“The Life of Chuck” di Mike Flanagan

(USA, 2024)

C’è qualcosa di profondamente commovente nel modo in cui Mike Flanagan riesce a trasformare anche la più semplice delle esistenze in un affresco cinematografico che tocca le corde più intime dell’animo umano. Con “The Life of Chuck”, l’adattamento cinematografico dello splendido racconto “La vita di Chuck” del Re Stephen King, il regista della serie “Hill House” e di film come “Doctor Sleep” abbandona temporaneamente i territori dell’horror per addentrarsi in quelli, non meno insidiosi, del dramma esistenziale.

La struttura narrativa a ritroso non è solo un espediente stilistico, ma diventa il cuore pulsante di una riflessione sulla fragilità e al contempo sulla straordinaria ricchezza dell’esperienza umana; ma anche su quello che può togliere all’intera comunità non solo la morte di un altro essere umano, ma anche una terribile malattia – come un tumore o una patologia neurodegenerativa – che oltre al corpo consuma e fagocita inesorabilmente ricordi e memorie. Come affermato ufficialmente dallo stesso Stephen King, si tratta di “tre storie separate collegate per raccontare la biografia di Charles Krantz, detto Chuck al contrario”, e Flanagan trasforma questa premessa in un viaggio emotivo di rara intensità.

Tom Hiddleston regala una delle sue interpretazioni più mature e sfaccettate, riuscendo a incarnare non solo l’uomo adulto alle prese con la consapevolezza della fine imminente, ma anche l’energia vitale che ha caratterizzato Chuck in ogni fase della sua esistenza. Il suo Chuck è un uomo qualunque che diventa universale proprio nella sua ordinarietà.

Accanto a lui, Chiwetel Ejiofor e Karen Gillan interpretano Marty e Felicia, una coppia divorziata il cui mondo viene sconvolto dal mistero di Chuck Krantz. La loro presenza non è mai didascalica, ma serve a esplorare come l’esistenza di una persona possa irradiare significato ben oltre i confini della propria vita, toccando destini apparentemente scollegati in modi inaspettati e profondi. Nel cast anche Mark Hamill, nei panni di Albie Krantz, il nonno di Chuck.

La regia di Flanagan dimostra ancora una volta la sua capacità di coniugare intimismo e spettacolarità, creando un equilibrio perfetto tra momenti di pura contemplazione e sequenze di grande impatto visivo. Le tre sezioni del film, “Grazie, Chuck!”, “Artisti di strada per sempre” e “Contengo moltitudini”, si susseguono con un ritmo che mai scade nella retorica, mantenendo sempre viva quella tensione emotiva che è il marchio di fabbrica del regista.

Dal punto di vista tecnico, il film si distingue per una fotografia che sa adattarsi alle diverse atmosfere delle tre epoche narrate, mentre la colonna sonora dei Newton Brothers accompagna il racconto senza mai sovrastarlo, lasciando che sia il peso specifico delle emozioni a guidare il ritmo della narrazione.

“The Life of Chuck” non è il classico film di Stephen King che molti si aspetterebbero, e forse anche in questo risiede la sua forza. È un’opera che parla di vita attraverso la morte, di significato attraverso l’apparente casualità, di universale attraverso il particolare. Flanagan ci regala un film che fa riflettere sulla natura effimera e al tempo stesso eterna dell’esistenza umana, ricordandoci che ogni Chuck Krantz che incontriamo per strada porta dentro in sé storie degne di essere raccontate. E per questo la spina dorsale del film – e del racconto originale di King – è il verso “…contengo moltitudini” da “Canto di me stesso”, poesia che Walt Whitman scrisse nel 1855.

King cita Whitman per ricordarci che ognuno di noi contiene innumerevoli, luminosi e fantastici universi. Indipendentemente dal tempo che ci è concesso, ognuno di loro deve splendere nel cielo, anche solo per una frazione di secondo, per illuminare la nostra esistenza, e spesso anche quella degli altri.

Un’opera matura, emozionante e necessaria, che conferma Mike Flanagan come uno dei narratori più sensibili e profondi del cinema contemporaneo e che ci ricorda, se davvero ce ne fosse ancora bisogno, la grandezza e il genio assoluto del Re Stephen King.

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“La vita di Chuck” di Stephen King

(Sperling & Kupfer, 2020)

“La vita di Chuck” è il secondo racconto della raccolta “Se scorre il sangue” – dopo “Il telefono del signor Harrigan” e prima di “Se scorre il sangue” che dona il titolo alla raccolta, e “Ratto” – ed è, in assoluto, uno dei più emozionanti e struggenti scritti dal maestro Stephen King.

Diviso in tre: “Atto III: Grazie, Chuck!”, “Atto II: Artisti di strada” e “Atto I: Contengo moltitudinI” già dai titoli si comprende che le parti sono cronologicamente invertite, ovvero la parte finale della storia è la prima che si legge, quella centrale è la seconda, e l’inizio si assapora alla fine.

Marty Anderson, un uomo di mezza età come ce ne sono tanti, finito di lavorare sale in auto per tornare a casa. Ma la superstrada che percorre quotidianamente è completamente bloccata da un terribile ingorgo. Alla radio, intanto, arrivano notizie inquietanti di terribili terremoti e cataclismi che stanno investendo non solo gli Stati Uniti, ma tutto il pianeta. Fermo nel traffico, Marty nota un grande manifesto pubblicitario con la scritta “39 SPLENDIDI ANNI! GRAZIE, CHUCK!”.

Quando Marty, finalmente, riesce a lasciare la superstrada è ormai sera inoltrata e l’atmosfera che si respira è sempre più tesa e preoccupante, e così l’uomo decide di andare a salutare la sua ex moglie Felicia, punto di riferimento emotivo della sua vita. Intanto, su ogni cartellone o schermo, nonché su internet e in televisione, appare la scritta pubblicitaria con accanto l’immagine di Chuck. Nel frattempo, in un letto d’ospedale, Charles “Chuck” Krantz perde definitivamente la sua battaglia contro un inesorabile tumore al cervello. Le stelle nel cielo…

Raccontare di più sarebbe una vera offesa a chi questo splendido racconto non lo ha ancora letto, nonché al genio assoluto che lo ha scritto. In questi tre atti, se davvero ce ne fosse ancora bisogno, King ci mostra ancora una volta che grande scrittore è, senza dubbio fra i più rilevanti della letteratura mondiale degli ultimi quarant’anni, almeno.

Da leggere, assolutamente.

Per la chicca: è stato realizzato l’adattamento cinematografico “The Life of Chuck” diretto da Mike Flanagan che ha scritto anche la sceneggiatura, con Tom Hiddleston nei panni di Chuck, Chiwetel Ejiofor in quelli di Marty Anderson e, fra gli altri, Mark Hamill e Karen Gillan.

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“Doctor Strange” di Scott Derrickson

(USA, 2016)

Quando la Disney acquisì la Marvel forse non tutti intuirono come in breve tempo i fumetti avrebbero invaso il cinema. Ma sopratutto le enormi possibilità che tale mossa commerciale avrebbe concesso alla Disney che, grazie ai numerosi blockbuster nati dalle strisce della Marvel, fra le altre cose potè comprare anche la Lucas Ltd.

Ma se c’è un’inflazione di adattamenti cinematografici di fumetti questo, di uno degli eroi molto più complessi e atipici rispetto a quelli più famosi – e che è uno dei miei preferiti in assoluto – è davvero un bel film. Basato sul fumetto creato da Stan Lee (che appare, come sempre, in un piccolo cameo) e Steve Ditko, scritto per il cinema dallo stesso Derrickson assieme a John Spaihts e C. Robert Cargill, “Doctor Strange” è un ottimo film fantasy con degli effetti speciali davvero da Oscar.

Un grande Benedict Cumberbatch presta il volto all’arrogante ma eccezionale neurochirurgo Stephen Strange che a causa di un incidente automobilistico è costretto a rinunciare alla sua brillante carriera. Nella speranza di ritrovare le abilità perdute, Strange approda in Nepal dove incontra l’Antico, uno stregone che lo inizia alle numerose dimensioni che popolano il nostro multiverso, e che al tempo stesso nascondono multi-insidie…

Nel cast appaiono anche Chiwetel Ejiofor, Rachel McAdams, Benjamin Bratt, Mads Mikkelsen – il cattivo dei cattivi! – e la fascinosa Tilda Swinton.

Per la chicca: spero per voi che non vi siate alzati prima della fine dei titoli di coda…

“Kinky Boots – Decisamente diversi” di Julian Jarrod

(USA/UK, 2005)

E’ vero che ormai sono stati girati numerosi film sul mondo delle Drag Queen e dopo il grande “Priscilla – La regina del  deserto” sembra esserci poco da aggiungere, ma questa commedia ambientata nel mondo delle scarpe ne parla in maniera divertente e affatto banale.

Charlie Price (Joel Edgerton) è l’unico erede dell’antica fabbrica di austere scarpe Price di Northampton, per decenni guidata dal padre Harold. Quando questo muore Charlie, suo malgrado, se ne deve occupare.

I problemi arrivano quando scopre che il padre aveva nascosto a tutti l’annullamento dell’ordine del loro più grande cliente, ordine annuale che rappresentava gran parte del fatturato.

La Price è costretta quindi a licenziare 15 dipendenti e Charlie va a Londra cercando di piazzare le rimanenze. Lì si “scontra” con Lola (Chiwetel Ejiofor che a breve vedremo sul grande schermo come protagonista di “12 anni schiavo” di Steve McQueen) una Drag Queen che tiene regolari spettacoli musicali in un piccolo locale di Soho.

Anche se l’incontro imbarazza Charlie e la sua piccola e borghese educazione di provincia, il giovane torna a casa con un’idea per salvare la fabbrica.

Nel trovare i costumi di scena Lola ha un solo grande problema: le scarpe, o meglio gli stivali, perché tutti quelli che ha durano poco, essendo creati per il peso di una donna e non di un uomo. Ricalibrare il prodotto della Price e dedicarsi alle calzatura per Drag Queen potrebbe salvarla, ma…

In questo periodo a Broadway spopola il musical tratto proprio da questa deliziosa pellicola, ispirata a una storia vera.