“A sangue freddo” di Truman Capote

(Garzanti, 2005)

Poche righe in una pagina interna del New York Times: è tutto ciò che serve a Truman Capote per capire che quella storia è sua. Un agricoltore benestante, la moglie e due figli adolescenti uccisi nella loro fattoria del Kansas, apparentemente senza un perché. Chiunque altro avrebbe voltato pagina. Capote, invece, parte, si porta dietro l’amica Harper Lee (sì, l’autrice dello splendido romanzo Il buio oltre la siepe) e resta laggiù per anni. Ne uscirà, nel 1965, un libro che ha cambiato per sempre il modo di raccontare la cronaca nera.

I fatti, in due righe. La notte del 15 novembre 1959, a Holcomb, la famiglia Clutter viene sterminata a colpi di fucile: Herbert, la moglie Bonnie e i figli Nancy e Kenyon. Gli autori sono due ex detenuti, Dick Hickock e Perry Smith, convinti da una soffiata raccolta in carcere che in casa ci fosse una cassaforte piena di contanti. La cassaforte non esisteva. Il bottino fu una manciata di dollari, una radio e un binocolo. Questo dettaglio da solo basterebbe a spiegare l’impressione che il libro lascia addosso: l’orrore non ha nemmeno bisogno di un vero movente.

Capote chiama la sua creatura non-fiction novel, un romanzo costruito interamente con materiale reale, e la definizione, al di là dell’etichetta, funziona. Il libro alterna due mondi: da una parte la comunità di Holcomb, sconvolta e improvvisamente sospettosa di se stessa, dall’altra i due assassini in fuga tra Messico e Stati Uniti, mentre l’investigatore Alvin Dewey ricompone il puzzle. Il narratore non commenta, non giudica, non alza mai la voce: la prosa è limpida, quasi fredda, e questa freddezza (sì, il titolo allude anche a questo) è la scelta stilistica più coraggiosa dell’intera opera.

Ma il vero motore del libro è Perry Smith. Capote ne fa un personaggio di una complessità che mette quasi a disagio: assassino senza attenuanti, ma anche uomo ferito da un’infanzia di abbandoni, sensibile, vanitoso, con i sogni di un bambino cresciuto male. Non lo assolve, però ci costringe a guardarlo da vicino, ed è un’esperienza scomoda, perché da vicino i mostri assomigliano fin troppo alle persone. Si è scritto molto sull’affinità che l’autore sentiva per lui, quasi un fratello uscito da una porta diversa della stessa casa sfortunata, e la si avverte in ogni pagina.

Personalmente sono convinto che molti dei personaggi letterari oscuri e terrificanti più famosi e riusciti degli ultimi sessant’anni nascano direttamente o indirettamente da questo libro, a partire, solo per fare un esempio, da quelli del maestro assoluto Stephen King.

Tornando al libro: non tutto, però, è oro colato. Col tempo alcune ricostruzioni sono state messe in discussione, e resta un certo disagio sul rapporto tra lo scrittore e i suoi soggetti: Capote frequentò a lungo i due condannati, e il libro, per dirsi concluso, aveva bisogno della loro fine. È un nodo etico che non si scioglie e che, personalmente, considero parte della forza del romanzo più che un suo difetto: A sangue freddo è anche il ritratto di un artista che guarda troppo da vicino, e lo sa.

Poi c’è il film. Nel 1967 Richard Brooks, che si scrive da solo la sceneggiatura, fa una scelta di grande intelligenza: non cerca di “migliorare” Capote, ma di restargli fedele con i mezzi del cinema. Bianco e nero, location autentiche (compresa la casa dei Clutter) e due attori quasi sconosciuti, Robert Blake e Scott Wilson, così somiglianti ai veri assassini da far venire i brividi. Blake, in particolare, è straordinario: il suo Perry è un ragazzo che sembra sempre sul punto di piangere e di uccidere, spesso nello stesso istante. Accanto a loro John Forsythe presta la sua faccia pulita al detective Dewey.

Rispetto al libro, la pellicola però sacrifica inevitabilmente la lenta ragnatela di piccole vite di Holcomb e parte dell’interiorità di Perry, che sulla pagina ha naturalmente più spazio per respirare, ma è uno di quei rari casi in cui pagina e schermo non si fanno concorrenza ma si tengono per mano, e vederli in coppia è forse il modo migliore per apprezzarli entrambi.

Oggi che il true crime è ovunque, tra serie tv, documentari e podcast, è facile dimenticare che tutto è cominciato qui, da un articolo di giornale e da uno scrittore che decise di guardare il male senza distogliere lo sguardo.

Da leggere, e poi da vedere, magari con le luci accese.

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“Il buio oltre la siepe” di Robert Mulligan

(USA, 1962)

C’è una frase, pronunciata quasi in sordina da un padre alla propria piccola figlia, che basterebbe da sola a giustificare l’esistenza di questo film: “non si può davvero capire una persona finché non si è camminato nelle sue scarpe”, anche se nella nostra versione è stata tradotta con il meno ficcante: “vestire i suoi panni”. Robert Mulligan, nel 1962, ha avuto il coraggio di trasformare in immagini quella lezione morale, affidandola agli occhi di una bambina di sei anni e al volto impassibile di Gregory Peck, e il risultato è uno dei film più necessari mai usciti da Hollywood.

Siamo nell’Alabama rurale degli anni Trenta del secolo sorso, a Maycomb, una cittadina dove il tempo scorre lento e dove le convenzioni sociali pesano come l’afa estiva. La vicenda, tratta dal celebre romanzo di Harper Lee – che nella versione originale, come il film, ha il titolo: To Kill a Mockingbird che letteralmente vuol dire uccidere un tordo e che nel film diventa un usignolo -, è narrata attraverso lo sguardo di Scout Finch, che vive con il fratello Jem e il padre Atticus, avvocato integerrimo interpretato appunto da Peck. Quando Atticus accetta di difendere Tom Robinson, un uomo di colore accusato di aver violentato una donna bianca, la piccola comunità si spacca, rivelando pregiudizi radicati e becere paure ancestrali.

Ciò che rende questo film ancora oggi commovente non è soltanto la denuncia sociale, per quanto necessaria e coraggiosa per l’epoca in cui fu realizzato, ma la capacità di Mulligan di intrecciare il dramma giudiziario con la crescita interiore dei bambini protagonisti. La visione infantile diventa il filtro attraverso cui osserviamo l’ingiustizia, ed è proprio questa innocenza a rendere ancora più insopportabile la cecità morale degli adulti.

Gregory Peck costruisce un Atticus Finch che è diventato, con il tempo, archetipo cinematografico stesso della rettitudine. Non c’è retorica nella sua interpretazione, non c’è mai un gesto sopra le righe: la sua forza sta proprio nella misura, nel modo in cui affronta l’odio altrui con una calma che non è mai remissiva ma sempre, profondamente, dignitosa. Non sorprende, quindi, che l’American Film Institute lo abbia eletto, anni dopo, come uno dei grandi eroi della storia del cinema americano: raramente un personaggio ha incarnato con tanta naturalezza l’idea di giustizia senza mai scadere nell’agiografia.

Accanto a lui, i giovani interpreti Mary Badham (Scout) e Phillip Alford (Jem) regalano una naturalezza sorprendente, mai artefatta, capace di restituire tutta la meraviglia e insieme il disorientamento di chi scopre, poco a poco, che il mondo degli adulti non è affatto quel luogo di certezze che si immaginava da piccoli. E poi c’è Boo Radley, il vicino misterioso di cui tanto si favoleggia in paese, che Robert Duvall – al suo debutto sul grande schermo – trasforma in una delle figure più delicate e indimenticabili di tutto il film, pur non avendo un vera e propria battuta e pochissimo tempo sullo schermo.

La fotografia in bianco e nero di Russell Harlan non è mai una scelta puramente stilistica o nostalgica: contribuisce a creare quell’atmosfera sospesa, quasi onirica, che è propria dei ricordi d’infanzia – tema affrontato superbamente già negli splendidi titoli di testa firmati da Stephen Frankfurt – dove le ombre sotto il portico e la polvere delle strade di terra battuta diventano parte integrante della narrazione. A questo si aggiunge la colonna sonora di Elmer Bernstein, capace di accompagnare con delicatezza sia i momenti di gioco spensierato dei bambini che quelli di tensione più cupa dell’aula di tribunale.

Ciò che colpisce, rivedendo oggi il film, è quanto la sua denuncia resti attuale. Non parla soltanto di un’ingiustizia specifica, ambientata in un’epoca precisa, ma di un meccanismo di pregiudizio che continua a riprodursi ogniqualvolta la paura del diverso prevale sulla ragione. Ed è forse questo il motivo per cui Il buio oltre la siepe viene ancora oggi proposto nelle scuole americane come lettura e visione formativa: perché insegna, senza mai essere didascalico, che il coraggio più autentico non è quello di vincere una battaglia, ma quello di combatterla comunque, sapendo già di poterla perdere.

Un’opera che parla di giustizia, di infanzia perduta e di quella soglia sottile – la siepe del titolo – che separa ciò che crediamo di sapere del mondo da ciò che davvero, con dolore, impariamo a comprendere.

Per la chicca: la voce narrante, fuoricampo, nella nostra versione è quella indimenticabile della grande Rina Morelli che, grazie alla sua arte strepitosa, doppia anche, con un registro ben diverso, la presunta vittima dello stupro.

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