“Lady Bird” di Greta Gerwing

(USA, 2017)

Greta Gerwig (classe 1983) è nota al grande pubblico per la sua carriera di attrice, soprattutto brillante. Numerose sono, infatti, le sue partecipazioni – in ruoli secondari – a pellicole di successo come “From Rome With Love” di Woody Allen, “”Amici, amanti e…”, “Mistress America” o “Le donne della mia vita”.

In molti film a cui partecipa, la Gerwing collabora alla sceneggiatura. Nel 2017 arriva a scrivere e ad esordire dietro la macchina da presa con questa bella pellicola di formazione.

Sacramento, in California, non è certo il centro del mondo. Con questa convinzione Christine McPherson (una bravissima Saoirse Ronan) affronta le sue ultime giornate del liceo. E’ pronta a tutto pur di lasciare quel posto che le sta troppo stretto.

Le sta stretta la scuola cattolica che frequenta, i corsi di teatro che segue, i suoi compagni di classe, la sua casa – che è dalla parte sbagliata dei binari… – il rapporto con suo fratello maggiore e, soprattutto, quello con sua madre Marion (un altrettanto brava Laurie Metcalf).

Lo scontro con la madre è molto profondo, tanto che lei si è scelta un altro nome al posto di quello che Marion ha scelto quando è nata: tutti ormai la devono chiamare Lady Bird. Ma nella vita – nell’adolescenza in special modo – nulla o quasi è davvero come sembra…

Un gioiello di film, vincitore di numerosi premi e riconoscimenti internazionali (fra cui cinque candidature agli Oscar), che parla splendidamente di donne: di figlie, di madri, di sorelle, di amanti e di amiche.

Per la chicca: Greta Gerwig è nata a Sacramento…

“La doppia vita di Dan Craig” di Karel Reisz

(UK, 1964)

Tratto dall”opera teatrale di Emlyn Williams (1905-1987), attore e drammaturgo inglese, questa affascinante pellicola di Karel Resiz è il secondo adattamento cinematografico dopo “Notturno tragico” del 1936. La sceneggiatura è scritta dallo stesso Williams insieme a Clive Exton e prodotta dal regista Karel Reisz assieme allo stesso Albert Finney.

E proprio intorno alla bravura di Finney ruota la discesa agli inferi della malattia mentale del giovane Daniel – detto Dan – Craig, affascinante cameriere di un bar di una cittadina della ricca provincia inglese, che mette incinta Dora, la cameriera di Mrs Bramson, una facoltosa vedova prepotente che vive con l’avvenete figlia Olivia.

La signora Bramson esige conoscere colui che ha “approfittato” della sua cameriera e così Dan entra dalla porta di servizio della bella villa padronale.

Il suo fascino tenebroso colpisce subito sia la figlia che la madre, tanto che questa lo assume a servizio. Anche Olivia è profodamente affascinata dal ragazzo, tanto da accendere le gelosie della povera Dora. Nessuna di loro, però, è a conoscenza della vera vita di Dan, o meglio di quella che domina la sua oscura mente…

Reisz – che nel 1981 dirigerà il bellissimo “La donna del tenente francese” – riesce sapientemente a raccontare in ogni fotogramma l’angoscia e l’ossessione che culminerà nella scena finale (che ovviamente non spoilerizzo), grazie anche a una colonna sonora davvero ossessiva. Da ricordare alcune sequenze davvero d’effetto, ancora oggi imitate.

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“Mary e il fiore della strega” di Hiromasa Yonebayashi

(Giappone, 2017)

E’ arrivato – purtroppo per pochissimi giorni – nelle nostre sale “Mary e il fiore della strega”, lungometraggio giapponese nella grande tradizione della cinematografia più classica del maestro Hayao Miyazaki.

Il regista quarantenne Hiromasa Yonebayashi è infatti della scuola dello Studio Ghibili, e si ispira al romanzo “La piccola scopa” dell’inglese Mary Stewart per portarci in un mondo fantastico e allo stesso tempo in grave pericolo.

La piccola Mary detesta i suoi capelli rossi “pel di carota” e mentre i suoi genitori stanno terminando il trasloco, lei si è già trasferita nella grande magione rossa dove vive la sua anziana prozia Charlotte. Un pomeriggio, vagando per la foresta che circonda la grande casa della prozia…

102 minuti nel segno della fantasia più pura e incontenibile, proprio nel solco dello Studio Ghibli e del suo autore più famoso. Numerose, infatti, sono le citazioni e gli omaggi che Yonebayashi fa al suo maestro: da “Kiki consegne a domcilio” a “La città incantata”.

Davvero un piccolo gioiello d’animazione.

“Estasi di un delitto” di Luis Buñuel

(Messico, 1955)

Molti sono gli aggettivi con cui da decenni si cerca di definire il geniale e visionario (più di ogni altro!) regista spagnolo-messicano Luis Buñuel. E forse quello che, guardando questo film, si avvicina di più è: sanguigno.

Ma non nel senso splatter o horror, sanguigno nell’accezione viscerale, carnale e irrefrenabile. Questo, unito al suo grande passato di cineasta surrealista, fanno di Buñuel uno dei grandi maghi della macchina da presa.

Ispirandosi al romanzo di Rodolfo Usigli, assieme a Eduardo Ugarte, Buñuel scrive uno dei capolavori del cinema noir, che tocca vertici di ansia e angoscia morbosa che solo il grande Hitchcock riesce a raggiungere. Sia per il racconto – colmo di destrutturazioni cronologiche – che per il potente linguaggio visivo.

Non è un caso quindi che il grande François Truffaut – autore fra l’altro di una delle più grandi interviste ad Hicthcock – citi quasi di sana pianta una scena di questo film nel suo “La camera verde”.

La storia dei grandi delitti pensati e bramati, ma nella realtà non commessi da Alessandro (Archibald in originale) De La Cruz è ancora oggi un capolavoro. Per Moravia il film rappresentava, come pochi altri, una grande allegoria dell’impotenza sessuale.

E poi il grande cineasta, come in ogni sua pellicola, non disdegna feroci frecciate al perbenismo cattolico, così ingerente nella sua Spagna (allora lontana) come in Messico, soprattutto quando parliamo di desideri e relativi sensi di colpa.

Da vedere, anche se poi carillon e manichini non saranno più gli stessi…

“Guardia, guardia scelta, brigadiere e maresciallo” di Mauro Bolognini

(Italia, 1956)

Ci sono poche cose che raccontato il nostro Paese, o meglio la nostra società e il nostro stile di vita, come la grande commedia all’italiana.

Siamo entrati nel Terzo Millennio e nel nostro quotidiano le cose non sono poi così cambiate rispetto a quello che ci racconta Mauro Bolognini nel 1956 in questa deliziosa pellicola in bianco e nero.

Le vite di quattro Vigili Urbani romani si incrociano sul palco dell’orchestra del Corpo, per poi scontrarsi con la vita di tutti giorni.

L’integerrima inflessibilità costerà cara alla guardia Randolfi (un grande Alberto Sordi), così come la troppa passione per la musica classica e le bugie sulla propria famiglia penalizzeranno la guardia scelta Manganiello (un altrettanto grande Peppino De Filippo), mentre meglio andrà al brigadiere Spaziani (Aldo Fabrizi sempre in grande forma) che riuscirà a coronare il sogno della figlia, tutti comandati dal maresciallo Mazzetti (un sornione Gino Cervi).

Fra sketch e scene memorabili, ancora oggi ne rimangono irresistibili e inarrivabili due su tutte: la partita a scopone fra De Filippo-Cervi e Fabrizi-Sordi, con quest’ultimo che non teme di schiaffeggiare neanche la mano del suo superiore mentre questo prende la carta sbagliata. E l’esame dello stesso Randolfi/Sordi che cerca vanamente una traduzione e un’improbabile pronuncia francese della parola “zia”…

Da rivedere a intervalli regolari.

“The Clapper” di Dito Montiel

(USA, 2017)

“Clapper” letteralmente sarebbe l'”applauditore”, ma viene compreso nei termini italiani comparsa o figurante. E’ facendo questo lavoro in numerose promozioni televisive che Eddie Krumble (Ed Helms, già protagonista dei film della serie “Una notte da leoni”) sbarca il lunario.

La sua è stata un’esistenza sfortunata, oppresso da una madre ingombrante – ma dal cuore grande – è stato sposato, ma il matrimonio è finito nel modo più triste. Così per trovare sollievo al dolore ha iniziato a frequentare gli studi televisivi come figurante.

Il suo aspetto grigio e comune lo aiutano nel lavoro dove usa anche baffi posticci e cappelli. Facendo benzina in un distributore aperto 24 ore su 24, Eddie incontra Judy (Amanda Seyfried) la ragazza della cassa, che apprezza e ricambia il suo interesse.

Le cose per Eddie sembrano finalmente tornare ad avere un equilibrio positivo, ma una sera, in un famoso Late Show, il conduttore presenta un servizio dedicato proprio a lui con numerose scene tratte dalle promozioni televisive in cui sorride, applaude e pone domande palesemente guidate sul prodotto presentato. Parte così una caccia mediatica al figurante sconosciuto, caccia che ovviamente travolgerà la vita privata e lavorativa di Eddie…

Scritta e diretta da Dito Montiel (già regista di “Guida per riconoscere i tuoi santi”) – autore anche del romanzo a cui è ispirato – “The Clapper”, oltre ad essere una divertente e originale commedia, è anche una graffiante critica alla televisione che nonostante la fama che porta, fagocita tutto.

“Regression” di Alejandro Amenábar

(Canada/Spagna, 2015)

La domanda sorge spontanea (cit.!) come mai questa bella pellicola del regista premio Oscar (con “Mare dentro”) Alejandro Amenábar (autore fra gli altri di “Apri gli occhi”, “The Others” e “Agorà“) non ha trovato una bella distribuzione nel nostro Paese?

La risposta non può essere una sola, ma la prima che viene in mente è certamente legata al tema alquanto spinoso che affronta: il senso di colpa che può essere sfruttato per rendere succubi gli altri.

Amenàbar ci racconta i fatti – realmente accaduti nel 1990 in una cittadina agricola degli Stati Uniti – provocati dalla confessione di Angela (una sempre brava Emma Watson) una ragazza devota e assidua frequentatrice della locale chiesa cristiana, che afferma di essere vittima da anni di abusi legati a riti satanici ad opera della sua famiglia.

L’ombra di una setta satanica ramificata in ogni ambito sconvolge la comunità e al deciso e volenteroso detective Bruce Kenner (Ethan Hawke) viene affidato il compito di smantellarla. Ad assistere Kenner c’è il Professor Kenneth Raines, esperto di ipnosi regressiva che attraverso i suoi metodi avalla i racconti della ragazza…

Amenàbar, nato in Cile ma cresciuto in Spagna (patria della Santa Inquisizione), come noi italiani “confinanti” da sempre col Cuppolone, conosce bene i modi con cui una parte distorta e integralista di religiosi possa usare il senso di colpa per ghermire i fedeli.

Da vedere.

“Sweet Charity – Una ragazza che voleva essere amata” di Bob Fosse

(USA, 1969)

Il nostro grande cinema ha fatto scuola in tutto il mondo, e spesso è stato apprezzato prima e molto più all’estero, dove ne è stato coltivato il rispetto in maniera più duratura rispetto a quello del suo Paese natale.

E’ il caso del capolavoro mondiale del maestro Federico Fellini “Le notti di Cabiria” (scritto assieme a Ennio Flaiano e Tullio Pinelli), che nel 1957 vince l’Oscar come miglior film straniero, che un altro genio assoluto del Novecento come Bob Fosse decide di portare sul palcoscenico facendolo diventare un musical.

Fellini aveva anticipato, in anni impensabili, la dignità e il rispetto verso l’anima pura di una donna che per la società di allora proprio non ne poteva avere: una “battona” delle borgate. E Fosse, con la collaborazione al testo di un terzo genio quale Neil Simon, porta sul palcoscenico un musical che sbanca ai botteghini.

Sono gli anni Sessanta e il ruolo della donna comincia ad essere al centro delle lotte sociali. Cosi Cabiria, che è diventata Charity Hope Valentine, diventa il simbolo sul palcoscenico dell’emancipazione della donna, troppo succube dell’arroganza, del potere e delle debolezze dell’uomo.

Hollywood decide di portare sul grande schermo il musical dove a vestire i panni della protagonista è una bravissima Shriley MacLaine. La regia e le coreografie rimangono nelle mani del mago Fosse che crea una pietra miliare del cinema. Per capire la grandezza assoluta di Bob Fosse come coreografo basta riguardare le scene di ballo più famose, che ancora oggi lasciano di stucco.

Da ricordare anche la partecipazione del grande Sammy Davis Jr. nel ruolo secondario di Big Daddy Brubeck, che però canta il brano “The Rhythm of Life” la cui coreografia rimane ancora oggi nella storia del cinema.

Per la chicca: in un ruolo ancora più marginale, ma con il nome nei titoli di testa, c’è una eterea e fascinosa Barbara Bouchet che pochi anni dopo, nel nostro Paese sarebbe divenuta un’icona sexy – e forse non tanto dell’emancipazione femminile … – con film come “Donne sopra, femmine sotto”, “Racconti proibiti… di niente vestiti” o “Una cavalla tutta nuda”.

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Paolo Ferrari

Ieri se ne è andato Paolo Ferrari, classe 1929, fra i pochi grandi rappresentati dello spettacolo italiano che ha saputo attraversare il Novecento e i primi due decenni del nuovo millennio.

Già a nove anni inizia la sua carriera artistica alla radio, dove interpreta un piccolo balilla. La stessa radio, grazie alla splendida voce e alla perfetta dizione, sarà uno degli ambiti più importanti della prima parte della sua carriera.

Nel 1938 arriva la prima apparizione davanti alla macchina da presa in “Ettore Fieramosca” di Alessandro Blasetti con Gino Cervi come protagonista. Decolla così la sua carriera di attore bambino che lo porta ad interpretare vari film il cui più significativo è forse “Gian Burrasca” diretto dal grande Sergio Tofano nel 1943.

Nel secondo dopoguerra Ferrari, ormai adulto, torna alla radio, passando anche per il cinema e il teatro. Alla radio, soprattutto, è protagonista di numerosi spettacoli di successo accanto a giovani attori che poi segneranno il nostro cinema e il nostro palcoscenico.

E grazie alla radio Paolo Ferrari inizia la sua carriera di doppiatore in film simboli del cinema donando la voce a Franco Citti in “Accattone” di Pier Paolo Pasolini, a Jean-Louis Trintignat nello splendido “Il sorpasso” di Risi, a Humphrey Bogart in quasi tutti i ridoppiaggi e sopratutto in “Provaci ancora Sam” di Woody Allen.

Oltre che doppiare, Ferrari recita anche davanti alla MDP, e sono da ricordare le sue interpretazioni in “Camping” diretto da Franco Zeffirelli nel 1957 con Nino Manfredi e “Le voci bianche” di Pasquale Festa Campanile del 1964, in cui ha il ruolo di assoluto protagonista.

Ferrari è uno dei primi protagonisti anche del nuovo mezzo che si affaccia in Italia, la televisione. E’ accanto a Vittorio Gassman nello storico “Il Mattatore” del 1959, presenta il Festival di Sanremo accanto ad Enza Sampò nel 1960, e partecipa a numerosissime fiction da “Il giornalino di Gian Burrasca” di Lina Wertmuller del 1964, passando per “Nero Wolfe” con Tino Buazzelli del 1969 e “Disokkupati” di Franza di Rosa del 1997 per arrivare a “Notte prima degli esami” del 2011.

Sempre per la tv, nel 1981 è il protagonista di una serie di “Buonasera con…” in cui ripercorre, assieme a sua moglie Laura Tavanti, la sua già allora lunga carriera, e in cui non risparmia frecciate a esimi colleghi, a partire dallo stesso Gassman.

Sempre in televisione (nel bene e nel male…) Paolo Ferrari è protagonista di alcuni spot pubblicitari legati ad un detersivo, spot che lo renderanno famoso anche alle nuove generazione (…sob…) entrando di fatto nell’immaginario quotidiano della nostra società.

Ma Ferrari è attivo anche e soprattutto in teatro, forse la sua grande e vera passione. Fra i numerosi allestimenti mi piace ricordarlo in “Sostiene Pereira” tratto dal romanzo di Antonio Tabucchi per la regia di Teresa Pedroni, e nel bellissimo “Un ispettore in casa Birling” di John Boynton Priestley con Andrea Giordana per la regia di Giancarlo Sepe, spettacoli che ho avuto la fortuna di vedere.

Oltre alla sua grande arte, ci mancherà molto la sua sorniona ironia.

“Un eroe dei nostri tempi” di Mario Monicelli

(Italia, 1955)

Si possono scrivere interi saggi sullo stile di vita del nuovo Millennio, o sulle generazioni.com, ma i tratti distintivi – anche se è sempre sbagliato fare di tutta l’erba un fascio – di un popolo rimangono sempre gli stessi.

Sono passati esattamente 63 anni dall’uscita nelle sale italiane di questo capolavoro diretto dal maestro Mario Monicelli che rimane uno dei documenti storici e sociali più rilevanti, nonostante siano caduti muri e repubbliche, per capire il nostro Paese di oggi.

Alberto Menichetti, protagonista del film, è uno dei personaggi più feroci, riusciti e veritieri della cultura italiana del Novecento. E con lui tutta quella miriade di piccoli personaggi meschini o ipocriti che popolano il film, dal Direttore alla bella e verace parrucchiera.

Alberto Sordi, la cui modernità recitativa sorprende ancora oggi, ci regala il primo grande ritratto dell’italiano medio disposto a vendere parenti, amici e colleghi pur di primeggiare o quanto meno cavarsela. Memorabili sono anche i duetti con l’immensa Franca Valeri, che ci preparano ad un altro capolavoro che i due gireranno quattro anni dopo, “Il vedovo” di Dino Risi.

Scritto da Rodolfo Sonego assieme allo stesso Monicelli “Un eroe dei nostri tempi” dovrebbe essere visto e studiato nelle scuole con la sua battuta finale: “…Ci sarà pericolo?”.

Per la chicca: nel ruolo dell’integerrimo Direttore di Menichetti – che ha poi per amante la sua procace segretaria – c’è il regista Alberto Lattuada, mentre in quello di Ferdinando, il manesco fidanzato della bella parrucchiera Giovanna Ralli, c’è un gigante dal fisicaccio: Carlo Pedersoli, senza barba e ancora lontano dal prendere lo pseudonimo di Bud Spencer.