“Me and You and Everyone We Know” di Miranda July

(USA, 2005)

Ci sono film che sembrano nascere da un taccuino di appunti raccolti per anni, piccole osservazioni sulla goffaggine e le difficoltà dei rapporti umani messe da parte finché non trovano una forma e una immagine. Me and You and Everyone We Know è esattamente questo: l’opera prima di Miranda July, artista visiva e performer prima ancora che cineasta, che nel 2005 porta al Sundance Film Festival di Robert Redford (e poi a Cannes, dove vince il Premio della Giuria Un Certain Regard) una pellicola capace di restituire con delicatezza estrema quella zona grigia in cui l’imbarazzo, il desiderio e l’affetto si confondono senza soluzione di continuità.

July non si limita a dirigere: scrive, interpreta il ruolo di Christine, e costruisce attorno a sé un piccolo universo corale ambientato in un sobborgo anonimo della California, fatto di cortili e piscine di periferia, negozi di scarpe e finestre di camerette illuminate dai computer. Al centro di questo mosaico ci sono lei, artista videomaker che sbarca il lunario vendendo passaggi in auto a persone anziane, e Richard (John Hawkes), commesso in un negozio di scarpe reduce da un matrimonio finito, tanto disperato quanto goffamente tenero. Il loro incontro, fatto di battute storte e silenzi imbarazzanti, è il cuore pulsante del film, ma non certo l’unico filo narrativo che July intreccia.

Attorno a questa coppia mancata si muovono infatti i due figli di Richard, adolescenti alle prese con le prime inquietanti scoperte della sessualità attraverso la scuola e le chat online; una piccola vicina che allestisce un corredo per il suo futuro matrimonio e una coppia di adolescenti che si confrontano, con una miscela di innocenza e crudeltà tipica di quell’età, sulle prime esperienze sessuali. È un affresco che potrebbe facilmente scivolare nel disagio gratuito o nel compiacimento indie, ma July riesce a tenere tutto in equilibrio grazie a uno sguardo che non giudica mai i suoi personaggi, per quanto strani o inadeguati possano apparire.

John Hawkes, va detto, è semplicemente perfetto. Il suo Richard è un uomo che ha smesso di credere nella possibilità di essere felice e che proprio per questo, paradossalmente, si concede piccoli gesti di autodistruzione quasi rituali; la scena dell’automutilazione con il liquido dell’accendino, nella sua assurdità, dice più di molti dialoghi sul dolore silenzioso di un uomo che non sa più come chiedere aiuto. È un’interpretazione che anticipa la maturità con cui l’attore avrebbe affrontato, anni dopo, ruoli altrettanto delicati: penso a The Sessions – Gli incontri, dove Hawkes presta il corpo e la voce a un uomo paralizzato dalla polio che scopre la sessualità attraverso una terapeuta, o al padre violento di Tre manifesti a Ebbing, Missouri, personaggi diversissimi tra loro ma uniti da quella capacità, rara, di rendere credibile e mai patetica la fragilità maschile.

Miranda July, dal suo canto, gira con uno stile che deve molto alla sua formazione da artista visiva: inquadrature compositive, colori pastello, un uso del tempo morto che invece di annoiare crea attesa. C’è una scena, quella della passeggiata di Christine e Richard, filmata come un piano sequenza in cui i due camminano fianco a fianco senza mai toccarsi, che da sola vale l’intero film: è la messa in scena perfetta di un corteggiamento fatto di parole invece che di gesti, di un desiderio che si esprime attraverso l’immaginazione di un percorso condiviso piuttosto che attraverso il contatto fisico.

Quello che rende Me and You and Everyone We Know un’opera così singolare, oltre vent’anni dopo la sua uscita, è la capacità di parlare di solitudine contemporanea senza mai scadere nel cinismo. I personaggi di July comunicano attraverso schermi, messaggi lasciati su segreterie telefoniche, disegni infantili scambiati per errore: sono tutti, a modo loro, alla ricerca di una connessione autentica in un mondo che sembra offrire solo simulacri di intimità. E se il film riesce a farci amare persone che, raccontate diversamente, potrebbero risultare inquietanti o semplicemente patetiche, il merito è di uno sguardo che sceglie sempre l’empatia sulla facile condanna morale.

Un film piccolo nelle dimensioni ma enorme nella sua capacità di osservazione, che meriterebbe di essere rivisto ogni tanto, magari proprio per ricordarsi che la goffaggine, in fondo, è una delle forme più oneste dell’amore.

Iscriviti e ascolta gratuitamente questa e altre recensioni di libri, film e serie tv sul podcast “La Foglia d’Acanto” disponibile su podCloud Castopod Spotify YouTube e Amazon Music.

“Gente comune” di Robert Redford

(USA, 1980)

Robert Redford ha circa vent’anni di carriera alle spalle. Attore affascinante, bravo e carismatico sia sulle assi del palcoscenico che davanti alla macchina da presa. Ma nel 1980, quando per la prima volta decide di mettersi dietro la macchina da presa, nessuno sa bene cosa aspettarsi. Il risultato è “Gente Comune”: un pugno nello stomaco consegnato con la grazia con cui si dona un fiore.

Il film è tratto dal romanzo di Judith Guest e racconta la storia dei Jarrett, una famiglia borghese del Midwest americano che sta cercando di rimettere insieme i pezzi dopo la morte per annegamento del figlio maggiore, Buck. Il figlio minore e adolescente Conrad — un Timothy Hutton (figlio di Jim Hutton, che divenne famoso negli anni Settanta come protagonista della serie televisiva “Ellery Queen”) che al suo esordio cinematografico vince l’Oscar come attore non protagonista, è semplicemente bravissimo — è sopravvissuto all’incidente in barca a vela e al suo stesso successivo tentato suicidio. Uscito dall’ospedale, dopo mesi di ricovero, torna a scuola, riprende a nuotare, e accetta di iniziare un percorso di analisi col dottor Berger, uno psichiatra interpretato da un Judd Hirsch perfetto. Ma, soprattutto, cerca di capire come tornare a vivere in una casa dove il silenzio pesa più delle parole.

Il padre, Calvin, è Donald Sutherland. E qui bisogna fermarsi un momento. Sutherland porta sullo schermo una dolcezza maschile rara per il cinema di quegli anni: un uomo che ama la moglie e ama il figlio, che vede tutto quello che sta accadendo ma non riesce ad arginarlo, che ha la straziante consapevolezza di chi capisce ma non può fare nulla. È una di quelle interpretazioni che ti entrano dentro senza che te ne accorga, e quando te ne accorgi è troppo tardi.

E poi c’è lei. Mary Tyler Moore, che fino ad allora il pubblico – soprattutto quello americano – conosceva grazie alla sua celebre serie televisiva come donna simpatica, sorridente e moderna, grande attrice di cui già mi è capitato di parlare. Redford la prende e la rovescia come un calzino. La sua Beth Jarrett è forse uno dei personaggi femminili più complessi e scomodi del cinema americano degli anni Ottanta. Non è una donna cattiva. Non è una madre snaturata. È qualcosa di più sottile e più inquietante: è una donna che non riesce ad amare il figlio che le è rimasto, perché tutto il suo amore è sepolto assieme a quello che se n’è andato per sempre. Non lo dice mai. Non lo ammette mai. Lo dimostra in ogni gesto, in ogni sguardo o abbraccio evitato, in ogni momento in cui la macchina da presa la coglie sola e finalmente, per un istante, vera. La Moore ottenne solo la nomination all’Oscar, ma se parliamo di premi: quella statuetta l’avrebbe meritata per ogni singolo fotogramma in cui appare.

Redford regista è una rivelazione. Viene dal mestiere dell’attore, sa cosa vuole dagli interpreti, e lo ottiene. Ma ha anche una sensibilità visiva inaspettata: gira i paesaggi dell’Illinois con una malinconia autunnale che diventa personaggio a sua volta. Le foglie cadono, il cielo è grigio, le case sono belle ordinate ma fredde. L’America dei Jarrett è l’America di chi ha tutto e non sa cosa fare con quel tutto quando il tutto non basta più.

Il Canone in Re maggiore di Johann Pachelbel — quella melodia che chiunque ha sentito almeno una volta nella vita, magari anche senza saperne il titolo o l’autore — torna più volte nel film non come sfondo, ma come commento emotivo che parla dove i personaggi non riescono. È una scelta coraggiosa, quella di usare un brano così noto, così inflazionato già all’epoca, così pericolosamente scivoloso verso la retorica. Redford ci riesce perché il film non è mai retorico: è onesto, anche quando fa male, anche quando non offre risposte, anche quando finisce senza la consolazione che ci aspetteremmo.

“Gente Comune” vince quattro Oscar nel 1981, tra cui Miglior Film e Miglior Regia, battendo “Toro Scatenato” di Martin Scorsese. Ancora oggi, oltre quarantacinque anni dopo, quella scelta fa discutere. Ma forse il punto non è quale dei due fosse “il miglior film”. Il punto è che “Gente Comune” resta un film necessario, il tipo di film che non ti intrattiene ma ti abita. Che finisci di guardare e poi ci pensi, magari a cena, magari mentre stai lavando i piatti, magari quando guardi qualcuno che ami e ti chiedi se riuscirai davvero a dirglielo.

Iscriviti e ascolta gratuitamente questa e altre recensioni di libri, film e serie tv sul podcast “La Foglia d’Acanto” disponibile su podCloud Castopod Spotify YouTube e Amazon Music.

“Corvo Rosso non avrai il mio scalpo!” di Sidney Pollack

(USA, 1972)

Mentre il cinema americano stava ancora elaborando il trauma del conflitto in Vietnam e il cambio inesorabile della società, Sidney Pollack firma uno dei western più atipici e malinconici del decennio. “Corvo Rosso non avrai il mio scalpo!” è un film che, sotto le vesti di un’avventura sulle Montagne Rocciose, nasconde una riflessione amara sulla fine di un’epoca e sull’impossibilità dell’uomo di sottrarsi alla Storia.

Robert Redford interpreta Jeremiah Johnson, un reduce della guerra messicana che, disgustato dalla civiltà, decide di ritirarsi sulle montagne per vivere come trapper solitario. È l’archetipo dell’uomo che rinuncia alla società umana per rifugiarsi nella natura incontaminata, cercando in essa quella purezza perduta nella società degli uomini. Ma Pollack, regista di raffinata sensibilità intellettuale, sa bene che l’eden non esiste, nemmeno tra le vette innevate del Colorado.

Il film si sviluppa come un percorso di iniziazione rovesciato: non è la conquista di una nuova identità, ma la progressiva scoperta dell’impossibilità di sfuggire alla propria natura. Johnson, che vorrebbe essere solo un eremita pacifico, si trova coinvolto suo malgrado in una spirale di violenza che lo trasforma in leggenda. La guerra con la tribù dei Corvi, innescata dalla violazione involontaria di un cimitero sacro, diventa metafora di come l’uomo bianco porti con sé la distruzione ovunque vada, anche quando cerca sinceramente di fuggirla.

Robert Redford offre una delle sue interpretazioni più sfumate e mature. Il suo Jeremiah è un uomo di poche parole – il dialogo nel film è ridotto all’osso – la cui trasformazione fisica e psicologica è affidata alla mimica facciale e alla gestualità. L’attore riesce magistralmente a trasmettere il peso crescente della solitudine e della violenza che il personaggio accumula su di sé come la neve sulle montagne.

La fotografia di Duke Callaghan è semplicemente straordinaria. Le Montagne Rocciose diventano protagoniste assolute: maestose, indifferenti, bellissime e crudeli allo stesso tempo. Pollack utilizza i panorami sconfinati non come semplice sfondo pittoresco, ma come elemento narrativo essenziale. La natura qui non è mai consolatoria: è magnifica nella sua indifferenza verso le vicende umane, spaventosa nella sua capacità di annientare chi non ne rispetta le leggi implacabili.

La struttura narrativa procede per episodi, quasi fossero capitoli di una ballata epica che viene raccontata attorno al fuoco. Dall’incontro con Bear Claw (Will Geer), vecchio cacciatore che diventa suo mentore, alla storia d’amore con Swan, una donna nativa americana che Johnson sposa secondo il rito indiano, fino alla vendetta dei Corvi: ogni sequenza è un tassello che costruisce il mito e contemporaneamente lo decostruisce, mostrandone il prezzo di sangue e solitudine.

Particolarmente toccante è il modo in cui Pollack rappresenta il rapporto tra Johnson e la cultura nativa americana. Lungi dall’idealizzazione New Age o dall’ottusa demonizzazione western tradizionale, il regista mostra una realtà complessa dove comprensione e conflitto si alternano, dove il rispetto reciproco convive con l’impossibilità di una vera comunicazione. La guerra con i Corvi non nasce dall’odio, ma da un’incomprensione culturale che si trasforma in tragedia inesorabile.

“Corvo Rosso non avrai il mio scalpo!” è anche un film profondamente politico, pur non essendolo mai in modo esplicito. La critica alla violenza della conquista del West, la riflessione sulla distruzione delle culture native, il tema dell’impossibilità di sottrarsi alla Storia: tutti questi elementi risuonano con particolare intensità nel contesto post-Vietnam in cui il film viene realizzato. Come Jeremiah Johnson non può sfuggire alla guerra con i Corvi, così l’America non può sottrarsi alle conseguenze delle proprie azioni.

Ma ciò che rende il film davvero memorabile è la sua dimensione universale. Johnson diventa simbolo di ogni uomo che cerca invano un rifugio dalla complessità del mondo, che sogna un’esistenza semplificata dove le scelte morali siano chiare e dove sia possibile vivere secondo le proprie regole. Il film ci mostra, con spietata lucidità, che questo sogno è impossibile: la società, la Storia, la violenza ci raggiungono ovunque, anche sulla vetta più remota.

A oltre cinquant’anni dalla sua uscita, “Corvo Rosso non avrai il mio scalpo!” si conferma come uno dei western più maturi e riflessivi mai realizzati. Un film che ha saputo trasformare il genere in qualcosa di più profondo: una meditazione sulla condizione umana, sulla solitudine e sulla ricerca impossibile di un paradiso perduto che forse non è mai esistito.

Un capolavoro silenzioso che merita di essere riscoperto, meditato e amato per la sua capacità di trasformare un’avventura nelle Montagne Rocciose in un viaggio nell’anima umana.

Iscriviti e ascolta gratuitamente questa e altre recensioni di libri, film e serie tv sul podcast “La Foglia d’Acanto” disponibile su podCloud Castopod Spotify YouTube e Amazon Music.

“Ai confini della realtà” di Rod Serling

(USA, 1959-1964)

Rod Serling (1924-1975) è stata una delle figure più rilevanti del cinema e soprattutto della televisione americana del secondo Novecento. Anche se è stato l’autore di ottime sceneggiature di film come “I giganti uccidono” o “Una faccia piena di pugni” (pellicola che ha segnato il cinema e la cultura degli Stati Uniti, tanto da influenzare lo stesso Sylvester Stallone per la stesura dello script di “Rocky” e Quentin Tarantino per quella di “Pulp Fiction”, solo per citarne due) il suo nome sarà per sempre legato alla serie televisiva antologica “Ai confini della realtà” che creò nel 1959 e che venne trasmessa dalla CBS fino al 1964.

Il 24 novembre del 1958 va in onda, per la serie antologica “Westinghouse Desilu Playhouse” l’episodio “L’elemento tempo” scritto da Rod Serling e diretto da Allen Reisner, in cui il protagonista è Pete Jansen (William Bendix), un uomo che rivela al suo medico il dottor Gillespie (Martin Balsam) che ogni notte rivive lo stesso sogno più che reale: essere a Honolulu le ventiquattro ore che precedono l’attacco di Pearl Harbour il 6 dicembre 1941. Il sogno si tramuta incredibilmente e inspiegabilmente in realtà…

Se gli spettatori di quegli anni sono avvezzi alla fantascienza, anche quella più semplice, nessuno invece ha mai visto niente di simile, un racconto fantastico più che fantascientifico, e al tempo stesso concreto e drammatico. Il successo è notevole tanto che la CBS decide di affidare al suo autore il compito di creare e seguire una vera e propria serie antologica con gli stessi toni e argomenti.

Il titolo Serling lo prende dal gergo aeronautico degli anni Quaranta e Cinquanta in cui “twilight zone” si riferisce all’effetto visivo per il quale, in determinate condizioni, la linea dell’orizzonte scompare alla vista del pilota per alcuni instanti durante l’atterraggio. Una zona di luci e ombre in cui è facile perdere l’orientamento.

Per presentare ogni puntata, che ha sempre attori nuovi e una storia indipendente dalle altre, Serling vorrebbe Orson Welles ma il cachet è troppo alto per il budget fissato dalla produzione, interpella poi Richard Egan che però ha appena firmato un contratto esclusivo per un film. Così, per affrettare i tempi e limitare le spese, viene stabilito che sarà lui stesso il presentatore.

Il 2 ottobre del 1959 va in onda il primo episodio della prima stagione “La barriera della solitudine”, scritto naturalmente dallo stesso Serling. Inizia così un nuovo genere televisivo e un nuovo modo di raccontare i sogni e gli incubi della società americana, oppressa in quegli anni dalla guerra fredda. Ma Serling, in anni in cui gli Stati Uniti erano ancora fortemente razzisti, riesce a parlare di tolleranza, uguaglianza e rispetto con originalità e intelligenza, soprattutto alle nuove generazioni che il venerdì sera rimangono attaccate alla televisione per poco più di venti minuti, il tempo di ciascun episodio, senza avere neanche il coraggio di sbattere le palpebre.

L’impatto è enorme e incredibilmente duraturo, visto che ancora oggi, a distanza di sessant’anni, tutti – o quasi – gli episodi continuano ad avere il loro fascino e la loro potenza narrativa. Per quanto concerne i piccoli di allora, basta ricordare due dei tanti fan che hanno più di una volta dichiarato che senza questa serie la loro vita e la loro arte non sarebbero state le stesse: George Lucas e Steven Spielberg.

Tanto che lo stesso Spielberg produce e dirige uno dei tre episodi del film “Ai confini della realtà“, dedicato e ispirato proprio alla serie di Serling, che realizza assieme a John Landis, George Miller e Joe Dante nel 1983.

Sono moltissimi gli attori, ma anche i registi, che giovani e ancora sconosciuti girano uno o più episodi che andranno in onda dal 1959 al 1964. Nomi come Robert Redford, Sidney Pollack, Ida Lupino (che reciterà nell’episodio della prima stagione “Il sarcofago” e dirigerà l’episodio “Le maschere” della quinta stagione, fra le prime donne in assoluto ad esordire dietro una telecamera), Peter Falk, Charles Bronson, Lee Marvin (interprete dell’episodio “La tomba” della terza stagione, che come alcuni altri, col passare del tempo, è diventato una vera e propria leggenda metropolitana), Robert Duvall, Dennis Hooper, Martin Landau, Art Carney, Cloris Leachman, Ron Howard (nei panni di un bambino nell’episodio “La giostra” della prima stagione), Paul Mazursky, Burt Reynolds, Jack Warden, Burgess Meredith (che poi vestirà i panni del primo allenatore di Rocky Balboa, ma che interpreterà alcuni episodi fra cui lo strepitoso “Tempo di leggere” andato in onda nella prima stagione), Kevin McCarthy (protagonista del bellissimo “Lunga vita a Walter Jameson”, ancora oggi molto citato), William Shatner (interprete di due episodi fra cui il famosissimo “Incubo a 20.000 piedi” diretto da un giovane Richard Donner) James Coburn, Lee Van Cleef o Telly Savalas, solo per citare i più famosi.

Senza parlare delle attrici e degli attori che diventeranno famosi, negli anni successivi, soprattutto nel piccolo schermo come Agnes Moorehead (interprete del delizioso “Gli invasori” della seconda stagione), Bill Bixby, George Takei, Jack Klugman, Elizabeth Montgomery, Roddy McDowall (protagonista del caustico “Gente come noi”) Claude Atkins e Jack Weston (questi ultimi due interpreti del bellissimo “Mostri in Marple Street”, fra i più significati e antirazzisti della serie che si schiera, neanche troppo velatamente, contro la famigerata “caccia alle streghe” maccartista di quegli anni).

A scrivere gli episodi delle prime stagioni, oltre a Serling, ci sono Charles Beaumont e Richard Matheson (autore, nel 1954, del bellissimo romanzo di fantascienza “Io solo leggenda” da cui sono stati tratti vari adattamenti cinematografici tra i quali, da ricordare, “L’ultimo uomo sulla Terra” e “1975: occhi bianchi sul pianeta Terra”, nonché la lunga serie di lungometraggi che parte da “La notte dei morti viventi” diretto da George Romero nel 1968 e passa per “28 giorni dopo” diretto da Danny Boyle nel 2002). Visto il clamoroso successo della serie però, nel corso degli anni, Serling venne citato in numerosissime cause per presunto plagio, cosa che alla fine lo costrinse a cedere i diritti di “Ai confini della realtà” direttamente alla CBS.

Amareggiato, Rod Serling si dedicò a serie con i toni più marcati dell’orrore, fino al 28 giugno del 1975 quando, mentre stava tagliando l’erba del suo giardino, venne stroncato da un infarto a soli 50 anni. Certo, oggi è difficile non associare la sua improvvisa e fulminante morte alle sigarette che aveva sempre in mano, anche quando presentava gli episodi della sua serie più famosa e nella quale divenne anche il testimone di una nota fabbrica di tabacco, o nelle varie foto che lo ritraggono nella vita di tutti i giorni.

Se Serling ha conosciuto il successo e la stima dei suoi contemporanei, non ha potuto apprezzare quelli delle generazioni successive che ancora oggi amano profondamente la sua opera.

Vera pietra miliare della televisione e dell’immaginario collettivo del Novecento, “Ai confini della realtà” è una serie immortale e da vedere e rivedere ad intervalli regolari.

Ascolta gratuitamente il podcast di questa e di altre recensioni su Spotify Amazon Music e YouTube.

“Situazione disperata ma non seria” di Gottfried Reinhardt

(USA/Germania Ovest, 1965)

L’esordio letterario di Robert Shaw, che pubblica nel 1959 “Situazione disperata ma non seria”, data la sua originalità riscuote subito l’interesse di cinema e televisione. Ma è la seconda che realizza il suo primo adattamento dal titolo omonimo originale “The Hiding Place”, che viene messo in onda il 22 marzo 1960 all’interno della storica serie televisiva “Playhouse 90” con nel cast James Mason, Trevor Howard, Richard Basehart diretti da Sidney Lumet.

La serie antologica, prodotta dalla CBS dal 1956 al 1960, prevedeva episodi settimanali ognuno con una storia a sé della durata, appunto, di 90 minuti. Un vero e proprio film per la televisione quindi. Alla stessa serie appartengono episodi che poi sono diventati film di successo come “Una faccia piena di pugni” e “Il grande Gatsby”.

Sull’onda del successo di quello della televisione, nel 1965 arriva l’adattamento per il grande schermo scritto da Silvia Reinhardt e Jan Lustig.  

Il 28 novembre del 1944, nelle tragiche fasi finali della Seconda Guerra Mondiale, una pattuglia di paracadutisti americani atterra nei pressi di una piccola cittadina tedesca appena bombardata.

Mentre gli altri vengono in breve catturati dalla truppe tedesche, il capitano Hank Wilson (un bravo e già fascinosissimo Robert Redford) e il sergente Lucky Finder (Mike Connors) riescono a rifugiarsi nella cantina di una piccola casa solitaria nelle vicinanze del bosco. La villetta, anche se danneggiata dal conflitto, è abitata dal solitario Willhelm Frick (uno straordinario Alec Guinness) commesso nella farmacia della cittadina e ancora saldamente legato a sua madre, nonostante questa sia morta ormai da sette anni.

Grazie a delle grate installate da anni nella cantina, Frick riesce a imprigionare i due nemici che però non denuncia ma tiene nascosti …”per il loro bene”, visto che i suoi connazionali non ci penserebbero due volte a linciarli. Col passare dei giorni Frick si dimostra un ospite cortese e premuroso che nulla fa mancare a loro, tranne ovviamente la libertà.

Arriva la fine del conflitto col crollo della Germania e dei suoi alleati ma Frick, che nella sua vita non ha avuto mai nessuno amico, se accetta l’umiliazione della sua nazione non accetta di tornare alla solitudine e decide di mentire. Così, nella cantina di casa Frick, è la Germania ad aver vinto la guerra spazzando via sia Londra che Parigi, ma…   

Originale commedia con toni grotteschi e surreali che ci racconta in maniera ironica una vicenda incredibile ma non così lontana da alcuni tragici eventi saliti alla ribalta nella cronaca internazionale negli ultimi anni. Indimenticabile e magistrale l’interpretazione del grande Alec Guinness.

Questa pellicola, per molti decenni, è praticamente sparita dalla circolazione al contrario del libro da cui è ispirata che, nel mondo dell’usato, è ancora reperibile. Eppure nel nostro Paese il romanzo di Shaw venne tradotto e pubblicato solo grazie all’uscita del film. 

Ascolta gratuitamente questa e altre recensioni di libri, film e serie tv sul podcast “La Foglia d’Acanto” disponibile su Spotify YouTube Amazon Music podCloud e Castopod.

“Questa volta è la mia storia” di Neil Simon

(Excelsior 1881, 2007)

Questa bellissima autobiografia è stata pubblicata per la prima volta da Neil Simon (1927-2018) nel 1996 ed è approdata nelle nostre librerie, incredibilmente, solo nel 2007. Sul motivo di questo inspiegabile ritardo si scervelleranno i posteri, anche se al momento sembra alquanto difficile che le future generazioni italiche la potranno leggere visto che ormai è fuori catalogo e per reperirla bisogna rivolgersi al mondo dell’usato.

Io sono uno scrittore “self-made”, che si autopubblica, e quindi non so proprio spiegarmi perché questo libro sia stato ignorato dalla nostra editoria tradizionale con la quale, …ahimè, non ho contatti. Magari fra cinquant’anni, con l’eventuale pubblicazione dei segreti più oscuri della nostra Repubblica la mia discendenza lo scoprirà. Ma al momento rimane davvero un mistero insondabile il motivo della scomparsa italiana dell’autobiografia di uno dei più famosi drammaturghi del Novecento, ancora oggi tanto messo in scena quanto imitato citato e copiato.

Il libro si apre nella primavera del 1957 quando il neanche trentenne Neil Simon, già affermato autore televisivo, decide di scrivere la sua prima commedia teatrale. Il motivo, oltre a quello di sentire il sacro fuoco del palcoscenico, è di tornare a vivere e lavorare a New York, la sua città natale, visto che la ricca televisione paga bene sì, ma in quegli anni ha il suo cuore pulsante a Los Angeles.

Con l’appoggio incondizionato di sua moglie Joan Baim, Neil inizia quel percorso – che lo renderà uno degli autori teatrali più famosi del suo tempo – digitando sulla sua macchina da scrivere il titolo: “S E N Z A U N A S C A R P A”.

Seguiamo così l’evolversi della sua prima commedia – che subisce non meno di una settantina di riscritture – e andrà in scena col titolo definitivo “Alle donne ci penso io”. Come le successive, molte di clamoroso e planetario successo, anche la prima è ispirata da persone o eventi che l’autore conosce o vive direttamente. Così “Alle donne ci penso io” nasce dall’approccio con l’altro sesso di suo fratello maggiore Danny, insieme al quale egli stesso farà i primi passi come autore comico dilettante.

Non a caso Danny Simon, oltre che per il fratello Neil, è stato un mentore per molti grandi comici e autori di quella generazione come per esempio Woody Allen che lo ricorda nella sua altrettanto splendida autobiografia “A proposito di niente“.

Così se “A piedi nudi nel parco” nasce dai veri primi tempi del matrimonio fra lui e Joan, “La strana coppia” è ispirata ancora una volta a suo fratello Danny che, dopo essersi separato, per motivi economici era andato a vivere assieme a un amico anche lui divorziato. Per questo, ci racconta Neil, una parte delle royalty che fruttava la commedia andavano anche a Danny.

Ma soprattutto Neil Simon ci racconta come era facile per lui scrivere, ma terribilmente complicato arrivare poi a mettere in scena il suo testo. Per questo ha avuto la fortuna di incontrare artisti di primissimo livello come Mike Nichols, che ha diretto le prime edizioni delle sue commedie più famose (come “A piedi nudi nel parco”, “La strana coppia” o “Prigioniero della Seconda Strada”) o Bob Fosse (per il quale Simon scrisse il testo del musical “Sweet Charity”) che alla festa dopo la prima a Broadway di “A piedi nudi nel parco”, visto il clamoroso successo, fece il brindisi sibillino: “…a Neil e all’ultima serata in cui avrà amici sinceri”.

E naturalmente tutti i grandi attori che per primi hanno portato i suoi personaggi, le sue storie e le sue immortali battutte sulle assi di un palcoscenico come Robert Redford, Walther Matthau, Art Carney, George C. Scott, Marsha Mason o Peter Falk.

Un viaggio nei primi venticinque anni della carriera splendente di Simon, che non a caso si conclude con la fine del matrimonio con la Baim. Un’autobiografia irresistibile e al tempo stesso dura e cruda, molto simile nella forma e nella sostanza a quel “A proposito di niente” già citato. Come il libro di Allen, reputo anche questa autobiografia di Simon un “manuale” indispensabile per chi ama scrivere, oltre che leggere, magari da sistemare accanto a “On Writing – Autobiografia di un mestiere” del maestro Stephen King.

Ascolta gratuitamente questa e altre recensioni di libri, film e serie tv sul podcast “La Foglia d’Acanto” disponibile su Spotify YouTube Amazon Music podCloud e Castopod.

“Old Man & the Gun” di David Lowrey

(USA, 2018)

Forrest Silva “Woody” Tucker (un sempre gagliardo Robert Redford) è un criminale davvero molto singolare. Classe 1920 fin da adolescente, a causa dei suoi crimini, è stato rinchiuso in case di correzione dalle quali però è sempre fuggito. In conseguenza ai suoi numerosi arresti e relative carcerazioni, col passare degli anni è divenuto un vero e proprio artista della fuga, riuscendo a dileguarsi da istituti penitenziari come Alcatraz o San Quintino.

Nel 1981, insieme ai due complici Teddy (Danny Glover) e Waller (Tom Waits), inizia una lunga striscia di rapine in banca che attraversa gli interi Stati Uniti. Anche se porta sempre addosso una pistola, Tucker non la usa mai, con garbo e gentilezza convince i malcapitati impiegati a consegnarli il denaro e poi, con calma e tanto stile, si allontana.

Le cifre sottratte ad ogni istituto di credito sono abbastanza modeste, tanto da non attirare troppo l’attenzione delle Forze dell’Ordine, vista poi la totale mancanza di violenza. Solo il detective Hunt (Casey Affleck) ricostruisce la lunga serie di rapine fino ad arrivare a individuare in Tucker il bandito, che superati abbondantemente i sessanta però è sempre un osso duro da catturare…

Bella pellicola crepuscolare con un grande Robert Redford che terminate le riprese ha dichiarato il suo ritiro definitivo dal set.

Tratto dall’omonimo articolo scritto da David Grann e pubblicato sul New Yorker nel 2003, “Old Man & the Gun” ci racconta la storia vera di un uomo che ama la vita a modo suo, e che come il Santiago de “Il vecchio e il mare” di Ernest Hamingway (che in originale è “The Old Man and the Sea”) sa che quell’enorme distesa blu può abbondantemente sfamarlo e subito dopo ferocemente tradirlo, ma è davvero così affascinante che ogni mattina è pronto a tornarci dentro pur di misurare se stesso.   

“Le nostre anime di notte” di Ritesh Batra

(USA, 2017)

Esattamente cinquant’anni dopo lo strepitoso “A piedi nudi nel parco” Robert Redford e Jane Fonda tornano insieme in una commedia dolce, romantica e crepuscolare.

La sceneggiatura de “Le nostre anime di notte” è tratta dall’omonimo romanzo dello scrittore americano Kent Haruf (1943-2014) che, nonostante soli sei romanzi (pubblicò la sua prima storia superati i quarant’anni) in patria è considerato fra i più noti narratori contemporanei.

Louis (Redford) è un anziano vedovo che vive solo, nella sua bella casa a Holt, una cittadina (immaginaria) del Colorado. Una sera bussa alla sua porta Addie (Fonda), una sua storica vicina con un’insolita proposta. Visto che si conoscono da decenni – le loro rispettive famiglie sono nate e cresciute una difronte all’altra – ed entrambi sono soli da anni (anche lei è vedova e come Louis ha il figlio lontano) perché non dormire insieme? Ma non per fare sesso, solo per parlare affrontando e superando la notte, che è il momento più difficile per una persona sola.

Louis rimane assai stupito dalla proposta, ma dopo qualche notte insonne chiama Addie per accettare. Ma i due non potranno fare a meno di dover affrontare gli sbagli commessi nelle rispettive esistenze…

Emozionante e struggente pellicola intimista con due protagonisti da Oscar, bravissimi e bellissimi nei panni di due anziani che vogliono solo passare il tempo che rimane loro assieme. Per i cuori più romantici.

“A piedi nudi nel parco” di Gene Saks

(USA, 1967)

Questo film di Gene Saks sta per compiere mezzo secolo ma, grazie alla sua scrittura e alla bravura dei suoi protagonisti, è sempre fresco e brillante.

E’ vero che l’omonima commedia – scritta da Neil Simon nel 1963 e diretta in teatro da Mike Nichols – è uno dei capolavori comici del XX secolo, ma la classe non è acqua e basta un niente per rovinare un adattamento.

Ma Saks coglie a pieno lo spirito innovativo del testo di Simon e, soprattutto, la sua freschezza. Non a caso per il ruolo di Paul sceglie lo stesso giovane attore che da quattro anni lo interpreta in teatro: Robert Redford, mentre per quello di Corie la giovane ma già conosciuta Jane Fonda, che con Redford aveva lavorato ne “La Caccia” di Arthur Penn.

Il resto è storia del cinema: con alcune battute davvero memorabili, le gambe infinte di Jane Fonda, lo sguardo irresistibile di Robert Redford e soprattutto una grande anticipazione.

Proprio alla vigilia di quell’infausto 1968 – al quale ancora qualche triste nostalgico si aggrappa disperato – Neil Simon ci dice quale potrà essere una delle vere rivoluzioni sociali: la pacata e morigerata normalità nel rapporto di coppia.

Lui si che è un genio rivoluzionario!

“Leoni per agnelli” di Robert Redford

(USA, 2007)

Grande manifesto contro la guerra firmato da Robert Redford con una coppia stellare che duetta da brividi come Maryl Streep e Tom Cruise.

Rispettivamente nel ruolo di una giornalista famosa e indipendente che intervista un giovane e rampante senatore americano a favore dell’intervento bellico in Iraq.

E la domanda è: esiste ancora il grande giornalismo davvero libero e indipendente?

Con questo film le tre grandi stelle di Hollywood si schierarono palesemente contro l’amministrazione di George W. Bush che continuava a mandare soldati – sia uomini che donne ovviamente – al fronte.

Un enigmatico e nebuloso fronte non ben definito, che inghiotte vite come un pozzo senza fondo.

Il titolo, che su due piedi può sembrare assurdo, non è “merito” dei nostri grandi distributori, ma è la traduzione netta di quello originale “Lions for Lambs”, che si riferisce ad una frase scritta, durante la Prima Guerra Mondiale, nel diario di un alto ufficiale tedesco in relazione alle truppe inglesi: ”Mai visti combattere tanti leoni comandati da tanti agnelli”.

Da far vedere a scuola.

Ascolta gratuitamente questa e altre recensioni di libri, film e serie tv sul podcast “La Foglia d’Acanto” disponibile su Spotify YouTube Amazon Music podCloud e Castopod.