“Regression” di Alejandro Amenábar

(Canada/Spagna, 2015)

La domanda sorge spontanea (cit.!) come mai questa bella pellicola del regista premio Oscar (con “Mare dentro”) Alejandro Amenábar (autore fra gli altri di “Apri gli occhi”, “The Others” e “Agorà“) non ha trovato una bella distribuzione nel nostro Paese?

La risposta non può essere una sola, ma la prima che viene in mente è certamente legata al tema alquanto spinoso che affronta: il senso di colpa che può essere sfruttato per rendere succubi gli altri.

Amenàbar ci racconta i fatti – realmente accaduti nel 1990 in una cittadina agricola degli Stati Uniti – provocati dalla confessione di Angela (una sempre brava Emma Watson) una ragazza devota e assidua frequentatrice della locale chiesa cristiana, che afferma di essere vittima da anni di abusi legati a riti satanici ad opera della sua famiglia.

L’ombra di una setta satanica ramificata in ogni ambito sconvolge la comunità e al deciso e volenteroso detective Bruce Kenner (Ethan Hawke) viene affidato il compito di smantellarla. Ad assistere Kenner c’è il Professor Kenneth Raines, esperto di ipnosi regressiva che attraverso i suoi metodi avalla i racconti della ragazza…

Amenàbar, nato in Cile ma cresciuto in Spagna (patria della Santa Inquisizione), come noi italiani “confinanti” da sempre col Cuppolone, conosce bene i modi con cui una parte distorta e integralista di religiosi possa usare il senso di colpa per ghermire i fedeli.

Da vedere.

“Agorà” di Alejandro Amenàbar

(Spagna, 2009)

Firmato dal regista di “Apri gli occhi” (poi rifatto in USA col titolo “Vanilla Sky” con Tom Cruise e diretto da Cameron Crowe) e di “The Others”, “Agorà” è uno splendido film sulla storia, sulla religione, sulla scienza, ma soprattutto sul ruolo della donna nella società e nella cultura.

La pellicola ci trasporta nell’Alessandria d’Egitto del IV secolo d.C., un periodo di drammatici sconvolgimenti religiosi e culturali. Al centro di questa tempesta c’è Ipazia, interpretata con straordinaria intensità da Rachel Weisz, figura storica realmente esistita: filosofa, astronoma e matematica che diviene simbolo vivente della cultura e della conoscenza razionale.

Weisz incarna perfettamente Ipazia, conferendole una dignità e un’intelligenza luminosa che trascendono il tempo. La sua interpretazione riesce a comunicare la passione per il sapere e la ricerca della verità che caratterizzarono questa donna eccezionale. Amenábar costruisce attorno a lei un ritratto che va oltre il semplice biopic, trasformandola in emblema della razionalità e dell’indagine scientifica in un’epoca di crescente intolleranza.

La pellicola mostra magistralmente come Ipazia rappresenti non solo una studiosa, ma l’incarnazione stessa della cultura ellenistica alessandrina: un mondo dove la conoscenza è perseguita per sé stessa, dove il dialogo e il dubbio metodico sono strumenti di progresso, dove l’osservazione empirica guida la comprensione dell’universo. Nel suo personaggio convivono l’amore per la geometria, l’astronomia e la filosofia neoplatonica.

Particolarmente potenti sono le scene nella Biblioteca di Alessandria e nell’Agorà, dove Ipazia insegna circondandosi di allievi di diverse fedi e origini, senza distinzioni. La sua celebre frase “Tu non credi nella ragione?” risuona come manifesto della sua visione del mondo e dell’approccio alla conoscenza.

Amenábar riesce a creare un contrasto visivo ed emotivo tra gli spazi luminosi della ricerca e dell’insegnamento e l’oscurità crescente che avvolge la città, metafora dell’offuscamento culturale che accompagna la radicalizzazione religiosa. La regia alterna sapientemente momenti di intima riflessione filosofica a impressionanti scene di massa che illustrano il collasso della convivenza civile.

Il film, scritto dallo stesso Amenábar assieme a Mateo Gil, non si limita a celebrare Ipazia, ma pone domande profonde e ancora attuali sul rapporto tra fede e ragione, potere e conoscenza, identità collettiva e ricerca individuale. La tragica fine di Ipazia, vittima dell’intolleranza religiosa, viene raccontata con pudore ma senza sconti, diventando simbolo universale della fragilità della cultura di fronte al fanatismo e all’integralismo.

“Agorà” ci ricorda che la cultura non è mai un’acquisizione definitiva, ma un bene prezioso da difendere costantemente. Attraverso la figura di Ipazia, Amenábar ci consegna un monito sul valore insostituibile del pensiero libero e sulla necessità di proteggere gli spazi di dialogo e confronto che permettono alla conoscenza di fiorire.

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