Totò.

Un giallo atipico per quegli anni dominati dai grandi thriller firmati da Dario Argento o, se volete, una commedia noir atipica per quegli anni dominati dai pecorecci scollacciati.

Insomma, un caso singolare nel panorama cinematografico italiano che il grande Corbucci – troppo spesso dimenticato e considerato un semplice mestierante – (già autore l’anno precedente de “La mazzetta” con Nino Manfredi) riesce a costruire dosando al meglio ogni singolo elemento.

Fra questi splende su tutti l’interpretazione di Marcello Mastroianni, che sembra un napoletano di nascita e che nella vita non ha fatto altro che suonare il mandolino.

Questa pellicola va ricordata anche per un altro motivo: segna l’ultima – e irresistibile – interpretazione cinematografica del grande Peppino De Filippo.

Grandi attori, grande cinema.

“Arca Russa” di Aleksandr Sukorov

(Russia/Germania/Giappone/Canada/Finlandia/Danimarca, 2002)

Ci sono due grandi motivi per vedere – o rivedere – questo film. Il primo è il virtuosismo tecnico con cui è stato realizzato: un unico e visionario piano sequenza.

Come le classiche e sempre più rimpiante commedie televisive di una volta, questo film è stato tutto girato in “diretta” e in tempo reale, non è stato fatto nessun montaggio.

Il secondo, e forse ancora più accattivante, è la bellezza unica dell’Ermitage di San Pietroburgo dentro il quale è girato, che rimane ancora oggi uno dei più splendidi edifici del pianeta, con l’aggiunta poi delle scene di ballo con centinaia di figuranti in strepitosi costumi dell’epoca.

Forse un po’ troppo “spot” della Russia di oggi che si richiama a quella degli Zar, ma davvero un film da godere fino all’ultimo fotogramma.

“Lupin III – Il castello di Cagliostro” di Hayao Miyazaki

(Giappone, 1979)

Sono un grande estimatore di Miyazaki, ma soprattutto sono un folle fan delle serie “Le avventure di Lupin III” quello dalla giacca verde, serie firmate proprio dallo stesso Miyazaki, e quindi questo film, che racchiude due miei miti personali, non può che essere speciale per me.

Il 15 dicembre 1979 arriva nelle sale giapponesi “Il castello di Cagliostro” secondo lungometraggio dedicato a Lupin III e primo diretto da un allora semi-sconosciuto Hayao Miyazaki. Una pellicola che, pur rimanendo ancorata al mondo del celebre ladro gentiluomo creato da Monkey Punch, anticipa molti dei temi e delle atmosfere che caratterizzeranno il futuro maestro dello Studio Ghibli.

La vicenda si apre con Lupin e Jigen intenti a fuggire dopo un furto, scoprendo che il bottino è composto da banconote false prodotte nella misteriosa contea di Cagliostro. Decisi a indagare, i due si ritrovano coinvolti in una trama ben più pericolosa: salvare la giovane Clarisse dalle grinfie del malvagio Conte di Cagliostro, che vuole costringerla a un matrimonio per ottenere un antico segreto legato a un tesoro nascosto.

Fin dalle prime sequenze, Miyazaki ci trasporta in un universo che mescola il brivido dell’avventura con una delicatezza narrativa che raramente si trova in opere dello stesso genere. Pur mantenendo l’ironia e l’audacia tipiche di Lupin III, il regista dà al personaggio un’inedita sfumatura romantica e cavalleresca, rendendolo più vicino a un eroe della tradizione epica che a un semplice furfante.

E poi ci sono i paesaggi: il castello, sospeso tra sogno e minaccia, le distese verdi che sembrano uscite da una cartolina dell’Europa di un altro tempo, i cieli vasti e azzurri che già preannunciano lo stile che consacrerà Miyazaki come maestro dell’animazione mondiale. Ogni fotogramma è un’opera d’arte, carica di dettagli che trasmettono una bellezza senza tempo.

Ma “Il castello di Cagliostro” non si limita a stupire visivamente. Il film porta con sé una riflessione sull’avidità, sulla corruzione del potere e sull’importanza di proteggere ciò che è puro e innocente. Clarisse, inizialmente vittima inerme, diventa simbolo di speranza e riscatto, incarnando quella figura femminile forte e resiliente che ritroveremo in molti dei lavori futuri di Miyazaki.

All’epoca della sua uscita, la pellicola non fu un grande successo commerciale, ma col tempo è diventata un vero cult, apprezzata tanto dai fan di Lupin quanto dagli estimatori del cinema d’animazione. Una tappa obbligatoria per chi vuole scoprire le origini di uno dei più grandi registi del nostro tempo.

Per chi ama le storie ricche di avventura, ironia e poesia, questa è una piccola meraviglia capace di conquistare spettatori di ogni età, mostrando che anche dietro al più imprevedibile dei ladri può nascondersi un cuore grande.

Per non parlare poi dell’inarrivabile Fiat 500 del mago del furto… un film d’animazione che col passare degli anni non perde un colpo.

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