“Single in attesa di divorzio” di Glenn Jordan

(USA, 1996)

Se avete già letto qui la mia recensione di “Capitolo secondo“, il film del 1979 diretto da Robert Moore in cui Neil Simon metteva in scena — con il viso di James Caan e l’anima ancora sanguinante per la morte della moglie Joan — il dolore di un uomo che non sa se ha il diritto di ricominciare ad amare, allora siete già dentro “Single in attesa di divorzio” prima ancora che inizi. Perché Jake è George Schneider diciassette anni dopo. Stesso uomo, stessa difficoltà a stare nel mondo senza una donna che lo tenga ancorato a terra, stesso terrore di guardare in faccia ciò che ha perso e ciò che sta perdendo. Solo che questa volta Simon non racconta la storia dall’esterno: la racconta dall’interno. Letteralmente.

Benvenuti nella testa di Jake: scrittore di mezza età, il primo matrimonio finito con la tragica scomparsa della sua giovane moglie di soli 34 anni, una seconda moglie che ha smesso di aspettarlo e una galleria di figure femminili che non abitano tanto la realtà quanto la sua coscienza. Perché “Jake’s Women” — titolo originale che l’italiano “Single in attesa di divorzio” tradisce e banalizza nella sua superficiale ironia — è un film che vive e respira dentro il cranio del suo protagonista. I flashback non sono ricordi, sono convocazioni. Le fantasie non sono sogni, sono processi. Jake chiama le donne della sua vita come se fossero personaggi di un romanzo che può riscrivere a suo piacimento. Ma Neil Simon — che da “Capitolo secondo” in poi non ha mai smesso di fare i conti con la propria biografia sentimentale — sa benissimo che le donne vere non si lasciano riscrivere. E le sue donne, inoltre e giustamente, rispondono per le rime.

Glenn Jordan, regista di lungo corso nel cinema televisivo americano, confeziona nel 1996 per la CBS un prodotto che conosce i propri limiti e li trasforma in virtù. Non tenta di aprire il testo teatrale in mille direzioni cinematografiche (la commedia debuttò a Broadway nel 1992 dopo un travagliato rodaggio). Lo lascia respirare nei suoi spazi chiusi, nella sua natura dichiaratamente artificiale, fidandosi della scrittura e dell’interprete principale.

Alan Alda è Jake con quella naturalezza malinconica che solo gli attori americani di una certa generazione sanno sfoggiare: la capacità di essere simpatico e insopportabile nello stesso momento, di suscitare tenerezza mentre stai pensando che un bel ceffone non gli farebbe male. Dove James Caan portava in “Capitolo secondo” una ruvidezza fisica, una resistenza quasi animalesca al dolore, Alda porta la versione intellettualizzata dello stesso tormento: l’uomo che sa perfettamente cosa sta sbagliando, sa spiegarlo con precisione chirurgica, e continua a sbagliarlo lo stesso. George Schneider almeno aveva la scusa di non capire. Jake, invece, non ce l’ha.

Il meccanismo drammaturgico è semplice e geniale insieme. Jake convoca mentalmente le donne della sua vita: la seconda moglie Maggie, da cui si sta separando; la prima moglie Julie, morta anni prima e mai davvero lasciata andare — proprio come Simon non riuscì a lasciare andare Joan, la sua prima moglie scomparsa troppo presto, e come George in “Capitolo secondo” non riusciva a smettere di sentirla ovunque. Poi la psicologa, la sorella, la figlia, l’amante del momento. Ognuna porta con sé un pezzo di verità che Jake preferirebbe non guardare in faccia. Nessuna però glielo risparmia.

Il cast femminile è il vero tesoro nascosto del film. Anne Archer nei panni di Maggie porta quella qualità rara di rendere credibile una donna che ha deciso di non aspettare più. Mira Sorvino — che quell’anno vinceva l’Oscar come miglior attrice non protagonista per “La dea dell’amore” di Woody Allen — appare in un ruolo breve ma incisivo. Julie Kavner, Joyce Van Patten e Kimberly Williams-Paisley completano un ensemble che sa esattamente cosa fare con i dialoghi di Simon, quei dialoghi che sembrano jazz e sono invece orologeria svizzera: ogni battuta arriva per caso, e invece è tutto calcolato al millimetro. Il dolore è sempre nascosto sotto la battuta, il rimpianto arriva travestito da ironia. Nessuno sa meglio di Simon che le cose più serie si dicono ridendo.

Il limite del film, onestamente, è quello di non saper completamente liberarsi della sua origine teatrale. Ci sono momenti in cui si sente il palcoscenico sotto i piedi, la quarta parete che regge tutto, l’impossibilità di sfuggire alla convenzione del testo originale. Ma è una critica relativa: il cinema televisivo americano di quel periodo aveva ancora il coraggio di raccontare storie da adulti per adulti senza sentirsi in dovere di semplificare nulla.

In fondo, quello che Neil Simon ha fatto per tutta la vita — da “Capitolo secondo” in poi, e forse anche prima — è stato lo stesso identico lavoro di Jake: convocare le persone amate, farle sedere davanti a sé, e cercare di capire dove sbagliava. La differenza è che Simon, alla fine, riusciva sempre a trovare la battuta giusta. Jake, come tutti noi, un po’ meno.

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“Capitolo secondo” di Robert Moore

(USA, 1979)

Nel 1979 Robert Moore porta sullo schermo “Capitolo secondo”, adattamento cinematografico dell’omonima commedia autobiografica di Neil Simon. Il risultato è un’opera che trascende i confini del semplice adattamento teatrale per diventare una meditazione intima e universale sul lutto, sull’amore e sulla capacità di ricominciare.

Simon, che firma anche la sceneggiatura e così come racconta nella sua autobiografia “Questa volta è la mia storia“, trasforma il dolore personale per la morte della moglie Joan in materia narrativa, creando un testo di rara onestà emotiva. George Schneider, il protagonista interpretato da James Caan, non è l’eroe romantico convenzionale del cinema americano: è un uomo ferito, spaventato, che scopre con sorpresa e quasi con senso di colpa di poter ancora provare sentimenti per un’altra donna. È questa vulnerabilità maschile, così lontana dai canoni hollywoodiani dell’epoca, che rende “Capitolo secondo” un’opera sorprendentemente moderna.

Moore, regista teatrale approdato al cinema dopo una brillante carriera a Broadway, dimostra una sensibilità rara nel trasformare un testo pensato per il palcoscenico in cinema puro. La sua regia non tradisce mai l’origine teatrale dell’opera, ma sa quando lasciare che sia la parola a dominare la scena e quando invece permettere all’immagine di raccontare quello che le battute non possono esprimere. Gli interni borghesi newyorchesi diventano spazi dell’anima, luoghi dove i personaggi si confrontano non solo con gli altri, ma soprattutto con se stessi.

James Caan offre qui una delle sue interpretazioni più sfumate e mature. Il suo George Schneider è un uomo che ha imparato a convivere con il dolore, ma che non sa ancora come fare spazio alla felicità. Caan, reduce dai successi de “Il padrino” e “Rollerball”, mostra un registro completamente diverso, fatto di pause, di silenzi eloquenti, di quella particolare malinconia che caratterizza chi ha amato profondamente e teme di amare di nuovo. È un’interpretazione che anticipa di anni quella sensibilità maschile che il cinema americano svilupperà compiutamente solo negli anni Ottanta.

Marsha Mason, nei panni di Jennie Malone, l’attrice che riaccende il cuore di George, costruisce un personaggio femminile di grande complessità. La sua Jennie non è la musa salvifica né la donna-bambina bisognosa di protezione: è una professionista indipendente, con le sue fragilità e le sue certezze, capace di amare senza perdere la propria identità. Mason sa alternare momenti di grande comicità a scene di intensa emotività, dimostrando come la recitazione teatrale possa arricchire il linguaggio cinematografico senza mai sovrapporsi ad esso.

Joseph Bologna e Valerie Harper, nei ruoli del fratello di George e dell’amica di Jennie, completano un quartetto di interpreti che funziona come un vero ensemble teatrale. Bologna porta in scena quella particolare ironia newyorchese che caratterizza i migliori testi di Simon, mentre Harper – reduce dal successo televisivo di “Rhoda” – dimostra la sua versatilità in un ruolo drammatico che le permette di esplorare registri diversi da quello puramente comico.

La scrittura di Simon è qui al suo apice: i dialoghi scintillano di quella particolare combinazione di umorismo e profondità che caratterizza il migliore teatro americano. La forza del film risiede anche nella sua capacità di rappresentare l’amore maturo, quello che nasce non dall’idealizzazione romantica ma dalla reciproca comprensione delle fragilità umane. L’incontro tra George e Jennie non è il colpo di fulmine cinematografico, ma un processo graduale di conoscenza e accettazione reciproca. È un amore che tiene conto del passato senza esserne prigioniero, che sa integrare il dolore nella costruzione di una nuova felicità.

“Capitolo secondo” si inserisce perfettamente in quella tradizione del cinema americano che sa trasformare storie private in riflessioni universali sulla condizione umana. È un film che parla a chiunque abbia dovuto ricominciare dopo una perdita, che si sia trovato nella condizione di dover ricostruire la propria vita emotiva partendo dalle macerie del dolore. Una lezione di cinema e di umanità che merita di essere riscoperta e celebrata come uno dei piccoli capolavori del teatro filmato americano.

Robert Moore e Neil Simon ci hanno regalato un’opera che è insieme ritratto generazionale e confessione intima, commedia brillante e dramma esistenziale. Purtroppo però, per ragioni che io personalmente proprio non riesco ad immaginare, questa pellicola è di fatto introvabile nella nostra versione.

Per la chicca: Marsha Mason è stata la seconda moglie di Neil Simon ed è proprio a lei che lui si è ispirato per il personaggio di Jennie. Non è un caso, quindi, che nel film James Caan indossi un paio di occhiali da vista con una montatura del tutto simile da quella usata realmente dallo stesso Neil Simon.

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“Un provinciale a New York” di Arthur Hiller

(USA, 1970)

Già dai titoli di testa questa deliziosa commedia – il cui titolo originale è “The Out-of-Towners” che tradotto letteralmente sarebbe “I fuoricittà” – scritta dal grande Neil Simon, ci pone l’amletica dicotomia fra lo stile di vita della grande e nevrotica città e quello mite e pacifico della provincia.

Così approdiamo nella piccola cittadina dell’Ohio dove vive la famiglia Kellerman, proprio mentre George (un sempre grande Jack Lemmon) e Gwen (una bravissima Sandy Dennis) stanno salutando i loro figli per andare all’aeroporto dove prenderanno il volo che li porterà a New York. Nella Grande Mela, infatti, George è atteso per un colloquio di lavoro importantissimo. Lui al momento è il capace responsabile della succursale dell’Ohio di una grande azienda che produce elementi plastici di precisione, e l’amministratore delegato lo vuole a New York, nella sede centrale, come vice presidente.

Ma il suo carattere ansioso e la sua ulcera non sembrano adatti alla vita irrefrenabile di una grande città come New York, nonostante l’indole sempre conciliante e pacifica della sua compagna di vita e madre dei suoi figli. E se poi ci mettiamo che la Grande Mela non fa sconti a nessuno, già prima di atterrare, la situazione diventa esplosiva…

Originale e spassosa commedia che è una sorta di versione comica e leggera de “I giganti uccidono” diretto da Fielder Cook nel 1956, con in più il magico tocco dell’inarrivabile Neil Simon. Da ricordare i due grandi interpreti che ci fanno passare assai velocemente 94 minuti davvero divertenti e ironici. A proposito degli interpreti bisogna sottolineare la grande bravura di Sandy Dennis che riesce a eguagliare lo stratosferico Lemmon, dimostrandosi una “spalla” esemplare (anche se in questo caso è un termine davvero riduttivo) che nulla ha da invidiare, per esempio, al magistrale Walter Matthau che come spalla di Lemmon in “Non per soldi ma per denaro” del 1966 vinse l’Oscar come miglior attore non protagonista.

Nella nostra versione è impossibile non ricordare Giuseppe Rinaldi che dona in maniera meravigliosa la voce a Lemmon, così come la bravissima Maria Pia Di Meo a Dennis.

Per la chicca prima: il “girotondo”, cioè il sorvolamento circolare sopra New York degli aerei di linea che spesso durava molte ore e causato dall’enorme traffico che investiva soprattutto negli anni Sessanta e Settanta l’aeroporto internazionale “J.F.K.” e di cui i Kellerman sono vittime, è lo stesso alla base del testo della canzone “Arthur’s Theme (Best That You Can Do)” scritta da Peter Allen W. e Burt Bacharach nonché cantata da Christopher Cross e appartenente alla colonna sonora del film “Arturo” (canzone vincitrice dell’Oscar e del Golden Globe, nonché nota in tutto il mondo). Nello specifico proprio del verso del ritornello “When you get caught between the Moon and New York City…” scritto da Allen proprio sull’aereo che da ore sorvolava New York in attesa di avere una pista libera per atterrare.    

Per la chicca seconda: a interpretare il cortese addetto della compagnia aerea che a Boston comunica ai Kellerman lo smarrimento del loro bagaglio è l’attore Billy Dee Williams che qualche anno dopo vestirà i panni di Lando Carlissian nella saga di “Guerre Stellari”.

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“La strana coppia” di Gene Saks

(USA, 1968)

Neil Simon, fresco del successo a Broadway della sua deliziosa commedia “A piedi nudi nel parco”, andata in scena per la prima volta nel 1963, torna a Los Angeles per passare un pò di tempo assieme al fratello Danny Simon. Nella seconda metà degli anni Cinquanta i due, infatti, fra i più richiesti autori comici televisivi, avevano lasciato la nativa New York per Los Angeles, allora cuore pulsante del piccolo schermo.

Delle capacità creative di Danny Simon – il maggiore fra i due – oltre a raccontarcele lo stesso Neil, anche Woody Allen – che allora era pure lui un giovanissimo autore televisivo di successo – nella sua deliziosa autobiografia “A proposito di niente” ce le ricorda con molta stima, considerando lo stesso Danny Simon un vero e proprio mentore della comicità.

Ma torniamo a Neil Simon che a differenza del fratello, alla soglia dei Sessanta, decide di fare il commediografo e di tornare nella Grande Mela, cosa che di fatto rompe il sodalizio di autori nato già durante l’adolescenza, ma non certo l’affetto e la stima reciproca.

Così Neil torna a passare un pò di tempo con Danny, ma quest’ultimo ha da poco divorziato e, per mere ragioni economiche, è costretto a dividere l’appartamento con un amico anche lui da poco separato.

Durante quella vacanza californiana a Neil si accende una lampadina in testa e, tornato a New York, inizia subito a scrivere la sua nuova commedia “La strana coppia” che debutterà a Broadway il 3 ottobre del 1965 riscuotendo un nuovo clamoroso successo. Non è un caso quindi se Neil dividerà le royalty della commedia col Danny.

Così Hollywood, tre anni dopo, decide di realizzare l’adattamento cinematografico mantenendo Walter Matthau nel ruolo di Oscar, mentre in quello di Felix Art Carney viene sostituito da Jack Lemmon. La sceneggiatura viene affidata allo stesso Simon che inserisce alcune scene all’aperto, ma mantiene fedelmente lo sviluppo della commedia originale. Dietro la macchina da presa c’è Gene Saks che l’anno precedente aveva diretto l’adattamento cinematografico di “A piedi nudi nel parco” con Robert Redford e Jane Fonda.

Lo scontro fra i due caratteri diametralmente opposti di Oscar e Felix, ancora oggi, nonostante gli oltre cinquant’anni del film, è sempre irresistibile, così come alcune battute che sono ancora oggi esilaranti.

Nella versione originale in italiano, ancora oggi possiamo godere della notevole arte di due grandi attori e straordinari doppiatori Renato Turi e Giuseppe Rinaldi che donano la voce superbamente e rispettivamente a Oscar e Felix.

Da vedere e rivedere.

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“Questa volta è la mia storia” di Neil Simon

(Excelsior 1881, 2007)

Questa bellissima autobiografia è stata pubblicata per la prima volta da Neil Simon (1927-2018) nel 1996 ed è approdata nelle nostre librerie, incredibilmente, solo nel 2007. Sul motivo di questo inspiegabile ritardo si scervelleranno i posteri, anche se al momento sembra alquanto difficile che le future generazioni italiche la potranno leggere visto che ormai è fuori catalogo e per reperirla bisogna rivolgersi al mondo dell’usato.

Io sono uno scrittore “self-made”, che si autopubblica, e quindi non so proprio spiegarmi perché questo libro sia stato ignorato dalla nostra editoria tradizionale con la quale, …ahimè, non ho contatti. Magari fra cinquant’anni, con l’eventuale pubblicazione dei segreti più oscuri della nostra Repubblica la mia discendenza lo scoprirà. Ma al momento rimane davvero un mistero insondabile il motivo della scomparsa italiana dell’autobiografia di uno dei più famosi drammaturghi del Novecento, ancora oggi tanto messo in scena quanto imitato citato e copiato.

Il libro si apre nella primavera del 1957 quando il neanche trentenne Neil Simon, già affermato autore televisivo, decide di scrivere la sua prima commedia teatrale. Il motivo, oltre a quello di sentire il sacro fuoco del palcoscenico, è di tornare a vivere e lavorare a New York, la sua città natale, visto che la ricca televisione paga bene sì, ma in quegli anni ha il suo cuore pulsante a Los Angeles.

Con l’appoggio incondizionato di sua moglie Joan Baim, Neil inizia quel percorso – che lo renderà uno degli autori teatrali più famosi del suo tempo – digitando sulla sua macchina da scrivere il titolo: “S E N Z A U N A S C A R P A”.

Seguiamo così l’evolversi della sua prima commedia – che subisce non meno di una settantina di riscritture – e andrà in scena col titolo definitivo “Alle donne ci penso io”. Come le successive, molte di clamoroso e planetario successo, anche la prima è ispirata da persone o eventi che l’autore conosce o vive direttamente. Così “Alle donne ci penso io” nasce dall’approccio con l’altro sesso di suo fratello maggiore Danny, insieme al quale egli stesso farà i primi passi come autore comico dilettante.

Non a caso Danny Simon, oltre che per il fratello Neil, è stato un mentore per molti grandi comici e autori di quella generazione come per esempio Woody Allen che lo ricorda nella sua altrettanto splendida autobiografia “A proposito di niente“.

Così se “A piedi nudi nel parco” nasce dai veri primi tempi del matrimonio fra lui e Joan, “La strana coppia” è ispirata ancora una volta a suo fratello Danny che, dopo essersi separato, per motivi economici era andato a vivere assieme a un amico anche lui divorziato. Per questo, ci racconta Neil, una parte delle royalty che fruttava la commedia andavano anche a Danny.

Ma soprattutto Neil Simon ci racconta come era facile per lui scrivere, ma terribilmente complicato arrivare poi a mettere in scena il suo testo. Per questo ha avuto la fortuna di incontrare artisti di primissimo livello come Mike Nichols, che ha diretto le prime edizioni delle sue commedie più famose (come “A piedi nudi nel parco”, “La strana coppia” o “Prigioniero della Seconda Strada”) o Bob Fosse (per il quale Simon scrisse il testo del musical “Sweet Charity”) che alla festa dopo la prima a Broadway di “A piedi nudi nel parco”, visto il clamoroso successo, fece il brindisi sibillino: “…a Neil e all’ultima serata in cui avrà amici sinceri”.

E naturalmente tutti i grandi attori che per primi hanno portato i suoi personaggi, le sue storie e le sue immortali battutte sulle assi di un palcoscenico come Robert Redford, Walther Matthau, Art Carney, George C. Scott, Marsha Mason o Peter Falk.

Un viaggio nei primi venticinque anni della carriera splendente di Simon, che non a caso si conclude con la fine del matrimonio con la Baim. Un’autobiografia irresistibile e al tempo stesso dura e cruda, molto simile nella forma e nella sostanza a quel “A proposito di niente” già citato. Come il libro di Allen, reputo anche questa autobiografia di Simon un “manuale” indispensabile per chi ama scrivere, oltre che leggere, magari da sistemare accanto a “On Writing – Autobiografia di un mestiere” del maestro Stephen King.

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“Prigioniero della Seconda Strada” di Melvin Frank

(USA, 1975)

Mel Edison (un grande Jack Lemmon) è un uomo di mezza età felicemente sposato con Edna (Anne Bancroft), con le figlie che frequentano un ottimo college, e un lavoro di responsabilità da oltre vent’anni, presso un’importante azienda newyorkese.

In una delle giornate più calde e afose dell’anno, inizia per Mel la sua personale discesa agli inferi: litiga con il vicino di casa che gli getta una secchiata d’acqua addosso nonostante l’acqua e la corrente arrivino a singhiozzo, il condizionatore è bloccato su 2 gradi, il suo appartamento viene svaligiato e, soprattutto, viene licenziato.

Grazie all’amore di sua moglie – e a una minacciosa e inquietante pala da neve… – però Mel riuscirà a riprendersi…

Ottima commedia intimista con due protagonisti davvero molto bravi, tratta da un pièce teatrale scritta dal grande Neil Simon nel 1971, e di cui lo stesso Simon cura la sceneggiatura. Nel cast, oltre a Lemmon e la Bancroft, spicca Gene Saks – nei panni del fratello maggiore di Mel – regista di “A piedi nudi nel parco” e “Fiore di Cactus”, nonché collaboratore stretto dello stesso Simon.

Per la chicca: nella pellicola appaiono in ruoli marginali F. Murray Abraham e un giovane e sconosciuto Sylvester Stallone che viene aggredito e picchiato dallo stesso Mel, proprio pochi mesi prima di iniziare a girare il suo primo “Rocky”.

Il dvd, fortunatamente, offre il doppiaggio originale fatto per l’uscita in Italia del film con le voci indimenticabili di Giuseppe Rinaldi e Anna Miserocchi, fra i più bravi doppiatori italiani di sempre.  

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“Sweet Charity – Una ragazza che voleva essere amata” di Bob Fosse

(USA, 1969)

Il nostro grande cinema ha fatto scuola in tutto il mondo, e spesso è stato apprezzato prima e molto più all’estero, dove ne è stato coltivato il rispetto in maniera più duratura rispetto a quello del suo Paese natale.

E’ il caso del capolavoro mondiale del maestro Federico Fellini “Le notti di Cabiria” (scritto assieme a Ennio Flaiano e Tullio Pinelli), che nel 1957 vince l’Oscar come miglior film straniero, che un altro genio assoluto del Novecento come Bob Fosse decide di portare sul palcoscenico facendolo diventare un musical.

Fellini aveva anticipato, in anni impensabili, la dignità e il rispetto verso l’anima pura di una donna che per la società di allora proprio non ne poteva avere: una “battona” delle borgate. E Fosse, con la collaborazione al testo di un terzo genio quale Neil Simon, porta sul palcoscenico un musical che sbanca ai botteghini.

Sono gli anni Sessanta e il ruolo della donna comincia ad essere al centro delle lotte sociali. Cosi Cabiria, che è diventata Charity Hope Valentine, diventa il simbolo sul palcoscenico dell’emancipazione della donna, troppo succube dell’arroganza, del potere e delle debolezze dell’uomo.

Hollywood decide di portare sul grande schermo il musical dove a vestire i panni della protagonista è una bravissima Shriley MacLaine. La regia e le coreografie rimangono nelle mani del mago Fosse che crea una pietra miliare del cinema. Per capire la grandezza assoluta di Bob Fosse come coreografo basta riguardare le scene di ballo più famose, che ancora oggi lasciano di stucco.

Da ricordare anche la partecipazione del grande Sammy Davis Jr. nel ruolo secondario di Big Daddy Brubeck, che però canta il brano “The Rhythm of Life” la cui coreografia rimane ancora oggi nella storia del cinema.

Per la chicca: in un ruolo ancora più marginale, ma con il nome nei titoli di testa, c’è una eterea e fascinosa Barbara Bouchet che pochi anni dopo, nel nostro Paese sarebbe divenuta un’icona sexy – e forse non tanto dell’emancipazione femminile … – con film come “Donne sopra, femmine sotto”, “Racconti proibiti… di niente vestiti” o “Una cavalla tutta nuda”.

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“California Suite” di Herbert Ross

(USA, 1978)

In alcune lussuose suite di un grande albergo di Beverly Hills si consumano le più basse, dure ma anche divertenti miserie umane di alcuni suoi ospiti. Neil Simon firma la sceneggiatura di questo ennesimo adattamento di una sua opera teatrale diretto da un grande artigiano della macchina da presa come Herbert Ross.

Hannah (una splendida, in tutti i sensi, Jane Fonda) e il suo ex marito Bill (Alan Alda) si incontrano dopo quasi dieci anni dal divorzio, per discutere l’affidamento dell’ultimo anno da minorenne della loro unica figlia Jenny (Dana Plato).

Diana Barrie (una strepitosa Maggie Smith, che vincerà l’Oscar come miglior attrice non protagonista, il secondo nella sua lunghissima carriera) arriva a Los Angeles per partecipare alla notte degli Oscar, è la favorita per la statuetta come miglior attrice non protagonista (il fato è sempre il fato…). Ad accompagnarla c’è suo marito Sidney Cochran (un forse ancora più bravo Michael Caine) ex attore e ora antiquario, con il quale ha un lungo e problematico rapporto personale. Nonostante tutto Sidney sarà l’unico capace di raccogliere i pezzi di Diana sconfitta alla cerimonia…

Marvin (un irresistibile, come sempre, Walter Matthau) arriva a Beverly Hills per la prima comunione del figlio di suo fratello Harry (Herb Edelman). Marvin non viaggia mai in aereo assieme alla moglie Millie (una grande Elaine May) per paura di rendere con un solo incidente i loro figli orfani. Così lei lo raggiungerà il giorno dopo, qualche ora prima della cerimonia. La sera i due fratelli la passano ricordando i bei vecchi tempi e quando Marvin torna alticcio nella sua suite ci trova una sorpresa di Harry: una escort (che allora si chiamavano squillo). Il problema arriva la mattina dopo quando Marvin si sveglia accanto alla ragazza, ancora totalmente ubriaca, mentre alla porta bussa Millie…

I medici Gump (Richard Pryor) e Panama (Bill Cosby), colleghi di ospedale a Chicago, con le rispettive consorti, stanno passando gli ultimi giorni di una vacanza fatta insieme. I numerosi piccoli incidenti avvenuti nel corso delle ferie hanno fatto venire a galla la grande competizione fra i due dottori che esplode incontenibile quando la prenotazione della suite dei coniugi Gump non risulta. Mentre i Panama si godono la loro splendida suite, i Gump devono passare la notte in una piccola e allagata camera di servizio…

I vari episodi non sono così nettamente divisi, ma temporalmente incastrati uno dentro l’altro. L’ordine è quello dal più drammatico a quello più comico. Tutti gli attori dimostrano indiscutibilmente la loro bravura recitando un testo che non perde smalto col passare degli anni.

D’altronde Neil Simon …è sempre luI!

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“Appartamento al Plaza” di Arthur Hiller

(USA, 1971)

Il maestro Neil Simon ci parla di matrimonio, e lo fa con tutta la sua ironia, sagacia e ovviamente cattiveria. E’ lui stesso a scrivere la sceneggiatura di questo adattamento del suo omonimo lavoro teatrale “Appartamento al Plaza”.

Il grande e famoso hotel di New York non è più quel lussuoso paradiso sulla terra delle scene iniziali di “A piedi nudi nel parco”. C’è stata la contestazione (…sob) che comunque ha messo in crisi le fondamenta della società e della famiglia tradizionale, e fra queste in primis il matrimonio.

Così Simon ci racconta in tre episodi il matrimonio fallito, quello tradito e quello temuto. A vestire i panni dei tre protagonisti maschili è uno strepitoso Walter Matthau che qui sembra nato apposta per interpretare Neil Simon.

Sue compagne di scena sono: una bravissima Maureen Stapleton (Oscar come miglior attrice non protagonista per “Reds”) nei panni della moglie fallita. Barbara Harris (nota attrice comica di teatro e collega nella Broadway dei primi anni Sessanta di attori come Elaine May o Mike Nichols) in quelli della moglie traditrice. E Lee Grant (Oscar come migliore attrice non protagonista per “Shampoo”) in quelli della madre di una ragazza che teme il matrimonio, visto come è diventato quello dei suoi genitori…

Se Neil Simon è sempre lui, Walter Matthau – qui doppiato superbamente da Gianrico Tedeschi – è inarrivabile.

Immortale.

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“Il rompicuori” di Elaine May

(USA, 1972)

La grande Elaine May dirige questa cattivissima commedia la cui sceneggiatura è scritta da Neil Simon, tratta dal racconto di Bruce Jay Friedman “A Change of Plan”.

Lenny Cantrow (un grande Charles Grodin, fra i più bravi attori comici americani che parteciperà poi a commedie campioni d’incassi come “Il paradiso può attendere”, “La signora in rosso” e “Prima di mezzanotte”) è un uomo deciso e volitivo. Così, poco dopo aver conosciuto Lila (Jeannie Berlin) decide di sposarla. Ma l’impulsività, spesso, è una cattiva consigliera. Appena partito per il viaggio di nozze, e inaugurata così ufficiliamente la loro intimità, Lenny infatti inzia a trovare insopportabili sempre più cose della nuova signora Cantrow.

Il primo giorno a Miami Beach, meta della loro Luna di Miele, Lenny incontra casualmente la giovane e avvenente Kelly Corcoran (Cibyl Shepherd). Visto che poi Lila si scotta sotto al sole ed è costretta a rimanere in camera per qualche giorno, Lenny ne aprofitta per corteggiarla.

A quello che sarebbe dovuto essere il quinto giorno del suo viaggio di nozze, Lenny decide di divorziare. L’ostacolo più grande però non è Lila, ma Mr. Corcoran (Eddie Albert), il padre di Kelly, un ricco squalo della finanza che non intende minimamente concedere a uno come Cantrow la sua unica figlia…

Grande e graffiante commedia sui lati più miseri di un uomo di successo, che rompe molti tabù sul vero, nudo e crudo, rapporto fra i due sessi.

Candidato a due Oscar: miglior attrice non protagonista a Jeannie Berlin (figlia nella vita reale di Elaine May), e miglior attore non protagonista al bravissimo Eddie Albert. Il film è stato inserito nelle 100 commedie americane più belle di tutti i tempi dall’American Film Institute.

“Il rompicuori”, nonostante i decenni passati dalla sua realizzazione, è ancora una deliziosa commedia da godere fino all’ultimo fotogramma.

Per la chicca: nel 2007 Peter e Bobby Farrelly girano il remake con Ben Stiller intitolato “Lo spaccacuori”.

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