“Le catene della colpa” di Jacques Tourneur

(USA, 1947)

Ci sono noir e noir, ma quelli fatti a Hollywood alla fine degli anni Quaranta – come questo “Out of the Past” (1947) di Jacques Tourneur – fanno ancora oggi scuola. E lo fanno con una tale naturalezza, con una tale perfezione formale e narrativa, che viene quasi da chiedersi se davvero siano passati quasi ottant’anni da quando questa pellicola è uscita nelle sale. Lasciamo perdere il titolo italiano “Le catene della colpa” che ricorda più i drammoni strappalacrime con Amedeo Nazzari e Yvonne Sanson che riempivano i cinematografi della nostra penisola nel dopoguerra, e prendiamo invece quello originale “Out of the Past” – letteralmente “fuori dal passato” – molto più efficace, evocativo e tremendamente indicativo del tema centrale del film.

Jeff Bailey, interpretato da un sempre bravo Robert Mitchum, gestisce un anonimo distributore di benzina a Bridgeport, una piccola località di provincia sperduta nel nord degli Stati Uniti. La sua vita scorre tranquilla, apparentemente priva di sussulti, scandita dalla quotidianità di un lavoro onesto e dalla frequentazione di Ann, una ragazza del luogo incarnazione della normalità e della speranza in un futuro sereno. Ma il passato, come sempre accade nel cinema noir, non è mai davvero sepolto. È lì che aspetta, acquattato nell’ombra, pronto a riemergere nel momento meno opportuno.

Mentre Jeff è a pescare sul fiume insieme ad Ann – in una scena di apparente idillio che già contiene in sé tutti i segni della catastrofe imminente – il suo garzone lo avvisa che un losco individuo lo è venuto a cercare. Si tratta di Joe, uno degli uomini di fiducia di Sterling, interpretato da un Kirk Douglas giovane e già perfettamente calato nel ruolo del cattivo elegante e spietato, fra i più scaltri e temibili allibratori della regione. L’invito – che è più una convocazione che una proposta – è a presentarsi immediatamente alla sua villa.

Sulla strada, Jeff decide di confessare ad Ann il suo burrascoso passato, quel passato da cui credeva di essere finalmente fuggito. E qui la struttura narrativa del film mostra tutta la sua raffinatezza, scivolando in un lungo flashback che ci rivela la vera identità di questo benzinaio apparentemente senza storia. Qualche anno prima, a New York, Jeff si guadagnava da vivere come detective privato e venne ingaggiato proprio da Sterling per ritrovare la sua ex fidanzata Kathy – una Jane Greer semplicemente perfetta nel ruolo della dark lady per antonomasia – che, dopo avergli sparato durante una discussione, gli aveva rubato quarantamila dollari prima di sparire nel nulla.

Jeff accettò l’incarico e, dopo settimane di ricerche meticolose, rintracciò finalmente la ragazza ad Acapulco. Ma invece di avvisare Sterling e portare a termine il lavoro per cui era stato pagato, commise l’errore fatale che è al cuore di ogni grande noir: se ne innamorò perdutamente e fuggì con lei, sperando di poter cancellare con un colpo di spugna tutto il resto. Quando Sterling li rintracciò – perché i cattivi del noir rintracciavano sempre, è una legge del genere – Kathy gli sparò nuovamente a sangue freddo per poi fuggire ancora una volta, lasciando Jeff a fare i conti con le conseguenze delle proprie scelte.

Ann, ascoltato il racconto, accetta serenamente il passato di Jeff. È una delle poche figure positive in questo universo dominato dall’ambiguità morale, e lo saluta sulla porta della villa di Sterling con una dignità che commuove. L’allibratore sembra sereno e cordiale, quasi paterno. Quando invita Jeff al tavolo per la colazione, però, ecco il colpo di scena che spettatore e protagonista aspettavano senza volerlo ammettere: seduta al tavolo c’è Kathy, bella e pericolosa come sempre, pronta a riavvolgere il nastro del destino di Jeff…

“Out of the Past” è una pellicola che si può considerare senza esitazioni una delle pietre miliari del noir americano, e non solo di quello. Tourneur costruisce un universo visivo di rara suggestione, dove le ombre sono sempre più eloquenti delle luci e dove ogni inquadratura sembra nascondere una minaccia. Il film è incentrato su uno dei temi cardine dell’animo umano: il rapporto con il passato e il suo inesorabile, implacabile ritorno. Non importa quanto lontano tu fugga, sembra dirci Tourneur, non importa quanta distanza metti tra te e i tuoi errori: il passato ti ritroverà sempre, e quando lo farà presenterà il conto con gli interessi.

Mitchum, con quel suo volto da duro dal cuore tenero, da uomo che ha visto troppo e sa già come andrà a finire ma non può fare altro che andare avanti, costruisce uno dei personaggi più memorabili della sua lunga carriera. E Kirk Douglas, all’inizio della sua scalata verso lo status di leggenda, già mostra quel talento nel rendere affascinante la cattiveria che lo renderà celebre.

La sceneggiatura, tratta dal romanzo di Daniel Mainwaring, è scritta dallo stesso Mainwaring insieme a Frank Fenton e al maestro del noir James M. Cain – autore di capolavori come “Il postino suona sempre due volte” e “La fiamma del peccato” – anche se questi ultimi due non appaiono nei titoli di testa. Ma la mano di Cain si vede tutta, eccome se si vede. Quella capacità di costruire dialoghi taglienti come rasoi, quella predilezione per situazioni moralmente ambigue dove non esistono buoni e cattivi ma solo persone che fanno scelte sbagliate, quella fatale attrazione per donne belle e pericolose che trascinano gli uomini verso la rovina: è tutto Cain, distillato nella sua essenza più pura.

La scena finale del film, che riprende splendidamente una delle battute iniziali creando una struttura circolare di devastante efficacia, è semplicemente memorabile. Come sempre non anticipo nulla, ma posso garantire che è una di quelle chiusure che rimangono impresse nella memoria e che fanno capire la differenza tra un buon film e un grande film.

Per la chicca: nel 1984 Taylor Hackford, regista di talento, gira il remake intitolato “Due vite in gioco” (ancora una volta il titolo italiano è meno efficace dell’originale “Against All Odds”) con Jeff Bridges nel ruolo che fu di Mitchum. Il film è dignitoso ma non raggiunge minimamente la potenza dell’originale, anche se la colonna sonora firmata da Phil Collins – che incide il singolo prendendo proprio il titolo originale del film – diventa un successo planetario. Ma è un esempio perfetto di come certi capolavori non vadano toccati, perché appartengono talmente al loro tempo e al loro contesto da essere irriproducibili.

Iscriviti e ascolta gratuitamente questa e altre recensioni di libri, film e serie tv sul podcast “La Foglia d’Acanto” disponibile su podCloud Castopod Spotify YouTube e Amazon Music.