“Buñuel nel labirinto delle tartarughe” di Salvador Simó

(Spagna/Olanda/Germania/USA, 2018)

Nel dicembre del 1933 Luis Buñuel proietta il documentario – l’unico realizzato nella sua carriera – “Terra senza pane”, che fotografa in maniera cruda e desolante la vita a Las Hurdes, una delle località contadine più povere delle Spagna. La quasi totale mancanza di igiene, cure e mezzi di prima necessità rende la vita degli abitanti misera, senza speranza, e preda di malattie, menomazioni e infezioni mortali.

Le immagini sono terribili e sconvolgenti, tanto da portare la neonata Repubblica Spagnola a censurarlo, anche se poi, a partire dal 1936 con lo scoppio della Guerra Civile – inserito il sonoro con una voce narrante e la sinfonia n.4 di J. Brahms come commento musicale – la pellicola verrà usata come propaganda contro il regime del generalissimo Franco.

Ma la genesi e la realizzazione di questi circa 30 minuti di documentario sono incredibili. Perché dopo la proiezione a Parigi di “L’Age d’Or” e le relative feroci proteste della parte più reazionaria e cattolica della società legata alla Santa Sede, Buñuel è vittima di un terribile isolamento che di fatto sembra chiudere definitivamente la sua carriera di cineasta.

Fra coloro che gli voltano le spalle c’è anche il suo (ex) amico e stretto collaboratore nelle prime due pellicole – “L’Age d’Or” appunto, e la precedente “Un cane andaluso” – Salvador Dalì.

Ma sarà un altro amico del regista a cambiare le sue sorti e quelle del cinema, l’operaio anarchico Ramòn Acìn che, vincendo alla lotteria natalizia, decide di finanziare il film sperando di aiutare la popolazione di Las Hurdes. Poco dopo lo stesso Acìn verrà isolato dalla cultura ufficiale della Repubblica Spagnola e poi fucilato, insieme alla moglie, dai militari di Franco.

Tratto dal graphic novel “Buñuel en el laberinto de las tortugas” dello spagnolo Fermín Solís (classe 1972) questo bellissimo e multi premiato lungometraggio animato, scritto dallo stesso Simó con Eligio R. Montero, ripercorre la preparazione e la realizzazione del documentario.

Nel film sono inserite alcune immagini originali di “Terra senza pane” – paragonabile sotto alcuni punti di vista al romanzo “Cristo si è fermato a Eboli” scritto non a caso quasi contemporaneamente da Carlo Levi – alcune davvero molto crude, proprio nella tradizione visiva di uno dei più grandi maestri del cinema, fra i fondatori del movimento surrealista.

Per la chicca: le “tartarughe” sono i tetti piatti fatti in ciottoli delle piccole e anguste case di Las Hurdes, fatte di un unico ambiente dove vivevano insieme gli esseri umani e i loro animali.

“Quell’oscuro oggetto del desiderio” di Luis Buñuel

(Francia/Spagna, 1977)

Nel 1898 lo scrittore francese Pierre Louӱs pubblica il romanzo “La donna e il burattino” il cui protagonista è Mateo Diaz, innamorato perdutamente dell’avvenente andalusa Conception che però lo tradisce ripetutamente, per poi puntualmente ricercarlo. Ma Mateo, che è al corrente di tutti i tradimenti fisici e morali di Conception, suo malgrado, non può fare a meno di lei.

Una trama così secolare non poteva che stuzzicare l’interesse del cinema che a partire dal 1920 ne realizza vari adattamenti, come quello di Josef von Sternberg intitolato “Capriccio spagnolo” del 1935 o “Femmina” firmato da Julian Duvivier nel 1959, con la fatale Brigitte Bardot.

Nel 1977 il maestro Buñuel, alla soglia degli ottanta anni, ispirandosi al romanzo di Louӱs scrive la sceneggiatura, assieme a Jean-Claude Carrière, di quella che sarà anche la sua ultima opera cinematografica intitolandola “Cet Obsucr Objet du Désir”, titolo originale che fortunatamente i nostri distributori hanno rispettato.

Così come nel romanzo originale, Buñuel incentra il film sul racconto della sua frustrante storia d’amore che fa lo stesso “burattino”. Siamo nel 1977 e il ricco vedovo di mezza età Mathieu (Fernando Rey) salito sul treno che da Siviglia lo porta a Madrid – città dalla quale poi rientrerà nella sua Parigi – narra ai suoi compagni di scompartimento la turbolenta storia d’amore avuta con Conchita (Carole Bouquet e allo stesso tempo Angela Molina) conclusasi proprio pochi istanti prima che il treno partisse con una secchiata d’acqua versata dallo stesso Mathieu addosso alla ragazza, che dal marciapiede affianco al binario lo supplicava di non lasciarla.

Con lunghi flashback riviviamo il primo incontro fra i due avvenuto a Parigi, a casa di Mathieu, dove Conchita prestavava servizio come cameriera. Ma soprattutto assistiamo al bramoso corteggiamento dell’uomo che, attraverso costosi regali e numerose banconote, tenta in ogni modo di possedere Conchita. Se la ragazza accetta la sua corte e i suoi regali, e gli si concede moralmente, non è disposta invece a farlo fisicamente. Al matrimonio, infatti, la giovane dichiara di volerci arrivare vergine. Ma…    

Il genio surrealista del maestro spagnolo, anche in quest’ultima sua pellicola, è sempre molto vivo e perentorio. A partire dal far recitare il ruolo di Conchita a due diverse attrici, allora ancora poco conosciute, senza un apparente criterio narrativo.

Ma soprattutto Buñuel sa raccontare la meschina e vile brama di possesso di un uomo viziato, in maniera cruda ed efficace come pochi altri hanno saputo fare.

Ed aggiunge al romanzo un altro grande tema contemporaneo: il terrorismo. Siamo, infatti, in pieni “anni di piombo” e tutto il racconto cinematografico ha come sfondo violenti e mortali attentati che infiammano la Spagna e la Francia. Ma Mathieu, che senza dubbio rappresenta la classe ricca borghese dell’epoca, non se ne cura e assiste quasi annoiato, dal vivo o attraverso la televisione o la radio, agli attentati che si consumano attorno a lui, con la sola preoccupazione di rimanere imbottigliato nel traffico ed arrivare tardi dalla “sua” Conchita, che certo incarna anche la nuova e ribelle generazione.

Tragicamente premonitrice sembra essere, infatti, la scena finale che ha come sfondo l’audio di un notiziario che commenta i gravi attentati avvenuti in tutta Europa, soffermandosi su quello consumatosi in Italia in cui è stato vittima l’Arcivescovo di Siena, colpito da alcuni colpi d’arma da fuoco sparati dai membri dei “Gruppi Armati Rivoluzionari del Bambin Gesù” unitisi agli estremisti di sinistra. Nelle nostre sale il film uscì il 24 novembre del 1977, poco meno di quattro mesi prima del vile e sanguinario rapimento di Aldo Moro, col feroce e bestiale massacro di tutta la sua scorta in via Cesare Fani a Roma.   

Per la chicca: certamente avrà intrigato Buñuel anche il fatto che Siviglia (città in cui Mateo incontra Conception nel romanzo di Louӱs), è la stessa che nella quale nel 1616 venne e scritto e ambiento il dramma “El burlador de Sevilla y convidado de piedra” firmato da Tirso de Molina, prima opera nella storia che ha come protagonista Don Giovanni e dalla quale, nei secoli successivi, hanno preso ispirazione i più grandi autori per raccontare il mito del Dissoluto. Figura così diametralmente opposta al “burattino” del romanzo.

“Estasi di un delitto” di Luis Buñuel

(Messico, 1955)

Molti sono gli aggettivi con cui da decenni si cerca di definire il geniale e visionario (più di ogni altro!) regista spagnolo-messicano Luis Buñuel. E forse quello che, guardando questo film, si avvicina di più è: sanguigno.

Ma non nel senso splatter o horror, sanguigno nell’accezione viscerale, carnale e irrefrenabile. Questo, unito al suo grande passato di cineasta surrealista, fanno di Buñuel uno dei grandi maghi della macchina da presa.

Ispirandosi al romanzo di Rodolfo Usigli, assieme a Eduardo Ugarte, Buñuel scrive uno dei capolavori del cinema noir, che tocca vertici di ansia e angoscia morbosa che solo il grande Hitchcock riesce a raggiungere. Sia per il racconto – colmo di destrutturazioni cronologiche – che per il potente linguaggio visivo.

Non è un caso quindi che il grande François Truffaut – autore fra l’altro di una delle più grandi interviste ad Hicthcock – citi quasi di sana pianta una scena di questo film nel suo “La camera verde”.

La storia dei grandi delitti pensati e bramati, ma nella realtà non commessi da Alessandro (Archibald in originale) De La Cruz è ancora oggi un capolavoro. Per Moravia il film rappresentava, come pochi altri, una grande allegoria dell’impotenza sessuale.

E poi il grande cineasta, come in ogni sua pellicola, non disdegna feroci frecciate al perbenismo cattolico, così ingerente nella sua Spagna (allora lontana) come in Messico, soprattutto quando parliamo di desideri e relativi sensi di colpa.

Da vedere, anche se poi carillon e manichini non saranno più gli stessi…

“E Johnny prese il fucile” di Dalton Trumbo

(Bompiani, 2016)

Cominciamo dalla fine: dopo aver letto l’ultima pagina di questo straordinario romanzo, ho avuto difficoltà nell’iniziarne un altro. Perché questo libro, pubblicato per la prima volta nel 1938, colpisce dritto al mento, facendo cedere la mascella e diventare le gambe molli.

Si tratta di uno dei più grandi romanzi contro la guerra mai scritti, e incredibilmente è anche l’unico firmato da Dalton Trumbo, che ha dedicato il resto della sua splendida penna al cinema. E il film che poi egli stesso ha girato (prima sognando di farlo dirigere a Luis Buñuel), l’unico che abbia mai diretto, era uno dei film preferiti dal grande Truffaut.

Il vent’enne Joe Bonham ripensa alla sua breve vita. Ricorda la sua infanzia, la sua famiglia e la sua adolescenza non ancora finita. E poi si ricorda: si ricorda che il suo Paese è entrato in guerra e lui è stato reclutato. Dopo un breve addestramento è stato portato insieme ai suoi commilitoni in Europa dove “si combatte per la democrazia”.

E lì, nel 1918 quando il conflitto sembrava al termine, è stato ferito. Una granata lo ha preso in pieno. E allora Johnny si chiede se è ancora vivo, perché nessuno è mai sopravvissuto… nel limbo senza fondo in cui si è ritrovato capisce l’atroce verità: l’esplosione gli ha portato via gli occhi, il naso, le orecchie, la bocca, le gambe e le braccia. E capisce anche di essere il frutto di un accanimento terapeutico che lo rende “un pezzo di carne in vita”. Potendo solo muovere la testa, Johnny passa il tempo a cercare di capire chi lo sta facendo sopravvivere e perché…

Ispirato alle esperienze di inviato di guerra della stesso Trumbo, ma soprattutto dal suo profondo antimilitarismo, E Johnny prese il fucile è uno dei romanzi simbolo del Novecento breve e sanguinario (e non è che il 2000 sia iniziato meglio…) e venne pubblicato per la prima volta poche ore dopo lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale. Le prefazione che l’autore scrisse nella riedizione del romanzo dei primi anni Settanta ci aggiorna tragicamente sui numeri relativi ai giovani deceduti o gravemente menomati sia nel secondo conflitto mondiale che in quello, allora contemporaneo, del Vietnam.

Oltre che nelle scuole, questo libro dovrebbe essere letto da chi pensa che la forza sia sempre la soluzione migliore.

Per la chicca: per realizzare il loro inquietante video One, i Metallica hanno usato vari spezzoni originali del film tratto da questo libro.

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“Il fascino discreto della borghesia” di Luis Buñuel

(Francia, 1972)

Quando si parla di Luis Buñuel, ci si trova di fronte a uno dei più grandi registi che il Novecento abbia conosciuto, un artista che ha saputo lasciare un’impronta indelebile nel cinema e nella cultura mondiale. “Il fascino discreto della borghesia”, pellicola che gli valse l’Oscar come miglior film straniero nel 1973, rappresenta forse la sintesi più perfetta del suo genio visionario. Realizzato quando il maestro spagnolo aveva già superato i settant’anni, questo film dimostra che il vero talento non conosce limiti anagrafici: la freschezza narrativa, lo spirito critico affilato come una lama e la lucidità implacabile con cui Buñuel mette a nudo l’arroganza e la crudeltà del potere ne fanno un capolavoro assoluto, destinato a rimanere immortale.

La trama, apparentemente semplice, si rivela un meccanismo perfetto per scoperchiare le ipocrisie della società borghese. Due coppie dell’alta società parigina tentano ripetutamente di organizzare una cena che, di volta in volta, per disguidi, malintesi o imprevisti sempre più surreali, non riesce mai a concretizzarsi. Ma questa cena impossibile è solo un pretesto, una scusa narrativa attraverso cui Buñuel conduce lo spettatore in un viaggio allucinante tra sogno e realtà, dove i confini tra le due dimensioni si fanno sempre più labili e sfuggenti.

Ciò che il regista mette in scena è un affresco spietato di una parte della società corrotta e corruttrice, senza ritegno e senza vergogna. I protagonisti, con i loro abiti eleganti e le loro buone maniere, nascondono dietro la facciata rispettabile del perbenismo traffici illeciti, adulteri, ipocrisia e una totale mancanza di valori autentici. Buñuel disseziona questa classe sociale con la precisione di un chirurgo e l’ironia feroce di un moralista anarchico, mostrando come dietro il “fascino discreto” si nasconda il vuoto assoluto, l’assenza di qualsiasi sostanza umana.

Il film è strutturato come una serie di episodi concatenati, dove la logica onirica prende il sopravvento sulla linearità narrativa tradizionale. I personaggi si muovono in un universo dove tutto può accadere: un vescovo che chiede l’elemosina, un ambasciatore trafficante di droga, un generale che racconta storie macabre, soldati morti che irrompono durante un ricevimento. Questa continua oscillazione tra realtà e sogno, tra il quotidiano e il fantastico, è il marchio di fabbrica di Buñuel, che aveva già esplorato territori simili in opere precedenti ma che qui raggiunge una maturità espressiva straordinaria.

Impossibile non menzionare l’immagine iconica che attraversa l’intero film: la camminata dei protagonisti su una strada in mezzo alla campagna. Questa sequenza, che appare ciclicamente, è diventata ormai parte della storia del cinema. I sei personaggi, elegantemente vestiti, avanzano con passo deciso verso una meta che non raggiungeranno mai, in un cammino che si ripete all’infinito come una condanna kafkiana. È l’immagine perfetta dell’esistenza borghese secondo Buñuel: un movimento costante che non porta da nessuna parte, un’illusione di scopo che maschera il vuoto totale.

Il cast è semplicemente superbo. Fernando Rey, con la sua presenza magnetica e il suo portamento aristocratico, incarna alla perfezione l’ambiguità morale dei personaggi. Jean-Pierre Cassel (padre del più noto Vincent) conferisce al suo ruolo un’eleganza raffinata che rende ancora più stridente il contrasto con le bassezze morali del suo personaggio. Stéphane Audran, Delphine Seyrig e Bulle Ogier completano questo ensemble straordinario, dando vita a figure femminili complesse, ciniche e affascinanti.

La regia di Buñuel è di una precisione millimetrica: ogni inquadratura, ogni movimento di macchina, ogni scelta di montaggio contribuisce a creare quell’atmosfera sospesa tra il comico e l’inquietante che è la cifra distintiva del film. La sceneggiatura, scritta dallo stesso Buñuel insieme a Jean-Claude Carrière, è un esempio perfetto di come si possa costruire una critica sociale devastante attraverso il surrealismo e l’assurdo.

“Il fascino discreto della borghesia” è un film da rivedere a intervalli regolari, non solo per la sua triste e perdurante attualità – la società che descrive è ancora qui, forse più radicata che mai – ma anche per scoprire ogni volta un nuovo dettaglio geniale, una nuova sfumatura, un nuovo livello di lettura. È un’opera che non invecchia, perché parla di vizi umani che sembrano eterni e lo fa con uno stile inimitabile, mescolando ironia feroce, surrealismo visionario e una profonda amarezza filosofica.

Un capolavoro assoluto che conferma Buñuel come uno dei più grandi maestri del cinema di tutti i tempi.

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