“Gente comune” di Robert Redford

(USA, 1980)

Robert Redford ha circa vent’anni di carriera alle spalle. Attore affascinante, bravo e carismatico sia sulle assi del palcoscenico che davanti alla macchina da presa. Ma nel 1980, quando per la prima volta decide di mettersi dietro la macchina da presa, nessuno sa bene cosa aspettarsi. Il risultato è “Gente Comune”: un pugno nello stomaco consegnato con la grazia con cui si dona un fiore.

Il film è tratto dal romanzo di Judith Guest e racconta la storia dei Jarrett, una famiglia borghese del Midwest americano che sta cercando di rimettere insieme i pezzi dopo la morte per annegamento del figlio maggiore, Buck. Il figlio minore e adolescente Conrad — un Timothy Hutton (figlio di Jim Hutton, che divenne famoso negli anni Settanta come protagonista della serie televisiva “Ellery Queen”) che al suo esordio cinematografico vince l’Oscar come attore non protagonista, è semplicemente bravissimo — è sopravvissuto all’incidente in barca a vela e al suo stesso successivo tentato suicidio. Uscito dall’ospedale, dopo mesi di ricovero, torna a scuola, riprende a nuotare, e accetta di iniziare un percorso di analisi col dottor Berger, uno psichiatra interpretato da un Judd Hirsch perfetto. Ma, soprattutto, cerca di capire come tornare a vivere in una casa dove il silenzio pesa più delle parole.

Il padre, Calvin, è Donald Sutherland. E qui bisogna fermarsi un momento. Sutherland porta sullo schermo una dolcezza maschile rara per il cinema di quegli anni: un uomo che ama la moglie e ama il figlio, che vede tutto quello che sta accadendo ma non riesce ad arginarlo, che ha la straziante consapevolezza di chi capisce ma non può fare nulla. È una di quelle interpretazioni che ti entrano dentro senza che te ne accorga, e quando te ne accorgi è troppo tardi.

E poi c’è lei. Mary Tyler Moore, che fino ad allora il pubblico – soprattutto quello americano – conosceva grazie alla sua celebre serie televisiva come donna simpatica, sorridente e moderna, grande attrice di cui già mi è capitato di parlare. Redford la prende e la rovescia come un calzino. La sua Beth Jarrett è forse uno dei personaggi femminili più complessi e scomodi del cinema americano degli anni Ottanta. Non è una donna cattiva. Non è una madre snaturata. È qualcosa di più sottile e più inquietante: è una donna che non riesce ad amare il figlio che le è rimasto, perché tutto il suo amore è sepolto assieme a quello che se n’è andato per sempre. Non lo dice mai. Non lo ammette mai. Lo dimostra in ogni gesto, in ogni sguardo o abbraccio evitato, in ogni momento in cui la macchina da presa la coglie sola e finalmente, per un istante, vera. La Moore ottenne solo la nomination all’Oscar, ma se parliamo di premi: quella statuetta l’avrebbe meritata per ogni singolo fotogramma in cui appare.

Redford regista è una rivelazione. Viene dal mestiere dell’attore, sa cosa vuole dagli interpreti, e lo ottiene. Ma ha anche una sensibilità visiva inaspettata: gira i paesaggi dell’Illinois con una malinconia autunnale che diventa personaggio a sua volta. Le foglie cadono, il cielo è grigio, le case sono belle ordinate ma fredde. L’America dei Jarrett è l’America di chi ha tutto e non sa cosa fare con quel tutto quando il tutto non basta più.

Il Canone in Re maggiore di Johann Pachelbel — quella melodia che chiunque ha sentito almeno una volta nella vita, magari anche senza saperne il titolo o l’autore — torna più volte nel film non come sfondo, ma come commento emotivo che parla dove i personaggi non riescono. È una scelta coraggiosa, quella di usare un brano così noto, così inflazionato già all’epoca, così pericolosamente scivoloso verso la retorica. Redford ci riesce perché il film non è mai retorico: è onesto, anche quando fa male, anche quando non offre risposte, anche quando finisce senza la consolazione che ci aspetteremmo.

“Gente Comune” vince quattro Oscar nel 1981, tra cui Miglior Film e Miglior Regia, battendo “Toro Scatenato” di Martin Scorsese. Ancora oggi, oltre quarantacinque anni dopo, quella scelta fa discutere. Ma forse il punto non è quale dei due fosse “il miglior film”. Il punto è che “Gente Comune” resta un film necessario, il tipo di film che non ti intrattiene ma ti abita. Che finisci di guardare e poi ci pensi, magari a cena, magari mentre stai lavando i piatti, magari quando guardi qualcuno che ami e ti chiedi se riuscirai davvero a dirglielo.

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“The Fabelmans” di Steven Spielberg

(USA, 2022)

Dal 24 marzo del 1974, giorno in cui uscì nelle sale cinematografiche americane “Sugarland Express“, e soprattutto dal 20 giugno dell’anno successivo in cui venne presentato per la prima volta nei cinema “Lo squalo”, tutto il mondo del cinema, e non solo, conosce il nome e la carriera artistica di Steven Spielberg, vero Re Mida di Hollywood, considerato fra i più importanti creatori di sogni in celluloide degli ultimi cinquant’anni.

Ma non tutti conoscono la storia di Spielberg fino al suo esordio come regista televisivo che risale al 1969 a quello cinematografico che è appunto del ’74. E allora lo stesso regista ce la racconta in questa sua ottima pellicola scritta assieme a Tony Kushner.

Il 10 gennaio del 1952 Mitzi Fabelman (Michelle Williams) e Burt Fabelman (Paul Dano) portano il loro secondo genito Sammy, di sei anni, per la prima volta al cinema. Il film è “Il più grande spettacolo del mondo” diretto da Cecil B. DeMille. Sammy rimane letteralmente folgorato e, con i suoi giocattoli, tenta di riprodurre l’incidente più spettacolare e al tempo stesso cruento della pellicola.

Mitzi intuisce che il bambino vuole ripetere continuamente la scena che evidentemente lo ha spaventato, tentando di controllarla e così non averne più paura. Allora, invece che sacrificare continuamente i suoi giocattoli, presta al figlio la cinepresa amatoriale di Burt: lui potrà ripetere l’incidente una sola volta riprendendolo e così potrà rivederlo tutte le volte che desidera, senza danneggiare più i suoi giochi.

E così il piccolo Sammy – che ricorda tanto il piccolo Steven Spielberg… – ha per la prima volta fra le mani quello strumento che lo renderà uno degli uomini più famosi del suo tempo. Ma crescere non è semplice per nessuno, anche se da grandi si diventerà un genio del cinema, e se proviene da una famiglia di tradizione ebraica in un Paese dove l’antisemitismo è ancora molto radicato. E proprio attraverso le lenti delle sue cineprese Sammy (Gabriel LaBelle) vedrà il mondo evolversi e cambiare, così come la sua famiglia, le sue sorelle e naturalmente i suoi genitori.

Sarà poi suo zio Boris (Judd Hirsch), fratello di sua nonna materna e unico parente che ha a che fare col mondo del cinema avendo fatto per anni la comparsa, a spiegargli schiettamente il rapporto troppo spesso irrisolto fra gli affetti stretti e l’arte.

Ma i film, per Sammy, saranno l’unico mezzo di salvezza e sopravvivenza emotiva, morale e a volte anche fisica…

L’uomo dei sogni di Hollywood firma una delle pellicole di formazione più interessanti degli ultimi anni, raccontandoci attraverso la macchina da presa, i dolori e le pene del giovane Sammy che però, nonostante i profondi sensi di colpa e le grandi insicurezze, riuscirà a fare quello che solo pochi eletti fanno: realizzare il suo sogno più grande.

Come in ogni altra pellicola di Spielberg, anche in questa le immagini hanno un ruolo centrale nella narrazione. E così il cineasta americano ci mostra anche solo visivamente da dove nacquero gli spunti che poi, anni dopo, metterà in pellicole come “E.T. – L’extraterrestre”, “I predatori dell’arca perduta“, “Ritorno al futuro” (che ha prodotto) o “Salvate il soldato Ryan”. Nel cast da ricordare anche il grande David Lynch che ci regala un cameo davvero spettacolare.

Consigliato non solo per gli amanti del cinema, ma per tutti coloro che sono riusciti a sopravvivere alla propria adolescenza.