“Me and You and Everyone We Know” di Miranda July

(USA, 2005)

Ci sono film che sembrano nascere da un taccuino di appunti raccolti per anni, piccole osservazioni sulla goffaggine e le difficoltà dei rapporti umani messe da parte finché non trovano una forma e una immagine. Me and You and Everyone We Know è esattamente questo: l’opera prima di Miranda July, artista visiva e performer prima ancora che cineasta, che nel 2005 porta al Sundance Film Festival di Robert Redford (e poi a Cannes, dove vince il Premio della Giuria Un Certain Regard) una pellicola capace di restituire con delicatezza estrema quella zona grigia in cui l’imbarazzo, il desiderio e l’affetto si confondono senza soluzione di continuità.

July non si limita a dirigere: scrive, interpreta il ruolo di Christine, e costruisce attorno a sé un piccolo universo corale ambientato in un sobborgo anonimo della California, fatto di cortili e piscine di periferia, negozi di scarpe e finestre di camerette illuminate dai computer. Al centro di questo mosaico ci sono lei, artista videomaker che sbarca il lunario vendendo passaggi in auto a persone anziane, e Richard (John Hawkes), commesso in un negozio di scarpe reduce da un matrimonio finito, tanto disperato quanto goffamente tenero. Il loro incontro, fatto di battute storte e silenzi imbarazzanti, è il cuore pulsante del film, ma non certo l’unico filo narrativo che July intreccia.

Attorno a questa coppia mancata si muovono infatti i due figli di Richard, adolescenti alle prese con le prime inquietanti scoperte della sessualità attraverso la scuola e le chat online; una piccola vicina che allestisce un corredo per il suo futuro matrimonio e una coppia di adolescenti che si confrontano, con una miscela di innocenza e crudeltà tipica di quell’età, sulle prime esperienze sessuali. È un affresco che potrebbe facilmente scivolare nel disagio gratuito o nel compiacimento indie, ma July riesce a tenere tutto in equilibrio grazie a uno sguardo che non giudica mai i suoi personaggi, per quanto strani o inadeguati possano apparire.

John Hawkes, va detto, è semplicemente perfetto. Il suo Richard è un uomo che ha smesso di credere nella possibilità di essere felice e che proprio per questo, paradossalmente, si concede piccoli gesti di autodistruzione quasi rituali; la scena dell’automutilazione con il liquido dell’accendino, nella sua assurdità, dice più di molti dialoghi sul dolore silenzioso di un uomo che non sa più come chiedere aiuto. È un’interpretazione che anticipa la maturità con cui l’attore avrebbe affrontato, anni dopo, ruoli altrettanto delicati: penso a The Sessions – Gli incontri, dove Hawkes presta il corpo e la voce a un uomo paralizzato dalla polio che scopre la sessualità attraverso una terapeuta, o al padre violento di Tre manifesti a Ebbing, Missouri, personaggi diversissimi tra loro ma uniti da quella capacità, rara, di rendere credibile e mai patetica la fragilità maschile.

Miranda July, dal suo canto, gira con uno stile che deve molto alla sua formazione da artista visiva: inquadrature compositive, colori pastello, un uso del tempo morto che invece di annoiare crea attesa. C’è una scena, quella della passeggiata di Christine e Richard, filmata come un piano sequenza in cui i due camminano fianco a fianco senza mai toccarsi, che da sola vale l’intero film: è la messa in scena perfetta di un corteggiamento fatto di parole invece che di gesti, di un desiderio che si esprime attraverso l’immaginazione di un percorso condiviso piuttosto che attraverso il contatto fisico.

Quello che rende Me and You and Everyone We Know un’opera così singolare, oltre vent’anni dopo la sua uscita, è la capacità di parlare di solitudine contemporanea senza mai scadere nel cinismo. I personaggi di July comunicano attraverso schermi, messaggi lasciati su segreterie telefoniche, disegni infantili scambiati per errore: sono tutti, a modo loro, alla ricerca di una connessione autentica in un mondo che sembra offrire solo simulacri di intimità. E se il film riesce a farci amare persone che, raccontate diversamente, potrebbero risultare inquietanti o semplicemente patetiche, il merito è di uno sguardo che sceglie sempre l’empatia sulla facile condanna morale.

Un film piccolo nelle dimensioni ma enorme nella sua capacità di osservazione, che meriterebbe di essere rivisto ogni tanto, magari proprio per ricordarsi che la goffaggine, in fondo, è una delle forme più oneste dell’amore.

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