“Matrix” di Larry e Andy Wachowski

(USA/Australia, 1999)

Non c’è dubbio che il film degli allora fratelli Larry and Andy Wachowski – oggi Lana e Lilly Wachowski – uscito alla fine del millennio, abbia segnato in modo profondo la cinematografia e la cultura mondiale dei primi anni di quello successivo.

E’ indiscutibile anche che gli effetti speciali innovativi (il “bullet time” per esempio) hanno avuto un ruolo determinante nel suo successo. Ma non deve essere sottovalutata neanche la trama.

Gli autori hanno dichiarato di essersi ispirati a numerose opere letterarie o cinematografiche (rimane in sospeso per esempio “Razzi amari” di Disegni & Caviglia, fumetto uscito nel 1992, che a detta dei suoi autori ha davvero molti punti in comune col film), ma soprattutto ci lascia respirare arie e filosofie orientali volte alla scoperta di noi stessi.

E questo, probabilmente, è l’elemento che rende “Matrix” sempre attuale e avvincente, nonostante siano passati quasi vent’anni di storie ed effetti speciali.

Così come non deve essere dimenticato il cast su cui svettano Keanu Reeves nei panni di Neo (anagramma di One), Laurence Fishburne in quelli di Morpheus e Hugo Weaving in quelli dell’implacabile agente Smith.

Nell’edizione italiana è giusto ricordare anche il grande lavoro dei nostri doppiatori quali Luca Ward (Neo), Ennio Coltorti (agente Smith), Massimo Corvo (Morpheus) ed Emanuela Rossi (che doppia Trinity) che con il suo: “….Schiva questa!” rimane nella storia del cinema.

Il film ha vinto, tra i numerosi premi, quattro Oscar. Dei due sequel però, non ne parliamo proprio…

“La parola ai giurati” di Sidney Lumet

(USA, 1957)

Il 13 aprile del 1957 usciva nella sale statunitensi lo splendido “La parola ai giurati” diretto dall’esordiente Sidney Lumet.

Reginald Rose, nato a New York nel 1920, appena congedato dall’esercito americano decide di guadagnarsi da vivere scrivendo soggetti per il nuovo e singolare mezzo che inesorabilmente sta prendendo sempre più piede nelle famiglie americane: la televisione.

Nei primi anni Cinquanta inizia a collaborare con la CBS firmando drammi da un’ora per la serie Studio One. Una mattina gli viene recapitata la convocazione per far parte della giuria in un processo per omicidio.

Il giovane rimane impressionato dalle dinamiche legali, e soprattutto da quelle umane, che si avvicendano durante tutte le sedute. Quando, dopo le arringhe dei legali, è chiuso nella stanza della giuria assistendo al dibattito, capisce di avere davanti agli occhi “il dramma perfetto” da raccontare.

In poco tempo Rose scrive lo script de “La parola ai giurati” che, svolgendosi tutto nella stanza di una giuria, sembra perfetto per il teatro e per l’allora fiction televisiva che ad esso si ispirava. L’episodio di un’ora viene trasmesso nel 1954. Il successo è davvero grande e così la produzione decide di realizzare un adattamento cinematografico.

Allo stesso Rose viene affidato il compito di scrivere la sceneggiatura, mentre al giovane, ma già esperto regista di drammi televisivi, Sidney Lumet viene affidata la regia.

Se nel ruolo del protagonista viene chiamata una stella di prima grandezza come il sempre bravo Henry Fonda, per quelli dei comprimari vengono scelti alcuni fra migliori caratteristi di Hollywood, che poi diverranno protagonisti o coprotagonisti di numerose serie televisive di successo, meno famosi ma che con la loro bravura renderanno la pellicola una delle più belle della storia del cinema.

Nella piccola stanza di un tribunale la giuria, formata da dodici individui che non si conoscono, deve scegliere se dichiarare il giovane imputato presunto parricida colpevole o innocente. Il caso sembra semplice, tutti gli indizi sono a sfavore del ragazzo, ma alla prima votazione salta fuori un giurato contrario alla condanna.

Si tratta del giurato n.8 (un Henry Fonda davvero luminoso) che ammette di non essere affatto certo dell’innocenza dell’imputato, e per questo quindi non può essere sicuro della sua colpevolezza “oltre ogni ragionevole dubbio”.

L’uomo viene quasi aggredito verbalmente dagli altri giurati, molti dei quali vorrebbero tornare rapidamente alle loro occupazioni quotidiane, ma il giurato n. 8 inizia a smontare ogni indizio che fino a quel momento sembrava davvero ineccepibile…

Strepitosa pellicola, girata in uno splendido bianco e nero, che di fatto fonda (non l’attore!) il genere legal drama, e che ci pone una delle domande basiche della nostra società: quanto riusciamo a essere obiettivi e imparziali, nonostante le nostre esperienze personali?

Da antologia.

Il film, oltre ad essere candidato a tre premi Oscar e quattro Golden Globe, vince l’Orso d’Oro al Festival di Berlino.

“Regina senza corona” di Thomas Schlamme

(USA, 1989)

La drammaturga Beth Henley (classe 1952) ha vinto il premio Pulitzer nel 1981 per la sua opera teatrale “Crimini del cuore”, scritta nel 1978, e che Bruce Beresford porterà sul grande schermo nel 1986 con protagoniste Sissy Spaeck, Diane Keaton e Jessica Lange. Nel 1979 la Henley scrive “The Miss Firecracker Contest” (che letteralmente sarebbe “Il Concorso Miss Fuochi d’Artificio”) ambientata in una piccola cittadina del Sud degli Stati Uniti.

L’opera riscuote molto successo prima a Los Angeles e poi a Broadway, dove diventa un vero e proprio classico. Come accade spesso, la mecca del cinema si rivolge proprio alla capitale del teatro americano per trovare nuove idee, e così – dopo il successo internazionale del film di Beresford – viene adattata per lo schermo anche questa commedia della Henley.

La goffa e poco piacente Carnelle ha un sogno nella vita: vincere il Concorso “Miss Fuochi d’Artificio” che si tiene nella sua cittadina ogni 4 luglio. La ragazza vive nella vecchia casa della zia, ormai deceduta da anni. Qualche giorno prima del concorso tornano in città i suoi due cugini: Elain e Delomount. La prima da ragazza, grazie alla sua altera bellezza, ha vinto trionfalmente il titolo di Miss Fuochi d’Artificio, mentre il secondo è uno scapestrato che vive alla giornata.

Carnelle riesce ad entrare nella schiera delle cinque finaliste e dedica tutta se stessa a preparare la prova conclusiva con cui esibirsi alla fiera del 4 luglio. Solo la vincitrice potrà sfilare al centro del carro allegorico che attraverserà la strada principale della città, evento memorabile per tutta la contea e soprattutto sognato da Carnelle fin da bambina. Ma il concorso, per la ragazza così come per i suoi due cugini, rappresenterà un momento di svolta nelle propria vita…

Nel film – che in originale si intitola solo “Miss Firecracker” – il ruolo di Carnelle è affidato ad una bravissima (e fascinosa nonostante la voluta goffaggine) Holly Hunter. Mentre quello dei suoi cugini Elain e Delmount sono affidati rispettivamente a Mary Steenburgen e Tim Robbins (tutti e tre vincitori di un Oscar: la Steenburgen per “Una volta ho incontrato un miliardario” del 1980, la Hunter per “Lezioni di piano” del 1993 e Robbins per lo splendido “Mystic River” del 2003).

Crudo, ma alla fine anche un po’ ottimista, “Regina senza corona” è un affresco lucido della provincia americana, ma soprattutto delle dinamiche familiari che non risparmiano dolore e sconforto, interpretato poi da un cast davvero eccezionale.

Per la chicca: ve prego, non mi fate parlare del titolo in italiano…

“Ready Player One” di Steven Spielberg

(USA, 2018)

Del romanzo “Ready Player One” di Ernest Cline ne ho parlato nel luglio del 2014, anticipando poi che la Warner Bros aveva comprato i diritti e avviato la produzione.

Ma allora ignoravo che la regia sarebbe stata affidata a uno dei geni di Hollywood come Steven Spielberg. E chi meglio di lui, icona vivente degli anni Ottanta, avrebbe potuto portarlo meglio sulla schermo?

Sulla trama, visto che è fedele al libro, non aggiungo nulla, ma se la vuoi leggere poi andare direttamente al post sul libro.

Il film invece è scritto dallo stesso Cline insieme a Zak Penn e ci regala delle sequenze davvero incredibili, frutto della tecnologia digitale più all’avanguardia e della mano unica di Spielberg.

Per gli appassionati degli anni Ottanta come me, forse il film è un pò troppo alla “Trasformer” o “Avangers” (di cui Penn è stato davvero sceneggiatore), mentre il libro è più centrato sulle emozioni dei protagonisti che si rispecchiano in OASIS, creato da un vero “feticista” degli anni Ottanta. Ma Spielberg è sempre Spielberg…

“The Escort” di Will Slocombe

(USA, 2015)

Mitch (Michael Doneger) è un giornalista che ama il suo lavoro ma che viene licenziato dalla testata in cui lavora per i solti e nefasti “costi di gestione”.

Grazie al padre, autore delle musiche di molte canzoni rock famose degli anni Settanta e Ottanta, riesce ad avere una nuova opportunità presso un noto network. Ma dovrà portare un articolo eccezionale e insolito per essere assunto.

Un pomeriggio, nel bar di un grande hotel, viene avvicinato da Natalie (una bravissima Lyndsy Fonseca), una escort di lusso che adesca i suoi facoltosi clienti proprio negli alberghi a cinque stelle.

Mitch ha una dipendenza dal sesso, ed è “schiavo” di una app che gli procura quotidianamente incontri sessuali occasionali. Rimane così immune al fascino della ragazza che alla fine stuzzica e deride, visto che lei gli ha confessato di essersi laureata a Stanford.

Rimasto solo, il ragazzo si rende conto di aver trovato l’argomento del suo articolo: una escort laureata nel secondo ateneo più importante degli Stati Uniti. Rintracciata, le propone un affare: la pagherà per seguirla e scrivere l’articolo su di lei. Natalie accetta, anche se proprio un articolo, qualche anno prima le ha bruciato ogni tipo di lavoro adatto alla sua laurea avviandola alla prostituzione di lusso. Ma…

Scritta dallo stesso Doneger insieme a Brandon A. Cohen, questa bella pellicola ci parla dell’amore, e soprattutto della paura dell’amore che rende cinici, ruvidi e infelici. Ma l’amore, come la vita, nasce nei posti più improbabili, e come diceva il maestro Fabrizio De André: “Dai diamanti non nasce niente dal letame nascono i fiori”.

Ottimo esempio della grande tradizione del cinema americano indipendente.

“Ethel & Ernest – Una storia vera” di Roger Mainwood

(UK/Lussemburgo, 2016)

Raymond Briggs è considerato, giustamente, uno dei maggiori artisti grafici britannici, e non solo. Molte sono le sue opere pubblicate in numerose lingue, fra cui spicca “Il pupazzo di neve“.

Ma nel 1999 Briggs pubblica una graphic novel dedicata alla storia d’amore, durata oltre quarant’anni, dei suoi genitori. E il libro, inaspettatamente per i meno attenti, vola nelle classiche di vendita.

Dall’opera di Briggs, Roger Mainwood trae un lungometraggio quasi interamente disegnato a mano, che ci racconta dall’incontro di Ethel ed Ernest, avvenuto nella Londra del 1928, alla loro dipartita avvenuta per entrambi nel 1971.

Attraverso le loro vite ripercorriamo la storia della Gran Bretagna e dell’Europa di quegli anni, ma tutto negli ambienti della loro piccola casa a schiera a Wimbledon Park, nella periferia di Londra.

E soprattutto comprendiamo al meglio il carattere e lo stile di vita di una piccola e “normalissima” famiglia inglese nel secolo breve. Comprendiamo meglio così anche la società e i sudditi di Sua Maestà che tanto hanno inciso nel Novecento.

Il tutto raccontato con dei disegni e un tratto a dir poco sublimi. Una sorta di “I miei vicini Yamada” all’inglese. Bellissimo e struggente.

“Sojux 111 Terrore su Venere” di Kurt Maetzig

(Germania Est/Polonia, 1960)

Questo è uno dei pochi film di fantascienza girati oltre cortina negli anni Cinquanta, che abbia avuto un certo riscontro anche in Occidente. La sceneggiatura è tratta dal romanzo “Astronauci” del polacco Stanislaw Lem (autore fra gli altri di “Solaris” che Tarkovskij adattò splendidamente per il cinema nell’omonimo film del 1972) ed è impregnata, come quasi tutti i film di genere dell’epoca – dentro e fuori cortina – dalla paura e dall’angoscia dell’olocausto atomico, tema purtroppo tornato attuale.

Siamo nel futuristico 1985, e invece dei paninari, l’argomento principe sulla bocca di tutti è una sorta di nastro extraterrestre rinvenuto casualmente nel deserto dei Gobi. Gli studiosi di tutto il mondo – visto che la Terra finalmente vive in pace, e tutte le nazioni collaborano sinergicamente allo studio del cosmo e ai viaggi spaziali – scoprono che è una sorta di diario di bordo proveniente da un’astronave extraterrestre precipitata molto tempo prima in Siberia.

L’astronave, nell’impatto con la crosta terrestre è andata distrutta, ma il messaggio, lanciato evidentemente poco prima della collisione, si è salvato. Ma nessuno, sul nostro Pianeta, riesce a decifrarlo. Si riesce a stabilire solo che il velivolo proveniva dal pianeta Venere.

Era in preparazione la prima spedizione internazionale su Marte, ma viene dirottata subito su Venere. L’equipaggio è cosmopolita: dall’U.R.S.S. agli Stati Uniti, dal Giappone all’India, dalla Repubblica Popolare Cinese alla Polonia, dalla Germania Est all’Africa. Ma quando i cosmonauti raggiungono la superficie di Venere scoprono una tragica verità…

Con un epilogo simile a quello di “RX-M Destinazione Luna” di Kurt Neumann girato negli Stati Uniti nel 1950, questo film pacifista punta il dito – come nessun altro film di fantascienza girato in quegli anni in Occidente – in faccia all’ecatombe di Hiroshima e Nagasaki, e alla ferocia e gli effetti tragicamente duraturi della guerra atomica.

Effetti visivi e sonori davvero all’avanguardia per l’epoca. Da vedere per gli amanti del genere, e non solo.

Per la chicca: nel 1962 viene girato “I sette navigatori dello spazio” suo sequel ideale.

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“Il Signore degli Anelli” di Ralph Bakshi

(UK, 1978)

Fino all’avvento del computer e dell’era digitale, la tecnica del rotoscopio era una delle più usate nel cinema. Un disegnatore ricalcava le immagini girate con attori veri per ottenere cartoni animati più realistici o effetti speciali altrimenti irrealizzabili.

Volete un esempio? Il genio George Lucas lo usa per rendere “laser” le spade manovrate da Jedi (…passati al lato oscuro o no…) nella trilogia di “Guerre Stellari”, spade che in realtà erano semplici aste.

Così quando Ralph Bakshi, reduce dal successo del film cult d’animazione “Fritz il gatto” decide di adattare per lo schermo l’opera più famosa di J.J.R. Tolkien, per evitare di realizzare un film troppo edulcorato, adatto a un pubblico giovane ma non troppo, opta per questa tecnica.

Il problema più grande è la sceneggiatura: molti ottimi autori cinematografici, negli anni precedenti, avevano provato a realizzare un solo film dai tre volumi di Tolkien, ottenendo sempre un risultato incompleto e caotico. Così Bakshi, insieme a Chris Conkling e Peter S. Beagle, decidere di dividere le avventure di Frodo in due pellicole. E lo script del film, che nelle intenzioni del regista deve essere il più fedele possibile al libro, si ferma a metà del secondo libro “Il ritorno del Re”.

Il risultato è un lungometraggio di due ore affascinante e magico, che riporta quasi integre, le atmosfere create da Tolkien. E’ evidente che più di una scena, nella sua dinamica così come nelle sue scenografie – alcune delle quali davvero sublimi – hanno ispirato profondamente Peter Jackson per la sua straordinaria versione realizzata oltre vent’anni dopo, cosa che il regista neozelandese d’altronde non ha mai nascosto.

Purtroppo il pubblico del 1978 non era pronto ad un tale impatto visivo e narrativo, così gli incassi furono molto sotto le aspettative e la produzione non finanziò la seconda parte. Davvero un gran peccato.

“Fantasmi a Roma” di Antonio Pietrangeli

(Italia, 1961)

Questa commedia fantasy racchiude alcuni fra i più importanti pilastri del nostro grande cinema. Il soggetto, infatti, è firmato dal padre del nostro Neorealismo: Sergio Amidei, mentre la sceneggiatura è scritta da mostri sacri come Ennio Flaiano, Ruggero Maccari, Ettore Scola e lo stesso Antonio Pietrangeli, che poi lo dirige.

Per non parlare degli interpreti, fra cui spiccano un fascinosissimo Marcello Mastroianni, un grande Eduardo De Filippo e un coriaceo Vittorio Gassman. Da ricordare anche i bravissimi Tino Buazzelli (purtroppo doppiato), Claudio Gora che incarna sempre superbamente l’antipatico per eccellenza, e Lilla Brignone in quello struggente di Regina.

Il genere fantasy, nel nostro Paese e in quegli anni, aveva un ambito alquanto ristretto e poco seguito (“Omicron” diretto da Ugo Gregoretti nel 1963, è forse l’unico esempio del genere che ebbe un certo riscontro di pubblico e critica). Così questo film, dopo l’uscita nelle sale, venne rapidamente – e ingiustamente – dimenticato. Ma ancora oggi rappresenta uno dei picchi della nostra grande commedia.

Anche nella struttura “Fantasmi a Roma” si distingue dal genere classico. Infatti, il suo protagonista scompare a metà del film, per riapparire solo marginalmente alla fine. Fra i pochissimi altri esempi riusciti con una dinamica simile c’è “Psyco” del maestro Hitchcock, tanto per dire.

Ma tornando alla pellicola di Pietrangeli, ancora oggi seguiamo con trasporto e nostalgia la vita grama che conduce Don Annibale (De Filippo), principe di Roviano, che pur di non vendere l’antico palazzo di famiglia soffre la fame e il freddo. Così come assistiamo al salvataggio dello stesso storico edificio e dei fantasmi che lo abitano dalle scellerate ambizioni dell’ultimo erede Federico (Mastroianni, in uno dei suoi tre ruoli).

Poco è cambiato nella nostra mentalità, che aspira ad ottenere la vil pecunia nel modo più rapido e becero possibile. Peccato che Pietrangeli scomparve prematuramente solo pochi anni dopo, senza avere il tempo di donarci altri grandi film come questo o come “Adua e le compagne” o “Io la conoscevo bene”.

“La forma dell’acqua” di Guillermo Del Toro

(USA, 2017)

Il genio di Guillermo Del Toro ci regala due ore di grande ed emozionante cinema.

Il maestro messicano ci racconta una delle storie più romantiche degli ultimi decenni. Come sempre, poi, i messaggi più profondi e forti passano nel cinema di genere molto più spesso che in quello classico.

Anche per questo Del Toro, che sa mettere in maniera sublime e come pochi il cinema nel cinema, rende omaggio al genere horror anni Cinquanta e Sessanta (fra cui su tutti “Il mostro della Laguna Nera“) dove i temi sociali avevamo molto più spazio rispetto alle leggiadre e infiocchettate commedie romantiche con Rock Hudson o Doris Day.

Non è un caso, quindi, che Elisa Esposito (una bravissima e affascinantissima Sally Hawkins) sia una donna muta, cresciuta in un orfanotrofio nel quale fu accolta dopo essere stata ritrovata da bambina, con la laringe recisa.

E non è un caso quindi che i suoi unici amici siano Zelda, una collega di colore (un altrettanto bravissima Octavia Spencer) e Giles, un pittore omosessuale (Richard Jenkis) per questo reietto della società.

Facendo le pulizie Elisa e Zelda capitano in un laboratorio dove è tenuta segregata una strana creatura, una specie di uomo pesce (impersonato da Doug Jones). Il responsabile scientifico è il Dottor Hoffstetler (un sempre bravo Michael Stuhlbarg) che nutre un profondo rispetto e una sana curiosità per l’essere sconosciuto.

Ad avere fra le mani le vite di tutti questi “diversi”, invece, è il colonnello Strickland (Michael Shannon), volitivo e inflessibile giovane promessa delle Forze Armate, incarnazione del sogno americano più reazionario possibile, razzista e sessista come un bell’uomo bianco e con un po’ di potere in quegli anni doveva essere.

Capire ora chi è il vero mostro in questa splendida favola gotica non è difficile…

“La forma dell’acqua”, scritto da Del Toro insieme a Vanessa Taylor, ha incassato 7 nomination agli Oscar fra cui quella per il miglior film, e il miglior regista (categoria per la quale Del Toro ha già vinto il Golden Globe) nonché che quella come miglior attrice alla Hawkins, e miglior attori non protagonisti alla Spencer e a Jenkins.

Ma indipendente da premi che potrà vincere o meno, “La forma dell’acqua” con i suoi omaggi al grande cinema, da Fritz Lang a Federico Fellini, è una delle pellicole più struggenti degli ultimi anni.

Da vedere.