“Appuntamento a Belleville” di Sylvain Chomet

(Francia/Canada/Belgio, 2003)

Una nonna con la schiena storta e una scarpa ortopedica che cigola. Un nipote silenzioso con le gambe come tronchi d’albero e gli occhi fissi sull’asfalto. Un cane grasso che abbaia alla televisione. E un pedalò nell’oceano. Sylvain Chomet costruisce il suo universo a partire da questi elementi improbabili, e il risultato è uno dei film d’animazione più originali e commoventi che il cinema europeo – e non solo – abbia mai prodotto.

“Appuntamento a Belleville” arriva nel 2003 come un oggetto non identificato, un universo visivo e sonoro in cui si entra come si entra in una vecchia fotografia ingiallita, con quella sensazione di aver già vissuto qualcosa che non si è mai vissuto davvero. Un film crepuscolare nel senso più bello del termine, che sa vivere in quel territorio sottile tra la malinconia e la tenerezza senza scivolare mai nel sentimentalismo facile.

L’esordio di Chomet alla regia di un lungometraggio è stato accolto dal mondo con una generosità che il film si era guadagnato sul campo: premi, riconoscimenti internazionali, due candidature all’Oscar — per il miglior film d’animazione e per la migliore canzone originale — e la consacrazione immediata di un autore che il cinema europeo aspettava senza saperlo. E inevitabilmente, come accade sempre quando un talento sorprende con un’opera prima di tale peso, i critici si sono affrettati a costruire paragoni. Il più ricorrente, e il più azzeccato, è quello con Hayao Miyazaki, il maestro giapponese dell’animazione d’autore. Ma c’è qualcosa di leggermente impreciso in questo confronto: Chomet non è la risposta europea a Miyazaki, è qualcosa di più specifico e forse di più appartato. È la risposta francese. E non è un dettaglio secondario, considerando che la Francia è il terzo paese al mondo per produzione di film d’animazione, con una tradizione e una sensibilità estetica che non devono nulla a nessuno.

La storia, nella sua linearità apparente, è quella di Madame Souza, una nonna minuta ma determinata come un chiodo arrugginito, che alleva da sola il nipotino Champion. Champion è un bambino silenzioso, introverso, che non sorride quasi mai e che trova nella bicicletta l’unica forma di espressione di sé che il mondo sembri capire. Chomet descrive questa relazione con una delicatezza che non ha bisogno di parole — il film è quasi privo di dialoghi — perché sa che certi legami si vedono, non si raccontano. Si vedono nel gesto di una nonna che compra una bicicletta invece di un giocattolo, che allena il nipote nella pioggia e nel vento, che rinuncia a capire ma non a sostenere.

Quando Champion, ormai adulto, viene rapito durante il Tour de France da due agenti in nero al servizio di una misteriosa organizzazione criminale, Madame Souza non esita un secondo. Lo insegue. Attraversa l’oceano su un pedalò, approda a Belleville — una metropoli grottesca e ipertrofica che sembra una New York vista attraverso uno specchio deformante — e stringe un’alleanza improbabile con le Triplettes, tre anziane cantanti di cabaret che furono famose negli anni Quaranta e che ora sopravvivono mangiando rane preparate in tutti i modi possibili. È in questa surreale compagnia, in questo mondo di eccentricità e di vecchiaia dignitosa, che Madame Souza porta avanti la sua missione con la stessa ostinazione con cui ha sempre fatto tutto nella vita.

Chomet costruisce il suo universo visivo attingendo a un immaginario preciso: la Francia degli anni Quaranta e Cinquanta, la “douce France” delle cartoline e dei café-chantant, ma vista con occhio grottesco e spietato. I corpi dei personaggi sono deformati, esagerati, portati all’eccesso come in una caricatura di Honoré Daumier. I ciclisti del Tour hanno le gambe ipertrofiche e il busto esile, i cattivi sono ombre piatte e minacciose. Eppure da questi corpi imperfetti emerge una umanità che i personaggi realistici raramente riescono a raggiungere.

La colonna sonora, firmata dallo stesso Chomet insieme a Benoît Charest, è un personaggio a sé. Il jazz degli anni Quaranta e i ritmi sincopati accompagnano scene di inseguimento e di quotidiano domestico con la stessa naturalezza: è una musica che non illustra ma respira insieme alle immagini. La canzone “Belleville Rendez-vous”, candidata all’Oscar, cattura perfettamente quella malinconia allegra, quella nostalgia senza amarezza che percorre tutto il film come un filo invisibile.

È importante ricordare, e Chomet lo sa perfettamente, che “Appuntamento a Belleville” non è un film per bambini. Non ha la leggerezza rassicurante di una certa animazione commerciale, non si preoccupa di spiegare tutto, non risolve tutto con un lieto fine fotogenico. È un film per adulti nel senso più pieno: per chi ha già capito che l’amore vero non ha bisogno di spiegarsi, che la fedeltà si misura nelle azioni più piccole e silenziose, che il tempo passa anche quando non ce ne accorgiamo.

Da vedere, da rivedere e, ogni volta, lasciare che faccia il suo lavoro in silenzio.

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