“La Figlia di Ryan” di David Lean

(USA, 1970)

Nel 1970, David Lean torna dietro la macchina da presa dopo cinque anni di silenzio – l’ultima sua opera era stata il monumentale “Il dottor Živago” – per firmare quello che sarà il suo penultimo film: “La figlia di Ryan”, che sarà seguito quattordici anni dopo dall’altrettanto indimenticabile “Passaggio in India“. Un’opera che rappresenta uno dei vertici più puri e visionari del cinema epico-intimista, un ossimoro che solo il maestro britannico sapeva trasformare in realtà cinematografica.

La vicenda si dipana nell’Irlanda del 1916, durante i moti della Pasqua che avrebbero portato alla nascita della repubblica irlandese. Ma Lean, con la sua consueta maestria nel trasformare la Storia in teatro dell’animo umano, non è interessato alla cronaca politica: il suo sguardo si concentra sulla piccola comunità costiera di Kirrary, dove Rosy Ryan (Sarah Miles), figlia del locandiere interpretato da un monumentale Leo McKern, sposa il maestro di scuola Charles Shaughnessy (Robert Mitchum), uomo più anziano di lei, rispettabile ma incapace di accendere in lei quella passione che l’anima giovane della donna reclama. L’arrivo del maggiore Randolph Doryan (Christopher Jones), ufficiale britannico dalla bellezza quasi byroniana e dall’animo tormentato, innesca una relazione adulterina che diventerà scandalo pubblico e tragedia privata.

Il primo elemento che colpisce di “La figlia di Ryan” è la sua straordinaria bellezza visiva. Lean, che aveva già dimostrato con “Lawrence d’Arabia” e “Il dottor Živago” la sua capacità di trasformare i paesaggi in personaggi narrativi a pieno titolo, qui raggiunge forse l’apice della sua maestria pittorica. La fotografia di Freddie Young – alla sua terza e ultima collaborazione con il regista dopo i due capolavori precedenti e che vincerà l’Oscar proprio per la sua direzione in questa pellicola – è di una perfezione quasi dolorosa: ogni inquadratura potrebbe essere estratta dal film e appesa in un museo. Le scogliere irlandesi battute dal vento, le tempeste oceaniche che si abbattono sulla costa con furia primordiale, i cieli plumbei che si alternano a improvvise aperture di luce celestiale: tutto concorre a creare un’atmosfera di grandezza epica che contrasta magnificamente con l’intimità struggente della storia d’amore.

La sequenza della tempesta sulla spiaggia – girata in condizioni atmosferiche realmente estreme che misero a dura prova cast e troupe – è probabilmente uno dei momenti più memorabili della storia del cinema. Non si tratta di semplice virtuosismo tecnico: Lean utilizza la furia degli elementi come correlativo oggettivo della passione che travolge Rosy e Randolph, trasformando un fenomeno meteorologico in metafora dell’amore che distrugge e rigenera.

Sarah Miles offre qui una delle interpretazioni più intense e coraggiose della sua carriera. La sua Rosy non è la classica eroina romantica: è una donna complessa, a tratti egoista, capace di infliggere dolore a chi le sta intorno pur di inseguire la propria realizzazione emotiva. E’ una figura femminile indimenticabile che anticipa, per esempio, Ada McGrath interpretata magistralmente da Holly Hunter nello struggente “Lezioni di piano” che Jane Campion realizza nel 1993. Robert Mitchum, in uno dei suoi ruoli più sottili e meno celebrati, compone un ritratto di mascolinità ferita che anticipa di decenni certe riflessioni contemporanee sulla fragilità dell’identità maschile. Il suo Charles Shaughnessy è un uomo intrappolato tra la dignità sociale e l’inadeguatezza emotiva, incapace di comprendere i bisogni della moglie ma allo stesso tempo straziato dalla consapevolezza della propria insufficienza.

Trevor Howard, nel ruolo del Padre Collins – che lo stesso Lean aveva già diretto nello splendido e indimenticabile “Breve incontro” – , offre forse la sua interpretazione più stratificata e potente. Il prete di campagna diventa il custode di una moralità rigida che nasconde debolezze troppo umane, un uomo che predica il perdono ma pratica il giudizio. Howard, con la sua faccia scavata e lo sguardo che brucia di un fanatismo che è insieme religioso e personale, crea uno dei personaggi più inquietanti del cinema di Lean. John Mills – che Lean aveva diretto nel delizioso “Hobson il tiranno” – nel breve ma memorabile ruolo del disabile Michael, si aggiudicherà l’Oscar come miglior attore non protagonista per una performance che è puro espressionismo fisico, diventando simbolo di una purezza d’animo che la società rifiuta e marginalizza.

La colonna sonora di Maurice Jarre – alla sua ultima collaborazione con Lean dopo i trionfi di “Lawrence d’Arabia” e “Il dottor Živago” – è un capolavoro di delicatezza e potenza emotiva. Il tema principale, malinconico e ossessivo, accompagna la narrazione come un lamento funebre che preannuncia la tragedia.

All’uscita nelle sale, “La figlia di Ryan” venne accolto con freddezza da una parte significativa della critica americana. La celebre stroncatura sul New Yorker rappresenta uno dei più clamorosi errori di giudizio della storia della critica cinematografica. Il film venne accusato di essere lento, pretenzioso, eccessivamente teatrale. In realtà, Lean aveva semplicemente commesso il “crimine” di realizzare un’opera che richiedeva tempo, contemplazione, la capacità di immergersi in un ritmo narrativo che rifiutava le accelerazioni imposte dal nascente cinema della New Hollywood.

A oltre cinquant’anni dalla sua uscita, “La figlia di Ryan” si impone come uno dei capolavori più ingiustamente sottovalutati della storia del cinema. È un film che richiede allo spettatore un atto di fede, la disponibilità ad abbandonarsi a un ritmo contemplativo che oggi appare quasi impossibile. Ma per chi accetta questa sfida, il premio è immenso: la possibilità di assistere a un cinema che è pura poesia visiva, dove ogni inquadratura è un quadro e ogni sequenza un movimento sinfonico.

“La figlia di Ryan” è il film di un maestro al culmine della propria maturità artistica, capace di trasformare una semplice storia di adulterio in una riflessione universale sulla natura del desiderio, della colpa e della redenzione impossibile. Un’opera che merita di essere riscoperta, studiata, amata. Perché il grande cinema, quello vero, non invecchia mai: semplicemente attende che ogni generazione sia pronta a comprenderlo.

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“La ragazza del quartiere” di Robert Wise

(USA, 1962)

C’è una magia particolare nel cinema di Robert Wise, un equilibrio tra la profondità delle storie che racconta e la maestria con cui le mette in scena. “La ragazza del quartiere” – il cui titolo originale è “Two for the Seesaw”, dove Seesaw identifica l’altalena dei sentimenti di un rapporto irrisolto – con Robert Mitchum e Shirley MacLaine, è un esempio perfetto di questo suo talento.

Tratto dall’omonima opera teatrale di William Gibson (1914-2008) – che andò in scena per la prima volta nel gennaio del 1958 e vide l’esordio sul palcoscenico della giovane Anne Bancroft nei panni di Gittel, ruolo per il quale l’attrice vinse il suo primo Emmy, affiancata da Henry Fonda in quelli di Jerry – il film trasporta sullo schermo la complessità emotiva di una storia d’amore intensa e tormentata, resa indimenticabile dalle interpretazioni dei due protagonisti.

La trama segue l’incontro tra Jerry Ryan (Robert Mitchum), un avvocato divorziato, e Gittel Mosca (Shirley MacLaine), una ballerina di New York che lotta per sbarcare il lunario. Jerry, appena arrivato in città dopo aver lasciato Omaha, il Nebraska e un matrimonio fallito, si trova a navigare le acque turbolente di una nuova vita. Gittel, invece, è una giovane donna vivace ma fragile, il cui passato doloroso non smette di condizionarle il presente. L’incontro tra queste due anime ferite dà vita a una relazione tanto passionale quanto instabile, fatta di alti e bassi, di momenti di dolcezza e scontri dolorosi.

La scelta di Robert Mitchum come protagonista maschile potrebbe sembrare insolita, dato il suo passato cinematografico fatto di ruoli duri e impassibili, come nelle pietre miliari “Il tesoro di Vera Cruz”, “Le catene della colpa”, “La morte corre sul fiume” e “Odio implacabile”. Eppure, in “La ragazza del quartiere”, Mitchum dimostra una sorprendente vulnerabilità. Il suo Jerry è un uomo spezzato, alla ricerca di un senso di appartenenza che sembra sfuggirgli continuamente. Shirley MacLaine, invece, con la sua energia contagiosa e il suo sguardo malinconico, riesce a incarnare perfettamente il personaggio di Gittel, una donna che lotta per non soccombere alla solitudine e all’amarezza.

La splendida fotografia in bianco e nero di Ted McCord è un altro elemento che merita una menzione speciale. Il film sfrutta al meglio le ombre e i contrasti, creando un’atmosfera che amplifica la tensione emotiva tra i due protagonisti. New York, con i suoi appartamenti angusti e le sue strade affollate, diventa quasi un personaggio a sé stante, un luogo che rispecchia le emozioni turbolente di Jerry e Gittel.

Ma è la regia di Wise a fare davvero la differenza. Il regista sa quando lasciar respirare le scene, permettendo ai suoi attori di esplorare a fondo i loro personaggi, e quando invece intensificare il ritmo per sottolineare i momenti di conflitto. Il risultato è un film che, pur mantenendo le sue radici teatrali, riesce a sfruttare appieno le potenzialità del linguaggio cinematografico.

“La ragazza del quartiere” è un film che parla di amore e di perdita, di speranza e di disillusione, ma soprattutto di due persone che cercano disperatamente di trovare un posto nel mondo, anche se solo temporaneo. È un’opera toccante e profondamente umana, resa ancora più potente dalle performance straordinarie di Mitchum e MacLaine, e dalla regia impeccabile di Wise.

Se non l’avete ancora visto, vi consiglio caldamente di farlo. È uno di quei film che, una volta terminati, vi lasciano un segno profondo, facendovi riflettere sulle complessità delle relazioni umane e sulla fragilità dell’esistenza.

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“Odio implacabile” di Edward Dmytryk

(USA, 1947)

Il 15 agosto del 1947 esce nelle sale statunitensi “Crossfire”, che da noi verrà distribuito a partire dal 14 febbraio del 1948 col titolo “Odio implacabile”. La sceneggiatura è firmata da John Paxton ed è tratta dal romanzo di Richard Brooks “The Brick Foxhole” pubblicato la prima volta nel 1945.

Brooks (1912-1992) è ancora oggi considerato uno dei più rilevanti sceneggiatori di Hollywood, autore di script di film come “L’ultima minaccia“, “La gatta sul tetto che scotta”, “Il figlio di Giuda” o “A sangue freddo” (questi ultimi due li dirige anche), pubblica con “The Brick Foxhole” un romanzo dedicato all’odio fanatico contro il diverso, rappresentato da un omosessuale. Paxton e la produzione però, per ragioni non solo di censura, cambiano la vittima in un uomo di religione ebraica.

Gli Stati Uniti sono il Paese che più di tutti, fra gli Alleati, sta ottenendo economicamente e strategicamente i migliori risultati per la vittoria conseguita nel Secondo conflitto planetario. Ma gli uomini che poco prima erano al fronte, ora si trovano spaesati e incapaci di reintegrarsi nella società civile che, grazie anche al loro sacrificio, è molto cambiata.

Così molti di loro sono preda di ansie, depressioni e profonde paure, tutte amplificate e fomentate dall’improvvisa scomparsa di un grande nemico. Se i Paesi dell’Asse di Ferro sono stati ormai sconfitti, adesso dove si nasconde il nuovo e implacabile avversario?

Come accade spesso, purtroppo, in tempi di crisi ci sono alcuni che cavalcano le paure degli altri pur di ottenere consenso o sedare le proprie. Come il soldato Montgomery (interpretato ottimamente da Robert Ryan) che ha trovato il suo nuovo nemico in Samules (Sam Levene) uno sconosciuto incontrato in un bar, e che ha l’unica colpa di essere ebreo, e che per questo pesta a morte.

In una serie di flashback concatenati seguiamo l’inchiesta del commissario Finlay (Robert Young) che grazie all’aiuto del sergente Kelley (un granitico Robert Mitchum) riesce ad inchiodare Montgomery. Finlay, per convincere un commilitone dell’omicida a collaborare, gli racconta di come suo nonno, qualche decennio prima, è stato massacrato in quello stesso modo solo perché di religione cattolica in una Paese, come gli Stati Uniti, a maggioranza protestante.

Purtroppo Richard Brooks, da vero intellettuale, aveva il “pessimo” vizio di anticipare tristemente i tempi. E così, pochi mesi dopo l’uscita nelle sale di questa ottima pellicola, proprio a Washington – città dove si svolge il film – inizierà quella triste e infame “caccia alle streghe” contro i famigerati fautori delle cosiddette attività “anti-americane” guidata dal senatore Joseph McCarthy.

Il film viene candidato a cinque Oscar: miglior film, miglior regia, miglior sceneggiatura non originale e migliori attrice e attore non protagonista a Gloria Grahame e a Robert Ryan. Al Festival di Cannes viene premiato come miglior pellicola d’interesse sociale.

Da vedere e da far vedere a scuola.

“La morte corre sul fiume” di Charles Laughton

(USA, 1955)

Questo capolavoro della cinematografia planetaria alla sua uscita nelle sale degli Stati Uniti venne accolto molto freddamente dal pubblico, tanto da decretare la fine della carriera dietro la macchina da presa del suo regista: il grande Charles Laughton (che avrebbe dovuto dirigere poi l’adattamento del romanzo “Il nudo e il morto” di Norman Mailer).

Così, la carriera del regista di uno dei film americani più gotici degli anni Cinquanta – con superbi richiami all’espressionismo tedesco – si ferma ad una sola pellicola. La modernità della storia e soprattutto del deciso linguaggio visivo difficilmente potevano essere accolti caldamente del pubblico americano (e non solo) di allora.

L’inno contro il fanatismo religioso e puritano (tipico degli stati del sud) che il film rappresenta era davvero troppo precoce. D’altronde Rosa Parks, per non aver ceduto il posto ad un “bianco” sull’autobus, venne arrestata il 1° dicembre del 1955, pochi mesi dopo l’uscita nelle sale del film.

Laughton dirige superbamente un cast in cui spiccano un grande Robert Mitchum e una bravissima Shelley Winters. Nel periodo precedente all’uscita del film, la Winters era sposata con Vittorio Gassman, che in più di un’intervista ha ricordato le preziosissime disquisizioni che consumava con Laughton, nella piscina della sua villa hollywoodiana, su Shakespeare e la sua messa in scena.

La sceneggiatura è firmata da James Agee (vincitore del Premio Pulitzer e autore di splendidi adattamenti cinematografici come quello per “La Regina d’Africa” di John Huston) ed è tratta dal romanzo “The Night of The Hunter” di Davis Grubb, romanzo che is ispira alla vera storia di Harry Powers che nel 1932 venne giustiziato per aver ucciso due vedove e tre bambini. La condanna venne eseguita nel carcere di Moundsville (nella Virginia Occidentale) città nella quale Grubb, allora tredicenne, viveva.

Stati Uniti del sud, 1933. Harry Powell (un inquietante Mitchum) che si fa chiamare reverendo, è uno psicopatico con l’ossessione religiosa, dietro la quale si nasconde alla sua coscienza per giustificare gli assassini di vedove solitarie, alle quali poi toglie i pochi averi. Nonostante i numerosi delitti, Powell viene fermato casualmente per il furto di un’automobile e condannato ad un mese di carcere.

Il destino vuole che nella sua cella capiti Ben Harper (Peter Graves), condannato a morte per una rapina finita in tragedia. Harper, infatti, stanco e disperato per la fame che patiscono i suoi due bambini John e Pearl, ha rapinato una banca durante la quale però ha ucciso alcune guardie. Prima di essere arrestato ha avuto il tempo di tornare a casa e consegnare al piccolo John (l’unico con vero buonsenso della famiglia…) i 10.000 dollari, frutto della rapina. Dopo avergli fatto promettere di badare alla sorella e mantenere il segreto, si lascia ammanettare.

Pochi giorni prima dell’esecuzione, nel sonno, Ben si lascia scappare delle parole sui soldi e su suo figlio e così Powell, finito di scontare la sua pena, parte alla ricerca dei 10.000 dollari. Quando raggiunge la casa di Harper, trova la vedova Willa (la Winters) messa all’indice dall’intera cittadina (puritana e bigotta) per il comportamento del marito.

Powell si spaccia come ex cappellano del carcere e col suo charme da (finto) uomo di chiesa conquista in breve tempo Willa e il resto della cittadina. Solo il piccolo John intuisce il male profondo nascosto nell’uomo che ha tatuate sulle nocche delle mani “Love” e “Hate”. Ma Powell è disposto a tutto per ottenere quei soldi e comprende che per averli deve passare su John e sua sorella…

Con un uso magistrale del bianco e nero, e con la riproduzione degli esterni in studio che crea un maggiore stato d’ansia e di oppressione, “La morte corre sul fiume” ci trascina fino all’ultimo fotogramma senza lasciarci un attimo di tregua. Inoltre, il ritratto che Laughton traccia dei due bambini, così innocenti ma così rassegnati nel dover affrontare adulti ipocriti, bugiardi o assassini ricorda quelli che solo il maestro Vittorio De Sica prima, e il grande Francois Truffaut dopo, hanno saputo cogliere.

Insomma, un capolavoro memorabile.

Nella nostra versione, quando la pellicola venne distribuita nelle nostre sale, deve essere ricordato l’indimenticabile Giulio Panicali che dona superbamente la voce a Mitchum.

“Seduzione mortale” di Otto Preminger

(USA, 1953)

Nel 1947 tutti gli Stati Uniti seguirono morbosamente alla radio e sui giornali, per oltre cinque mesi, lo sviluppo e la clamorosa conclusione del processo che si teneva a Orange County, nei pressi di Los Angeles, e che vedeva imputati l’ereditiera diciasettenne Beulah Louise Overell e il suo fidanzato ventenne George Gollum.

Poco tempo prima, il 15 marzo dello stesso anno, il lussuoso yacht dei ricchi coniugi Overell, genitori di Beulah Louise, era esploso nella rada di Newport Beach. I due non avevano avuto scampo, lasciando alla loro unica figlia un ingente patrimonio. Per questo, e per molti altri indizi, la ragazza e il suo fidanzato, non troppo tollerato dai suoi genitori, vennero accusati di omicidio.

Ispirandosi alla vera vicenda di Overell e Gollum: Chester Erskine, Frank S. Nugent e Oscar Millard (e il non accreditato Ben Hecht) scrivono la sceneggiatura dal titolo originale “Angel Face” – chiaro riferimento alla Overell che spiazzava tutti, cronisti e spettatori, con il suo aspetto innocente e pacato – che poi sapientemente il maestro Otto Preminger dirige.

Frank Jessup (un gagliardo Robert Mitchum) fa l’autista di ambulanze a Beverly Hills e una sera, per lavoro, giunge nella tenuta Wilton, dove la sua proprietaria Mary ha avuto un incidente con il gas del caminetto.

Fortunatamente la donna si è ripresa grazie al provvidenziale intervento del marito, Charles Tremayne. Poco prima di tornare sull’ambulanza Frank incontra la giovane Diane Tramayne (una bravissima e affascinante Jean Simmons, da non confondere ovviamente con Gene, il mefistofelico bassista dei Kiss…) figlia di primo letto di Tremayne.

Fra i due sboccia subito un’attrazione molto particolare che porta Jessup ha mentire alla sua fidanzata storica per passare la serata con la ragazza appena conosciuta. Ma l’aspetto angelico di Diane nasconde un’anima irrequieta…

Pregiato noir d’annata con un ottimo cast diretto da uno dei veri maestri di Hollywood di quegli anni. E poi ci sono il ciuffo e lo sguardo sornione di Mitchum che sono tutto un programma…

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“I cinque volti dell’assassino” di John Huston

(USA, 1963)

In questa pellicola si vede tutta la mano geniale, spettacolare e soprattutto ironica di un grande maestro di Hollywood come John Huston.

Tratto dal romanzo “I nove volti dell’assassino” pubblicato nel 1960 dall’inglese Philip MacDonald (il cui titolo originale è “The List of Adrian Messenger”, esattamente come il film in originale, mentre da noi è stato preso spunto dal titolo italiano del romanzo, sottraendo quattro volti…) “I cinque volti dell’assassino” è davvero un omaggio del cinema al cinema. Perché al centro della storia c’è il travestimento, il mascherarsi e farsi passare per un’altra persona.

Forse per il suo lavoro di scrittore o semplicemente per il suo intuito, Adrian Messenger è rimasto colpito da alcune morti che ufficialmente sono state ritenute accidentali, e proprio per questo, poche ore prima di salire su un aereo, confida i suoi dubbi al vecchio amico Anthony Gethryn (George C. Scott) da poco ritiratosi dal MI5.

Il veivolo di Messenger esplode in volo sull’oceano e lui si ritrova agonizzante appeso ad un relitto assieme ad un altro superstite, il francese Raoul Le Borg. Dopo aver pronunicato una misteriosa serie di nomi, Messenger muore per le ferite riportate.

Tratto in salvo Le Borg racconta alle Forze dell’Ordine le ultime parole dell’inglese. Per rispetto all’amico deceduto, Getrhyn assiste alla dichiarazione e riconosce in Le Borg l’alleato della Resistenza con cui spesso collaborò lungo la Seconda Guerra Mondiale.

Grazie a questa vecchia amicizia ritrovata, i due riescono a scoprire che il comune denominatore della lista dei nomi è la Birmania, dove durante l’ultimo conflitto si è consumato un vile e meschino tradimento…

Ma a Huston l’intricata trama del romanzo evidentemente non bastava, e così pensò ad una trovata pubblicitaria che fece epoca. Oltre a mascherare più volte Kirk Douglas, fece truccare in maniera davvero fuorviante anche altre quattro grandi star del cinema: Tony Curtis, Robert Mitchum, Frank Sinatra e Burt Lancaster, facendogli poi interpretare ruoli secondari. E il tocco magico di Huston ce lo rivela solo dopo i titoli di coda, altro elemento innovativo del film e poi successivamente più volte imitato.

Per la chicca: l’attore americano Jan Merlin ha scritto nella sua autobiografia di aver interpretato “clandestinamente” truccato nel film alcuni ruoli poi attribuiti a Douglas, ma a proposito di volti nascosti dietro le maschere potete credere o no a Merlin… così è se vi pare!

“Il tesoro di Vera Cruz” di Don Siegel

(USA, 1949)

La mano del maestro Don Siegel si sente e si vede tutta, in questo classico noir anni Quaranta. L’intrigo complicato c’è, la bella femme fatale pure, ma soprattutto c’è quell’elemento che lo distingue dalla maggior parte degli altri film contemporanei di genere: l’ironia.

C’è un momento, verso la metà di “Il tesoro di Vera Cruz”, in cui Robert Mitchum, pistola in pugno, occhi socchiusi e sigaretta sospesa da qualche parte tra le labbra e il nulla, recapita una battuta da commedia brillante con la stessa naturalezza con cui un altro attore chiederebbe un caffè al bar. Attorno a lui, polvere rossa, cactus storti e il sole messicano che non perdona nessuno. Eppure quella battuta potrebbe tranquillamente funzionare in un salotto di Manhattan, con un bicchiere di champagne al posto della Colt. Ecco, in quel preciso momento si capisce tutto di questo piccolo grande film, e si capisce soprattutto perché Don Siegel, già allora, era un maestro.

Siegel aveva alle spalle una carriera ancora giovane ma già solidissima, costruita sulla capacità di fare cinema di genere con una consapevolezza e un’ironia – appunto! – che i suoi contemporanei spesso non potevano permettersi o semplicemente non si sognavano. “The Big Steal” — che i nostri distributori, con l’inventiva geografica che li ha sempre contraddistinti, hanno ribattezzato “Il tesoro di Vera Cruz”, aggiungendo un tesoro che nel film non esiste e storpiando per buona misura il nome della città, già da decenni scritto tutto attaccato: Veracruz — arriva nel 1949 e porta già impressa tutta la sua firma.

La storia parte con la classica entrata del protagonista su un bastimento che approda nel porto di Veracruz. A bordo c’è il tenente Douglas Anderson, interpretato da un Robert Mitchum in forma smagliante, tutto mascella, voce bassa e sguardo da chi ne ha viste troppe. Ad accoglierlo non c’è nessuna banda musicale: c’è il capitano Vincent Blake (William Bendix, efficacissimo nei panni del bullo con la divisa), che lo assale non appena mette piede a bordo. Ne nasce una colluttazione come si deve, e Anderson ha la meglio — rubando documenti e scomparendo nella città come sa fare chi ha imparato presto a non fidarsi di nessuno, tantomeno degli ufficiali superiori.

Nel dedalo di Veracruz, Anderson incrocia Joan Graham, e qui entra in scena Jane Greer, che rende il suo personaggio qualcosa di più sfumato e interessante della classica femme fatale da manuale. Joan ha un conto aperto con un certo Jim Fisher (Patric Knowles): l’uomo le ha promesso il matrimonio, si è preso duemila dollari e si è volatilizzato. Anderson invece insegue Fisher per ben altri motivi: accusa quell’individuo di aver sottratto un milione di dollari dalle casse dell’esercito americano, facendo ricadere la colpa su di lui. Con Blake che gli soffia sul collo, il tempo stringe. Ma in questo film, come in tutti i noir che si rispettano, la verità è sempre un’altra cosa rispetto a quella che sembra, e le apparenze sono la materia prima con cui il genere costruisce le sue trappole migliori.

Quello che distingue “Il tesoro di Vera Cruz” dalla media dei noir contemporanei non è tanto la trama — intricata quanto basta, mai esasperata — né la fotografia, né la regia, per quanto tutte e tre queste componenti funzionino benissimo. Ciò che lo rende davvero speciale è quel registro ibrido e irresistibile, quell’ironia pungente che trasuda da ogni scena come il sudore sotto il sole implacabile del Messico. Le battute hanno il ritmo e il tono della sophisticated comedy, il genere cinematografico che negli anni Trenta e Quaranta aveva nel dialogo brillante la sua ragione di vita. Ma qui quelle battute vengono pronunciate in mezzo al nulla desertico, tra inseguimenti in jeep su strade sterrate, sparatorie improvvise e personaggi che non si fidano l’uno dell’altro nemmeno per un secondo. Il contrasto è straniante, divertente e cinematograficamente preciso: Siegel sa esattamente quello che sta facendo, e la sensazione è che lo stia facendo anche con un certo godimento.

Mitchum, dal canto suo, è perfetto per questo doppio registro. È uno di quegli attori che riescono a essere contemporaneamente seri e ironici senza che il risultato sembri mai forzato, e in questo film quella caratteristica è messa a frutto in maniera quasi chirurgica. Anche il rapporto che si sviluppa tra Anderson e Joan Graham ha quel sapore acidulo e brillante della coppia da commedia che si scontra e si provoca mentre il mondo le crolla addosso.

La sceneggiatura porta la firma di Daniel Mainwaring — lo stesso che qualche anno dopo avrebbe scritto il soggetto di “L’invasione degli ultracorpi“, altro titolo destinato a entrare nell’olimpo del cinema di genere americano — e di Gerald Drayson Adams, a partire dal racconto “The Road to Carmichael’s” di Richard Wormser. Il lavoro sui dialoghi è solido, il ritmo non cala mai, e i colpi di scena vengono serviti con il tempismo giusto, senza esibizionismi inutili.

“Il tesoro di Vera Cruz” è un film che non ha mai goduto della fama che merita, probabilmente perché si colloca in quella zona di confine tra generi che all’epoca poteva disorientare e che ancora oggi rende difficile etichettarlo con precisione. Non è un noir puro, non è una commedia, non è un film d’azione: è tutte e tre le cose assieme, cucite con la mano sicura di un regista che aveva capito, prima di molti altri, che i generi sono strumenti, non gabbie. Per chi ama il cinema americano degli anni Quaranta, è una di quelle visioni che lasciano il segno.

Imperdibile.

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“Le catene della colpa” di Jacques Tourneur

(USA, 1947)

Ci sono noir e noir, ma quelli fatti a Hollywood alla fine degli anni Quaranta – come questo “Out of the Past” (1947) di Jacques Tourneur – fanno ancora oggi scuola. E lo fanno con una tale naturalezza, con una tale perfezione formale e narrativa, che viene quasi da chiedersi se davvero siano passati quasi ottant’anni da quando questa pellicola è uscita nelle sale. Lasciamo perdere il titolo italiano “Le catene della colpa” che ricorda più i drammoni strappalacrime con Amedeo Nazzari e Yvonne Sanson che riempivano i cinematografi della nostra penisola nel dopoguerra, e prendiamo invece quello originale “Out of the Past” – letteralmente “fuori dal passato” – molto più efficace, evocativo e tremendamente indicativo del tema centrale del film.

Jeff Bailey, interpretato da un sempre bravo Robert Mitchum, gestisce un anonimo distributore di benzina a Bridgeport, una piccola località di provincia sperduta nel nord degli Stati Uniti. La sua vita scorre tranquilla, apparentemente priva di sussulti, scandita dalla quotidianità di un lavoro onesto e dalla frequentazione di Ann, una ragazza del luogo incarnazione della normalità e della speranza in un futuro sereno. Ma il passato, come sempre accade nel cinema noir, non è mai davvero sepolto. È lì che aspetta, acquattato nell’ombra, pronto a riemergere nel momento meno opportuno.

Mentre Jeff è a pescare sul fiume insieme ad Ann – in una scena di apparente idillio che già contiene in sé tutti i segni della catastrofe imminente – il suo garzone lo avvisa che un losco individuo lo è venuto a cercare. Si tratta di Joe, uno degli uomini di fiducia di Sterling, interpretato da un Kirk Douglas giovane e già perfettamente calato nel ruolo del cattivo elegante e spietato, fra i più scaltri e temibili allibratori della regione. L’invito – che è più una convocazione che una proposta – è a presentarsi immediatamente alla sua villa.

Sulla strada, Jeff decide di confessare ad Ann il suo burrascoso passato, quel passato da cui credeva di essere finalmente fuggito. E qui la struttura narrativa del film mostra tutta la sua raffinatezza, scivolando in un lungo flashback che ci rivela la vera identità di questo benzinaio apparentemente senza storia. Qualche anno prima, a New York, Jeff si guadagnava da vivere come detective privato e venne ingaggiato proprio da Sterling per ritrovare la sua ex fidanzata Kathy – una Jane Greer semplicemente perfetta nel ruolo della dark lady per antonomasia – che, dopo avergli sparato durante una discussione, gli aveva rubato quarantamila dollari prima di sparire nel nulla.

Jeff accettò l’incarico e, dopo settimane di ricerche meticolose, rintracciò finalmente la ragazza ad Acapulco. Ma invece di avvisare Sterling e portare a termine il lavoro per cui era stato pagato, commise l’errore fatale che è al cuore di ogni grande noir: se ne innamorò perdutamente e fuggì con lei, sperando di poter cancellare con un colpo di spugna tutto il resto. Quando Sterling li rintracciò – perché i cattivi del noir rintracciavano sempre, è una legge del genere – Kathy gli sparò nuovamente a sangue freddo per poi fuggire ancora una volta, lasciando Jeff a fare i conti con le conseguenze delle proprie scelte.

Ann, ascoltato il racconto, accetta serenamente il passato di Jeff. È una delle poche figure positive in questo universo dominato dall’ambiguità morale, e lo saluta sulla porta della villa di Sterling con una dignità che commuove. L’allibratore sembra sereno e cordiale, quasi paterno. Quando invita Jeff al tavolo per la colazione, però, ecco il colpo di scena che spettatore e protagonista aspettavano senza volerlo ammettere: seduta al tavolo c’è Kathy, bella e pericolosa come sempre, pronta a riavvolgere il nastro del destino di Jeff…

“Out of the Past” è una pellicola che si può considerare senza esitazioni una delle pietre miliari del noir americano, e non solo di quello. Tourneur costruisce un universo visivo di rara suggestione, dove le ombre sono sempre più eloquenti delle luci e dove ogni inquadratura sembra nascondere una minaccia. Il film è incentrato su uno dei temi cardine dell’animo umano: il rapporto con il passato e il suo inesorabile, implacabile ritorno. Non importa quanto lontano tu fugga, sembra dirci Tourneur, non importa quanta distanza metti tra te e i tuoi errori: il passato ti ritroverà sempre, e quando lo farà presenterà il conto con gli interessi.

Mitchum, con quel suo volto da duro dal cuore tenero, da uomo che ha visto troppo e sa già come andrà a finire ma non può fare altro che andare avanti, costruisce uno dei personaggi più memorabili della sua lunga carriera. E Kirk Douglas, all’inizio della sua scalata verso lo status di leggenda, già mostra quel talento nel rendere affascinante la cattiveria che lo renderà celebre.

La sceneggiatura, tratta dal romanzo di Daniel Mainwaring, è scritta dallo stesso Mainwaring insieme a Frank Fenton e al maestro del noir James M. Cain – autore di capolavori come “Il postino suona sempre due volte” e “La fiamma del peccato” – anche se questi ultimi due non appaiono nei titoli di testa. Ma la mano di Cain si vede tutta, eccome se si vede. Quella capacità di costruire dialoghi taglienti come rasoi, quella predilezione per situazioni moralmente ambigue dove non esistono buoni e cattivi ma solo persone che fanno scelte sbagliate, quella fatale attrazione per donne belle e pericolose che trascinano gli uomini verso la rovina: è tutto Cain, distillato nella sua essenza più pura.

La scena finale del film, che riprende splendidamente una delle battute iniziali creando una struttura circolare di devastante efficacia, è semplicemente memorabile. Come sempre non anticipo nulla, ma posso garantire che è una di quelle chiusure che rimangono impresse nella memoria e che fanno capire la differenza tra un buon film e un grande film.

Per la chicca: nel 1984 Taylor Hackford, regista di talento, gira il remake intitolato “Due vite in gioco” (ancora una volta il titolo italiano è meno efficace dell’originale “Against All Odds”) con Jeff Bridges nel ruolo che fu di Mitchum. Il film è dignitoso ma non raggiunge minimamente la potenza dell’originale, anche se la colonna sonora firmata da Phil Collins – che incide il singolo prendendo proprio il titolo originale del film – diventa un successo planetario. Ma è un esempio perfetto di come certi capolavori non vadano toccati, perché appartengono talmente al loro tempo e al loro contesto da essere irriproducibili.

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