“Ai confini della realtà” di Rod Serling

(USA, 1959-1964)

Rod Serling (1924-1975) è stata una delle figure più rilevanti del cinema e soprattutto della televisione americana del secondo Novecento. Anche se è stato l’autore di ottime sceneggiature di film come “I giganti uccidono” o “Una faccia piena di pugni” (pellicola che ha segnato il cinema e la cultura degli Stati Uniti, tanto da influenzare lo stesso Sylvester Stallone per la stesura dello script di “Rocky” e Quentin Tarantino per quella di “Pulp Fiction”, solo per citarne due) il suo nome sarà per sempre legato alla serie televisiva antologica “Ai confini della realtà” che creò nel 1959 e che venne trasmessa dalla CBS fino al 1964.

Il 24 novembre del 1958 va in onda, per la serie antologica “Westinghouse Desilu Playhouse” l’episodio “L’elemento tempo” scritto da Rod Serling e diretto da Allen Reisner, in cui il protagonista è Pete Jansen (William Bendix), un uomo che rivela al suo medico il dottor Gillespie (Martin Balsam) che ogni notte rivive lo stesso sogno più che reale: essere a Honolulu le ventiquattro ore che precedono l’attacco di Pearl Harbour il 6 dicembre 1941. Il sogno si tramuta incredibilmente e inspiegabilmente in realtà…

Se gli spettatori di quegli anni sono avvezzi alla fantascienza, anche quella più semplice, nessuno invece ha mai visto niente di simile, un racconto fantastico più che fantascientifico, e al tempo stesso concreto e drammatico. Il successo è notevole tanto che la CBS decide di affidare al suo autore il compito di creare e seguire una vera e propria serie antologica con gli stessi toni e argomenti.

Il titolo Serling lo prende dal gergo aeronautico degli anni Quaranta e Cinquanta in cui “twilight zone” si riferisce all’effetto visivo per il quale, in determinate condizioni, la linea dell’orizzonte scompare alla vista del pilota per alcuni instanti durante l’atterraggio. Una zona di luci e ombre in cui è facile perdere l’orientamento.

Per presentare ogni puntata, che ha sempre attori nuovi e una storia indipendente dalle altre, Serling vorrebbe Orson Welles ma il cachet è troppo alto per il budget fissato dalla produzione, interpella poi Richard Egan che però ha appena firmato un contratto esclusivo per un film. Così, per affrettare i tempi e limitare le spese, viene stabilito che sarà lui stesso il presentatore.

Il 2 ottobre del 1959 va in onda il primo episodio della prima stagione “La barriera della solitudine”, scritto naturalmente dallo stesso Serling. Inizia così un nuovo genere televisivo e un nuovo modo di raccontare i sogni e gli incubi della società americana, oppressa in quegli anni dalla guerra fredda. Ma Serling, in anni in cui gli Stati Uniti erano ancora fortemente razzisti, riesce a parlare di tolleranza, uguaglianza e rispetto con originalità e intelligenza, soprattutto alle nuove generazioni che il venerdì sera rimangono attaccate alla televisione per poco più di venti minuti, il tempo di ciascun episodio, senza avere neanche il coraggio di sbattere le palpebre.

L’impatto è enorme e incredibilmente duraturo, visto che ancora oggi, a distanza di sessant’anni, tutti – o quasi – gli episodi continuano ad avere il loro fascino e la loro potenza narrativa. Per quanto concerne i piccoli di allora, basta ricordare due dei tanti fan che hanno più di una volta dichiarato che senza questa serie la loro vita e la loro arte non sarebbero state le stesse: George Lucas e Steven Spielberg.

Tanto che lo stesso Spielberg produce e dirige uno dei tre episodi del film “Ai confini della realtà“, dedicato e ispirato proprio alla serie di Serling, che realizza assieme a John Landis, George Miller e Joe Dante nel 1983.

Sono moltissimi gli attori, ma anche i registi, che giovani e ancora sconosciuti girano uno o più episodi che andranno in onda dal 1959 al 1964. Nomi come Robert Redford, Sidney Pollack, Ida Lupino (che reciterà nell’episodio della prima stagione “Il sarcofago” e dirigerà l’episodio “Le maschere” della quinta stagione, fra le prime donne in assoluto ad esordire dietro una telecamera), Peter Falk, Charles Bronson, Lee Marvin (interprete dell’episodio “La tomba” della terza stagione, che come alcuni altri, col passare del tempo, è diventato una vera e propria leggenda metropolitana), Robert Duvall, Dennis Hooper, Martin Landau, Art Carney, Cloris Leachman, Ron Howard (nei panni di un bambino nell’episodio “La giostra” della prima stagione), Paul Mazursky, Burt Reynolds, Jack Warden, Burgess Meredith (che poi vestirà i panni del primo allenatore di Rocky Balboa, ma che interpreterà alcuni episodi fra cui lo strepitoso “Tempo di leggere” andato in onda nella prima stagione), Kevin McCarthy (protagonista del bellissimo “Lunga vita a Walter Jameson”, ancora oggi molto citato), William Shatner (interprete di due episodi fra cui il famosissimo “Incubo a 20.000 piedi” diretto da un giovane Richard Donner) James Coburn, Lee Van Cleef o Telly Savalas, solo per citare i più famosi.

Senza parlare delle attrici e degli attori che diventeranno famosi, negli anni successivi, soprattutto nel piccolo schermo come Agnes Moorehead (interprete del delizioso “Gli invasori” della seconda stagione), Bill Bixby, George Takei, Jack Klugman, Elizabeth Montgomery, Roddy McDowall (protagonista del caustico “Gente come noi”) Claude Atkins e Jack Weston (questi ultimi due interpreti del bellissimo “Mostri in Marple Street”, fra i più significati e antirazzisti della serie che si schiera, neanche troppo velatamente, contro la famigerata “caccia alle streghe” maccartista di quegli anni).

A scrivere gli episodi delle prime stagioni, oltre a Serling, ci sono Charles Beaumont e Richard Matheson (autore, nel 1954, del bellissimo romanzo di fantascienza “Io solo leggenda” da cui sono stati tratti vari adattamenti cinematografici tra i quali, da ricordare, “L’ultimo uomo sulla Terra” e “1975: occhi bianchi sul pianeta Terra”, nonché la lunga serie di lungometraggi che parte da “La notte dei morti viventi” diretto da George Romero nel 1968 e passa per “28 giorni dopo” diretto da Danny Boyle nel 2002). Visto il clamoroso successo della serie però, nel corso degli anni, Serling venne citato in numerosissime cause per presunto plagio, cosa che alla fine lo costrinse a cedere i diritti di “Ai confini della realtà” direttamente alla CBS.

Amareggiato, Rod Serling si dedicò a serie con i toni più marcati dell’orrore, fino al 28 giugno del 1975 quando, mentre stava tagliando l’erba del suo giardino, venne stroncato da un infarto a soli 50 anni. Certo, oggi è difficile non associare la sua improvvisa e fulminante morte alle sigarette che aveva sempre in mano, anche quando presentava gli episodi della sua serie più famosa e nella quale divenne anche il testimone di una nota fabbrica di tabacco, o nelle varie foto che lo ritraggono nella vita di tutti i giorni.

Se Serling ha conosciuto il successo e la stima dei suoi contemporanei, non ha potuto apprezzare quelli delle generazioni successive che ancora oggi amano profondamente la sua opera.

Vera pietra miliare della televisione e dell’immaginario collettivo del Novecento, “Ai confini della realtà” è una serie immortale e da vedere e rivedere ad intervalli regolari.

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“Senza un attimo di tregua” di John Boorman

(USA, 1967)

Lo scrittore Donald E. Westlake (1933-2008) è considerato uno dei maestri americani indiscussi dei gialli e dei noir. Con la sua enorme produzione ha toccato numerosi generi e non è un caso, quindi, se nel 1991 venne candidata all’Oscar la sceneggiatura da lui firmata dell’ottimo “Rischiose abitudini” diretto da Stephen Frears, e tratta dal romanzo di un altro grande maestro del noir americano come “Big” Jim Thompson.

Ma ancora oggi Westlake è ricordato per i suoi noir duri e tosti, dove i protagonisti sono implacabili assassini e criminali. Come “Anonima carogne” (“The Hunter” in originale) pubblicato nel 1962 con lo pseudonimo di Richard Stark e da cui viene tratta questa pellicola.

Walker (un granitico Lee Marvin) è un professionista della rapina. Una sera ritrova ad una festa il suo vecchio amico Mal Reese (un bravissimo e “antipaticissimo” John Vernon) che gli chiede aiuto per una rapina “facile facile”.

Si tratta di intrufolarsi sull’isola di Alcatraz – chiusa da poco come penitenziario – e derubare due semplici corrieri dei soldi, che da un elicottero verrano loro recapitati. Walker, Reese e Lynn, moglie dello stesso Walker, si preparano e senza particolari problemi immobilizzano i due, portando via la borsa coi soldi. Tutto procede come da piano solo che Reese, una volta presi i soldi, uccide i due corrieri e spara anche a Walker, con la complicità di Lynn.

Ma la pellaccia di Walker è più dura di un paio di pallottole. Lasciato solo sull’isola perché creduto morto, l’uomo invece riesce a raggiungere il mare e poi San Francisco. Definitivamente ripresosi Walker viene avvicinato da un distinto uomo d’affari che gli propone un patto: lui gli consegnerà Lynn e Reese e i soldi che questo gli ha rubato, in cambio dovrà eliminare alcuni alti vertici dell’Organizzazione, un gruppo criminale che ha radici in tutti gli ambiti della società. Così, come il Conte di Montecristo, Walker si prepara a gustare la sua vendetta e riavere i suoi soldi, ma…

Ottimo noir che, grazie anche alla regia di John Boorman – un vero innovatore del linguaggio visivo di quegli anni, che troverà poi il suo apice in “Excalibur” del 1981 – con una destrutturazione temporale fatta di flashback ad incastro, non ci lascia …un attimo di tregua. Nel cast brilla anche una splendida e conturbante Angie Dickinson (che con Marvin tre anni prima aveva girato lo strepitoso “Contratto per uccidere” del maestro Don Siegel).

Anche se oggi Lee Marvin è ricordato soprattutto come un “duro” alla Stallone o alla Swarzenegger, anche in questo film come negli altri da lui girati, possiamo invece apprezzare la sua grande arte interpretativa, sopratutto nelle scene in cui recita assieme alla Dickinson.

Nel 1996 Brian Helgeland gira il remake “Payback – La rivincita di Porter” con Mel Gibson nei panni del protagonista.

Nella nostra versione possiamo godere del doppiaggio originale fatto quando il film uscì nelle nostre sale con il grande Renato Turi che dona superbamente la voce a Lee Marvin.

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“Giorno maledetto” di John Sturges

(USA, 1955)

Tratto dal racconto “Bad Time at Honda” di Howard Berslin, pubblicato sul “The American Magazine” nel gennaio del 1947, e adattato per il grande schermo da Don McGuire e Millard Kaufman, “Giorno maledetto” è considerato giustamente uno dei più riusciti western moderni di quegli anni. Per western moderni si intendono pellicole con le classiche caratteristiche dell’epico cinema di frontiera, ma ambientati in epoca contemporanea.

A due mesi dalla fine del secondo conflitto mondiale, e ben dopo quattro anni dall’ultima volta, un treno passeggeri si ferma nella piccola stazione di Bad Rock, nel sud ovest degli Stati Uniti.

A scendere è solo un uomo che indossa una abito nero e tiene nella mano destra una piccola valigia marrone. I pochi abitanti della piccola località sperduta nel deserto osservano il nuovo arrivato diffidenti e curiosi.

L’uomo, che si chiama John J. Macreedy (un bravissimo Spencer Tracy), che ha il braccio sinistro evidentemente offeso, si reca nell’unico albergo del posto e chiede una stanza giusto per una notte. Poi si informa su come raggiungere la località chiamata “La Steppaia”, lontana qualche miglio, dove dovrebbe abitare un certo Komoko. Sentendo quel nome, Reno Smith (Robert Ryan) il più facoltoso proprietario terriero della zona, si irrigidisce…

Strepitoso film d’azione e suspense – come si diceva una volta – con una cast stellare fra cui spiccano, oltre a Tracy e Ryan, i giovani Lee Marvin, Ernest Borgnine e Anne Francis; una costruzione perfetta e ad orologeria; nonché una regia fra le migliori di quegli anni.

Memorabile è comunque l’interpretazione del grande Spencer Tracy, premiato al Festival di Cannes nel 1955, che incarna John Macreedy, simbolo della lotta contro ogni forma di razzismo e intolleranza, e che ci sussurra all’orecchio un bell’inno alla pace.  

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“Cat Ballou” di Elliot Silverstein

(USA, 1965)

Scritto da Walter Newman e Frank. P. Pierson (che poi vincerà l’Oscar come migliore sceneggiatore per lo script di “Quel pomeriggio di un giorno da cani” diretto da Sidney Lumet), anche se tratto dal romanzo di Roy Chanslor, “Cat Ballou” ha però un tono ben diverso dal libro, molto più ironico e scanzonato, e davvero innovativo.

Infatti Catherine Ballou (interpretata da una bravissima e luminosa Jane Fonda) – la “Cat Ballou” del titolo – è una protagonista davvero insolita per un film western. Nonostante la formale educazione ricevuta in un collegio di suore, quando lo spietato bounty killer Silvernoose (Lee Marvin) le uccide davanti agli occhi il padre, lei non esita a chiedere a Kid Shelleen (sempre Lee Marvin nel suo secondo ruolo), che aveva assoldato per difenderlo, di farle giustizia sommaria.

Fra le grandi novità che introduce il film c’è quella impensabile fino a poco tempo prima: tutti gli uomini che portano stivali, speroni e lunghe pistole non sembrano essere all’altezza degli eventi. A partire dallo stesso Shelleen una volta mito del selvaggio West e ormai ridotto a un misero alcolista che non si rende conto neanche di quando gli calano le braghe. Per non parlare dei due cowboy Clay e Jed, pavidi truffatori che dissimulano uno strano e ambiguo reciproco rapporto, gli unici, a parte l’indiano Jackson-Due Orsi (continuamente vessato per il colore della sua pelle) disposti ad aiutarla…

Insomma, una commedia molto particolare grottesca e divertente ambientata nel West – “mostro sacro” della cultura nordamericana – antesignana delle lotte sociali che in quegli anni avevano appena acceso le polveri, e avevano nel loro centro la lotta al razzismo e l’emancipazione della donna.

Paragonabile solo a “Mezzogiorno e mezzo di fuoco” diretto dal grande Mel Brooks quasi un decennio dopo, e alle ancora più recenti pellicole simili dei fratelli Coen.

Jane Fonda, che con questo film viene consacrata a star di primo livello, già palesa quello che sarà il suo cinema: fatto di donne che devono lottare quotidianamente contro l’arroganza, l’ingerenza e la prepotenza degli uomini.

Da ricordare anche l’interpretazione di Lee Marvin, che non a caso vince l’Oscar come miglior attore protagonista, spesso simbolo di uomini e personaggi duri e tosti, che invece qui ci regala un ubriacone patetico e rassegnato, che fa da contraltare allo spietato e piatto Silvernoose.

Questa pellicola è stata anche l’ultima interpretata da Nat King Cole, stroncato da un cancro ai polmoni – le cui prime avvisaglie emersero proprio sul set – molti mesi prima che il film approdasse nelle sale.

Cole è stato il prima artista di colore ad avere un programma alla radio e successivamente alla televisione tutto suo, anche se poi le feroci polemiche razziali di impavidi benpensanti portarono altrettanti pavidi sponsor al ritiro dei loro finanziamenti.

Sempre in prima linea contro il razzismo, anche nel mondo dello spettacolo, ne subì le dirette conseguenze nel 1956 quando venne pestato a sangue a Birmingham, in Alabama, da un gruppo di ameni membri del “White Citizens’ Council” poco dopo aver iniziato il suo concerto. Evento che viene ricordato anche nel recente e splendido “Green Book” di Peter Farrelly.

Artista fra i più quotati in quel periodo negli USA e nel mondo, Nat King Cole ebbe difficoltà ad ottenere la parte di Sunrise Kid – uno dei due cantastorie del film – e vediamo se qualcuno ne indovina il motivo? …Il colore della sua pelle, esatto! La produzione, infatti, era propensa a “non turbare troppo” la morale degli spettatori con un cowboy di colore che suona e canta nel vecchio West (…poveri noi!).

Fortunatamente, sia il regista che il cast artistico – così dicono le cronache dell’epoca – ebbero la meglio.

 

“Contratto per uccidere” di Don Siegel

(USA, 1964)

Qui, gente, parliamo di uno dei capolavori della cinematografia mondiale, uno di quei film che hanno fatto la storia del cinema e che sono stati copiati – e ancora oggi lo sono – per la loro bellezza, il loro ritmo e il loro fascino.

Dallo stesso racconto “The Killers” di Ernest Hemingway, nel 1946 Robert Siodmak dirige “I gangsters” con Burt Lancaster e Ava Gardner. Bel film, ma niente a che vedere con questo capolavoro che il maestro Don Siegel gira quasi vent’anni dopo.

Siegel (che per la cronaca si è laureato a Cambridge), preso in considerazione proprio per girare “I gangsters”, sconvolge il racconto di Hemingway che trova folgorante all’inizio ma, giustamente, deludente alla fine. E così riduce i flashback e costruisce una storia intorno a un uomo che davanti ai suoi assassini non ha la minima voglia di scappare.

Charlie (uno straordinario Lee Marvin da Oscar, ma che vince “solo” il BAFTA) e il suo giovane socio Lee (Clu Gulager) fanno irruzione in un istituto per non vedenti. Il loro obiettivo è l’insegnante di meccanica Johnny North (un bravissimo e irrequieto John Cassavetes) che freddano nell’aula in cui sta insegnando, senza nessuna difficoltà. Anzi, l’uomo avvertito del loro arrivo, non fugge e aspetta la morte senza ribellarsi. La cosa insospettisce troppo Charlie che decide di scoprire la storia di North e soprattutto chi li ha pagati per ucciderlo…

Nel cast deve essere ricordata anche la bravissima e bellissima Angie Dickinson, fra le dive più eleganti e attraenti di Hollywood, nello splendido ruolo di Sheila, una Dark Lady come poche altre. Mentre nella parte dell’astuto e feroce Jack Browning c’è Ronald Reagan alla sua ultima interpretazione di rilievo prima di intraprendere, pochi mesi dopo, la carriera politica che lo portò a essere prima Governatore della California e poi Presidente degli Stati Uniti. Se questo non è l’ambito per parlare delle sue capacità di statista (delle quali ancora oggi comunque paghiamo le drammatiche conseguenze) la recitazione statica, inespressiva e obsoleta di Reagan – che già mostra quella tinta mogano scuro che poi ostenterà in tutte le foto dalla Stanza Ovale nel corso dei suoi due mandati – è davvero l’unico neo del capolavoro di Siegel.

Questo “Contratto per uccidere“ doveva essere il primo vero e proprio film realizzato interamente per la televisione, ma una volta montato venne considerato troppo “audace” e violento e così distribuito nelle sale con tanto di censura.

Ogni fotogramma merita di essere ricordato, ma la scena finale è una delle più strepitose e suggestive di tutto il cinema.

Quanto è stato copiato? Vincent e Jules, i personaggi che interpretano John Travolta e Samuel L. Jackson in “Pulp Fiction”, tanto per fare un esempio, Quentin Tarantino secondo voi da chi li ha “presi”?

Un capolavoro assoluto.

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“L’uomo che uccise Liberty Valance” di John Ford

(USA, 1962)

Non sono un amante del genere Western – né tanto meno di John Wayne, al secolo Marion Robert Morrison, il cui machismo ingombrante e le posizioni morali ferocemente intolleranti e reazionarie, raccontate con grande efficacia per esempio in L’ultima parola – La vera storia di Dalton Trumbo, non mi sono mai piaciute – fatta eccezione dei film di Sergio Leone, di alcuni altri spaghetti western, de Gli Spietati di Clint Eastwood, di Django Unchained di Quentin Tarantino, e soprattutto di questa splendida pellicola diretta dal grande John Ford.

Il Senatore degli Stati Uniti Ransom Stoddard (un superbo James Stewart), uno degli uomini più influenti di Washington, torna nella piccola cittadina di Shinbone per partecipare al funerale di Tom Doniphon (John Wayne), un uomo di cui, apparentemente, nessuno in città sembra più ricordarsi il nome. È proprio questo dettaglio, minimo ma tagliente, a dare il tono a tutto il film: la memoria collettiva seleziona, addomestica, riscrive. E i mass media, va detto, ci mettono del loro.

Il funerale diventa l’occasione per ricostruire, attraverso un lungo flashback raccontato a un giornalista locale, l’inizio della carriera politica di Stoddard, partita proprio nella piccola cittadina molti anni prima. Allora il giovane avvocato appena arrivato dall’Est aveva tutta l’intenzione di riportare l’ordine e la legalità a Shinbone, preda degli interessi di alcuni dei più importanti allevatori di bestiame dello Stato, contrari a qualsiasi forma di progresso civile che potesse intralciare i loro affari.

Al soldo di questi c’era lo spietato Liberty Valance (un cattivissimo, sadico, quasi teatrale Lee Marvin), che non aveva la minima intenzione di cedere e che, anzi, si divertiva a umiliare pubblicamente Stoddard ogni volta che ne aveva l’occasione. L’avvocato, colto ma testardo, credeva ciecamente nella forza della legge scritta, dei codici, delle parole: armi che a Shinbone, però, non valevano granché contro una pistola. Fu proprio Valance a sfidarlo a duello, e l’esito dello scontro sembrava tristemente scontato: Stoddard non aveva mai tenuto un’arma in mano in vita sua.

Ma, contro ogni probabilità, fu Valance a morire, anche se la dinamica della sparatoria lasciò molti dubbi, compreso il ruolo in questa del pistolero Doniphon, che aveva preso sotto la sua ala protettrice Stoddard fin dal loro primo incontro, forse per un’affinità inspiegabile, forse per gelosia nei confronti di Hallie (una intensa Vera Miles), la donna che entrambi amavano e che, alla fine, sceglierà l’uomo di legge e non quello della pistola.

È qui che Ford costruisce il vero cuore del film, quello che lo rende molto più di un semplice western: la contrapposizione, mai gridata ma sempre presente, tra due modelli d’America. Da un lato Doniphon, incarnazione di un West primitivo, onesto ma destinato all’estinzione, capace di violenza ma anche di un sacrificio silenzioso e mai rivendicato. Dall’altro Stoddard, simbolo di un futuro fatto di scuole, elezioni, giornali e Stato di diritto, che però quel futuro può costruirlo solo grazie a una menzogna fondativa che lo accompagnerà per tutta la vita.

La celebre battuta finale del giornalista – “quando la legenda diventa più bella della verità: …pubblica la legenda” – è probabilmente una delle riflessioni più lucide che il cinema americano abbia mai fatto su se stesso e sulla propria storia. Ford, che con Ombre Rosse e Sentieri Selvaggi aveva contribuito più di chiunque altro a costruire il mito del West, qui lo smonta pezzo per pezzo, con la malinconia di chi sa di aver partecipato a quella costruzione e ne conosce bene i costi.

Straordinaria la scelta di girare in un bianco e nero quasi anacronistico per il 1962, epoca in cui il colore dominava già Hollywood: una decisione che rafforza il registro crepuscolare dell’opera, avvicinandola più a un funerale (quello vero, di Doniphon, ma anche quello simbolico di un’epoca) che a un’avventura di frontiera. Anche il cast di contorno – da Edmond O’Brien nel ruolo del giornalista Dutton Peabody a Andy Devine nei panni dello sceriffo pavido Link Appleyard – contribuisce a costruire un mondo di personaggi umanissimi, buffi e fragili, ben lontani dagli stereotipi eroici del genere.

James Stewart, all’epoca già cinquantaquattrenne, riesce a restituire con naturalezza sia la goffaggine iniziale del giovane idealista sia la solennità un po’ amara del senatore anziano che guarda al proprio passato. John Wayne, dal suo canto, offre una delle poche interpretazioni degne di nota della sua carriera, capace di trasmettere con pochi gesti tutta la solitudine di chi ha scelto di rimanere fedele a un mondo che sta scomparendo sotto i suoi occhi.

“L’uomo che uccise Liberty Valance” è un’epica e crepuscolare ricostruzione della nascita del Grande Paese, che ancora oggi continua a fare i conti con le sue anime così diverse e contrastanti: quella della forza bruta e quella della legge, quella del mito e quella della verità. Per questo, mai come in questo periodo, è tornato davvero attuale.

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“L’imperatore del nord” di Robert Aldrich

(USA, 1973)

Epica avventura ambientata nell’America della grande depressione, un film che profuma di rotaie, fumo carbone e polvere, e che racconta un mondo ormai scomparso con una forza visiva e narrativa fuori dal comune.

Siamo negli anni Trenta, nel pieno della Depressione: milioni di disoccupati e diseredati attraversano gli Stati Uniti aggrappati ai treni merci, in cerca di un lavoro, di un pasto caldo o semplicemente di un posto dove sopravvivere un altro giorno. È un’umanità di scarto, fatta di vagabondi, ex operai e sognatori falliti, che si muove clandestinamente sui convogli sfidando la fame, il freddo e, soprattutto, la ferocia di chi quei treni li deve difendere a ogni costo.

Fra questa umanità raminga spicca la leggenda di Numero 1 (un Lee Marvin semplicemente perfetto, di un carisma quasi animalesco), l’unico vagabondo capace di viaggiare gratis sul treno numero 19 senza mai rimetterci la pelle, treno sorvegliato dal terribile capotreno Shack (un Ernest Borgnine memorabile, infame e spietato come pochi altri cattivi del cinema americano). Shack non è un semplice controllore: è un uomo che ha fatto della violenza un’arte, che uccide i clandestini a colpi di martello, catena o badile pur di mantenere il proprio treno “pulito”. Fra lui e Numero 1 si instaura fin da subito un duello silenzioso, fatto di sguardi, astuzia e sopravvivenza, che è il vero cuore pulsante del film.

La voce di questa impresa si sparge rapidamente fra i ferrovieri e fra gli stessi vagabondi, trasformandosi in leggenda e, di conseguenza, in scommessa: c’è chi giura che nessuno possa davvero farcela due volte, chi invece scommette tutto ciò che possiede sulla riuscita di un nuovo viaggio. Numero 1, uomo d’onore nel suo mondo di regole non scritte, accetta la sfida non tanto per il denaro quanto per orgoglio, per dimostrare che la sua leggenda non è un caso isolato. Ma sul treno sale anche il giovane e arrogante Cigaret (un ottimo Keith Carradine, all’epoca giovanissimo), un ragazzotto pieno di boria e manie di grandezza che vuole a tutti i costi affiancare il mito vivente per costruirsi una fama propria, mettendo però costantemente a rischio, con la sua leggerezza e la sua sete di protagonismo, il piano meticoloso del vecchio maestro.

Il rapporto fra Numero 1 e Cigaret è un altro degli aspetti più interessanti della pellicola: da una parte l’esperienza silenziosa e pragmatica di chi ha imparato a sue spese cosa significhi davvero sopravvivere, dall’altra l’irruenza di chi crede che il coraggio da solo basti a fare di un uomo una leggenda. È quasi un rapporto padre-figlio mancato, fatto di insegnamenti non richiesti e di uno scontro generazionale che rispecchia, in piccolo, il passaggio di un’epoca.

Girato fra le splendide montagne e le foreste del nord America, con location che regalano immagini di rara bellezza fotografica, “L’imperatore del nord” ricostruisce alla perfezione il clima, la miseria e la disperazione di quegli anni, un’epoca in cui la vita di un uomo valeva davvero meno di un piatto di minestra calda. Aldrich non edulcora nulla: la violenza è cruda, secca, quasi documentaristica, e contribuisce a restituire il senso di un’America dimenticata dai libri di storia ufficiali ma raccontata benissimo dalla letteratura, dal cinema e solo, forse, dalle splendide fotografie in bianco e nero di Dorothea Lange.

Memorabili, come sempre in questo genere di film, le scene girate sui treni in movimento: gli inseguimenti sui vagoni, i combattimenti in equilibrio precario sopra i tetti dei carri merci, i salti da un vagone all’altro col rischio costante di finire sotto le ruote. Sono sequenze che oggi definiremmo “action” ma che hanno un sapore assolutamente diverso da quello patinato del cinema moderno: qui si respira la fatica fisica vera, il rischio autentico, la sporcizia e il sudore.

Insomma “L’imperatore del nord” è un’ottima pellicola di un grande regista incredibilmente dimenticato, capace com’era di alternare il cinema di guerra a quello d’azione più puro senza mai perdere in personalità e in mestiere. Un film duro, crudo, che parla di sopravvivenza, di leggenda e di rispetto conquistato sul campo, con due interpreti – Marvin e Borgnine – semplicemente straordinari nel loro duello a distanza.

Da recuperare assolutamente.

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