“Saturn 3” di Stanley Donen

(USA, 1980)

Mettiamola così: nel 1980, dopo il trionfo di “Guerre Stellari”, a Hollywood bastava mettere insieme qualche corridoio metallico, un robot vagamente minaccioso e almeno un attore con la mascella quadrata per convincere i produttori a firmare un assegno. Stanley Donen si ritrova quindi a dirigere fantascienza con la stessa naturale disinvoltura con cui ci si siede su una sedia che si sospetta abbia una gamba rotta. Il risultato? “Saturn 3”: un film che non è esattamente quello che voleva essere, ma che nel tentativo di esserlo regala comunque un’ora e mezza di intrattenimento onesto, qualche brivido discreto e un Kirk Douglas senza veli, o quasi. Che, ammettiamolo, è già un motivo sufficiente per accendere il televisore.

Stanley Donen — regista degli immortali “Cantando sotto la pioggia” e “Sette spose per sette fratelli“, nonché dei deliziosi “Due per la strada” e “The Little Prince“, quindi uno che di cinema se ne intendeva eccome — accetta il progetto e si ritrova a navigare in acque che non gli appartengono del tutto. Il risultato è un ibrido strano, sospeso tra il thriller claustrofobico e l’avventura spaziale, che non è del tutto né l’uno né l’altro ma che, nella sua imperfezione, conserva una certa personalità.

La storia è semplice fino quasi alla brutalità: su una stazione di ricerca nell’orbita di Saturno vivono Adam e Alex — Kirk Douglas e una Farrah Fawcett che sfoggia una bellezza indimenticabile — in un eden scientifico e sentimentale che funziona proprio perché è isolato dal resto dell’umanità. L’arrivo del capitano Benson, interpretato da un Harvey Keitel in stato di grazia disturbante, rompe quell’equilibrio. Con lui porta Hector, un robot gigantesco e inquietante – di nuova generazione detta dei “semi dei” – che dovrebbe essere il futuro della ricerca ma che, attraverso un procedimento di interfaccia neurale con il suo assemblatore, finisce per assorbire le ossessioni e le perversioni di quest’ultimo che è lì clandestinamente, visto che proprio per il suo carattere instabile era stato rimosso dall’incarico, e che per riaverlo non ha esitato ad uccidere il suo sostituto. Da lì in poi la stazione diventa un labirinto di tensione, dove il pericolo assume la forma fredda e meccanica di un costrutto metallico che ha imparato a desiderare e colpire.

Il problema principale del film è proprio quello che si intuisce fin dai primi fotogrammi: “Saturn 3” guarda troppo insistentemente oltre la propria spalla, con lo sguardo fisso sul successo planetario di George Lucas. Le scenografie metalliche, i corridoi bui, il senso di un futuro sporco e vissuto: tutto rimanda a quella galassia “lontana lontana” che aveva cambiato le regole del gioco. Non che il furto sia disonorevole di per sé nel cinema, ma qui la mimesi è talmente evidente da togliere respiro originale alla storia. Il robot Hector, pur essendo visivamente riuscito e genuinamente minaccioso, sembra concepito in un laboratorio dove circolavano troppe fotografie di R2-D2 e C-3PO.

Keitel è un caso a parte e vale da solo buona parte del prezzo del biglietto. C’è in lui qualcosa di irrisolvibile, una presenza che anche quando tace occupa lo spazio in modo scomodo, come un oggetto fuori posto che non riesci a ignorare. Il suo Benson è un uomo corrotto nel profondo, e l’attore lo comunica attraverso dettagli minimi, sguardi obliqui, una fisicità contenuta ma sempre sul punto di esplodere.

Douglas, dal canto suo, fa Douglas: a 64 anni suonati atletico, ironico e carismatico, sempre leggermente sopra le righe nel modo esatto in cui le star del suo calibro si sono sempre concesse di esserlo. Non è un ruolo complesso — Adam è fondamentalmente un uomo che difende il suo paradiso — ma lui lo abita con quella sicurezza di chi sa benissimo che la macchina da presa è sempre dalla sua parte.

Fawcett è più di quanto il copione le conceda. Alex avrebbe potuto essere soltanto la bellezza in pericolo, e invece nei momenti migliori emerge una fragilità autentica, una donna che ha scelto l’isolamento cosmico perché il mondo là fuori l’ha delusa. Purtroppo però la sceneggiatura la tradisce spesso, riducendola a funzione narrativa quando meritava ben altro spazio.

Il film ha il merito di essere girato con competenza, di creare un’atmosfera claustrofobica discreta e di non annoiare mai davvero. La regia di Donen è pulita, professionale, forse troppo professionale per un materiale che avrebbe beneficiato di qualche rischio in più. Le musiche di Elmer Bernstein aggiungono tensione nei momenti giusti.

“Saturn 3” non è un capolavoro perduto, e nessuno si sogna di sostenerlo. È però uno di quei film minori che meritano uno sguardo onesto: prodotto di un’epoca in cui la fantascienza cercava ancora la propria identità nell’ombra lunga di “Star Wars”, porta con sé le cicatrici di quella ricerca. Un film incompiuto ma non inutile, che ogni tanto — soprattutto in quelle scene in cui Keitel fissa il vuoto con i suoi occhi imperscrutabili — riesce a fare quello che il cinema di genere sa fare meglio: metterti addosso un’inquietudine che non sai esattamente poi dove sistemare.

Consigliato a chi ama la fantascienza degli anni Settanta-Ottanta, i robot con cattive intenzioni e Kirk Douglas a torso nudo. Non consigliato a chi cerca coerenza narrativa e originalità assoluta. Agli altri: buona visione.

Iscriviti e ascolta gratuitamente questa e altre recensioni di libri, film e serie tv sul podcast “La Foglia d’Acanto” disponibile su podCloud Castopod Spotify YouTube e Amazon Music.

“L’asso nella manica” di Billy Wilder

(USA, 1951)

Il maestro Billy Wilder firma uno dei migliori film sul giornalismo della storia del cinema.

Charles Tatum (un duro e arcigno Kirk Douglas, in una delle sue migliori interpretazioni di sempre) è un giornalista d’assalto, pronto a tutto pur di avere uno scoop. Ma il suo carattere aggressivo e la sua passione per l’alcol e le donne lo hanno allontanato dalle testate più importanti della nazione.

Così sbarca ad Albuquerque, nel New Mexico, dove riesce a farsi assumere nel piccolo quotidiano locale. Il progetto di Tatum è quello di trovare il grande scoop per tornare a lavorare presso gli stessi giornali che lo hanno cacciato.

Ma per un intero anno ad Albuquerque non accade nulla, fino a quando Tatum non viene mandato a realizzare un servizio su un’esposizione di serpenti fuori città. Sulla strada, nei pressi di un’area di sosta, il giornalista si imbatte in un’ambulanza a sirene spiegate.

D’istinto la segue e scopre che il giovane proprietario dell’aria di servizio Leo Minosa è rimasto vittima di una frana che lo tiene bloccato in un’antica grotta indiana. Il malcapitato non è raggiungibile, il cunicolo in cui è intrappolato è mezzo franato. Charles può guardalo e parlargli da pochi metri, ma niente di più.

Tatum ha un sussulto: finalmente il fato gli offre quell’occasione di rivalsa che lui tanto brama. In pochi minuti avvisa il suo giornale e gli altri mezzi di comunicazione. Poche ore dopo l’area desertica intorno alla caverna inizia a riempirsi di curiosi e giornalisti.

Per avere la totale esclusiva, il giornalista promette allo sceriffo locale di appoggiarlo alle prossime elezioni. E così quando il responsabile degli scavi chiamato per salvare Leo illustra il suo piano che puntellando il cunicolo in circa sedici ore lo libererebbe, lo sceriffo, su indicazione di Tatum, lo obbliga invece ad iniziare a scavare direttamente dalla cima della collina, scelta che porterà alla salvezza di Leo in non meno di cinque o addirittura sei giorni.

In quei cinque o sei giorni, Tatum è convinto infatti, che tutto il mondo finirà col seguire il salvataggio, e lui potrà finalmente tornare nell’Olimpo della carta stampata…

Eccelsa riflessione sul giornalismo d’assalto e sulla sua più cinica spettacolarizzazione. Probabilmente nel 1951 nel nostro Paese – a differenza degli Stati Uniti – il giornalismo non era ancora stato vittima di tale triste fenomeno, eravamo probabilmente troppo preoccupati a leccarci le tragiche ferite della Seconda Guerra Mondiale appena persa.

Ma di lì a poco (nel 1954) in Italia sarebbe arrivata la televisione che, suo malgrado, avrebbe cambiato, oltre il modo di vedere le notizie, anche quello di farle.

Scritto dallo stesso Wilder assieme a Walter Newman e Lesser Samuels “L’asso nella manica” è ancora un grande capolavoro.

Da vedere.

Ascolta gratuitamente questa e altre recensioni di libri, film e serie tv sul podcast il podcast “La Foglia d’Acanto” disponibile su Spotify, Amazon Music e YouTube.

“I cinque volti dell’assassino” di John Huston

(USA, 1963)

In questa pellicola si vede tutta la mano geniale, spettacolare e soprattutto ironica di un grande maestro di Hollywood come John Huston.

Tratto dal romanzo “I nove volti dell’assassino” pubblicato nel 1960 dall’inglese Philip MacDonald (il cui titolo originale è “The List of Adrian Messenger”, esattamente come il film in originale, mentre da noi è stato preso spunto dal titolo italiano del romanzo, sottraendo quattro volti…) “I cinque volti dell’assassino” è davvero un omaggio del cinema al cinema. Perché al centro della storia c’è il travestimento, il mascherarsi e farsi passare per un’altra persona.

Forse per il suo lavoro di scrittore o semplicemente per il suo intuito, Adrian Messenger è rimasto colpito da alcune morti che ufficialmente sono state ritenute accidentali, e proprio per questo, poche ore prima di salire su un aereo, confida i suoi dubbi al vecchio amico Anthony Gethryn (George C. Scott) da poco ritiratosi dal MI5.

Il veivolo di Messenger esplode in volo sull’oceano e lui si ritrova agonizzante appeso ad un relitto assieme ad un altro superstite, il francese Raoul Le Borg. Dopo aver pronunicato una misteriosa serie di nomi, Messenger muore per le ferite riportate.

Tratto in salvo Le Borg racconta alle Forze dell’Ordine le ultime parole dell’inglese. Per rispetto all’amico deceduto, Getrhyn assiste alla dichiarazione e riconosce in Le Borg l’alleato della Resistenza con cui spesso collaborò lungo la Seconda Guerra Mondiale.

Grazie a questa vecchia amicizia ritrovata, i due riescono a scoprire che il comune denominatore della lista dei nomi è la Birmania, dove durante l’ultimo conflitto si è consumato un vile e meschino tradimento…

Ma a Huston l’intricata trama del romanzo evidentemente non bastava, e così pensò ad una trovata pubblicitaria che fece epoca. Oltre a mascherare più volte Kirk Douglas, fece truccare in maniera davvero fuorviante anche altre quattro grandi star del cinema: Tony Curtis, Robert Mitchum, Frank Sinatra e Burt Lancaster, facendogli poi interpretare ruoli secondari. E il tocco magico di Huston ce lo rivela solo dopo i titoli di coda, altro elemento innovativo del film e poi successivamente più volte imitato.

Per la chicca: l’attore americano Jan Merlin ha scritto nella sua autobiografia di aver interpretato “clandestinamente” truccato nel film alcuni ruoli poi attribuiti a Douglas, ma a proposito di volti nascosti dietro le maschere potete credere o no a Merlin… così è se vi pare!

“Le catene della colpa” di Jacques Tourneur

(USA, 1947)

Ci sono noir e noir, ma quelli fatti a Hollywood alla fine degli anni Quaranta – come questo “Out of the Past” (1947) di Jacques Tourneur – fanno ancora oggi scuola. E lo fanno con una tale naturalezza, con una tale perfezione formale e narrativa, che viene quasi da chiedersi se davvero siano passati quasi ottant’anni da quando questa pellicola è uscita nelle sale. Lasciamo perdere il titolo italiano “Le catene della colpa” che ricorda più i drammoni strappalacrime con Amedeo Nazzari e Yvonne Sanson che riempivano i cinematografi della nostra penisola nel dopoguerra, e prendiamo invece quello originale “Out of the Past” – letteralmente “fuori dal passato” – molto più efficace, evocativo e tremendamente indicativo del tema centrale del film.

Jeff Bailey, interpretato da un sempre bravo Robert Mitchum, gestisce un anonimo distributore di benzina a Bridgeport, una piccola località di provincia sperduta nel nord degli Stati Uniti. La sua vita scorre tranquilla, apparentemente priva di sussulti, scandita dalla quotidianità di un lavoro onesto e dalla frequentazione di Ann, una ragazza del luogo incarnazione della normalità e della speranza in un futuro sereno. Ma il passato, come sempre accade nel cinema noir, non è mai davvero sepolto. È lì che aspetta, acquattato nell’ombra, pronto a riemergere nel momento meno opportuno.

Mentre Jeff è a pescare sul fiume insieme ad Ann – in una scena di apparente idillio che già contiene in sé tutti i segni della catastrofe imminente – il suo garzone lo avvisa che un losco individuo lo è venuto a cercare. Si tratta di Joe, uno degli uomini di fiducia di Sterling, interpretato da un Kirk Douglas giovane e già perfettamente calato nel ruolo del cattivo elegante e spietato, fra i più scaltri e temibili allibratori della regione. L’invito – che è più una convocazione che una proposta – è a presentarsi immediatamente alla sua villa.

Sulla strada, Jeff decide di confessare ad Ann il suo burrascoso passato, quel passato da cui credeva di essere finalmente fuggito. E qui la struttura narrativa del film mostra tutta la sua raffinatezza, scivolando in un lungo flashback che ci rivela la vera identità di questo benzinaio apparentemente senza storia. Qualche anno prima, a New York, Jeff si guadagnava da vivere come detective privato e venne ingaggiato proprio da Sterling per ritrovare la sua ex fidanzata Kathy – una Jane Greer semplicemente perfetta nel ruolo della dark lady per antonomasia – che, dopo avergli sparato durante una discussione, gli aveva rubato quarantamila dollari prima di sparire nel nulla.

Jeff accettò l’incarico e, dopo settimane di ricerche meticolose, rintracciò finalmente la ragazza ad Acapulco. Ma invece di avvisare Sterling e portare a termine il lavoro per cui era stato pagato, commise l’errore fatale che è al cuore di ogni grande noir: se ne innamorò perdutamente e fuggì con lei, sperando di poter cancellare con un colpo di spugna tutto il resto. Quando Sterling li rintracciò – perché i cattivi del noir rintracciavano sempre, è una legge del genere – Kathy gli sparò nuovamente a sangue freddo per poi fuggire ancora una volta, lasciando Jeff a fare i conti con le conseguenze delle proprie scelte.

Ann, ascoltato il racconto, accetta serenamente il passato di Jeff. È una delle poche figure positive in questo universo dominato dall’ambiguità morale, e lo saluta sulla porta della villa di Sterling con una dignità che commuove. L’allibratore sembra sereno e cordiale, quasi paterno. Quando invita Jeff al tavolo per la colazione, però, ecco il colpo di scena che spettatore e protagonista aspettavano senza volerlo ammettere: seduta al tavolo c’è Kathy, bella e pericolosa come sempre, pronta a riavvolgere il nastro del destino di Jeff…

“Out of the Past” è una pellicola che si può considerare senza esitazioni una delle pietre miliari del noir americano, e non solo di quello. Tourneur costruisce un universo visivo di rara suggestione, dove le ombre sono sempre più eloquenti delle luci e dove ogni inquadratura sembra nascondere una minaccia. Il film è incentrato su uno dei temi cardine dell’animo umano: il rapporto con il passato e il suo inesorabile, implacabile ritorno. Non importa quanto lontano tu fugga, sembra dirci Tourneur, non importa quanta distanza metti tra te e i tuoi errori: il passato ti ritroverà sempre, e quando lo farà presenterà il conto con gli interessi.

Mitchum, con quel suo volto da duro dal cuore tenero, da uomo che ha visto troppo e sa già come andrà a finire ma non può fare altro che andare avanti, costruisce uno dei personaggi più memorabili della sua lunga carriera. E Kirk Douglas, all’inizio della sua scalata verso lo status di leggenda, già mostra quel talento nel rendere affascinante la cattiveria che lo renderà celebre.

La sceneggiatura, tratta dal romanzo di Daniel Mainwaring, è scritta dallo stesso Mainwaring insieme a Frank Fenton e al maestro del noir James M. Cain – autore di capolavori come “Il postino suona sempre due volte” e “La fiamma del peccato” – anche se questi ultimi due non appaiono nei titoli di testa. Ma la mano di Cain si vede tutta, eccome se si vede. Quella capacità di costruire dialoghi taglienti come rasoi, quella predilezione per situazioni moralmente ambigue dove non esistono buoni e cattivi ma solo persone che fanno scelte sbagliate, quella fatale attrazione per donne belle e pericolose che trascinano gli uomini verso la rovina: è tutto Cain, distillato nella sua essenza più pura.

La scena finale del film, che riprende splendidamente una delle battute iniziali creando una struttura circolare di devastante efficacia, è semplicemente memorabile. Come sempre non anticipo nulla, ma posso garantire che è una di quelle chiusure che rimangono impresse nella memoria e che fanno capire la differenza tra un buon film e un grande film.

Per la chicca: nel 1984 Taylor Hackford, regista di talento, gira il remake intitolato “Due vite in gioco” (ancora una volta il titolo italiano è meno efficace dell’originale “Against All Odds”) con Jeff Bridges nel ruolo che fu di Mitchum. Il film è dignitoso ma non raggiunge minimamente la potenza dell’originale, anche se la colonna sonora firmata da Phil Collins – che incide il singolo prendendo proprio il titolo originale del film – diventa un successo planetario. Ma è un esempio perfetto di come certi capolavori non vadano toccati, perché appartengono talmente al loro tempo e al loro contesto da essere irriproducibili.

Iscriviti e ascolta gratuitamente questa e altre recensioni di libri, film e serie tv sul podcast “La Foglia d’Acanto” disponibile su podCloud Castopod Spotify YouTube e Amazon Music.