“Never Flinch – La lotteria degli innocenti” di Stephen King

(Sperling & Kupfner, 2025)

Stephen King torna dopo due anni di silenzio con un thriller che conferma, ancora una volta, la sua capacità di radiografare le fratture dell’America contemporanea. “Never Flinch – La lotteria degli innocenti” non è solo un ritorno alle scene del crimine, ma un affondo profondo nelle zone d’ombra di una società che sembra aver smarrito la propria bussola morale.

La trama si dipana attorno a un meccanismo di vendetta tanto meticoloso quanto spietato. Un misterioso “Bill Wilson” – che ruba il nome al fondatore degli “Alcolisti Anonimi” – inizia ad uccidere tredici innocenti e un colpevole per l’ingiusta morte di un vero innocente, innescando una spirale di terrore che sfocia nella cittadina fittizia di Buckeye. Il Re orchestra il tutto con la maestria di un direttore d’orchestra che conosce ogni singola nota della partitura del male.

Il vero colpo di genio è il ritorno di Holly Gibney, detective privata che King ha saputo plasmare come uno dei personaggi più autentici e sfaccettati del suo universo narrativo a partire da “Mr Mercedes” del 2014 e nei successivi “Chi perde paga” (2015), “Fine turno (2016), “The Outsider” (2018) e nel racconto breve “Se scorre il sangue”, compreso nell’omonima raccolta di racconti del 2020, per arrivare fino al recente “Holly“. Gibney si trova a dover proteggere Kate McKay, un’attivista femminista carismatica nel mirino di uno stalker, ma questa è solo la superficie di un intreccio che scava nelle profondità della giustizia negata e della rabbia repressa.

Il Re tiene insieme grandi temi e grande intrattenimento, tessendo un racconto che non teme di sporcarsi le mani con droga, alcolismo e, soprattutto, ottuso e violento fondamentalismo religioso. È l’America di oggi, quella che emerge dalle pagine, con le sue contraddizioni e i suoi fantasmi mai del tutto sepolti. King non fa sconti a nessuno, mettendo a nudo meccanismi sociali che producono mostri tanto più terrificanti perché fin troppo reali. “Never Flinch”, “non tentennare” è la frase che riecheggia nelle mente turbata del serial killer.

La prosa del Re, sempre chirurgica nella sua apparente semplicità, qui raggiunge vette di tensione toccate nei suoi migliori lavori recenti. Ogni capitolo è un passo verso l’abisso, costruito con la pazienza di chi sa che il vero orrore nasce dall’attesa, dalla consapevolezza che qualcosa di terribile sta per accadere.

Il noir kinghiano funziona perché non si limita a raccontare una storia di crimine, ma diventa specchio di un’epoca. Esplora le ombre della giustizia e la rabbia che corrode dal di dentro, trasformando vittime in carnefici e innocenti in bersagli.

Holly Gibney si conferma un personaggio di straordinaria umanità, capace di reggere il peso di una narrazione complessa senza mai perdere la sua autenticità. King la manovra con la delicatezza di chi sa di avere tra le mani un gioiello prezioso, facendola crescere pagina dopo pagina fino a renderla l’anima pulsante del romanzo.

“Never Flinch” è Stephen King che fa quello che sa fare meglio: prendere per mano il lettore e condurlo in territori oscuri dove la paura diventa catarsi. Un thriller che sfiora la perfezione, un ritorno alle origini che dimostra come il Re non abbia perso un grammo della sua forza narrativa.

Un romanzo necessario, e le cronache contemporanee purtroppo ce lo sottolineano, che arriva nel momento giusto per raccontare un’America che ha dimenticato il confine tra giustizia e vendetta. Il Re, ancora una volta, ci ricorda perché nessuno sa raccontare l’orrore quotidiano come lui.

E come sempre: viva il Re!

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“Holly” di Stephen King

(Sperling & Kupfer, 2023)

2021, Holly Gibney è la titolare dell’agenzia di investigazioni private “Finders Keepers”, fondata dall’ex poliziotto Bill Hodges, ormai defunto ma vero faro illuminante nella vita della donna che, grazie a lui, è riuscita a crearsi una vita emotivamente indipendente da sua madre.

Sono state sempre molti le considerazioni e le valutazioni diametralmente opposte fra lei e Charlotte, sua madre, le ultime delle quali sulla natura ed il pericolo reale del Covid. Così Charlotte, a differenza di sua figlia, non si è voluta vaccinare né tanto meno ha mai voluto prendere tutte quelle precauzioni necessarie per evitare il contagio. E quando l’infame virus l’ha attaccata, a Charlotte non è rimasto che il tempo di morire da sola nella Rianimazione di un ospedale, pieno di altri gravi pazienti affetti dalla polmonite fulminate come lei.

Ma la morte di Charlotte non chiude il rapporto irrisolto con la figlia, che dovrà fare i conti con un lascito ingombrante e inatteso, in tutti i sensi. Proprio mentre Holly si prepara ad affrontare questa nuova e dolorosa parte della sua esistenza, alla porta della “Finders Keepers” si presenta Penelope Dahl, che tutti chiamano “Penny”, con la foto di sua figlia Bonnie Rea Dahl, una giovane e avvenente studentessa universitaria.

Bonnie è scomparsa il 1° luglio, poco più di tre settimane prima, e di lei è rimasta solo la sua bicicletta abbandonata in strada, con sul sellino un laconico biglietto di addio. Penny naturalmente si è rivolta alla Polizia ma, vista la mancanza di prove di una qualsivoglia violenza e soprattutto la situazione che sta creando il Covid, che colpisce anche il personale della Polizia cosa che rende sempre più complicato gestire l’ordine pubblico, le indagine su Bonnie sono ad un punto morto.

Holly accetta il caso e inizia a ripercorrere e studiare le ultime settimane conosciute di vita della ragazza, prima che svanisse nel nulla, a partire proprio dal rapporto conflittuale con la madre, molto simile sotti alcuni punti di vita a quello che lei aveva con la sua. Ma l’indagine costringerà Holly ad affrontare un terrificante e insolito predatore che, purtroppo, molto prima della scomparsa di Bonnie ha iniziato ad assecondare la sua “fame” di sangue…

Il Re ci regala un altro grande libro che ci tiene inchiodati alla pagine fino all’ultima riga, post fazione compresa. Narrandoci della caccia a un serial killer, King ci pennella in maniera netta e cruda la metafora di un aspetto duro e doloroso della nostra società contemporanea: lo scontro fra le generazioni più mature e quelle più giovani. Scontro che negli ultimi anni sta acquistando toni e dinamiche nuove, anche perché le prime hanno privilegi e diritti che le seconde, molto probabilmente, non potranno ottenere mai.

E se qualcuno avesse ancora dubbi sulla grandezza di Stephen King come scrittore puro, e non solo come un superbo autore dell’orrore, si legga i brani in cui, in poche semplici righe, ci descrive con sublime tristezza e profondo rispetto il vile morbo dell’Alzheimer. Per non parlare del concetto di scrittura su cui il Re ci dona delle splendide e indimenticabili riflessioni grazie al personaggio di Olivia Kingsbury, una famosissima poetessa quasi centenaria. 

In poche parole: un vero e proprio Maestro della parola scritta.

La Gibney appare per la prima volta nel romanzo “Mr Mercedes” – dove incontra Bill Hodges – del 2014 e nei successivi “Chi perde paga” (2015), “Fine turno (2016), “The Outsider” e nel racconto breve “Se scorre il sangue“, compreso nell’omonima raccolta di racconti del 2020.

“Mr. Mercedes” di Stephen King

(Sperling & Kupfer, 2014)

E’ inutile borbottare, il Re è sempre il Re!

E anche in quest’ultima sua opera, che forse non ti inchioda alla poltrona come altre, esce fuori il grande scrittore che è.

King ci racconta un’anomala caccia a un serial killer – che indossa una maschera da …clown – da parte di un poliziotto in pensione, Bill Hodges, sovrappeso e in totale solitudine. Il killer, una volta fatta franca, sfiderà apertamente Bill tentando di distruggerlo emotivamente.

Ma sulla strada dell’ex poliziotto capitano l’adolescente e volitivo Jerome Robinson e Holly Gibney, cugina di una delle vittime del killer che, nonostante le sue grandi e profonde insicurezze di donna sola e schiacciata dalla figura materna, decide di aiutarlo.

Ma come sempre, in tutti i grandi romanzi del Re, i mostri che fanno più paura, quelli implacabili e senza pietà, sono quelli presi dalla vita reale e non dalla fantasia.

E poi, far ammazzare barbaramente dei disoccupati che hanno appena passato la notte in fila per sperare di trovare un posto di lavoro, oltre ad essere un tragico segno dei tempi, è la firma di un grande narratore.

Da leggere …naturalmente.