“Il tesoro di Vera Cruz” di Don Siegel

(USA, 1949)

La mano del maestro Don Siegel si sente e si vede tutta, in questo classico noir anni Quaranta. L’intrigo complicato c’è, la bella femme fatale pure, ma soprattutto c’è quell’elemento che lo distingue dalla maggior parte degli altri film contemporanei di genere: l’ironia.

C’è un momento, verso la metà di “Il tesoro di Vera Cruz”, in cui Robert Mitchum, pistola in pugno, occhi socchiusi e sigaretta sospesa da qualche parte tra le labbra e il nulla, recapita una battuta da commedia brillante con la stessa naturalezza con cui un altro attore chiederebbe un caffè al bar. Attorno a lui, polvere rossa, cactus storti e il sole messicano che non perdona nessuno. Eppure quella battuta potrebbe tranquillamente funzionare in un salotto di Manhattan, con un bicchiere di champagne al posto della Colt. Ecco, in quel preciso momento si capisce tutto di questo piccolo grande film, e si capisce soprattutto perché Don Siegel, già allora, era un maestro.

Siegel aveva alle spalle una carriera ancora giovane ma già solidissima, costruita sulla capacità di fare cinema di genere con una consapevolezza e un’ironia – appunto! – che i suoi contemporanei spesso non potevano permettersi o semplicemente non si sognavano. “The Big Steal” — che i nostri distributori, con l’inventiva geografica che li ha sempre contraddistinti, hanno ribattezzato “Il tesoro di Vera Cruz”, aggiungendo un tesoro che nel film non esiste e storpiando per buona misura il nome della città, già da decenni scritto tutto attaccato: Veracruz — arriva nel 1949 e porta già impressa tutta la sua firma.

La storia parte con la classica entrata del protagonista su un bastimento che approda nel porto di Veracruz. A bordo c’è il tenente Douglas Anderson, interpretato da un Robert Mitchum in forma smagliante, tutto mascella, voce bassa e sguardo da chi ne ha viste troppe. Ad accoglierlo non c’è nessuna banda musicale: c’è il capitano Vincent Blake (William Bendix, efficacissimo nei panni del bullo con la divisa), che lo assale non appena mette piede a bordo. Ne nasce una colluttazione come si deve, e Anderson ha la meglio — rubando documenti e scomparendo nella città come sa fare chi ha imparato presto a non fidarsi di nessuno, tantomeno degli ufficiali superiori.

Nel dedalo di Veracruz, Anderson incrocia Joan Graham, e qui entra in scena Jane Greer, che rende il suo personaggio qualcosa di più sfumato e interessante della classica femme fatale da manuale. Joan ha un conto aperto con un certo Jim Fisher (Patric Knowles): l’uomo le ha promesso il matrimonio, si è preso duemila dollari e si è volatilizzato. Anderson invece insegue Fisher per ben altri motivi: accusa quell’individuo di aver sottratto un milione di dollari dalle casse dell’esercito americano, facendo ricadere la colpa su di lui. Con Blake che gli soffia sul collo, il tempo stringe. Ma in questo film, come in tutti i noir che si rispettano, la verità è sempre un’altra cosa rispetto a quella che sembra, e le apparenze sono la materia prima con cui il genere costruisce le sue trappole migliori.

Quello che distingue “Il tesoro di Vera Cruz” dalla media dei noir contemporanei non è tanto la trama — intricata quanto basta, mai esasperata — né la fotografia, né la regia, per quanto tutte e tre queste componenti funzionino benissimo. Ciò che lo rende davvero speciale è quel registro ibrido e irresistibile, quell’ironia pungente che trasuda da ogni scena come il sudore sotto il sole implacabile del Messico. Le battute hanno il ritmo e il tono della sophisticated comedy, il genere cinematografico che negli anni Trenta e Quaranta aveva nel dialogo brillante la sua ragione di vita. Ma qui quelle battute vengono pronunciate in mezzo al nulla desertico, tra inseguimenti in jeep su strade sterrate, sparatorie improvvise e personaggi che non si fidano l’uno dell’altro nemmeno per un secondo. Il contrasto è straniante, divertente e cinematograficamente preciso: Siegel sa esattamente quello che sta facendo, e la sensazione è che lo stia facendo anche con un certo godimento.

Mitchum, dal canto suo, è perfetto per questo doppio registro. È uno di quegli attori che riescono a essere contemporaneamente seri e ironici senza che il risultato sembri mai forzato, e in questo film quella caratteristica è messa a frutto in maniera quasi chirurgica. Anche il rapporto che si sviluppa tra Anderson e Joan Graham ha quel sapore acidulo e brillante della coppia da commedia che si scontra e si provoca mentre il mondo le crolla addosso.

La sceneggiatura porta la firma di Daniel Mainwaring — lo stesso che qualche anno dopo avrebbe scritto il soggetto di “L’invasione degli ultracorpi“, altro titolo destinato a entrare nell’olimpo del cinema di genere americano — e di Gerald Drayson Adams, a partire dal racconto “The Road to Carmichael’s” di Richard Wormser. Il lavoro sui dialoghi è solido, il ritmo non cala mai, e i colpi di scena vengono serviti con il tempismo giusto, senza esibizionismi inutili.

“Il tesoro di Vera Cruz” è un film che non ha mai goduto della fama che merita, probabilmente perché si colloca in quella zona di confine tra generi che all’epoca poteva disorientare e che ancora oggi rende difficile etichettarlo con precisione. Non è un noir puro, non è una commedia, non è un film d’azione: è tutte e tre le cose assieme, cucite con la mano sicura di un regista che aveva capito, prima di molti altri, che i generi sono strumenti, non gabbie. Per chi ama il cinema americano degli anni Quaranta, è una di quelle visioni che lasciano il segno.

Imperdibile.

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“Le catene della colpa” di Jacques Tourneur

(USA, 1947)

Ci sono noir e noir, ma quelli fatti a Hollywood alla fine degli anni Quaranta – come questo “Out of the Past” (1947) di Jacques Tourneur – fanno ancora oggi scuola. E lo fanno con una tale naturalezza, con una tale perfezione formale e narrativa, che viene quasi da chiedersi se davvero siano passati quasi ottant’anni da quando questa pellicola è uscita nelle sale. Lasciamo perdere il titolo italiano “Le catene della colpa” che ricorda più i drammoni strappalacrime con Amedeo Nazzari e Yvonne Sanson che riempivano i cinematografi della nostra penisola nel dopoguerra, e prendiamo invece quello originale “Out of the Past” – letteralmente “fuori dal passato” – molto più efficace, evocativo e tremendamente indicativo del tema centrale del film.

Jeff Bailey, interpretato da un sempre bravo Robert Mitchum, gestisce un anonimo distributore di benzina a Bridgeport, una piccola località di provincia sperduta nel nord degli Stati Uniti. La sua vita scorre tranquilla, apparentemente priva di sussulti, scandita dalla quotidianità di un lavoro onesto e dalla frequentazione di Ann, una ragazza del luogo incarnazione della normalità e della speranza in un futuro sereno. Ma il passato, come sempre accade nel cinema noir, non è mai davvero sepolto. È lì che aspetta, acquattato nell’ombra, pronto a riemergere nel momento meno opportuno.

Mentre Jeff è a pescare sul fiume insieme ad Ann – in una scena di apparente idillio che già contiene in sé tutti i segni della catastrofe imminente – il suo garzone lo avvisa che un losco individuo lo è venuto a cercare. Si tratta di Joe, uno degli uomini di fiducia di Sterling, interpretato da un Kirk Douglas giovane e già perfettamente calato nel ruolo del cattivo elegante e spietato, fra i più scaltri e temibili allibratori della regione. L’invito – che è più una convocazione che una proposta – è a presentarsi immediatamente alla sua villa.

Sulla strada, Jeff decide di confessare ad Ann il suo burrascoso passato, quel passato da cui credeva di essere finalmente fuggito. E qui la struttura narrativa del film mostra tutta la sua raffinatezza, scivolando in un lungo flashback che ci rivela la vera identità di questo benzinaio apparentemente senza storia. Qualche anno prima, a New York, Jeff si guadagnava da vivere come detective privato e venne ingaggiato proprio da Sterling per ritrovare la sua ex fidanzata Kathy – una Jane Greer semplicemente perfetta nel ruolo della dark lady per antonomasia – che, dopo avergli sparato durante una discussione, gli aveva rubato quarantamila dollari prima di sparire nel nulla.

Jeff accettò l’incarico e, dopo settimane di ricerche meticolose, rintracciò finalmente la ragazza ad Acapulco. Ma invece di avvisare Sterling e portare a termine il lavoro per cui era stato pagato, commise l’errore fatale che è al cuore di ogni grande noir: se ne innamorò perdutamente e fuggì con lei, sperando di poter cancellare con un colpo di spugna tutto il resto. Quando Sterling li rintracciò – perché i cattivi del noir rintracciavano sempre, è una legge del genere – Kathy gli sparò nuovamente a sangue freddo per poi fuggire ancora una volta, lasciando Jeff a fare i conti con le conseguenze delle proprie scelte.

Ann, ascoltato il racconto, accetta serenamente il passato di Jeff. È una delle poche figure positive in questo universo dominato dall’ambiguità morale, e lo saluta sulla porta della villa di Sterling con una dignità che commuove. L’allibratore sembra sereno e cordiale, quasi paterno. Quando invita Jeff al tavolo per la colazione, però, ecco il colpo di scena che spettatore e protagonista aspettavano senza volerlo ammettere: seduta al tavolo c’è Kathy, bella e pericolosa come sempre, pronta a riavvolgere il nastro del destino di Jeff…

“Out of the Past” è una pellicola che si può considerare senza esitazioni una delle pietre miliari del noir americano, e non solo di quello. Tourneur costruisce un universo visivo di rara suggestione, dove le ombre sono sempre più eloquenti delle luci e dove ogni inquadratura sembra nascondere una minaccia. Il film è incentrato su uno dei temi cardine dell’animo umano: il rapporto con il passato e il suo inesorabile, implacabile ritorno. Non importa quanto lontano tu fugga, sembra dirci Tourneur, non importa quanta distanza metti tra te e i tuoi errori: il passato ti ritroverà sempre, e quando lo farà presenterà il conto con gli interessi.

Mitchum, con quel suo volto da duro dal cuore tenero, da uomo che ha visto troppo e sa già come andrà a finire ma non può fare altro che andare avanti, costruisce uno dei personaggi più memorabili della sua lunga carriera. E Kirk Douglas, all’inizio della sua scalata verso lo status di leggenda, già mostra quel talento nel rendere affascinante la cattiveria che lo renderà celebre.

La sceneggiatura, tratta dal romanzo di Daniel Mainwaring, è scritta dallo stesso Mainwaring insieme a Frank Fenton e al maestro del noir James M. Cain – autore di capolavori come “Il postino suona sempre due volte” e “La fiamma del peccato” – anche se questi ultimi due non appaiono nei titoli di testa. Ma la mano di Cain si vede tutta, eccome se si vede. Quella capacità di costruire dialoghi taglienti come rasoi, quella predilezione per situazioni moralmente ambigue dove non esistono buoni e cattivi ma solo persone che fanno scelte sbagliate, quella fatale attrazione per donne belle e pericolose che trascinano gli uomini verso la rovina: è tutto Cain, distillato nella sua essenza più pura.

La scena finale del film, che riprende splendidamente una delle battute iniziali creando una struttura circolare di devastante efficacia, è semplicemente memorabile. Come sempre non anticipo nulla, ma posso garantire che è una di quelle chiusure che rimangono impresse nella memoria e che fanno capire la differenza tra un buon film e un grande film.

Per la chicca: nel 1984 Taylor Hackford, regista di talento, gira il remake intitolato “Due vite in gioco” (ancora una volta il titolo italiano è meno efficace dell’originale “Against All Odds”) con Jeff Bridges nel ruolo che fu di Mitchum. Il film è dignitoso ma non raggiunge minimamente la potenza dell’originale, anche se la colonna sonora firmata da Phil Collins – che incide il singolo prendendo proprio il titolo originale del film – diventa un successo planetario. Ma è un esempio perfetto di come certi capolavori non vadano toccati, perché appartengono talmente al loro tempo e al loro contesto da essere irriproducibili.

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