“Le vacanze di monsieur Hulot” di Jacques Tati

(Francia, 1953)

Ci sono film che non si guardano soltanto. Si assorbono. E “Le vacanze di Monsieur Hulot” è uno di quei rari casi in cui il cinema smette di essere schermo e diventa memoria, odore di salsedine, rumore di onde su una spiaggia atlantica, risate di bambini in un pomeriggio d’estate che non finisce mai.

Sono profondamente legato a questo film perché mi ricorda la mia infanzia, quando le televisioni trasmettevano ancora certi capolavori in bianco e nero senza che nessuno li annunciasse come tali. Capitava di imbattersi in Charlie Chaplin quasi per caso, di ritrovarsi a ridere con Stanlio e Ollio senza sapere bene perché quella risata facesse così bene. E in mezzo a quei pomeriggi si materializzava spesso anche lui: Jacques Tati, con la sua pipa, il suo impermeabile, la sua camminata impossibile. Quell’uomo strano e gentile che si chiamava Monsieur Hulot.

Tati era mimo, attore e regista. Una combinazione rara che il cinema ha saputo esprimere solo in poche altre occasioni. Come Chaplin, come Buster Keaton, costruiva il proprio universo comico attraverso il corpo, attraverso il gesto, attraverso il silenzio. Non c’erano battute da ricordare, non c’era un plot da seguire con attenzione. C’era lui, Hulot, che si muoveva nel mondo con una sua logica interna assolutamente coerente e assolutamente incompatibile con la logica degli altri.

In una piccola località balneare sull’Atlantico francese si consumano le ferie estive di questo uomo goffo e solitario, curioso e ingenuo, che non ha nessuna intenzione di combinare guai ma ci riesce con una precisione quasi scientifica. Il suo modo stravagante — ma sincero, sempre sincero — di approcciarsi alla vita genera scompiglio ovunque vada. La sua vecchia auto sferraglia e fa rumore in modo indecente nel silenzio della notte, il suo palleggio a tennis è una catastrofe di allegria, la sua canoa si comporta come se avesse un carattere tutto suo. Eppure Hulot non se ne accorge, o meglio: non se ne cura. Va avanti per la sua strada con quella flemma gentile che è la sua firma, lasciando dietro di sé un scia di situazioni grottesche e un sorriso involontario sul viso di chi lo guarda.

Purtroppo oggi Tati è praticamente dimenticato. Pochissimi, tra le nuove generazioni di spettatori, lo conoscono. E questo è un peccato che il cinema dovrebbe riparare con urgenza, perché guardando questa pellicola si capisce quanto all’artista francese debbano i comici delle generazioni successive. La linea è diretta e luminosa: da Hulot si arriva a Rowan Atkinson e al suo Mr Bean, quel personaggio muto e incompreso che sembra uscito dallo stesso DNA del personaggio di Tati. Si arriva a Paolo Villaggio e al suo Fantozzi, all’impiegato eterno perdente schiacciato da un universo ostile e incomprensibile.

Si potrebbe tracciare una mappa del comico moderno e scoprire che molte strade portano a Tati. Con una differenza fondamentale: Hulot possiede una poesia e una delicatezza ancora più rare. Non si ride di lui con crudeltà, non c’è nel film nessuna cattiveria. Si sorride — e a volte ci si commuove — di fronte a questo uomo fuori posto nel mondo, che sembra venuto da un’altra epoca o forse da nessun posto preciso. Non è un caso, quindi, che quando Maurizio Nichetti arrivò a Parigi per presentare il suo “Ratataplan“, lo stesso Tati lo invitò a casa sua a prendere un tè.

La fotografia in bianco e nero cattura un mondo che forse già allora, nel 1953, non c’era più. Quella Francia balneare fatta di pensioni modeste, di ombrelloni ordinati, di villeggianti con le loro abitudini immutabili e le loro piccole manie: è un ritratto di un’umanità che il cinema ha saputo fermare in modo straordinario. Non c’è nostalgia falsa, non c’è idealizzazione. C’è semplicemente la vita, con le sue piccole comiche tragedie, i suoi malintesi, i suoi momenti di inaspettata grazia.

E poi c’è la colonna sonora. Indimenticabile. Quella melodia fischiettata, leggera come il vento sulla spiaggia, rimane nella testa per ore dopo aver visto il film. Come certi profumi, come certe luci del pomeriggio, appartiene a quella categoria di esperienze sensoriali che non si dimenticano.

“Le vacanze di Monsieur Hulot” è un film da vedere soprattutto una sera in cui si è particolarmente tristi o malinconici. Quando il mondo sembra troppo rumoroso, troppo urgente, troppo pieno di persone che si prendono terribilmente sul serio. Hulot arriva con la sua macchina sgangherata, con il suo impermeabile sempre troppo corto, con quella sua andatura a trampoli, e ricorda che c’è un altro modo di stare al mondo. Più lento, più curioso, più disposto a stupirsi. Un modo che a volte crea confusione ma non fa del male a nessuno.

Per la chicca: nel 2013, il lussemburghese Laurent Witz e il francese Alexandre Espigares realizzano il cortometraggio animato “Mr Hublot“, che tra i numerosi premi vince anche l’Oscar. Il protagonista, quel buffo e ossessivo signore pieno di tic e manie, è ispirato proprio al Monsieur Hulot di questa pellicola. Un riconoscimento postumo, indiretto, ma prezioso: la prova che certe invenzioni cinematografiche sopravvivono al tempo e continuano a generare bellezza molto dopo che le luci della sala si sono spente.

Iscriviti e ascolta gratuitamente questa e altre recensioni di libri, film e serie tv sul podcast “La Foglia d’Acanto” disponibile su podCloud Castopod Spotify YouTube e Amazon Music.

Un pensiero su ““Le vacanze di monsieur Hulot” di Jacques Tati”

  1. Pingback: “Mr Hublot” di Laurent Witz e Alexandre Espigares | Valerio Tagliaferri

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *